inedito – “IL NATALE DI PUK” di Francesco Liberti

Portava con disinvoltura sul capo quel cappello pieno di sonagli che era un cappello ad effetto, il cappello appuntito che nel regno di Puk portavano solo gli elfi di buone intenzioni, quegli elfi che credevano ancora nel rispetto e nell’amicizia nei confronti del prossimo.

“Mi hanno parlato di mondi incantevoli e sublimi, della Festività Natalizia e io lì a rincorrere quelle storie che mi aprivano ai mondi degli astri e delle cantilene, dei pacchi regali e delle famiglie riunite dinanzi a un bel tacchino!”.
“E ora?”.
Dicono nel Regno dei Puk che gli uomini non si contentino più di nulla!
L’altro ieri mio padre, il grande Ork mi ha raccontato che noi elfi dovremmo inventarci un nuovo lavoro.
“Un nuovo lavoro?”.
Gridammo io e i miei due fratelli Tuk e Nuba, -“Ma noi non sappiamo fare altro che questo!”.
Portiamo i regali scendendo giù dal cielo e voliamo due metri d’altezza da terra! Ma giusto per non farci rincorrere e per non spaventare gli altri!
Ci trasformiamo negli spiriti degli animali vissuti e abbiamo il dono d capire chi ci è vicino!
Se no che significato avrebbe più il Natale?
E’ proprio quello che mi insegnavano fin da bambino, quando io e i miei fratelli scendevamo giù nella vallata di Chene e passavamo la notte a rinfrescarci nei freschi e variopinti boschi di Munch.
Quelli furono i nostri insegnamenti, stare in contatto con quell’umanità di creature allegre e divertenti che non appartenevano alle figure stilzzate dei libri fiabeschi, che non avevano a che fare con gli uomini e con le loro storie terrene.
E dalla valle di Chene scendere giù dritti fino al castello di York e rimanere estasiati dal corteo degli alberi brulli e funebri: quelli con le mani degli spaventapasseri, coi rami che parevano braccia, con le dita spesse e inutili e con l’espressione in viso sempre vissuta e un po’ contrita dal lento passare degli anni.
Era un viaggio propizio: “Ma che non facevo mai da solo!”.
Gli elfi giù dalle montagne, intenti a fischiare la cantilena natalizia, quell’allegro coro in do maggiore che univa nel suo canto tutti gli spiriti vissuti venuti dal bosco.
E già da piccoli avevamo dei sonagli magici!
“Puk, Puk mi gridavano i miei fratelli guarda lassù!”.
Ma più che osservare il cielo, la notte e cercare la penultima eclissi, guardavo i raggi dei vortici lunari, non quelli che cadevano nelle acque dello stagno, ma quelli che non finivano mai e che rimanevano in balia dell’universo.
Essi nascevano dal nulla, ma una volta che fossero accorsi al richiamo delle acque dello stagno assumevano la forma di cerchi concentrici su cui si riflettevano le facce nostre  che si ingrandivano e si rimpicciolivano, diventando ora riflessi, ora raggi lunari che abitavano le acque di Munch.
Il nostro viso diventava quasi l’ombra del castello di York.
Era lì che venivamo accompagnati ed era sempre là che imparavamo a fare quei regali che la notte del 24 davano tanta gioia e tanta pace agli uomini dalle buone intenzioni.
“Ah dimenticavo!”.
La città degli uomini era distante almeno un’infinità di passi dalla città degli elfi!
Ma io e i miei fartelli, Tuk e Nuba, abitavamo lungo un raggio d’azione che ci consentiva di scorgere il lato meno conosciuto della città degli uomini e di conoscerne quei loro buffi caratteri sempre in preda all’ira e alla paura.
“Queste erano le facoltà degli elfi di York,
questa era la nostra propizia Natura”.
C’era un gran cortile nel castello di York!
La seducente fata Detilene teneva proprio lì un banchetto propizio.
Grandi tavole, apparecchiate in modo sontuoso ed elegante con ogni sorta di portate, erano tutte la cornice ideale di un banchetto che ci conquistava per il suo sfarzo e per il suo splendore.
Le sue sorelle, Metilene e Betilene, più piccole di un anno correvano come se dovessero accudire non una sorella maggiore, ma una madre o addirittura una regina.
Quei piatti  succulenti conditi con canditi e zuccherini di bosco che erano un frutto dotato di poteri curativi della selva di Munch, erano accompagnati da pietanze della vecchia Terra d’Irlanda, da grosse patate verdi e da lunghi piselli gialli che crescevano con la punta rivolta all’insù.
Quel grosso tavolo apparecchiato in modo sì sontuoso non toccava giammai terra coi propri piedi di legno. Non aveva sedie, non aveva ospite alcuno. Le posate erano sollevate a cinque centimetri dal tavolo.
Detilene sedeva sul lato sinistro.
Proprio come se fosse poggiata su una sedia.
“Che poi non c’era!”.
E le sue scarpe orientali, strette ai lati e con la punta sollevata da terra, talvolta le si staccavano dai piedi.
Allora succedeva che il tavolo si capovolgeva.
E Detilene, da austera e imperiosa, sortiva alle due sorelle più piccole tutte le battute ad effetto del suo repertorio favolistico.
Divenendo più simpatica e nell’animo dolce e gentile.
“Guarda Metilene!”.
“E’adesso che diventa simpatica!”.
E mentre Betilene si inorgogliva, il tavolo sospeso nell’aria ruotava con un movimento elegante e circolare, fino a quando fisso e immobile rimaneva capovolto a mezz’aria e le risate di Detilene si univano ora ai riflessi di Metilene, ora alle grida entusiaste e ai battimano di Betilene!
Nessuno lo credeva quando Puk raccontava agli elfi che l’austera fata Detilene faceva ridere tutte le sue sorelle a crepapelle.
Puk era colpito dal suo aspetto.
Si smaterializzava in un battibaleno.
Allorquando le toccava il viso, il corpo, facendole tutto un gran sollievo.
Quel vivace folletto dalle buone intenzioni, diventava tutto rosso e incandescente come i fiori del Brattastino, che era un piccolo giardino del bosco di Munch dove le piante parlanti animavano le intenzioni degli uomini durante la sera del 24.
In quella sera nasceva una particolare rarità di fiori che prendevano sembianze umane.
I fiori supernaturali del Brattastino respiravano, parlavano, cantavano, danzavano e facevano fra di lore felice intesa e forza comune.
Essi avevano un animo gentile e possedevano il dono della forza e della comprensione.
Puk ne portava sempre uno a Detilene!
Quella volta la fata fece al folletto uno strano verso!
Quasi animalesco!
Gli elfi smaterializzatisi anch’essi, si gustarono la scena!

