anteprima – Il mio amico Sidor

Ero un tipo normale. Nè brillante, nè simpatico e nemmeno carismatico o particolarmente spiacevole. Normale. Avevo un lavoro discretamente retribuito, una moglie che amavo e un gruppo di amici con cui condividevo i miei hobby e con i quali spesso trascorrevo i week end. Non mi sentivo euforico per quello che facevo, ma ero soddisfatto. Pensavo, a volte, che dalla vita avrei potuto ottenere di più, ma non ne facevo una malattia. La mia esistenza correva come un treno locale su un binario conosciuto, con fermate lunghe e soste tranquille.

Quell’equilibrio era appagante e nulla faceva presagire che le cose sarebbero cambiate drasticamente.

Un giorno qualunque, persi il controllo del mio corpo. La sincronia tra pensiero e azione si annullò e potei solo rendermi conto che qualcosa di indefinibile si stava impossessando dei miei sensi. Quella mattina mi svegliai, aprii gli occhi e fu l’ultimo gesto cosciente che portai a termine. La mia identità era stata compressa e spostata in un remoto angolo di nulla.

Da allora fui costretto a vedere e a sentire quel che interessava a qualcun’altro. Chiunque fosse, qualunque cosa fosse, guardava attraverso i miei occhi e parlava con la mia voce. Alla mia mente continuavano ad arrivare suoni e immagini ma era scomparsa qualunque sensazione di tatto, di gusto e odore.

Fin dall’inizio compresi che il mio ospite stava usando le mie sembianze con uno scopo ben preciso: essere ricoverato d’urgenza in un ospedale psichiatrico. Come prima cosa cominciò a maltrattare mia moglie non appena se la trovò di fianco nel letto e da quel momento in poi si esibì in tutto il repertorio del perfetto matto da legare. Uscì nudo nel cortile di casa, urlando a squarciagola che la fine del mondo era vicina, e si avviò verso la vicina tabaccheria dove concluse il suo breve, ma intenso show, infilzando la proprietaria settantenne con un tagliacarte.

Fu così che lo ricoverarono o meglio ci ricoverarono d’urgenza.

Fummo sottoposti all’esame di illustri luminari e tutti furono concordi nel classificarci come “schizofrenico affetto da sindrome paranoide”. Nessuno immaginava che ero, a tutti gli effetti, un prigioniero di guerra.

Sarebbe rimasto un segreto tra me e Sidor, il mio padrone, che, non appena si chiusero le porte della nostra cella imbottita e sporca, mi rivelò che ero stato catturato da lui medesimo, comandante del 4° reparto incursori della fanteria di Xion. Concluse la sua presentazione assicurando che mi avrebbe tenuto costantemente informato dei suoi progressi e di quelli della sua razza, intenta, a suo dire, a conquistare il nostro pianeta. Non rispose al diluvio di domande e imprecazioni che gli vomitai addosso, anzi, mi parve di sentirlo ridere emettendo una serie di suoni che sembravano usciti da un cartone animato della Pixar. E, devo ammettere, che come buffone, non era secondo a nessuno.

Al consesso di medici che ogni mattina visitava il reparto di psichiatria, lui raccontava la pura e semplice verità. E quando si dilungava sui pianeti che gli Xioniani avevano conquistato, il Professor Fornaciari, primario, esclamava compiaciuto: “L’assunzione di un’identità aliena è una delle più classiche manifestazione del delirio paranoide”. “Un caso da manuale”, gli rispondeva prontamente la Dott.ssa Carullo che ne era palesemente innamorata. Era in quei momenti che percepivo Sidor gongolarsi e lui lasciava che un pò di quel piacere pervadesse anche me.

Il nostro ricovero continuò per alcuni giorni senza grandi novità, Sidor continuava a comportarsi da pazzo e spesso mi giungevano, anche se ovattati, i suoni di un dialogo che immagino lui tenesse con i suoi compagni. Anche se appena udibile e incompensibile avvertivo in quell’intercalare momenti di tensione, gli stessi che avrei potuto ascoltare tra un capitano e i suoi sottoposti. Dopo una decina di giorni di liti continue con i medici e con gli altri pazienti, che incontravamo tra una passeggiata e un esame, Sidor mi comunicò che presto avrei avuto una sorpresa.

