anteprima – L’angelo delle Torri Gemelle
John Shader sa la verità. Ma non parlerà mai. E ha tutte le ragioni di questo mondo.
La mattina dell’11 settembre 2001, John era al lavoro negli uffici della Lee, Hammish & Hamilton, una società di brokeraggio marittimo che aveva sede nel building 72 di Liberty Street, Lower Manhattan. Dalla finestra davanti alla sua scrivania la luce filtrava tra le colossali torri del World Trade Center distanti non più di 200 metri. Lavorare in quell’edificio lo riempiva d’orgoglio, lo faceva sentire al centro del mondo anche se i due colossi di cemento armato e acciaio occupavano quasi tutto il suo orizzonte.
Quel giorno era arrivato in ufficio con circa mezz’ora di anticipo. Di solito entrava alle 9, ma oggi doveva chiudere in fretta delle pratiche che erano rimaste sulla scrivania dalla sera precedente. John aveva una quarantina d’anni e sul lavoro era assolutamente irreprensibile. Di bell’aspetto e simpatico era riuscito a evitare il matrimonio quando ancora viveva in un isolato angolo di Wisconsin. Da allora c’erano state molte donne e molte storie durate al massimo sei mesi.
L’unica eccezione era Jamie Manswell, la sua attuale compagna, manager del punto vendita Sephora che si trovava esattamente dieci piani sotto al suo ufficio. Entrambi gelosi della loro indipendenza avevano trovato un compromesso che manteneva stabile il loro rapporto. Si vedevano tutti i giorni ma convivevano solo nei week end. Pranzavano insieme ma l’incontro di mezzogiorno, di solito, restava l’unico della giornata. Raramente si rivedevano a cena o per trascorrere la serata. Erano innamorati ma anche troppo egoisti per rinunciare alle proprie passioni.
John amava lo sport fin da quando al College giocava a football e, tutti i giorni, si allenava per mantenersi in forma. Jamie era più mondana e cercava di presenziare il più possibile ai tanti eventi di cinema, musica e teatro di cui New York andava giustamente fiera. Vivevano la loro intimità nel fine settimana e tutti e due sembravano soddisfatti di come stavano le cose. La loro relazione era viva e funzionava in quel modo da circa due anni.
Quando alle 8,46 il volo numero 11 dell’American Airlines colpì la torre nord del World Trade Center, John aveva appena cliccato invia sul programma di posta elettronica. Lo schianto produsse un boato così assordante che istintivamente si portò le mani alle orecchie per proteggerle. Ancora incapace di darsi una spiegazione qualsiasi si girò nella direzione dalla quale proveniva il rumore, si avvicinò alla finestra e comprese che alla torre nord c’era stata un’esplosione.
Fiamme e fumo nero uscivano da uno squarcio che si apriva ben oltre la metà del grattacielo. La finestra del suo ufficio era aperta solo nella parte più alta ma anche da quello stretto varco si diffondeva un odore acre che andava a sovrapporsi al mix di smog e cibo, tipico, di quel gruppo di isolati. Gli ricordava il gasolio ma non era la stessa cosa.
Alle 9,03 il volo 177 della United Airlines colpì la torre sud del World Trade Center. John era appena sceso in strada e con lo sguardo sempre puntato contro il cielo stava discutendo con i suoi colleghi mentre grida isteriche e pianto si diffondevano tutt’intorno. Di fronte al secondo impatto l’istinto premeva perchè tutti fuggissero di corsa, lasciandosi il più possibile alle spalle le Twin Towers. Ma John doveva prima trovare Jamie ed entrò come una furia nel negozio di Sephora mentre le commesse stavano cominciando a tirare giù le serrande.
“Dov’è Jamie?” chiese ad alta voce, spostando lo sguardo su tutti i volti che riusciva a distinguere.. Tutte le sue colleghe erano lì, ma Jamie no. “Dov’è?” ripetè con tono allarmato e arrabbiato insieme. “Dov’è?!” Chiese per la terza volta.
