Edoardo Memoli, Biografia di una generazione sospesa

Qui di seguito i primi capitoli di Biografia di una generazione sospesa, opera di Edoardo Memoli in corso di lavorazione.
BIOGRAFIA DI UNA GENERAZIONE SOSPESA
INFANZIA

Il giradischi credo che fosse un Philips ed era composto da radio e mangianastri. Me ne stavo ore seduto sul pavimento davanti al piccolo mobile che reggeva l’impianto audio. Non ho mai visto un trentatre giri suonare, mi dicevano sempre che la puntina era rotta, quindi ascoltavo le cassette che stavano sotto la radio. Io sono Michele e all’età di quattro anni non sapevo che la musica mi avrebbe accompagnato per molti anni ancora e regalato emozioni uniche. Mia madre aveva lunghi capelli biondi che le cadevano dietro le spalle e il volto coperto dai suoi grandi Ray-Ban da sole con lenti graduate. Gianna, mia madre, adorava preparare torte e pietanze per chiunque. Curava ogni particolare. Lei diceva sempre: – L’occhio vuole la sua parte- Era veramente un’ottima cuoca. In tutta la mia vita non mi sono mai alzato dalla tavola di mia madre con la fame. Pasta ripiena, pasta al sugo, polpettine, arrosti, patatine. Ogni sera era come sedersi al ristorante. C’era sempre un menù ricco di deliziose creazioni per me e per mio padre. Mio padre lo vedevo solo per cena e poi si addormentava tutte le sere con la forchetta ancora in mano. Aveva i capelli neri e folti, i baffi marroni e la pelle dura e abbronzata anche in inverno. Lavorava in una macelleria e i vestiti facevano odore di carne cruda e di freddo. Non era un chiacchierone, gli piaceva stare con se stesso e rispettava tutti. Rispettava anche le persone che non si comportavano bene con lui. Raffaele, mio padre, l’ho sempre visto come un grande fragile uomo che affronta la vita a testa alta e non ha paura di niente. Ma che nasconde un’anima timida e basta poco per fargli tremare il cuore. Vivevamo in un appartamento all’ultimo piano quasi in centro a Bologna, con il balcone che dava su un distributore di benzina. Mi piaceva ascoltare la musica seduto davanti al Philips. Pescavo dentro a un grande scatolone pieno di cassette e iniziai ad ascoltarne una in particolare. Sulla custodia c’era scritto “Fatti mandare dalla mamma a prendere il latte”. Mi innamorai subito di quella canzone. Ascoltavo il pezzo stando attento alle parole, le immagini mi scorrevano nella mente e una volta finito riavvolgevo e ripartivo. Ascoltavo anche Zucchero, Gino Paoli, Battisti ma nessuna canzone mi dava la carica come “Fatti mandare dalla mamma a prendere il latte” era diventata la mia canzone.
Ricordo un giorno che mia madre tentava di lavarmi nella vasca da bagno:
- Dai Michi andiamo in bagno che ci laviamo-, disse mia madre mentre spegneva i fornelli del piano cottura.
- No – risposi mentre continuavo ad ascoltare Gianni Morandi.
- Ho detto in bagno, muoviti! -
- No, ancora cinque minuti -
- Michi se non ti alzi subito da in terra, chiamo tuo padre. –
Era sabato pomeriggio e mio padre si era appisolato sul divano mentre guardava la televisione. Non capivo di che cosa ce ne facessimo della televisione. Mentre mangiavamo la spegnevamo perché papà ci teneva che niente ci disturbasse. Per lui era una cosa quasi sacra la famiglia riunita a tavola. Allora la tv veniva accesa dopo cena quando i miei genitori si rilassavano sul divano. Ma non rimanevano svegli a lungo ed era la televisione a guardare loro. Secondo me potevamo anche regalarla a qualcuno.
- Michi dai stai fermo che non riesco a insaponarti – trascinato a forza dentro la vasca, mia madre tentava di lavarmi.
