Elena, di Loenardo Zarrelli

Parlo di Elena non per il pur importante… diciamo “dono” … che mi fece, ma perché la mia vita per un po’ ruotò attorno al lei e, cosa più importante, diede uno stop alla mia misoginia. Un tempo, ove sorge il mio quartiere, c’erano antiche cave e vigneti, che occupavano l’intera conca su cui s’adagia l’odierno quartiere. Fino agli anni ’50/60 del 20° secolo, gli anni della ricostruzione postbellica e del conseguente boom economico, erano sorti rari edifici rurali e ville della Belle Epoque abitate da coloro che oggi alloggiano nelle tombe monumentali del locale cimitero. Famiglie in vista, come

Parlo di Elena non per il pur importante… diciamo “dono” … che mi fece, ma perché la mia vita per un po’ ruotò attorno al lei e, cosa più importante, diede uno stop alla mia misoginia.
Un tempo, ove sorge il mio quartiere, c’erano antiche cave e vigneti, che occupavano l’intera conca su cui s’adagia l’odierno quartiere. Fino agli anni ’50/60 del 20° secolo, gli anni della ricostruzione postbellica e del conseguente boom economico, erano sorti rari edifici rurali e ville della Belle Epoque abitate da coloro che oggi alloggiano nelle tombe monumentali del locale cimitero. Famiglie in vista, come i Conti Reyna che oggi pare esercitino in metropoli quali avvocati, ed altre scomparse nel nulla o trasferitesi giù in città. Dal 1957/8 circa, gli spazi fra questi edifici furono sommersi gradualmente soprattutto da più moderne ville, alcune anonime, altre disegnate da architetti quotati. Indi arrivarono i palazzi ad appartamenti. In uno di questi abito io.
Esordiamo dicendo che Elena è stato il personaggio di svolta, o uno di essi, certo il più importante visto il rapporto che avemmo, di quel delicato e meraviglioso periodo, dannato per taluni, che chiamiamo adolescenza.
Tanti anni fa, nei primi Settanta, ero parte di un terzetto di spensierati fanciulli, composto da me e da due miei amici assai più svegli, fisicamente prestanti e più furbi di me, secchione malvestito e sporco, educato a suon di enciclopedie e con la mente infarcita dai racconti di Salgari e Verne. Il nostro è un quartiere suggestivamente incastrato nelle asperità delle antiche cave, e sovrastato da entrambi i lati da due boscose colline. Certo anche l’ambiente ebbe la sua nel creare in noi un’indole tendente al fantastico, che io aizzavo con la narrazione dei suddetti racconti che mio nonno mi regalava in pregiate edizioni integrali, che possiedo tuttora e chissà che fine faranno dopo la mia dipartita.
Attrattiva oggi riscoperta anche a livello “ufficiale” dalle varie associazioni Pro Loco ed ex Combattenti era ciò che resta della Linea Cadorna, eretta nel 1916 sia con semplici trincee in terra, ormai quasi obliterate, e lavori in calcestruzzo ancora evidenti. Ci sono bunkers, ricoveri a prova di bomba e piazzole per cannoni pesanti campali con relative polveriere sotterranee, il tutto per controllare improbabili provenienze dal prospiciente ricco Stato neutrale. Per noi era un ghiotto parco divertimenti, ma non una finta Gardaland bensì un reale insieme di manufatti creati per una reale guerra che solo per caso risparmiò questo luogo. Non v’era ragazzo del quartiere, dagli 8 anni circa in su, che non vi si fosse avventurato. Il mio ruolo di “menestrello” nel trio era peculiare, anzi per R***** era fonte di ammirazione per presunte mie doti intellettuali che ancora mi riconosce. R***** era a sua volta il più attivo, propositivo ed intelligente di noi. Tanto che la sua voglia di “crescita” fu la causa, anni ed anni dopo, della rottura del trio. Era comunque, rispetto a Tiziano, il terzo della cricca, più rispettoso di me mentre l’altro tendeva spesso a deridermi.
Ma l’orologio della vita corre rapido. Va preposto intanto che la mia famiglia odiava il Sessantotto e tutto il movimento di emancipazione dei giovani precedente e successivo ad esso: mio padre li chiamava “sbandati” e mia madre moltissimi anni dopo confessò che dinanzi ai repentini cambiamenti di costume degli anni della “beat generation” e successivi lei ed il marito “chiusero la porta” in faccia ad essi, isolando la nostra famiglia in una realtà amorfa, ferma al 1960. Quindi, per loro, i desideri di un giovincello dovevano essere quelli dei decenni precedenti, cioè quelli della loro generazione: la cultura innanzi tutto, tanto mancata a chi dovette lavorare sin dai 14 anni in filanda o a chi era cresciuto sotto la cappa soffocante delle menzogne fasciste. Sicché, avendo due figli di cui uno ormai nella prepubertà, temevano la pretese “assurde” dei giovani delle nuove generazioni, che chiedevano più oggetti di consumo personali e più libertà.
Quindi tutto il complesso fenomeno della lotta generazionale durata due decenni circa loro lo liquidavano dando dei delinquenti o dei drogati a tutti i giovani tranne pochi luminosi esempi di dedizione allo studio e cieca obbedienza alla famiglia: ciò che ovviamente pretendevano da me e da mia sorella. Infatti, di colpo, quando morta mia nonna quando avevo 9 anni, passato sotto la loro ala “educatrice” fui sottoposto ad una serie di critiche, pestaggi, menzogne circa i miei coetanei appunto illustrati come una banda di mostri. Era un “tirare le briglie” anticipatamente per prevenire ove possibile che crescesse nella loro onorata dimora un mostriciattolo che presto avrebbe preteso di uscire con gli amici “magari per drogarsi”, ritirarsi oltre le canoniche ore 21, avere una moto o un famigerato stereo dove ascoltare quell’orrenda cacofonia che i giovani chiamavano musica. Era infatti, come dicono i sociologi, il rock il motore trinante, assieme alla nascente “disco” che avrebbe debuttato dal ’73 circa, dei malefici cambiamenti di costume che facevano disperare i genitori di allora.
Quindi io, come spontaneamente ogni bambino o fanciullo fa, seguii con fiducia il “Credo” dei miei familiari, con conseguenze disastrose che non tardarono a manifestarsi. I ragazzi e le ragazze del quartiere mi isolarono quando videro le mie reazioni da…vecchio parruccone….ai loro scherzi e lazzi che presagivano l’avvento dei rapporti adolescenziali, il mio disprezzo per le ragazze da me apostrofate con termini offensivi e la mia avversione (ed ignoranza) della musica in voga. Chiamavo “piccio paccio” la discomusic come faceva con odio mio padre, o “battere le tolle” come diceva mia madre. Era ormai l’epoca delle scuole medie, ma io avevo interessi e divertimenti da bambino di 8 anni: e come tale mi vestivano ignorando volutamente la moda corrente. Ero quindi stato “compresso” ad un’età inferiore, e facevo il topo da biblioteca fra le troppe enciclopedie che giravano per casa ed i racconti di Salgari e Verne testé nominati. Nessun’altra pubblicazione, fosse anche un Tex o uno Zagor, appariva nella mia biblioteca.