Finalmente qualcuno rispose. La voce della signora Rodriguez, una delle cassiere, era poco più di un fruscio. Le parole uscivano lente e la donna tremava come una foglia. “E’… uscita..”, disse. “E’ andata a una riunione con un cliente al….al…World Trade Center…”
Il “Cosaaaa!?!?!?!” di John aumentò, se possibile, il già sovrumano livello di tensione. “Jamie è là in mezzo?!?!? In mezzo a quell’inferno??! Dove, signora Rodriguez? Da chi è andata? In quale torre?”
Con la borsetta di Gucci in mano e le lacrime che scorrevano sul suo viso creolo, la Rodriguez riuscì a balbettare: “Jamie è andata alla TWG, all’ultimo piano della torre nord, John. Mi dispiace. Mi dispiace davvero. Aveva una dimostrazione.” Poi si lasciò trascinare dalla folla che lambiva ormai l’ingresso del negozio e che riempiva Liberty Street come un fiume in piena. Fuori il caos aumentava. Il suono delle sirene aveva annullato tutti gli altri rumori, eccetto quel tono basso e crescente che proveniva dai due giganti feriti a morte.
John provò a chiamare Jamie sul cellulare, ma dopo i primi due squilli la segreteria telefonica scattava implacabile. Con il telefonino stretto in una mano e continuando a spingere il tasto chiama cominciò a farsi largo verso la torre dove Jamie poteva essere rimasta intrappolata. Avanzava molto lentamente e più di una volta venne travolto dalla gente che gli correva contro. Arrivò nella zona che precedeva l’ingresso principale e con un certo sollievo vide numerosi vigili del fuoco entrare coraggiosamente nella torre per tentare di domare l’incendio. Il cellulare di Jamie, però, ora non squillava più e si sentì invadere da una tristezza devastante.
In quel preciso momento, a due metri da dove si era inginocchiato piangendo, cadde di schianto un corpo umano. Sentì il rumore delle ossa che si spezzavano e della carne che esplodeva. Sangue e frammenti ossei lo colpirono in pieno volto. L’effetto fu quello di un secchio d’acqua fredda sul volto. Pulendosi come poteva di quei poveri resti, John riacquistò la concentrazione necessaria per rivolgere nuovamente lo sguardo quasi 400 metri più su. Gli parve di scorgere altri corpi che cadevano.
Più tardi ricordò di aver chiesto a Dio di concedere a Jamie la stessa forza di quel corpo sfigurato che giaceva a pochi passi da lui. Qualunque cosa purchè non bruciasse viva.
Trovò anche la forza di alzarsi ma, prima di poter muovere un solo passo, due vigili del fuoco lo presero di peso e lo spostarono di una decina di metri urlandogli di scappare. Si guardò intorno e vide che davanti a lui si apriva un passaggio ingombro di scale antincendio che separava due palazzi. Percorse pochi metri dentro alla strettoia e tirò fuori il cellulare per compiere un ultimo disperato tentativo.
Fu a quel punto che sentì il sibilo, un rumore simile a quello di un piccolo reattore che si faceva sempre più vicino e che veniva dall’alto. Guardò sopra la sua testa e scorse nell’aria un debole tremolio, come se una bolla di calore stesse lentamente calando verso di lui. La polvere e alcuni fogli di carta che si trovavano sull’asfalto presero a mulinare nell’aria sempre più turbinosamente. Poi, senza aver minimamente sospettato che qualcuno gli fosse accanto, si accorse che gli stavano toccando la spalla. Si girò sgomento.
Una sagoma umana, che sembrava sostenere con le braccia un corpo esamine, delineava un profilo quasi impercettibile dinnanzi ai suoi occhi. Il sibilo del reattore cessò improvvisamente e le forme che aveva dinnanzi si fecero più nitide. Si trovò di fronte un uomo che assomigliava a uno degli eroi dei fumetti che preferiva. Su tutto il corpo indossava una tuta attillatissima che pareva composta di scaglie minute i cui colori tenui pulsavano e cambiavano in continuazione, sulla schiena portava uno strano zaino e un’arma che assomigliava a un fucile da guerra. Chiunque fosse, tra le sue braccia c’era Jamie che portava sul volto e sui vestiti tracce di bruciature all’apparenza non gravi.