- “fatti mandare dalla mamma…”- io cantavo la mia hit del momento!
-Fai il bravo…-
- “a prendere il latte…”- mi dimenavo sempre di più nella vasca.
- Cazzo Michi!!!-
- “presto scendi, scendi amore… ho bisogno di te…”-
- CIAF..!!!-
Cinque dita e la fede nuziale disegnate perfettamente sulla mia guancia destra. La Gianna aveva colpito, doveva rimettermi a bolla.
Gli schiaffi di mia madre non mi hanno mai fatto molta paura, erano decisi ma l’effetto durava poco. Ci guardavamo negli occhi ed era come se sapessimo entrambi che lei non sarebbe andata mai oltre, sapevamo che lo schiaffo era il suo limite. Non sarebbe mai andata peggio di così. Ed io da bravo bambino me ne approfittavo.
Con mio padre era diverso. Mi metteva soggezione. Bastava uno sguardo e mi immobilizzava. I suoi schiaffi si che facevano male, ma erano molto meno frequenti.
Quel pomeriggio riuscimmo a non svegliare mio padre.
In estate faceva caldo, il catrame dell’asfalto evaporava fino al balcone di casa nostra. Sudavamo stando fermi e l’afa era insopportabile. Un pomeriggio di Agosto i miei genitori erano in ferie e stavano appollaiati in mutande davanti al ventilatore in camera da letto. Io nella stanza a fianco vicino al balcone giocavo con le mie macchinine e soldatini. Avevo appena ricevuto qualche regalo da qualche parente. Avevo dei giocattoli nuovi e ne ero fiero. Mettevo in mostra tutte le macchine lucide come fosse un autosalone. Gli elicotteri militari appostati davanti al camion dei pompieri. Avevo anche dei supereroi fluorescenti e alla sera, prima di andare a dormire, li appostavo vicino al mio letto. I miei occhi li osservavano tra la coperta tirata su fino al naso ed emanavano una luce che credevo fossero quasi magici. Mentre il caldo avanzava continuavo a mettere in mostra i miei giocattoli nuovi e per un attimo guardai in un angolo della stanza e vidi una cesta in vimini. Dentro la cesta tutti i miei vecchi giochi ammassati. Erano sporchi e sbucciati. Alcuni rotti e altri irrecuperabili. Erano giochi vissuti. Ne avevano passate tante. Ne avevamo passate tante insieme. Qualcosa mi scattò in testa. Dovevo sbarazzarmi di tutti quei giochi vecchi. Che figura ci facevo davanti a quelli nuovi? Come se improvvisamente i miei primi giochi avessero perso completamente la mia stima. Non mi servivano più. Ero molto fiducioso negli elicotteri militari nuovi. Non mi sarebbero mai più serviti gli altri. Non ci stavano bene accanto. Nuovi con vecchi. Anche le parole si oppongono. Istintivamente mi venne un’idea.
Andai a prendere una sedia dal tavolo in cucina. La avvicinai al parapetto del balcone. Salì sulla sedia e boom! La vecchia macchina telecomandata era già volata oltre il cornicione sbattendo violentemente sulla tettoia del distributore di benzina chiuso per ferie.
Boom! il tirannosauro rex di plastica senza denti aveva fatto il suo ultimo volo senza ritorno.
Boom, boom… Boom le micromachine.
Boom! He-man
Boom! un’altra macchina telecomandata.
Dopo ritornai ai miei nuovi veicoli. Stavo bene. Mi sentivo pulito. In fondo la vita mi sembrava facile. Pensavo dentro me:
-Nella vita è indispensabile un balcone. Almeno puoi buttarci oltre tutto quello che non ti piace e che no ti serve più.-
Fu la prima e l’ultima volta che feci una cosa del genere. Peccato.