Ma come detto l’orologio della vita correva rapido. Non mi si poteva murare vivo in casa, e cominciavo a sentire pulsioni verso l’altro sesso, nelle vesti di cotte non corrisposte se non apertamente derise. Dall’altra parte non sapevo ancora bene cosa pensare dei miei coetanei ed i miei rapporti con loro rimanevano conflittuali: da ciò ulteriore ostracismo e da esso, in una diabolica spirale, ulteriore mio odio per questa esclusione che ero così sciocco da non capire che non dipendeva altro che dai miei atteggiamenti. Ero quindi in tutto e per tutto un secchione, e già questo ti “tagliava fuori” senza pietà dal mondo giovanile, ma in più anche aggressivo e non solo a parole.
Peraltro, per quasi tutte le medie, ebbi la fortuna di avere il mio ristretto gruppo di sodali coi quali vivere le avventure sopra descritte. Ma ciò era destinato a finire in tempi brevissimi.
I miei avevano un atteggiamento bifronte: da un lato anche per la mia crescente aggressività che si rivolgeva ormai anche in casa seguitavano a punirmi come un poppante, dall’altro magnificavano presunte mie doti intellettuali: al punto che arrivarono anche ad uno scontro con la scuola. Fossimo stati oggigiorno, sarebbero intervenuti a tutto mio beneficio gli assistenti sociali. Ero come detto aggressivo: da anni ed anni in casa con la mia dispettosa sorella minore, poi coi coetanei ed infine ancora in casa quando prematuramente credevo di poter discutere di cose serie con quella belva di mio padre, ed ovviamente a scuola sempre coi miei coscritti. Durante un consiglio di gruppo genitori/insegnanti, la prof. F**** arrivando a me riconobbe la mia cultura che esorbitava le mere materie scolastiche, ma mise anche il punto su questa mia perenne rabbia che giornalmente si manifestava nelle più svariate forme. Quindi, persona avanti per l’epoca e lungimirante, disse che non mi avrebbe fatto male farmi vedere da un buon psichiatra. La reazione di mia madre rasentò modi e termini da codice penale, arrivando a definire i figli e le famiglie delle presenti in maniera a dir poco offensiva, dicendo che io “mangiavo in testa” a tutti i loro figli, descritti con parole impronunciabili.
Quindi, quella che poteva essere un’occasione per uscire dal mio isolamento e diventare una persona “normale” finì in fumo.
Le lancette dell’orologio si spostarono comunque ed inesorabilmente in avanti anche per me, aprendo un sempre più insanabile dissenso fra me e la mia famiglia, quando un pomeriggio, solingo reduce come da un po’ accadeva da una delle mie “avventure”, mi imbattei nei miei due amici, tirati a lucido, calzati e vestiti alla moda e Tiziano con un paio di Ray Ban nuovissimi, lui che miope com’era fino a poc’anzi aveva portato due anonimi occhiali squadrati molto retrò. Borbottavano compiaciuti in un linguaggio a me ignoto, dal quale come fiori sbocciavano nomi femminili: Ketty Marniga, Elena, Annamaria, Monica….
Restai un attimo basito, poi tutto mi venne chiarito. In termini brevi, le sparizioni sempre più frequenti dei miei due sodali mi fecero capire che essi pure erano entrati nel mondo degli “sbandati” che ogni giorno affrontavo e insultavo, e non solo: compresi che se pure essi erano diventati…”normali”…, allora io ero fuori strada e non di poco, e con me la mia famiglia, e che non dovevo avere paura dei miei coetanei (e coetanee), ed invece che insultarli o deriderli dovevo accettarli come dovevo qui ed ora accettare i miei due amici “trasformati”.
Intuii che era finita per sempre l’era delle esplorazioni di ruderi e trincee sulla collina e che volente o nolente, per non finire del tutto isolato, dovevo dare alle mie convinzioni una decisa revisione.
Ciò ovviamente non avvenne in quei pochi attimi, ma nel corso dei nostri successivi incontri, in più “lezioni” domenicali, dato che R***** veniva dalla metropoli il sabato per tornarvi la domenica sera, fra l’altro portandomi stupefacenti racconti di incontri galanti che le ragazze della grande città parevano assai propense a concedergli. Ketty Marniga, ad esempio, era una di queste. Tiziano, che abitava nella mia stessa via, era invece di famiglia originaria di un paese montano sopra la mia città, e lì mi narrò di aver mietuto la prima “vittima” del suo nascente fascino, facendola sotto il naso ai paesani di cui subì l’ira funesta attraverso sciocchi lazzi e soprannomi. Infatti, va spiegato, come io mi recavo al Sud, nel remoto ed arretrato paese paterno, lui le vacanze estive le passava in parte a C*******, all’epoca anche abbastanza bazzicato quale meta turistica dei metropolitani come R*****.
Visto il tutto ora, con gli occhi di un adulto che sta per compiere una scelta fatale da cui non si torna, iniziò così, innocentemente, poiché dopotutto al momento mi stavo “solo” avvicinando alla normalità come milioni di coetanei, la mia inconsapevole corsa verso la rovina. Infatti, se non ruppi più nasi né insultai più le compagne di classe, è pur vero che misi anche da parte i libri di scuola, passando sempre più spesso i pomeriggi invece che studiando vagando per il quartiere e più tardi la città. E presi ad accennare ai miei, con la cautela che comunque andava sprecata, che forse anche io avevo diritto di vivere come “i ragazzi normali”. Ovvia come detto la frattura insanabile fra me ed i miei, anche perché, passate le medie ed arrivate le superiori, Tiziano iniziò a studiare sempre meno e trascinò sempre più il sottoscritto nell’andare a spasso, non dedicando praticamente più un giorno allo studio. La sua famiglia era di stampo opposto alla mia: debole nella disciplina, bonaria e permissiva.
Fin qui, il danno era solo all’inizio, ma successe che mentre R***** si era ormai scrollato di dosso le suggestioni salgariane, la mia fervida fantasia unita a quella di Tiziano estrapolò da quelle letture e da quelle degli albi di Zagor, Skorpio, ed altri le radici di una realtà parallela, un’ucronia insomma, nella quale ci piaceva sempre più spesso rifugiarci. Il guaio, per me, fu che mentre Tiziano era comunque anche ormai ben inserito nel mondo adolescenziale, io avevo ancora delle difficoltà che trovai facile dimenticare coltivando con ossessione questa ucronia. Lui, poliedrico com’era, fece in fretta ad affibbiarmi il predominante ruolo di condivisore di questa sempre più invadente fantasia, vivendo intanto parallelamente una vita normale con gli altri, sebbene afflitta da una antipatia verso gli altri ragazzi non riscontrabile in R*****, che era anzi un diplomatico nato. Non che mancassero, entrambi, di educarmi (“cresciamo la pianticella” dicevano canzonandomi) alla vita normale con la pressante narrazione delle loro gesta, comunque, ma sempre considerandomi una specie di caso disperato.