Lo sconosciuto posò con cautela a terra il corpo di Jamie e con estrema rapidità si tolse la strana mimetizzazione dal capo rivelando il suo volto. Non dimostrava più di trentanni ma quello che John non avrebbe mai dimenticato erano i suoi occhi: di un azzurro indefinibile e soprattutto privi di qualunque emozione.
“Mia sorella non meritava di morire.” Disse a quel punto l’uomo, e continuò senza lasciare a John il tempo di interromperlo.
“Prendi Jamie e portala via da qui, subito! Se parlerai di questo incontro morirete entrambi. E comunque, chi potrebbe crederti? Ora, va! Svelto!!”
John prese Jamie e con la forza della disperazione corse via, così come gli era stato ordinato.
Alle 10,05 la torre sud del World Trade Center collassò su se stessa. Alle 10,28 la torre nord, che era stata colpita per prima, subì lo stesso destino. Esattamente due minuti dopo John e Jamie salirono su un’ambulanza. A Jamie vennero prestate le prime cure e i suoi parametri vitali, sebbene non avesse ancora ripreso conoscenza, erano nella norma.
Sono passati più di otto anni dall’11 settembre 2001. John e Jamie sono sposati e hanno un figlio di 4 anni che si chiama Fred. Non vivono più a New York ma a Boston dove John è responsabile di sede della Lee, Hammish & Hamilton. Jamie lavora part time in una boutique di un centro commerciale. E’ convinta che a salvarla, quel giorno, sia stato un angelo.
Ricorda solo di esser stata sollevata con forza e di aver perso i sensi immediatamente. Secondo la versione ufficiale, nessun vigile del fuoco della città di New York è riuscito ad arrivare all’ultimo piano della torre nord. Il fatto che lei sia l’unica sopravissuta di quegli ultimi piani è passato alla cronaca come un miracolo.
John ha raccontato alle autorità di aver trovato Jamie a terra, svenuta, a una cinquantina di metri dall’ingresso principale della torre. Il suo verbale è stato raccolto soltanto una volta.
Alla fine del 2001 Jamie ha confessato a John di non avergli mai parlato di suo fratello Robert, di 5 anni più giovane di lei, perchè il solo ricordo le straziava il cuore. Robert era stato rapito e assassinato quando aveva 17 anni. Il suo cadavere venne identificato soltanto grazie a un anello, il corpo era infatti completamente carbonizzato.
E’ il 21 settembre 2009. In questa serata, così tiepida per gli standard di Boston, John è seduto in veranda, sorseggia una birra e legge Sports Illustrated. Sa di essere costantemente sotto sorveglianza da quel fatidico giorno. Nessuno lo ha mai avvicinato direttamente, ma gli è capitato spesso di avvertire la loro presenza. Gli “angeli” del Pentagono come li chiama lui, spostano ogni tanto l’aria vicino a dove cammina, a dove dorme, a dove lavora. Gli ricordano che tra loro c’è un patto indissolubile.
John si é chiesto spesso perchè, con una tecnologia come quella che ha visto all’opera, la sua nazione non abbia invaso il resto del mondo. Ma sa che la risposta è al di là delle sue possibilità di comprensione. A volte sorride, badando che nessuno gli presti attenzione. Pensa ai sostenitori delle teorie sul complotto dell’11 settembre, alle ipotesi più fantasiose che hanno tante volte richiamato l’attenzione dei media e dell’opinione pubblica e sa per certo che nessuna si avvicinerà mai alla realtà.
Ha una splendida moglie e un bellissimo bambino. Questo gli hanno concesso quel giorno ed è molto più di quanto tanti altri abbiano ricevuto.
Questo articolo è stato scritto da Q il 21 ottobre 2009
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