Dietro al bagno c’era la camera da letto. Mi piaceva stare sdraiato al centro del grande letto matrimoniale mentre guardavo mia madre pulire o sistemare le cose. Ricordo un grande armadio nero con tanti specchi. La Gianna si provava i vestiti e mi chiedeva come stava. Poi si cambiava e ne provava un altro. Io rimanevo ad osservarla e a pensare alla vita dei grandi. C’era serenità dentro a quella stanza, ero tranquillo e spensierato. Lungo il corridoio poco prima della porta di ingresso c’era una piccola stanza che chiamavamo lo sgabuzzino. Non c’era ne un lampadario ne una plafoniera. Solo una lampadina con i fili scoperti che pendeva dal soffitto. Dondolava sempre e la luce tremava. Era l’unica stanza che mi faceva paura. Era piena di cose vecchie e sporche. Oggetti che si usavano poco o che non ci si ricordava neanche di avere. Avevo l’impressione che i muri mi guardassero. Non mi sentivo gradito li dentro.
Qualche volta andavo con mia madre all’ultimo piano del condominio. Andavamo a stendere i panni nel solaio. Era buio e la luce entrava dall’esterno da una sola estremità. Grandi lenzuola bianche mi sventolavano vicino. Senza farmi vedere, allungavo l’occhio oltre i vestiti stesi e vedevo la città da lassù. Sembrava di essere sopra le nuvole. Sopra ad ogni cosa. Poteva essere un ottimo nascondiglio. Mi sentivo Dio, ma allo stesso tempo fragile e piccolissimo.

Una sera di inverno arrivarono a cena tanti ospiti. Mariti con le rispettive mogli. Io guardavo tutti dal basso e correvo tra le loro gambe. Li facevo accomodare nella sala e portavo tutti i cappotti e sciarpe nella camera da letto. Gli invitati avevano camice di flanella, maglioni a collo alto e pantaloni di velluto. Al polso orologi con cinturini di cuoio. Le donne erano tutte finte bionde con grandi frange che cadevano sopra agli occhi, indossavano giacche con le spalline e rossetto rosso sulle labbra. Le donne mi piacevano già tanto. Tutte mi salutavano dandomi un bacio sulle guance.
–Ciao Michi! Ma come sei cresciuto, sei sempre più bello!-
-Già… la tua fortuna è che ho solo sei anni- ovviamente questo lo pensavo soltanto.
Tutti fumavano sigarette. Fumavano e fumavano. Fumavano sempre. C’era molta nebbia in inverno, anche dentro casa. L’odore di fumo si attaccava dappertutto: nei vestiti, nei capelli, nei muri. Non mi dispiaceva. A fine cena la tavola era un campo di battaglia. C’erano posate in disordine, piatti sporchi di sugo, tovaglioli arrotolati, vino rovesciato. Il posacenere stracolmo di mozziconi. Gli amici per “digerire” bevevano grappa schiudendo noci e arachidi.
Io mi ritrovavo sempre sotto al tavolo a giocare. C’erano lunghe gambe dentro a calze nere, bluejeans, scarpe marroni e bucce di arachidi. Troppe bucce di noci per terra. E c’era fumo sempre fumo che avvolgeva tutto. Che belli gli anni ottanta.

I miei nonni abitavano nella periferia alle porte della città. Erano emigrati dalla Sicilia dopo la seconda guerra mondiale. Avevano l’accento Palermitano e parlavano sempre di piatti tipici della loro terra. Ho trascorso molte estati a casa loro. (…) A casa dei miei nonni viveva anche mio cugino Antonio, cinque anni più grande. Era grande anche fisicamente. A dodici anni pesava 90 Chilogrammi e quando giocavamo al Wrestling non era divertente. Ma io lo amavo. Era il fratello maggiore che non ho mai avuto, e ogni cosa facesse per me era un eroe. Era il mio idolo. Volevo sempre copiarlo. Sono diventato mancino solo perché volevo mangiare con la stessa mano che usava lui.