Andando alle loro sparizioni, che proseguivano nonostante tutto, scoprii che erano dovute alla frequentazione di due posti distinti: uno dei due lidi comunali a lago e le per me incredibili festicciole da ballo che si tenevano in svariate case singole e ville dei dintorni. In piscina ci andai io pure, un paio di volte, ma anche lì….ooops….sparivano dalla mia vista per correre appresso a tale Rosalba o Sonia “tettine” o altre che fossero. Ed io restavo lì come un fesso da solo. Gli è che, essendo ancora “educando”, non ero da loro giudicato (giustamente) all’altezza di partecipare a queste caccie e feste dove tutto ruotava attorno alla scoperta reciproca dei due sessi attraverso corteggiamenti condotti ormai con abilità dai due marpioni.
In particolare, era dalle feste che ero decisamente estromesso. Queste feste non erano indette per festeggiare qualcosa o qualcuno, ma erano sostanzialmente dei ritrovi dove si iniziava ballando e si finiva su divanetti, materassi, poltrone o quant’altro offrissero i vari “covi” a pomiciare con le prescelte durante i balli “lenti”, nel corso dei quali si tentava l’approccio alla bella di turno.
In ogni villa cosa singola ove vi fossero degli spazi inutilizzati e gentilmente concessi dai genitori, molti adolescenti del quartiere, e posso immaginare anche della città, per non parlare della subito da me mitizzata metropoli, organizzavano delle discoteche “fatte in casa”, arredate con materiale di recupero, dove non si tenevano solo le suddette feste danzanti ma si stava a sentire dischi e ritrovarsi. Invenzione certo non della nostra generazione, ma di quella beat: solo che l’avvento nei primi anni Settanta della discoteca come la conosciamo ne incrementò la realizzazione. Inoltre il crescente benessere consentiva a parecchi il passaggio dai vecchi mangianastri a bobine o mangiadischi o fonovaligie a veri apparecchi stereofonici, assai più prestanti e fedeli nel suono; inoltre col maggior benessere si compravano più dischi.
Da tutto ciò era ovviamente esclusa la mia monacale e controriformistica famiglia, che solo nel 1975 comprò, per i buoni uffizi del mio zio spedizioniere che la fece pagare una cicca, una radio con cassette che si rivelò il mio primo contatto con la musica commerciale: ovviamente piazzata in cucina, dove mia mamma poteva agilmente cambiare canale quando c’erano troppi “battimenti di tolle” ovvero “piccio paccio” come diceva l’Orco suo marito.
Nei locali, invece, il “battimento di tolle” era la base della festa, dove tutti si arrangiavano a ballare chi bene chi male, col seguito come detto degli struggenti “lenti” che parevano fatti per gli innamorati o per fare innamorare. E chi dimentica… “Dimentica dimentica” o “Ti Amo” di Tozzi, o i lunghi brani soft dei Pink Floyd che parevano sollevare dal suolo i felici gaudenti e farli veleggiare in una dimensione di amore e di calore umano? Quell’amore della prima adolescenza che nulla chiede, niente pretende e tutto ti dà, per durare poi due settimane tosto seguito da un altro, senza problemi, senza se e senza ma.
Dalla mia nuova casa, al civico prima di quella della mia famiglia ove vissi dal 1964 al 1992, si intravede, su in collina, fra le sporgenze delle rocce con gli alberi che crescono quasi per scommessa, posta fra due grandi pini e con un grande giardino digradante sulla via sottostante, la villa in stile “design” anni ’60 di Elena Sberze, rimasta recentemente chiusa per pochi anni ed ora sotto restauro da parte di un’altra famiglia.
E’ lì che lei nacque, un anno dopo di me e parecchi dopo il fratello, ma non ebbi mai occasione di vederla da bambina, nemmeno a scuola. La casa del resto ha l’accesso principale sulla collina, e solo un cancelletto sulla via sottostante, ed essendo gli Sberze all’epoca una famiglia più che benestante, fece le elementari giù in città dalle suore, accompagnata dalla madre in auto. La seconda auto si intende, quando milioni di famiglie erano ancora lontane anni dal comprarne una, l’unica. Iniziai a notarla, e mica solo io, alle medie del quartiere, dove arrivava sempre a bordo della “5oo” della bella e provocante madre. Elena aveva preso da lei i capelli a boccoli color foglie d’autunno, oltre a due occhi di un azzurro intenso ed un corpo che già da acerbo mostrava curve audaci.
E’ chiaro che divenne subito famosa, come la Maria Vittoria detta “Mavi”, meno bella ma altrettanto procace, fra tutti i maschietti, causando perduti e non so se corrisposti innamoramenti… ed altre meno nobili pulsioni.
Quando la vidi la prima volta nel salone della scuola aggirarsi pavoneggiandosi assieme ad altre bellezze in fiore, subito me la levai dalla testa perché, come Mafalda L. o Luciana B. o Rossella R., era indiscutibilmente al di fuori della mia portata. Debbo, per amor del vero, dire che con le tali Rossella e Luciana avessi un ridottissimo dialogo dovuto al fatto che eravamo dei “secchioni” e questo ci accomunava. Ma non seppi e non potei far evolvere oltre questi rapporti. Ero magro, il torace rachitico sopra due gambe spropositatamente lunghe e magre, due braccine da mezza sega, una barba incipiente su un viso ancora infantile con due formidabili orecchie a sventola. Completava il quadro una zazzera da africano, crespa e poco pulita come del resto tutto il mio corpo, poco amico dell’acqua e sapone. E non parliamo di come vestivo!
Come mi differenziavo da R***** e Tiziano, puliti, vestiti alla moda e fisicamente più armoniosi e prestanti!
Passarono altri due anni. Facevo la prima classe dell’Istituto Tecnico Commerciale e da poco i miei, obtorto collo, dovendo rinnovarmi l’abbigliamento, furono costretti in parte a cedere alla moda. Nulla di firmato, ma lo stile era quello che m’importava.
Intanto, però, il mio desiderio di consumarmi gli sui libri scolastici era passato, e di pari passo era invece cresciuta quell’ucronia creata da me e Tiziano e che con gli anni, fino addirittura al 2004!, costituirà l’asse portante del nostro rapporto. Iscritto poi di forza ad una scuola tecnica non gradita, scartavo le materie tecniche per concentrarmi su storia, lettere e geografia. Intanto, sin dalle medie, inziò, e senza di esso del resto non sarebbe nata la maledetta ucronia, il mio interesse per le armi. Va detto che all’epoca anche R*****, ed ovviamente Tiziano, condividevano questa passione, solo che R*****, a ben altre mete interessato, la lasciò ben presto. Le ragazze erano ben più interessanti delle trincee della Linea Cadorna o dei libri su fucili e pistole ed altri strumenti di morte.
In me, in maniera semi inconscia, si insinuò prestissimo, visto anche il rapporto violento con mio padre, l’idea che solo i prepotenti, i delinquenti, i terroristi, i violenti e chi possedesse ovviamente delle armi fossero in grado di incutere rispetto. Le mezze seghe come me erano, e me lo insegnava l’esperienza personale, fatalmente destinate a subire soprusi. Questa convinzione durava in me da anni, sin dall’infanzia, ed ero un candidato delinquente fatto e sputato, salvo il fatto che il mio fisico gracile mi impedisse poi di passare alle vie di fatto se non in rari casi.