La mattina dopo nella cella di fianco alla nostra portarono un altro paziente che manifestava evidenti segni di follia. Quando il nuovo venuto ci passò davanti, bloccò gli infermieri che lo stavano spingendo con forza, e per alcuni secondi guardò Sidor dritto negli occhi. Sidor gli fece un impercettibile cenno di riconoscimento e quello ricambiò, prima di rimettersi a inveire. A quel punto fui certo che gli Xioniani stavano realmente invadendo il nostro pianeta e che quella era un’altra vittima di questa silenziosa conquista. Constatai, senza particolare piacere, che avevo un compagno di sventura e che non ero diventato pazzo.

Da allora sono passati sei mesi e la mia situazione non è cambiata di molto. La novità è che Sidor non ha più dato segni di squilibrio e che alla fine siamo stati dimessi dall’ospedale. Mia moglie è convinta di avere di nuovo un marito perfetto. Dice alle sue amiche che è stato tutto merito dell’equipe di Fornaciari e che non saprà mai come ringraziarlo. A tutti gli effetti Sidor mi sta sostituendo in famiglia e sul lavoro dove gli stanno proponendo anche un avanzamento di carriera.

Mi parla più spesso ora, specialmente di notte. Io gli faccio un sacco di domande e lui quasi sempre mi risponde con tono gentile e paterno. Una delle prime domande che gli ho posto, quando ha smesso di fingersi matto, è perchè avesse voluto farsi ricoverare a tutti i costi. Non era più semplice, una volta entrato in me, continuare a essere normale? Mi è sembrato che ridesse quando ha risposto. Diceva che in ospedale doveva andarci per forza. Che era stata una scelta obbligata e che un giorno avrei capito.

A volte gli chiedo cosa sarà di me e di tutti quelli che hanno prestato il loro corpo ai suoi amici alieni. Lo faccio specialmente quando passeggiamo per le vie del centro città e lui continua a scambiare piccoli cenni di saluto con quelli della sua razza travestiti da noi. Lui nicchia sempre un pò. Sembra volermi tranquilizzare e dice che il quadro sarà completo soltanto quando tutti gli umani saranno posseduti dagli Xioniani e che manca ancora tempo a quel giorno.

Questa mattina, ad un anno esatto dal suo arrivo, Sidor se ne è andato. Ho ripreso possesso del mio corpo e mi sento nuovamente un essere completo. Ora sto guardando mia moglie appoggiata al mio petto e mi accorgo di non averla mai desiderata così tanto. Nell’ultimo anno sono stato coinvolto nei rapporti che lei aveva consumato con Sidor solo come spettatore e la cosa era stata parecchio imbarazzante anche se piacevole.

Vorrei poter raccontare almeno a lei quello che è realmente successo in questo periodo ma so per certo, che se questa volta torno in clinica, non ne uscirò più. Ho deciso di lasciar perdere e di riprendere in mano la mia vita. Usciamo in una domenica mattina splendida e ventosa e riassaporo cosa voglia dire respirare a pieni polmoni. Sento l’odore dell’erba umida di rugiada e il morbido dei suoi capelli appena lavati.

Stiamo andando in chiesa e sono ansioso di rivedere gli amici di un tempo. Ci sono molte persone  sulla scalinata e alcuni cominciano già a salutarci. Ora li distinguo meglio. C’è anche il Prof. Fornaciari, non me lo aspettavo.

Non riesco neanche a darmela una spiegazione. Vengo alzato di forza e caricato su una barella dove collari di acciaio mi immobilizzano all’istante. Ora sento la mia voce urlare, chiedere disperatamente perchè. Giro la testa a destra e sinistra alla ricerca di comprensione, di aiuto, di una faccia amica. Riesco solo a vedere mia moglie e non capisco perchè pianga così disperatamente. Poi sento la puntura di un ago e mi giro istintivamente a guardare il braccio dove qualcuno ha infilato una siringa.

Riesco a mettere a fuoco la vista, prima sulla mano della donna che tiene la siringa, poi più giù,
dove il nucleo mobile spinge un liquido chiaro dal barilotto della siringa alla mia vena.

Infine la vedo. Una scritta blu che dice SIDOR 100 ml. Sento la mia coscienza che lotta per non cedere al sonno, sento il calore avvolgermi e ora capisco perchè Sidor, tutto sommato, sia stato buono con me

.
In fondo, eravamo amici. Da tempo.

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