A casa dei miei nonni materni scoprì un aggeggio che cambiò la mia vita: il videoregistratore. La VHS era il massimo. Potevo guardare e riguardare i miei film preferiti tutte le volte che volevo. Io e Antonio consultavamo le riviste che riportavano i programmi televisivi e dieci minuti prima dell’inizio del film prescelto sintonizzavamo il video sul determinato canale inserendo una videocassetta vuota. Premevamo “REC” e quando partiva la pubblicità “PAUSA REC” rilasciandolo al ritorno del film. Intanto ritagliavamo dalla rivista le immagini della pubblicità del film e le incollavamo sulla custodia tra il guscio e la pellicola trasparente. Eravamo bravissimi. Eravamo degli aspiranti creatori di videocassette pirata.
Riguardavamo decine di volte alla settimana lo stesso film. E sapevamo le scene a memoria.
Un film in particolare mi entrò in testa. Mi entrò nel DNA allora e ancora adesso è in vetta alla mia personale classifica cinematografica. “Ritorno al Futuro”. Michael J. Fox era perfetto, spontaneo e divertente. Sognavo di viaggiare nel tempo nella macchina di mio nonno. Era bello immaginare di vivere dentro un film. I film sono meglio che la vita. Tutto incastrato perfettamente, sempre con la posa giusta e i vestiti appropriati. Sempre con la battuta pronta. I pugni non fanno male e non si muore per davvero. Anche quando producono un film biografico sulla vita di qualche celebrità è sempre più intenso della vita che il protagonista ha vissuto realmente. Tutto è montato perfettamente senza tempi morti.
Una sera passò un nostro zio a salutare i nonni, era un uomo alto con i capelli brizzolati. Una persona colta e intelligente. Si interessava sempre molto a me e a mio cugino. Ci faceva tante domande sulla nostra vita, su cosa ci piacesse fare e che cosa ci sarebbe piaciuto fare un giorno. Io rispondevo sempre: – Di certo non lo so cosa mi piacerebbe fare, ma in qualche modo me la caverò… in qualche maniera ci salterò fuori dai problemi futuri. Meglio non pensarci adesso.-
Dio mio, se avessi ascoltato almeno metà dei suoi consigli forse oggi saprei veramente scrivere nel modo giusto. Forse mi potrei anche guadagnare da vivere scrivendo. O forse anche spacciando. Credo che si guadagni bene spacciando, ma questa è un’altra storia.
Lo zio Pietro mi insegnò anche a nuotare durante un’estate che trascorsi nella sua casa al mare. Alla mattina ci svegliavamo e lui metteva al centro del salotto due sedie vicine. Mi diceva di simulare i movimenti a stile libero sdraiandomi sopra. Mi illustrava anche come fare per respirare ogni tre bracciate. Mi sentivo un po’ idiota ma mi fidavo di lui. Poi andavamo in spiaggia. Io mi allungavo sul pelo dell’acqua e iniziavo ad agitare braccia e gambe. Lo zio mi reggeva il petto e le gambe con le mani. Dopo qualche giorno di acqua salata ingerita iniziai a nuotare da solo. Un giorno lo zio Pietro mi disse anche una cosa che mi lasciò di sasso. Parlando della mia passione per le videocassette disse:

- Lo sai Michi che un giorno non ci saranno più le VHS…?-
- Davvero zio? –
- Si, la tecnologia prosegue e tante cose che usi adesso spariranno. Ma non ti preoccupare ti piaceranno anche di più le cose che verranno!-
- Come farò a registrarmi i miei film preferiti e a riguardarli centinaia di volte? Che schifo la vita.-
Nel corso degli anni le nostre strade si sono allontanate. Sono quelle cose che capitano senza accorgersene, molte persone avrebbero voglia d incontrarsi ma il tempo passa velocemente e non ci si pensa più. Perciò zio, se stai leggendo queste righe, voglio ringraziarti per la cura che hai avuto di me e ovviamente per avermi insegnato  a nuotare. Non scrivo che avrei voglia di vederti perché forse il nostro rapporto funziona meglio così. Solamente con i ricordi che ci portiamo dentro.