Perciò, nella nostra ucronia, rivestivo i panni di un nobile, con diritto di vita e di morte, al di sopra delle leggi, che girava armato e prestava servizio militare con un alto grado. Idem Tiziano, che mi seguiva a ruota in queste fantasie, pur però (furbo, lui!…o capace?) vivendo parallelamente una vita normale, anzi, meglio che normale, assieme al socio R***** che ogni sabato pomeriggio arrivava dalla metropoli con nuovi racconti di nuove conquiste da propinarci.
Il mio isolamento era destinato, almeno in parte, a durare poco, perché bombardavo i miei amici di domande sulle “parole dell’amore che nessuna scuola mai insegnerà”, su come e cosa si doveva fare per avere anch’io una passione amorosa da soddisfare. Intanto, litigavo coi miei per farmi comprare la schiuma da barba non tollerando il rasoio elettrico, che usavo, col tagliabasette, per scolpire la mia chioma da magrebino, e bisticciavo pure per avere l’acqua calda e lavarmi. Per loro ero ormai una partita persa: ero o stavo diventando un adolescente come gli altri (che disprezzavano) ed avevo dismesso i panni del figliol prodigo che conosceva a memoria nomi di intere dinastie di faraoni egiziani o altre puttanate inutili del genere.
Inutile elencare le minacce di mandarmi a lavorare se non fossi tornato a studiare ed a “parlare come si deve” (ero diventato scurrile ed usavo il gergo giovanile sempre più spesso). Lo facessero: mi sarei vendicato e sapevo come.
E così, come Dio volle, arrivò il mio primo invito ad una delle misteriose feste ove sparivano da due anni i miei sodali. Le feste dove si potevano incontrare – m’illudevo un po’ – compiacenti e facili fanciulle. Agitatissimo, intimorito, mi sentivo destinato alla fossa dei leoni.
Ricordo la strada sterrata ostruibile con una mai usata sbarra, la piccola discesa rivestita in pietra vulcanica, il cancello nero già qui e là intaccato dalla ruggine ed il campanello con la scritta “Sberze – Molteni”.
Il cancello era aperto. Nel grande giardino si aggiravano diversi ragazzi e soprattutto……ragazze!…e molte proprio carine, da innamorarsi subito.
Il locale era ricavato in un prolungamento del piano terra che si insinuava in una cavità naturale adattata a colpi di martello pneumatico ad ospitare quella che doveva essere una grande tavernetta, molto originale in quanto in grotta anche se rivestita di abbondante cemento armato. La moquette copriva scalini e muretti in muratura sui quali erano abbondantemente stese trapunte e sparsi cuscini di ogni tipo. C’era l’angolo bar, che noi adolescenti ignorammo, ed una comoda postazione per lo stereo, una colossale “torre” con elementi Marantz, Sansui, Lenco, marche appena appena apparse sul mercato italiano a prezzi inaccessibili ai più. Le due casse, agli estremi opposti del locale, grandi come feretri, e dalle quali usciva la disco music tanto odiata dai miei.
Era la famosa e “potente” Grotta, uno dei locali più ammirati in zona e conosciuto dai fighetti del Liceo Classico anche giù in città. Nome scelto dal fratello orai diciassettenne dei Elena, quindi di due o tre anni più vecchio di noi.
Ci aggirammo un poco in giardino per osservarci attorno ed ecco che i miei compari, come due uccelli da preda, avvicinarono immediatamente due tipe, lasciandomi lì da solo come un fesso, nel disagio più completo.
Me la trovai di colpo dinanzi <> e mi porse una manina morbida.<>….Ebbi un attimo di sbandamento indi mi sentii dire <> <> <> <> fece con fare allusivo. Li conosceva bene, è ovvio.
Captai sguardi invidiosi mentre mi accompagnavo con lei nella “fossa dei leoni”.
A scapito dello studio da tempo avevo preso, in settimana, a passare pomeriggi interi con Tiziano carpendogli cosa fare e cosa dire alle ragazze, ed un po’ scimmiottavo in certe battute o atteggiamenti i miei due sodali. Ed intanto, i miei voti affondavano e le discussioni e le prediche in casa si moltiplicavano, tanto che uscivo frastornato, ma sempre più convinto che il mio scopo era diventare un clone dei miei due amici. A volta la pressione psicologica dei miei era tale da farmi pensare dal desistere da ciò e tornare un coglione saputello e segaiolo, ma dall’incontro con Elena la mia vita prese davvero una svolta, nel bene e nel male (purtroppo): coltivare la nostra ucronia con Tiziano (R***** se ne era leggermente interessato presto abbandonandola) e cercami una, o più ragazze. Come detto, studiavo quel che mi garbava, il resto solo ad intermittenza, e fatalmente fui più volte rimandato a Settembre e tosto bocciato in terza. Dopo questo smacco, misi un pelo di impegno in più nello studio strappando un diploma da 46/60.
Ma torniamo a quella solatia primavera del 1977, alla festa di Elena. Dopo il nostro breve dialogo mi ignorò sparendo nella penombra, poi la vidi ballare musica disco, cosa che io ero incapace di fare (e ciò mi procurò diverse occasioni mancate e figuracce in successive feste), ed infine arrivati i “lenti” si divise equamente fra diversi cavalieri, me compreso, ma senza finire sui cuscini con alcuno.
In un lampo arrivarono la 18,30, ora di ritirarsi a quell’epoca, quando anche le discoteche non aprivano la notte. Elena a quel punto mi avvicinò chiedendomi…udite!…udite!…se poteva telefonarmi. Ma senza nemmeno un foglio ed una penna per annotare il numero. Boh!, mi dissi io…<> e come uno scemo non le chiesi come mi avrebbe trovato. Ma del resto seppi che lei, oltre a noi coetanei o poco oltre, già bazzicava ragazzi maggiorenni, certo amici o compagni di scuola del fratelli, dotati di macchina o di Guzzi e Morini 350. Spensi quindi ogni entusiasmo, dimenticandola.
Passavano i mesi, e molte domeniche le passavamo anche presso altri locali, fosse anche per stare lì semplicemente ad ascoltare musica. Era anche l’epoca del mito della Hi Fi, dell’alta fedeltà, quindi si ascoltava e commentava le doti acustiche dei vari apparecchi. C’era chi aveva una vero impianto hi fi, chi una cassa collegata ad un buon radioregistratore, tipo Grundig o Nordmende. Si parlottava anche di politica: noi eravamo, secondo una divisione culturale e comportamentale tipica di quell’epoca, di destra: voleva dire i locali meglio messi, il tipo di musica ascoltata in prevalenza, l’abbigliamento, l’acconciatura dei capelli. E non era cosa da poco: c’era da prendere botte, a passare nei luoghi sbagliati cogli abiti sbagliati.