Nella sala da pranzo del castello di York si osservava da lontano un puntino liminoso da cui emanava una forte energia che coi propri vortici diseguali disegnava nell’aria
strane figure.
Gli uomini in quel puntino riconoscevano la Presenza Divina!
Gli elfi tutti e il grande Ork vi vedevano riflessa la quintessenza della Natura, : “Rappresentata dalle identità delle tre fate che per gioco ne diventavano una sola!”.
Tanto è vero che quando mangiavano, Detilene, Metilene e Betilene diventavano un solo corpo, un solo sorriso, una sola forza del corpo e dello spirito.
Ed esse lasciavano immaginare che se una sola di loro avesse poteri portentosi, in tre, una volta che si fossero riunite: “Chissà cosa potessero mai combinare!”.
Puk in cuor suo era stato rapito dalla forza d’attrazione di quel puntino luminoso!
E la notte sognava ad occhi aperti quella luce che lo riscaldava quando la tempesta che si aggirava nel bosco di Munch rendeva il freddo insopportabile per il suo esilie corpicino vellutato.
“Come fa un folletto ad essere innamorato d’una fata?”.
Gli sussurravano gli spiriti fraterni di tutti gli elfi e gli spiriti animali venuti dal bosco.
Puk furente e orgogliogo quella sera, salì sul tavolo capovolto delle tre fate e posò il fiore rosso del Brattastino nei capelli fluenti di Detilene!
Raccontavano nel bosco che quella luce divenne da esile, ancora più forte: “C’era chi ci vide la Presenza Divina, c’era chi ci scorse la presenza fluttuante delle tre fate che per gioco ne diventavano una sola, c’era chi ci vide il riflesso dell’elfo Puk che prima dell’arrivo della sera del 24 dicembre, regalò alla sua fata del cuore il fiore dalle sembianze umane del giardino sovrannaurale del Brattastino!”.
Ma Natale era alle porte!
E gli elfi lavoravano come forsennati per rispettare le scadenze e non perdere la loro credibilità in un mondo che perdeva sempre più le sue certezze.
La città degli uomini scorreva parallela al bosco di Munch, cosicchè il castello di York che ne cingeva il confine, era quell’altura strategica dove, da una parte si osservava il lento lavorio degli elfi e dall’altra si sentiva il lento passare dei giorni degli uomini che possedevano le buone intenzioni!
Raccontavano a Puk che gli uomini avessero perso per  strada l’ombra della loro storia, del loro tempo.
Puk era davvero buono nel suo spirito e combattivo in tutte le risorse del suo corpo e spesso rimaneva irrequieto nel suo animo!
Sognava così fantasticando di spostare il castello di York nella città degli uomini, immaginava che quella luce che emanava fra le stanze degli elfi potesse raggiungere le sofferenze degli uomini e allevargli le pene dell’anima!
“Attento a quel che fai Puk!”.
Gli diceva il grande Ork, il suo severo padre!
“Sei solo un elfo!”.
“E la natura ti ha donato soltanto della buona intenzione di comprendere lo spirito che sottintende il Natale!”.
“Non volere di più!”.
“Non sei un mago, né un Dio del cielo!”.
“Non hai poteri sovrannaturali come i fiori parlanti del giardino del Brattastino!”.
“Non andare oltre!”.
“Così farai la tua rovina!”.