Adesso credo di essere caduto in una fase troppo sdolcinata. Sarà meglio che mi vada a fare una birra e mi rulli una sigaretta. Al diavolo i ricordi.Traslocammo dalla città alla provincia quando io avevo 5 anni. Andammo a vivere in un paese a venti chilometri da Bologna. La nostra casa era su due piani in un quartiere insieme ad altre abitazioni. In tutto il vicinato c’erano solo altri tre bambini, il resto erano pensionati. La strada che entrava dentro alla borgata era ghiaiata e correvo veloce con la mia prima Mountain bike regalata da mio padre. Pedalavo senza fermarmi. Andavo dappertutto. Salivo sui marciapiedi dei vicini, entravo nei loro cortili poi uscivo a tutta birra. Passavo tra i paletti che delimitavano i confini. Riccardo abitava a cento metri da me. Aveva due anni in più e andava molto forte con la bicicletta. Lui non mi aspettava mai e si vantava di essere più esperto. Un giorno mi insegnò ad andare ancora più forte usando il rapporto del cambio più piccolo. Poi mi disse di andare al massimo e di colpo frenare forte con il freno posteriore. Il suono del copertone che sfregava sui sassi mi piacque subito. Facevamo la gara a chi lasciava più solchi sulla strada. Questo faceva molto incazzare mia madre e i vicini. Passò qualche anno e Riccardo impennava con la sua bicicletta. Era incredibile. Teneva la ruota anteriore sollevata per decine di metri. Era proprio bravo sulle due ruote. Io mi impegnavo a fare come lui, ma non riuscivo ad impennare per così a lungo.INCONTROAndavamo a mangiare nella mensa pubblica. Si trovava proprio al centro della zona industriale. Noi della M.R. eravamo i più sporchi di tutti. Avanzavamo lungo lo scorri vassoio del self service con i jeans unti di grasso e le camice strappate. Avevamo grosse scarpe antinfortunistiche  pesanti come mattoni. Sporche fino ai lacci. La gente ci guardava di traverso e commentava. A noi non importava. Eravamo giovani e belli ed eravamo quasi fieri di tutto quell’unto. Ci sentivamo più uomini. Oggi che siamo uomini vorremmo sentirci più ragazzini.
Ci sedavamo nei tavolini a mangiare tra tutti gli altri operai. Prima arrivavano tutti gli uomini che lavoravano nelle officine, poi dopo un quarto d’ora era il momento delle donne che stavano negli uffici delle grandi aziende del paese. Entravano con i tacchi alti sventolando il culo a sinistra e a destra. Indossavano camicette scollate, pantaloni aderenti dove si intravedeva il perizoma e minigonne mozzafiato. Tutta la sala seguiva ogni paio di gambe che passava nelle vicinanze. Le segretarie e le impiegate sapevano di avere gli occhi incollati e mentre mangiavano accavallavano le gambe lentamente. Ci guardavano con superiorità e ci domavano. Noi eravamo cani in gabbia. Sporchi, poveri e con le zecche. Adoravano farsi spogliare con gli occhi e noi ci davamo da fare. Anche noi della M.R. facevamo i raggi a ogni culo che entrava dentro la mensa. Non guardavamo mai il piatto mentre pranzavamo. Col tempo iniziammo a dare dei soprannomi a tutte quelle donne, in modo da riconoscerle subito.