Curiosamente, fu questo fatto a far raccogliere a R***** il “frutto proibito”. Sia per l’attività di “trovarobe” di suo padre, sia per la presenza di ben tre sorelle, a casa sua, qui o in metropoli, continuavano a girare ciclomotori “Garelli” (col Ciao, i più gettonati dell’epoca). In metropoli, R***** abbordò una ragazza, peraltro anche lei motorizzata, di nome Cinzia Biella. Un dì, erano in due sul “Garelli” già della sorella maggiore del mio amico, che Cinzia notò che sul tappo di chiusura del vitone sterzo c’era, ritagliato alla perfezione, lo stemmino della John Player Special”, marca di sigarette “slim” usate dai fascistelli (ma anche sponsor del marchio di F1 “Lotus”). Cinzia gli spiegò che se lo avessero visto in certi quartieri certe persone, quello stemmino avrebbe significato guai, perché fascista. Cinzia, peraltro, era leggermente di sinistra, infatti gli chiese <>. R***** glissò sulla risposta, ma iniziarono a chiacchierare anche seriamente. L’amico scoprì quindi che, all’epoca, le “compagne” ovvero le ragazze di sinistra, erano più aperte sessualmente delle altre. Frutto di quel Sessantotto, “troppo breve da dimenticare” come dice Venditti, che aveva dato una decisa impronta, molto liberale fra l’altro nei costumi, al popolo giovanile di sinistra.
Insomma, si diedero appuntamento a casa di R*****, nei giorni infrasettimanali disabitata, la sorella minore G. finita chissà dove, e l’amico si diede a lustrare i pavimenti, spruzzare spray deodorante per il corridoio, lavarsi forsennatamente, e finalmente il citofono suonò. Dopo una sessione a pomiciare in salotto finirono in camera di R*****, e lì si consumò il fatidico fatto, banale magari per un adulto ma di importanza stellare per noi adolescenti di allora.
In una lunga lettera – all’epoca le Poste, ancora statali, funzionavano davvero – giunta in meno di tre giorni a destinazione, R***** narrò a Tiziano il meraviglioso avvenimento, con dovizia di particolari.
Cinzia Biella divenne per un po’ la ragazza metropolitana del nostro amico, e per noi una specie di icona, come già a suo tempo la “famosa” Ketty Marniga di cui R***** ci aveva a lungo parlato.
Io mi feci l’idea, in parte non fuori luogo, che la metropoli fosse una cornucopia rigurgitante di ragazze pronte a darsi. Certamente vi si respirava un’aria più brillante, fremente di cambiamenti, di rivoluzione, soprattutto fra i giovani, a confronto della mia città ancora sonnolenta, bigotta, di stampo prebellico, operosa ma quieta.
Di Elena Sberze non mi ero intanto, pur passati i mesi, dimenticato, dato che lei ed altre erano spesso nominate, ma avevo dal suo ipocrita “ti chiamo io” imparato una lezione sulle ragazze.
Dei miei studi, diciamo che andavano allegramente a farsi fottere. Passavo quasi ogni pomeriggio con Tiziano a parlare o della nostra deleteria ucronia o di ragazze, musica, stereo e moto. Rientravo giusto per una veloce ripassata prima di cena. Solo quando Tiziano spariva per sue misteriose (e credo galanti) ragioni, allora mi adattavo a studiare pigramente qualcosa. Mi stancavo presto e mi davo tosto a disegnare idiozie come armi e consimili invece di studiare.
Mia madre, che intanto aveva – tardivamente, dico io, perché i figli si seguono da piccini e non da giovanotti – lasciato il lavoro oltre confine, più astutamente di una serpe si appostava dietro alla porta della camera cogliendomi spesso in fallo. Ne scaturivano idiote e furibonde discussioni che altro non facevano che accrescere dentro di me una sotterranea rabbia che sarebbe esplosa alla fine di questa vicenda che umilmente vi narro, e mi lasciavano la mente confusa e stravolta. Succedeva così che anche quando facevo qualcosa di bello con gli amici vivessi ciò con amarezza, con un senso di colpa. Per ripicca contro questo senso di colpa, io reagivo studiando sempre meno.
Accadde verso il giugno del 1977, quando Tiziano e R***** m’avevano annunciato di voler pure essi aprire nel nostro “covo” un locale, e lo spazio certo non mancava in quel ritrovo. Ero appunto un pomeriggio intento a studiare, una volta tanto ma con malavoglia, quando trillò il telefono. Era Elena. Chi le avesse dato il mio numero mai lo scoprii. Mi invitava, udite udite, a casa sua, perché si era arenata su non ricordo quale argomento di Storia, lì dove io avevo il 9 costante. Era prossimo l’ultimo scrutinio e pare che anche i suoi voti non fossero poi così positivi.
Dissi ai miei che andavo a studiare da “amici”, e mi inerpicai a passo di marcia fino alla via Corelli. Mi ero profumato adeguatamente col “Brut33” (profumo ufficiale del nostro trio) e messe i mocassini invece delle Clarks che fanno puzzare le estremità. Non so, ma “sentivo” qualcosa.
La villa era, ai piani superiori, di un lusso degno dell’epoca dorata del boom. Le pareti in intonaco bianco rustico, un enorme salone con al centro un camino/griglia con cappa, mai usato. Mobilio in velluto ad inserti inox, solito angolo bar già visto alla “grotta”, stereo favoloso. Un tavolo in cristallo sorretto da pilastrini in mattone rustico, e lì sopra i libri di Elena in ordine sparso. Lei era invece mollemente “svaccata” sul divano, sfogliando senza interesse il libro di Storia.
Due chiacchiere, e poi…..il miracolo. Un gentiluomo non scende in particolari: fu lei ad iniziare a pomiciare e poi ad armeggiare con la mia cintura e la lampo dei jeans. Io dapprima sconcertato la imitai, e senza nemmeno spogliarci avvenne il magico fatto, il sogno di tutti noi. Avevo come R*****, mio idolo oltre che amico, assaggiato la mela proibita. Pomiciammo ancora un bel po’: io affondavo il viso in quel mare di riccioli e mi sentivo al settimo cielo.
Il nostro incanto fu interrotto da un rumore di ruote sulla ghiaia. La Fiat 132 “2000” del padre faceva ingresso nel giardino. Ovvie e dovute presentazioni all’ing. Sberze come “compagno di scuola”: era un bell’uomo, alto, imponente, elegantissimo. Le mie idee naziste sulla selezione razziale trovarono conferma: bella la madre, pezzo di macho il padre, certo non poteva nascere un cesso. Altro che me, che ho sempre avuto un fisico che mi piaceva. Soliti convenevoli (dove studi, come vai, ecc..) mentre Elena annoiata se ne stava sul divano fra i cuscini giocando coi suoi meravigliosi riccioli.
L’ingegnere sparì nei meandri della villa e rimanemmo di nuovo noi due
<>
Ci pensò un attimo….<>….e giù una limonata coi fiocchi.
