Generazione Y
Sarah, Jessica, Susan. Le cheerleaders più sexy e invidiate del college. Tutte e tre diciassettenni, tutte e tre nella stessa classe.
Sapevano di piacere e vivevano per questo. Ogni loro apparizione era sufficiente a far impazzire l’esercito di ormoni maschili che le circondava e a procurare fitte d’invidia a tutte quelle compagne che così attraenti non erano. Si sentivano sicure, confortate continuamente da questi gratificanti rapporti causa – effetto che riempivano le loro giornate.
I ragazzi più belli e atletici del college erano gli unici coetanei ai quali si concedevano sessualmente e, di solito, per un periodo che non superava i due mesi. Nella lista delle loro conquiste figuravano anche alcuni insegnanti, ritenuti indispensabili per vivere di rendita tutto l’anno scolastico, e qualche adulto che le accompagnava a feste “in”, su rombanti e costose automobili sportive.
Chi le avesse avvicinate mentre discutevano animatamente all’ingresso del college, in mensa o nei bagni avrebbe preso immediata coscienza della profondità delle loro dispute.
Gli argomenti erano esattamente quelli che potevano venire in mente a tre bellissime e viziate adolescenti che si sentivano invincibili. Era soprattutto nei periodi in cui una delle tre era “impegnata” e le altre no, che i loro dialoghi diventavano irresistibili. La fidanzata di turno veniva puntualmente accusata di passare più tempo con il ragazzo che con le amiche. E queste argomentazioni si fondavano su precisi e incontrovertibil calcoli statistici.
Nei bagni di fronte alla mensa, oggi, era il turno di Jessica. Susan e Sarah snocciolavano dati e accuse: “Ma ti rendi conto? Ti rendi conto?” – urlava Sarah, che in quel momento stava passandosi distrattamente il rossetto sulle labbra. “Ci stai dedicando meno del 40% del tuo tempo!”
“Da quando stai con quell’idiota palestrato di Robert, sei una palla unica!” – le faceva eco Susan, intenta a cambiare l’assorbente. E insieme: “Non riusciamo neanche a fare un pò di shopping decente nel nuovo centro commerciale di Littleton. Lo capisci questo? Non ti senti almeno un pò in colpa?”
Ma Jessica difendeva appassionatamente le sue ragioni: “Non è vero che dedico più tempo a Robert che a voi. Siamo 50 e 50. Siete voi che, come al solito, la fate più grossa di quello che è, stronze!!”
Era un giochetto che andava avanti dalla seconda liceo, da quando le tre avevano cominciato a legare sempre più. Oggi toccava a Jessica ma presto sarebbe stato il turno di una delle altre due. Alla fine del secondo anno avevano siglato una sorta di patto di non belligeranza che consisteva nell’unire le forze invece di disperderle nella creazione di piccole fazioni di fans. Potevano avere la scuola ai loro piedi piuttosto che combattere una sciocca guerra intestina e alla fine si erano riunite in una triade che garantiva un indubbio potere.
L’argomento Robert perse rilevanza mentre si dirigevano verso il bancone del self-service. Sarah aveva appena saputo dalla madre che, durante il week end, la casa sarebbe rimasta libera e tutte e tre stavano già immaginando come sfruttare al meglio quella fortunata e inattesa occasione. Così, con i vassoi in mano, rivolgendo educati saluti agli addetti ai pasti, stavano discutendo su chi invitare e soprattutto su a chi rivolgersi per trovare fumo e MDMA dopo che il loro pusher di fiducia era finito sulla cronaca locale proprio l’altro ieri.
Il pranzo era uno dei loro riti preferiti e si consumava invariabilmente nello stesso modo. La scelta ricadeva su uno yogurt magro, un piatto di insalata, una macedonia di frutta e una mezza bottiglia d’acqua minerale naturale. I carboidrati erano odiati almeno quanto i grassi e, la carne di qualunque tipo, aveva il potere di provocare in tutte e tre una smorfia di disgusto. Poi si passava alla scelta del tavolo. Doveva essere il più possibile centrale, in modo che chiunque potesse ammirare le loro gambe abbronzate.
Jessica continuava a fissare la confezione di yogurt che aveva appena ingerito. Era di una marca diversa dalla solita ma quel che la preoccupava maggiormente era la percentuale di grassi, molto più alta di quella che si consentiva abitualmente. Fu Susan a rassicurarla ricordandole che fra dieci minuti nel loro stomaco sarebbe rimasto ben poco, come sempre.
Sì, perchè come ogni giorno, munite di spazzolino e dentifricio, presto si sarebbero ritrovate nei bagni a ficcarsi un dito in gola. Il successo aveva un prezzo, come qualunque altra cosa.
Eric e Dylan arrivarono in quell’istante nei pressi del campus con due diverse automobili. Uno lasciò l’autovettura nel parcheggio dei Senior e l’altro in quello dei Junior. Da queste posizioni godevano di un’eccellente vista sull’entrata della mensa e potevano controllare una delle uscite principali dell’edificio.
Salirono in cima alle scale dell’entrata ovest e si ritrovarono nel punto più alto del campus. L’ingresso della mensa era alla base delle scale. Mentre Sarah, Jessica e Susan si procuravano il loro vomito quotidiano rimbombarono i primi colpi di fucile a pompa.
Sarebbero state uccise di lì a poco. Quando si trovarono faccia a faccia con i loro killer non li riconobbero neppure. Due ragazzini, Eric Harris e Dylan Klebold, due compagni di college ma con la faccia troppo piena di brufoli per meritare un saluto.
Erano malati e soli, più di quanto Jessica, Susan e Sarah avrebbero mai potuto immaginare. Più malati e soli perfino di loro.
Sarebbero diventati famosi come gli autori del massacro alla Columbine High School.
Questo articolo è stato scritto da Q il 13 ottobre 2009
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