-Eih guarda! sta entrando occhi blu!-
-C’è la Cucinotta-
-Hai visto com’è vestita la rossa oggi…?!-Fu proprio un giorno di quelli che la vidi. Si fermò un po’ prima dei tavolini da pranzo a condire qualcosa su un ripiano di fronte a noi. Era mora con i capelli corti, aveva perfino il gel. Adoro le donne con i capelli corti. Hanno stile. Trasmettono quella sensazione di avere carattere. Stava lì in piedi davanti a me. Con i jeans a vita bassa che evidenziavano i suoi fianchi e il suo dolce di dietro. Non avevo mai visto tante lentiggini sul viso, ero accecato. Le donavano tantissimo. Si muoveva con ritmo. Non sorrideva e non se la tirava. Io rimasi a guardarla un po’. Lei cercava un posto per sedersi e il suo sguardo incrociò il mio. Poi i nostri occhi si incontrarono di nuovo. Mi piaceva. Sembrava più grande di me e mi piaceva anche di più. Da quel giorno la chiamammo Consuelo. Non so perché, qualcuno di noi disse quel nome e fu battezzata Consuelo. Lasciai il pranzo a metà poi tornai al lavoro tra olio e ingranaggi da pulire.
Un venerdì sera mi preparai per uscire con degli amici. Uno di questi si chiamava Mario. Ci conoscemmo qualche anno prima perché frequentavamo gli stessi posti e scoprimmo di abitare vicino. Non eravamo coetanei. Mario era più grande di me ma io mi trovavo sempre meglio con persone più vecchie. Ho sempre pensato che la mia generazione facesse semplicemente schifo. Nati in mezzo a un periodo morto. Sono cresciuto vedendo le compagnie più vecchie e più giovani di me divertirsi. Amarsi come in una famiglia. Mentre quella che doveva essere la mia compagnia, la mia generazione, non c’era. Ognuno perso per i cazzi suoi. Gente muffa e invidiosa. Non ho mai frequentato persone della mia età. Quella sera io avevo meno di venti anni e mi vestivo, come avrebbe detto mio padre, da “iettato”. In pratica come un barbone. Avevo le converse nere con la punta bianca. Ma il bianco non si vedeva più. Indossavo Jeans leggermente a zampa di elefante comprati anni prima, erano consumati e pieni di strappi. Sopra, la giacca felpata dell’adidas color bordò. I miei capelli erano un po’ lunghi e li tenevo indietro con una manica di maglietta tagliata che mi fungeva da fascia.
Mario aveva i capelli castani lunghi fin dietro le spalle e teneva spesso la barba incolta. A vederlo sembrava uscito da “Easy Rider”. Era molto sveglio e un po’pazzo. La sua droga era le gente. Amava uscire fino a tardi, passando da un posto all’altro a bere vino. La notte non finiva mai per Mario. Quando ci conoscemmo abitava già da solo e la porta di casa sua era sempre aperta. Tutti gli amici compreso io arrivavamo davanti l’uscio ed entravamo. Magari Mario dormiva o era sotto la doccia. Lui voleva che entrassimo e ci mettessimo comodi. C’era chi apriva il frigo e si prendeva una birra, chi preparava il cafè e chi accendeva la radio. Poi sbucava fuori Mario e diceva:- Ciao Ragazzi! Usciamo…?!-
A Mario piaceva così e lui era buono con tutti.