Nel tragitto verso casa mi pareva di aver vissuto un sogno. Una semplice “sveltina” la definirebbe un cinico adulto, ma per me era ora come camminare “tre metri sopra il cielo”. Ero alla pari con R*****, e me la ridevo di Tiziano che seguitava ancora a definirmi “meticcio” e “pippa”, e mi scompigliava la zazzera che ci tenevo a mantenere con la riga in mezzo come lui e R*****. Adesso vediamo un po’ chi è la “pippa”, caro amico sarcastico, mi dicevo soddisfatto. E non con il cesso di turno come mi consigliavano i miei amici (“devi iniziare delle cessone, poi ti fai la mano e passi alle sorkette”) bensì la, o una delle più desiderate del nostro piccolo grande mondo.
Infatti nel nostro covo di allora, un soppalco ex fienile, gli amici mi festeggiarono con scherzi e continue domande su “come” “dove” che io schivai schermendomi. Ormai restava solo Tiziano a non aver colto il frutto proibito: l’avrebbe fatto alcuni anni dopo, con la persona sbagliata come furono sbagliate molte sue scelte che fece in quel periodo, dai circa tre anni dopo quella serata in poi.
Ma restiamo per ora al 1977, epoca nella quale per noi la parola “problemi” era pressoché sconosciuta, forse un po’ meno a me che con la famiglia ne ebbi di sempre crescenti a causa delle mie scelte. Fu in quel torno di tempo che da uno dei due stabili del padre di R***** se ne andò un piccolo laboratorio. Vennero così liberi due grandi stanzoni intercomunicanti, cosa curiosa sia con un normale porta che con un basso passaggio, ognuno a ciascuna estremità della stessa parete.
R***** subito assediò il padre richiedendogli di concederglieli: l’uomo, un finto burbero, cedette alle richieste del figlio nel Luglio 1977.
Il materiale e l’arredo non ci mancavano, vista la secondaria attività di robivecchi del padre di R*****, inoltre noi tre eravamo ancora, pel momento, nella fase delle “esplorazioni” entro e fuori le mura del quartiere, fra case disabitate, ville patrizie in disuso e nuovi cantieri dai quali prelevammo una certa quantità di cavo elettrico, alcune prese ed interruttori. Oggi ciò, a causa dei ponteggi ormai tutti allarmati, sarebbe impossibile. A ciò aggiungemmo, per il “decorare” vieppiù il locale, anche alcuni cartelli stradali o di segnalazione, come “centro sportivo” il che, pensando alla destinazione del luogo, ci fece ridere assai.
Il soffitto fu ribassato da un gran telone blu, proveniente dalla stamperia ove lavorava la zia di Tiziano, alle pareti moquette nella metà inferiore e carta stagnola in quella superiore. Arredo? Sofà divani dritti e ad angolo e sedie d ufficio nella sala da ballo e da ….. “intrattenimento”, ed un completo arredo da ufficio nel “centro sportivo”, alias “sala macchine”, ove ogni sabato installavamo lo stereo di Tiziano, regalo del Natale’76, ove lo attendevano collegamenti già predisposti da quel gran genio di R*****; inoltre vi era, connessa ai cavi dell’Hi Fi, una centralina luci a tre vie, realizzata da zero sempre dal solito R***** con parti cannibalizzate dai circuiti che raccattavamo da Tv dismesse e radio fuori uso. Ad essa rispondevano, annegate nel telone blu a sbuffi, numerose lampadine e faretti colorati in tinte diverse e la cui intensità poteva essere dosata in ogni modo dalla suddetta centralina.
Essendovi come detto due porte, ostruimmo con due persiane accostate la più alta e la schermammo con un telo colorato, credo un copriletto. Sopra di essa, una lampada di Wood ed un faretto infilato in un tubo, puntato su un certo divanetto, per illuminare per scherzo di sorpresa la coppietta che vi si sarebbe appartata. Le finestre le mascherammo accuratamente affinché la luce plebea del giorno non violasse la avvolgente penombra colorata del locale. C’era anche, ma mai usata nell’epoca delle feste, anche una stufa a legna….e pure un rubinetto con un minuscolo lavandino, tosto occultato da una tavola in legno rivestita di stoffa spenzolante. Nei primi del novecento quella era stata un’abitazione, infatti, come lo era ancora a metà anni Settanta la sua omologa sul lato opposto del pianterreno, ove viveva una vecchina dall’età incalcolabile, che venne giusto a mancare nel periodo delle nostre feste. Una generazione, ancora legata all’agricoltura, quando il nostro quartiere era solo una verde conca valliva con gelsi e viti, spariva; un’altra, la nostra, cresceva e si divertiva in una maniera non vissuta e non capita da quella più vecchia.
Io non raccolsi, a dire il vero, molti successi amorosi nel nostro locale, che come tutti era ideato come ragnatela per catturare consenzienti donzelle. Forse per colpa della mia perenne goffaggine nel ballare la “disco”. Quando c’era Elena, che con amici e amiche vari ci degnò di qualche visita, ovviamente la cosa era diversa e mi impadronivo anch’io di un divanetto ove pomiciare; e come non detto, i miei due amici si avventavano come aerei da caccia sulle nuove giunte. Ma Elena aveva un carattere bizzarro, capriccioso, e viziato. A volte spariva, anche con me, per poi riapparire come nulla fosse. Quindi, rarissime volte mi consolai alle feste con tipe che nemmeno mi piacevano troppo, ma giusto per far “andare le mani” un po’.
Era l’affetto quello che mi mancava, l’avrei scoperto anni ed anni dopo, dovuto alla freddezza e severità dei miei genitori ed al carattere insopportabile di mia sorella: ovvio che inconsciamente l’avrei cercato fuori, al di là della naturale propensione degli adolescenti per amori ed amorazzi vari, seri o meno che fossero.
Scegliemmo di chiamare il locale Jps: e la nostra “fratellanza” (destinata a durare ancora poco, ma non lo sapevamo ancora ed al momento ci sarebbe parso impossibile), col nome di “Jps Company”. Forse in onore della prima avventura erotica di R*****, o per sottolineare che noi si era dei “Fasci”, tanto che il regolamento del locale escludeva i “Cina” (odierni No Global), i drogati e venditori di droga, i beoni, i rozzi paesani che stazionavano dinanzi alla Cremeria o al Bar Motta su in piazza. Solo gente selezionata volevamo nel nostro Sancta Sanctorum.
E che fosse una sorta di tempio a me apparve subito. La luce sommessa e colorata, ed il magico momento dei “lenti”, la forme indistinte dei fortunati avvinghiati a qualche più o meno bella creatura sui divanetti, le musiche che avrei scommesso che fossero state composte apposta per noi. Il profumo misto di Brut 33 di cui ci irroravamo, quello delle ragazze dai capelli appena lavati con lo shampoo alla mela verde e quello del deodorante di cui esse pure si annaffiavano, un lieve sottofondo di vecchio che promanava dal mobilio usato…..e poi le dimensioni del locale che consentivano di distanziare le casse ottenendo, come alla “Grotta” e non solo, un effetto di spazialità alle musiche suonate, in particolare quelle che avevano effetti “eco” nell’incisione. Tutto mi appariva magico, mi avvolgeva e mi faceva respirare un po’ di calore umano: quando c’era Elena, poi, decollavo direttamente verso spazi infiniti.
