Questa favola metaforica fa parte della raccolta, disponibile gratuitamente sulla rete, “Il capitale disumano” di “Antonio Bonifati” alias “Farmboy”.

C’era una volta un piccolo fico che era nato vicino un fiumiciattolo, nel mite clima del Mediterraneo, da una minuscola semente che aveva portato l’acqua o forse gli uccelli.

Lì l’acqua non gli mancava e soprattutto d’estate, quando per il caldo e la scarsità di piogge quasi tutta la terra era secca e dura, il fico, causa la vicinanza del corso d’acqua, godeva di un terreno morbido e fresco e anche ricco di sostanze nutritive, che l’acqua stessa portava giù nel suo lungo cammino dalle sommità dei monti e tra le rocce sotterranee, ricche di minerali.

Ma i campi vicini erano coltivati e ogni anno, a primavera inoltrata, venivano i contadini a distruggere tutte le piante nate vicino la preziosa risorsa idrica, per ripulire il letto del torrentello dalle piante acquatiche e far venire più acqua, che poi deviavano verso le loro piantagioni.

Ma distruggendo le piante acquatiche che con le loro radici trattenevano l’acqua corrente alla superficie, i contadini spesso ottenevano l’effetto opposto a quello voluto e più acqua di prima si perdeva in profondità nel letto del fiume.

Anche il fico, con le sue belle foglie verde scuro e i suoi flessibili rami argentei veniva ogn’anno brutalmente straziato e ridotto alle dimensioni di una piantina, non più in grado di elevarsi nemmeno sopra le erbacce più vili. Una capra o qualsiasi altro animale erbivoro non avrebbe mai fatto un danno così grave.

Così, di anno in anno, il povero fico riusciva a malapena a far crescere le sue radici, prima che la mano dell’uomo gli tagliasse improvvisamente busto e gambe. Dopo quel terribile macello si sentiva quasi morto, ma non del tutto.

Il suo attaccamento alla vita, il suo istinto e anche il suo orgoglio gli imponevano di non seccare, di non lasciarsi morire e non darla per vinta ai suoi aguzzini e così lentamente faceva rispuntare qualche piccola foglia per continuare a vegetare.

Solamente gli dispiaceva che mai poté dare quei frutti copiosi e deliziosi che avrebbe prodotto, se solo fosse stato lasciato crescere liberamente. Ma egli era impotente di fronte alla falce mortale che tutto distrugge lungo il suo cammino e, per quanto si sforzasse, non comprendeva nemmeno la necessità e le ragioni di tanta violenza.

Tant’è vero che i suoi frutti avrebbero dato un facile nutrimento a tanti animali e anche all’uomo stesso. Perché allora l’uomo non li voleva e non voleva che lui crescesse e si sviluppasse secondo natura?

Così passarono gli anni e quel fico bambino, che avrebbe dovuto diventare ormai un grande albero adulto, era invece rimasto piccolino, ma solo apparentemente, perché sotto sotto aveva una radice quasi profonda come quella di un vero albero, costruita lentamente anno dopo anno, tra mille difficoltà, nonostante le potature forzate.

Ma un anno qualcosa improvvisamente cambiò. Nessuno venne più a falciare la vegetazione sul bordo del ruscello. I contadini avevano abbandonato in massa le campagne per andare a vivere nelle città a lavorare per i capitalisti e così i loro figli, nati lì e abituati alla vita borghese, non sarebbero più tornati a coltivare quelle terre, che furono lasciate a sé stesse.

Quell’anno il fico, dotato di radici profonde in quel terreno oltremodo fertile, ebbe finalmente una crescita a dir poco miracolosa. Egli gettò lunghi rami in tutte le direzioni e grandi foglie per catturare quanta più possibile luce del sole, imponendosi su tutte le altre piante vicine, che prima, dopo le brutali potature, lo sovrastavano, ma ora dovevano accontentarsi soltanto della sua ombra.

Per due volte all’anno, a fine primavera ed autunno, egli era carico di tanti frutti, di grande succosità e dolcezza, che spuntavano da quel legno fibroso, apparentemente così inutile e dal punto di vista dell’uomo buono a nulla, nemmeno a far fuoco.

Aveva così tanti frutti che la maggior parte seccavano e poi cadevano a terra. Qui alcuni erano mangiati da cani, topi e altri animali affamati di passaggio, altri marcivano dopo le piogge e facevano spuntare nuove piantine sotto l’albero, che l’avrebbero sostituito quando poi sarebbe morto.

Con questa caduta di frutti, il grande fico riportava alla superficie le sostanze nutritive che estraeva dalla profondità del sottosuolo, garantendo così la fertilità degli strati più alti della terra vicino a sé, in un ciclo continuo.

Frutti… proprio quei frutti che gli uomini non avevano voluto e che nemmeno oggi volevano, dal momento che non veniva nessun uomo a coglierne.

Se non gli uomini, ne approfittavano gli uccelli, soprattutto i corvi, che col becco appuntito si cibavano della dolce polpa e poi col loro guano ne spargevano le sementi anche a grande distanza.

Sicché tanti alberi figli ebbe il nostro fico bambino diventato ormai, nel giro di pochi anni, un albero grosso e robusto.

Ora che non era più un alberetto pensava che, anche se fossero tornati gli uomini, avrebbero dovuto faticare per distruggere quel suo tronco così grosso e duro e per fare a pezzi i suoi nodosi rami. E comunque sarebbe stato quasi impossibile estirpare le sue profonde radici.

Ma non sapeva il fico di quali mezzi si poteva oggigiorno servire l’uomo per distruggere la natura. Non passarono dieci anni che quelle terre divennero edificabili. Lì sarebbe avvenuto lo “sviluppo”, secondo i canoni dell’uomo e la natura non faceva parte dei suoi piani.

Arrivarono ruspe e camion e uomini armati di ruggenti motosega tagliarono dal basso tutti gli alberi. Scavarono fondamenta, costruirono case di cemento e strade di catrame e asfalto.

Il piccolo fiume venne deviato presso la sorgente e incanalato in grossi tubi di plastica, il fico tagliato e su quella terra grassa venne steso uno spesso strato di cemento, per bloccare luce e aria come in una nera tomba, sicché per secoli niente più vi avrebbe potuto crescere.

Questa fu la prematura e triste morte del “fico bambino”.

 

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