Quella sera con Mario andammo in un Pub stile irlandese che aveva aperto da poco vicino a casa nostra. Era quasi pieno di giovani e una cover band suonava dal vivo. Ci prendemmo due birre alla spina e vagammo in giro. Stavamo chiacchierando di fianco alla porta della toilette quando un ombra uscì e mi passo davanti. Il tempo rallentò improvvisamente, le persone dentro al locale sparirono, il barista non c’era più, Mario scomparve, la musica cessò. Qualcosa mi irrigidì i muscoli. Vedevo solo la sagoma della persona che uscendo dal bagno mi camminava sotto agli occhi. Era più bassa di me e aveva i capelli neri e corti, bluejeans e maglietta scollata bianca. Nel viso c’erano lentiggini che già conoscevo. Non sapevo che fare, era un’occasione da non perdere. Sembravo veramente un barbone ma confidavo nella mia giovane età. Dovevo fermarla, offrirle da bere, bloccarla. Non potevo lasciarla passare. Non sarebbe mai più ripassata davanti a me. L’unica cosa istintiva è stato allungare il braccio e spingerla. Non spingerla forte ma come per far vedere che ero presente. Per scossarla un attimo. Lei si fermò a guardarmi. Passarono un paio di secondi di silenzio. Poi la musica ripartì, la gente riprese a ballare. Mario riapparve e disse:- Bene, credo che andrò a prendermi un’altra birra. Voi fate pure con comodo, la notte è lunga…!-
Lei mi sorrise e disse:
-Non ci siamo già visti da qualche parte?-
-Si, credo di si. Scusa se te lo chiedo ma te per caso ti chiami Consuelo…?!-
-Consuelo? No, mi chiamo Ottavia-
Pensai che forse era quasi più bello Consuelo. A parte il nome iniziò bene il dialogo con Ottavia. Aveva gli occhi stretti ma luminosi e il suo profumo mi correva sotto il naso.
-Senti Ottavia ci beviamo qualcosa?-
-Si, certo-
-Come la vuoi la birra?-
-La voglia rossa Michele-
-Perfetto!-Passammo un’ora a parlare e a guardarci. Ci bevemmo altre due birre rosse. L’alcol saliva lentamente e iniziavamo a ridere facilmente. Mi stavo divertendo con Ottavia. Quando vedi una persona da fuori non sai mai come può essere dentro. Appaiano quasi sempre diverse da te, con altri problemi, altri gusti. Lei era proprio alla mano, simpatica, sincera e intelligente. Anche se beveva non diceva tante cazzate. Ottavia non dice mai cose che si potrebbe pentire di aver detto. Verso l’una e mezza di mattina entro un uomo nel pub. Forse dell’età di Ottavia ma più basso di me. Era moro con i capelli a spazzola. Un po’ tarchiato. Vide la mia nuova “amica” e la salutò baciandole le guance.
-Brutto figlio di puttana! E te chi cazzo sei?- Pensai dentro me stringendo i denti.
-Sei arrivato a guastarmi la festa?- Mi spostai un passo indietro sentendomi alle corde del ring.
Ascoltavo il dialogo tra Ottavia e l’uomo.
-Ciao Matteo, cosa fai da queste parti?-
-Sono in giro con degli amici e ci siamo fermati qua. Senti allora perché non mi rispondi ai messaggi?-
-Quali messaggi?-
-Dai, Ottavia non far finta di niente… sono settimane che ti chiedo di uscire e te non mi caghi.-
-Se non ti rispondo ci sarà un motivo. Tu non credi…?-
-Si, brava! ma tempo fa eri carina con me…-
-Tempo fa eri anche meno stronzo…-
Gli animi si stavano scaldando. L’alcol dava anche una mano. Mi avvicinai con un balzo e dissi:
-C’è qualche problema qua?!-
-No Michi. Nessun problema- Mi disse Ottavia continuando a fissare Matteo con lo sguardo teso.
-Michi…??? E te chi cazzo sei…? – Disse con tono dispregiativo lo stronzo di turno.
-No! Te chi cazzo sei?-
Ottavia mise fine al duello mettendomi un braccio intorno al collo e dicendo a voce alta:
-Lui sta con me. E se hai finito di romperci i ciglioni te ne puoi anche andare Matteo-
Rimasi incredulo. Che donna che avevo trovato. Affascinante, profumata e grintosa. Mi girai verso il suo volto, mi avvicinai e le sfiorai le labbra. Lei non oppose resistenza. La afferrai per il collo e la baciai con Matteo ancora lì davanti a noi. Lei mi assecondò finché non finimmo il fiato. Matteo si girò e andò fuori dal locale sbattendo la porta.
Noi ci mettemmo a ridere.