E i dischi, da dove venivano? Semplice: l’invito alle feste, immancabilmente rivolto unicamente a ragazze, conosciute e sconosciute che fossero, comprendeva l’esortazione a “portare qualche amica e dei dischi”.
Nulla di paragonabile alla mia quasi monacale casa paterna, fredda negli arredi come nelle persone, ove si respirava sempre odore di astio, critica se non odio.
Io mi dovetti, per non perderla, adattarmi ad un rapporto “intermittente” con Elena. Spariva, non so dove, o non volli mai saperlo. C’era e non c’era. Io, fino al luglio 1979 (curiosa coincidenza con la fondazione della Jps) quando fui beneficiato di un poco prestante motorino io andavo a scuola in bus, sul quale salivo con Tiziano e trovavamo anche Patrizia (“la bellissima Patrizia”) e Manuela, che spariva sotto un telone sul divanetto ad angolo durante le feste con R***** per poi definirlo “dalle mille mani”. Elena, iscritta al Classico, la scuola dei “fighetti” per definizione nella nostra città, ci andava accompagnata in “5oo” dalla madre, come alle medie, pur avendo lei stessa un Ciao che effettivamente spesso adoperava snobbando sempre il plebeo giallo bus.
Non mi ci volle molto ad intuire che la bella Elena stava venendo cooptata dalla compagnia degli amici del fratello, che lei a volte definiva “sciocchi borghesi”, senza rendersi conto di essere , in realtà, come loro, coi loro Morini 350, le auto comprate da “papino”, gli aperitivi al bar Monti sul lago, i locali come il suo, i loro discorsi sciocchi da rivoluzionari da operetta, rivoluzionari che non sarebbero stati mai (….”compagno di scuola ….ti sei salvato dal fumo delle barricate , o sei finito in banca pure tu? – Venditti, da Compagno di Scuola, canzone che ben si adattava loro). Rivoluzionari che sedevano nei locali stile “la Grotta” sorseggiando whisky d’annata e vestiti firmati da capo a piedi, quelli che Pasolini tanto criticava. Ma al di là di tutto ciò, que4llo che diede un colpo mortale al nostro rapporto fu quando la vidi passare sulla decappottabile di uno di questi borghesi figli di papà. Cosa che immaginavo, e che era nella logica delle cose. Lei era figlia del padrone della Tecnomeccanica Sberze, non quella di umili dipendenti come la maggior parte delle nostre frequentatrici. Il suo mondo era lontano anni luce dal nostro, e il progredire dell’età iniziava a mettere in luce questa distanza. La storia con me, significativamente presentato sempre come “amico” e mai come “il mio ragazzo”, andava avanti per forza d’inerzia, cessata la quale sarebbe cessata la storia. Io ero solo uno che l’aveva incuriosita, un capriccio come tanti dei suoi. Maggiorenni con auto e motociclette ormai la stavano attirando nella loro orbita, com’era del resto giusto secondo le leggi sociali del nostro “libero” occidente capitalista.
La rabbia per questa che reputavo comunque una ingiustizia si aggiunse ad altri e più antichi motivi di astio verso la famiglia ed il mondo intero che maturavo da anni ed anni. Quando un’ennesima volta mio padre, dopo una furibonda litigata, mi mise le mani addosso, non ci vidi più. Scaricai contro di lui una annosa furia sempre repressa, e gli rovinai un occhio mandandogli una lente nella pupilla con un formidabile pugno. Lui urlò e minacciò, ed io in risposta gli sventolai sotto il naso la mia minaccia “Andrò alla Finanza a raccontare che mamma lavora oltre confine e tu invece non dichiari un cazzo anzi te la fai pagare come coniuge a carico. Vediamo se non ti sbattono come minimo in Sardegna, coglione!”…. Infatti, dopo un breve periodo a “curare i figli”, mammina cara aveva ripreso a lavorare come frontaliera e sempre senza dichiarare in Italia il reddito.
La cosa segnò la fine di ogni rapporto affettivo in famiglia, se mai vi fosse stato. Lo sguardo di ghiaccio che mio padre mi rivolse a quella frase la diceva tutta. Quarant’anni dopo, sul letto di morte, me lo avrebbe ancora rinfacciato…<>.
Con Elena sempre più assente, io mi vendicavo di lei cornificandola, quando riuscivo, alle feste. Problemi di coscienza?…..ma va là!….a parte il comportamento di Elena, eravamo negli stupendi anni ’70, quelli della rivoluzione sessuale, dell’amore libero. Basta vedere un film commedia dell’epoca: giovani e adulti sembravano come liberarsi dalle secolari catene d’una cultura cattolica, bigotta, castrante, e si davano alla pazza gioia. Oggi, per interessati e venduti giornalisti erano “gli anni di piombo”, illustrati a tinte grottescamente fosche, ma in realtà furono ben altro. “Violenti o teneri se vuoi”, canta Venditti in “Sotto il segno dei Pesci”.
Andava a picco anche il mio rendimento scolastico. Ormai non facevo altro che andare alle feste ed in settimana uscire almeno tre giorni su cinque con Tiziano, che si impegnava sempre aiutandomi a trovare qualche ragazza. Pochi i successi, e tutte storia insipide con tipe che nemmeno mi piacevano, e portavo alle feste per non dovere, almeno quello, fare da tappezzeria o dondolarmi inerte su una sedia come spesso capitava. Cercai anche storie con le compagne di istituto, ma ero noto per la mia violenza – partecipavo anche a manifestazioni fasciste scagliando biglie di ferro contro i “compagni” della fazione opposta -, andavo a scuola armato di serramanico e m’accapigliai anche con due di questi comunisti per modo di dire il che mi lasciò sulla tempia destra una cicatrice visibile fino a pochi anni fa, e con le compagne di istituto non battei chiodo. Persi anzi fin troppo tempo dietro tale Barbara, una sciocchina di prima che si pavoneggiava per i corridoi con la sua amica Anna. Fallii, e qui accadde un episodio che dimostrava quale rabbia si celasse in me e quali sarebbero state le conseguenze future.
Furibondo perché ormai Elena, la bellissima indimenticabile Elena mollemente adagiata sui cuscini, Elena dai capelli color foglie d’autunno e gli occhi come pietre preziose, ormai non si faceva quasi più sentire, un pomeriggio, estorta a mio padre – che pur odiandomi mi fece fare la patente e tardivamente, a diciannove anni, mi comprò pure una Vespa Px – la “131”, andai nel paese accanto ad un incontro con tale Barbara ed i suoi amici. Va detto che questa ragazza era sì carina, piccola mora e tutta curve, con un bel viso da bambina, ma certo non valeva Elena. Ebbene, ella si lasciò scappare una frase offensiva nei miei confronti, dopo che le avevo fatto ripetizione diverse volte e in pratica composto i temi di italiano da portare come compito a casa: <>. Non ci vidi più. Anni di furia, di delusioni, di botte in famiglia, di insoddisfazione verso me stesso esplosero un’altra volta come quando aggredii mio padre. Senza dire un > salii sulla pesante auto, accesi e partii puntandole addosso. Solo lo strattone di un amico la salvò dall’investimento, ma comunque le urtai un fianco facendola cadere.