-Prendiamo un’altra birra Ottavia!-
-Ci sto Michi!-Quella sera la accompagnai a casa. Non mi chiese neanche di entrare. Entrammo insieme togliendoci i vestiti. Facemmo l’amore due volte poi ci addormentammo abbracciati come nei film. Prima dell’alba ci svegliammo. Mi sentivo gli occhi gonfi e come direbbe Vasco avevo “quel gusto in bocca…” Lei si stropicciò gli occhi e mi disse:
-Ciao! tutto bene?-
-Non potrebbe andare meglio- Risposi
-Allora me lo vuoi dire quanti anni hai adesso?- Mi chiese Ottavia.
-Bè, adesso infatti potrei anche dirtelo…-
-Scemo… dai, sentiamo? Ventiquattro?-
-No-
Ventidue?-
-No-
-Venti…?!-
-No-
-Cazzo, ma sei maggiorenne almeno?-
-Ho diciannove anni!-
-Giura?-
-Se vuoi te lo posso anche giurare…!-
Rimase un po’ stupita, non sapeva che dire. Lei ne aveva ventotto. Io avevo la fronte ricoperta di brufoli ma evidentemente non le importava. Come del resto non le importava la mia età. E a me non importava la sua.
-Michi, fammi vedere un documento?-
-Cazzo sei della Digos? Non mi faccio più le canne…-
-No. non lavoro per lo stato. E comunque io me le faccio ancora le canne.-
-Si, anch’io!-
Le feci vedere la carta d’identità. Si mise a ridere e ci abbracciammo sotto le coperte.
Ci sposammo dopo quattro anni.MARE

I genitori di Ottavia avevano una grande casa al mare che usavano poco. Decidemmo di trascorrerci le vacanze quella estate. Ricordo che furono alcuni dei momenti più belli della nostra storia. Sembrava di vivere la vita che avessimo sempre sognato. Al mattino ci svegliavamo a ritmo di baci, facevamo colazione in terrazza con melone e gelato. Poi andavamo in spiaggia ad ascoltare le onde. Qualche volta giravamo per il mercato del paese con le biciclette alla mano. Mangiavamo, facevamo l’amore, andavamo a fare il bagno in mare, facevamo l’amore, compravamo vaschette da un chilo di gelato, facevamo l’amore, guardavamo la televisione seduti sul divano mangiando gelato al pistacchio, facevamo l’amore, passavamo le serate a bere aperitivi e cenare nei ristoranti di pesce. Poi facevamo l’amore. Sembrava di essere sempre vissuti insieme in quella casa al mare. Eravamo abbronzati e affamati di vita. Ottavia cucinava canticchiando, io la spiavo di nascosto poi l’abbracciavo da dietro e rubavo le mozzarelle dai piatti. La sala era favolosa, il divano era blu. Era di cotone imbottito tutto ricamato a quadratini. Ogni volta che ci alzavamo avevamo le cosce e il culo a quadretti rossi. Sul pavimento c’era un grande tappeto di mucca che faceva molto anni settanta. C’era una credenza in noce contro il muro e accanto il tavolo da pranzo con la cassapanca. Avevamo portato solo una macchina e io andavo a fare un po’ di spesa in piazza. Guidavo guardando il mare. Mi piaceva tutto. L’asfalto, le piste ciclabili, le rotonde, i vialetti alberati. Mi sentivo libero seduto sull’utilitaria con pochi soldi in tasca e un angelo che mi aspettava a casa. Eravamo io e Ottavia da soli. Lontano da tutto. Ci eravamo trasferiti in un altro posto e non volevamo tornare indietro. Tutto era perfetto. Il sole, la musica e i lunghi pomeriggi a giocare a carte sulla spiaggia. La sala dava sul terrazzo esterno a ovest. Durante il tramonto la tenda lasciava filtrare gli ultimi raggi di sole. Gli ultimi raggi di quella indimenticabile estate che non tornerà mai più.

Edoardo Memoli
09/09/11

 

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