Quando per la prima e unica, volta mi chiamò a casa per minacciarmi di denunce, per chiedermi i danni o cos’altro, le risposi secco <> Secco, severo. E riattaccai. A scuola, come detto, ero noto per le mie simpatie neonaziste, perché giravo armato ed ero infatti apparso su “Soccorso Rosso”, assieme a Tiziano (non a R*****, si badi bene) come uno dei fascisti “da legnare” presenti in città. Evidentemente Barbara si rese conto di con quale pazzo aveva a che fare, e sparì.
Non la sentii nominare per anni, quando per caso ebbe bisogno del mio ufficio: e manomisi la pratica facendole perdere quattro milioni e mezzo di lire. Ormai, e qui siamo però arrivati fino al 1984/85, la mia rabbia era divenuta incontenibile. Ad anni di distanza m’ero ricordato di lei e dello “schiaffo” verbale vibratomi in pubblico. Come non dimenticavo i torti subiti in cortile, in strada, a scuola ed a casa, non m’ero dimenticato di lei. Ed in me cresceva fra l’altro una antica passione, maturata leggendo i libri di Salgari: quella per le armi, le fortezze, la guerra che consideravo bella sacrosanta e giusta.
C’era un’altra cosa che mi rimordeva, ma c’erano anche un’amicizia ultradecennale ed una stima che mi impedivano di provare astio verso il presunto “colpevole”: la fine della Jps.
Torniamo al 1977, quando Elena bene o male potevo ancora considerarla “la mia ragazza”, e la JPS viveva il suo periodo d’oro, breve come in questa maledetta vita sono solo le cose belle.
Nel cortile accanto, ma mai venuta a contatto non so perché con la nostra compagnia, forse a seguito del nostro snobismo, c’era la compagnia di Luca M., e delle sue amiche che fino a non moltissimi anni prima apostrofavo con termini scurrili dal balcone di casa solo perché pomiciavano e mi prendevano in giro fingendo di invitarmi fra loro. Lo stesso che accadeva a scuola, del resto: ed io le definivo “troie”, “zoccole”, e così via.
Ebbene, un sera, chiacchierando con questo tizio, egli se ne uscì con una per me sorprendente profezia: che R***** e Tiziano stavano assieme per reciproca convenienza, dove Tiziano ben radicato in quartiere e fuori procacciava le ragazze e ci metteva lo stereo e R***** ci metteva oltre alla propria presenza come valido socio di Tiziano, il locale. Per L***, questo sodalizio era stato certamente sincero, come tutti quelli prepuberali, all’epoca delle capanne dei boschi, della famosa “battaglia del ponte dell’autostrada”, delle esplorazioni. Lo era stato anche ai tempi ante Jps, ma il locale era divenuto il seme di una futura separazione fra i due. Come? <>. Infatti, come tutti gli adolescenti, tutti noi si parlava sempre di moto: se ce l’avessero mai comprata, quale modello scegliere, la disponibilità a spendere delle famiglie, e poi di potenze e Km/h. In particolare, giunti i sedici anni, una marea di ragazzi del quartiere prese il patentino “A” per motocicli. In più, c’erano molti che possedevano il famoso Fantic Caballero 50 cc debitamente elaborato con carburatore maggiorato e marmitta ad espansione. Circondato com’è e come in gran parte è ancora il quartiere da campi ormai dimenticati o coltivati da vecchissimi contadini che inveivano invano contro gli invasori motorizzati, lo scopo naturale della moto, oltre che scarrozzare ragazze – sulle quali le due ruote facevano allora molto colpo, come le stradali Morini 350 avevano fatto colpo su Elena, ci giuro – , per andare a “balzare”. Vani gli interventi dei goffi Moto Guzzi dei vigili chiamati dai detti vegliardi ancora innamorati della loro campagna: le moto si disperdevano su per le rampe erbose, nei boschetti, su per sentieri impraticabili ai ridicoli mezzi della soldataglia del Comune.
I giovanotti che cavalcavano dette moto guarda guarda erano per la maggiore proprio quelli da noi da piccoli sconfitti nelle bambinesche battaglie per il controllo del territorio e poi esclusi dalla nostra amicizia e dalla frequenza della Jps perché giudicati rozzi, plebei ed in odore di comunismo una volta superati i quattordici anni. Infatti molti di loro già lavoravano, e per noi gli operai erano automaticamente comunisti: e forse, in quel torno di tempo, non era del tutto un’analisi errata. Fra essi spiccava però, e qui avevamo ormai sedici anni, ed era il 1978 ma la JPS era sempre la “nostra” e mieteva dolci vittime a volontà, un tale Fabio N, che andato presto a lavorare si poteva permettere stereo a torre degno degli Sberze, abiti alla moda ed un fantastico nuovissimo Beta 125 da enduro. In più, aveva una meravigliosa ragazza, Marinella, dai lunghi capelli castano scuri con riflessi rossicci, occhi azzurri e pelle come una pesca. Anche questo alzava le quotazioni di un ragazzo: mentre le mie calavano visto che Elena mi snobbava sempre più. Ero stato un “eroe” per un giorno, ora rientravo nella mio grigio e rancoroso anonimato. Avere una bella ragazza ti qualificava come sveglio, con “la paglia fuori dal culo” come si dice da noi.
Nel gioco dall’ammirazione reciproca, io ero all’ultimo gradino. Miei idoli erano i miei due amici: Tiziano con la sua impeccabile eleganza alla moda ed il suo snobismo da Lord inglese, R***** col suo aspetto sempre ordinato, il parlare calmo e ponderato ed il suo genio. Entrambi li vedevo, e forse erano allora, più belli di me, e certo erano più capaci con le ragazze, ove io spesso prendevo delle cantonate.
Ma, ultimamente, uno di noi aveva trovato qualcuno da ammirare, o quanto meno, da mettere al proprio livello, noi che ci si considerava il sale della terra e la crème dei ragazzi del quartiere. Quel qualcuno da ammirare al di fuori del nostro ristretto sodalizio, era Fabio N., e l’ammiratore, o comunque desideroso di farci amicizia, R*****. La compagnia che Fabio si tirava, credo malvolentieri, appresso, era composta da buzzurri, beoni, rozzi ragazzi del quartiere: ma sappiamo come nel complesso periodo dell’adolescenza, il formarsi della personalità passi anche attraverso raffinate – e spesso inconsce – cattiverie. Per i giovani il riferimento sociale è sempre un gruppo ristretto, o anche più gruppi: la classe scolastica e la compagnia, e più da lontano i ragazzi della zona. Noi “Jps company” deridevamo i buzzurri paesani, probabilmente i ricchi amici di Elena deridevano noi, anche se non lo credo visto che gli “soffiavamo” spesso le ragazze per le feste, ed all’interno si ogni compagnia c’era il capro espiatorio, quello da prendere per il naso, da sfottere, da erigere a pietra di paragone come a dire <>.
In Jps, nonostante i miei sudati miglioramenti, ero sempre io, eccetto il periodo

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