E fin qui niente da ridire!
Ma Puk faceva strane cose: “Era dotato di energie portentose per le quali era talmente abile che talvolta veniva più preso per un mago e per uno spirito vissuto venuto dal bosco che per un elfo!”.
Univa in un battibaleno l’indice e il medio della mano destra e quando si sollevava da terra, diventava più piccolo di almeno una spanna!
Era solo allora che Puk scompariva!
E dentro il suo piccolo essere compariva una strana luce, nel cui nucleo si manifestava un Puk più piccolo dai capelli corti che rideva a crepapelle e che soleva mettersi la mano dinanzi alla bocca come se stesse sbadigliando!
“L’opera in atto era una breve metamorfosi!”.
Puk scompariva, diventava più piccolo e più leggero, poi le sue due parti separate si ricomponevano e quella luce che da lui fuoriusciva veniva scambiata dagli uomini per l’essenza del Natale!
Puk aveva una forte presenza e un grande spirito!
Quando la sera ascoltava i richiami della Natura, sapeva che i fiori rossi del giardino del Brattastino che assumevano sembianze umane e pose parlanti, conservavano l’animo gentile delle infiorescenze del bosco e anche la capacità di lenire l’altrui dolore!
“Che cosa gradita farei al gran giardino del Brattastino se lenissi anch’io un po’di dolore agli uomini!”.
“Se portassi via dai loro animi tutte quelle sofferenze, gli uomini si riapprorprierebbero delle loro buone intenzioni e potrebbero vivere più felici!”.
Sognava Puk di rendere la città degli uomini un regno sopraffino dove le leggi che avrebbero governato la loro vita sarebbero state: “La gioia e la fratellanza!”, più che l’invidia e il biasimo!
E chissà se a tal punto non sarebbero intervenute tutte le forze visibili e invisibili: “La Natura, il Bosco, l’Inverno, le Ombre silenziose che dormivano sotto i fiori rossi del giardino del Brattastino a dargli una mano per salvare tutti gli uomini che possedevano ancora le buone intenzioni!”.

Natale era alle porte!
E il giorno del 24 pretendeva dagli elfi che gli uomini potessero disporre finalmente dei loro buoni propostiti!
Puk fu sollevato da una forza misteriosa, proprio quando si posò sul tavolo capovolto della fata Detilene!
Cominciò a volare nel cielo e poi tornò in terrà e continuò a volare a mezza’aria!
Gli uomini dalle buone intenzioni videro la folla dei folletti sospesi nel cielo innalzati dalle tre fate che per gioco ne  diventavano una sola, in modo che al suono di quel puntino luminoso potessero riscaldare con le loro facoltà le fredde stanze del castello di York, le terre invernali del Bosco di Munch e anche tutti gli altri abitanti del Regno di Ork!
“Cosa ci porterà il Natale?”- si chiedevano gli uomini!”.
E lo spirito del Natale espandeva nell’aria il suo motivo musicale, irradiava con la sua presenza le terre e case, i sogni e le aspirazioni degli uomini, com’era scritto nel suo segno profetico e nel tratto distintivo della sua luce!
Il firmamento degli astri si disponeva nel cosmo senza un ordine preciso e l’essenza del Natale consisteva nella sua più propizia virtù, : “Fondere il passato con il presente e farne vanto del futuro, creando assieme un tempo ove era eguale il canto, la letizia e l’armonia!”.
Girava voce fra i popoli che la sera del 24 fosse l’unico momento dell’anno in cui qualsiasi potesse accadere e Puk voleva realizzare in quest’atmosfera recondita qualche sua aspirazione segreta e porla in dono ai bambini che popolavano la città degli uomini: “Per poter fare allegramente qualcosa di natalizio!”.

Giunse la notte del 24!
C’era chi si aspettava soldi e doni propizi!
Puk portò nel mondo che era la sua casa tutta sua allegrezza e la sua generosità!
Fece trovare in tutte le case degli uomini il fiore rosso sovrannaturale del giardino del Brattastino, quel fiore parlante che assumeva sembianze umane.
“Tutto accadrà in modo repentino,
purché sia lecito e vero che lo Spirito del Natale porterà in dono il suo regalo sopraffino!”.
Lauti pranzi, grandi tavolate, feste organizzate sontuosamente.
Arrivò l’ora del Natale e il momento in cui fu lecito aprire i doni e i regali!
Tutti gli uomini trovarono accanto all’albero che cingeva la soglia delle case, un dono nuovo e antico.
“Quel dono consisteva nel fiore rosso del Brattastino!”.
“Quello che talvolta assumeva sembianze umane!”.
“E che aveva nel suo colore rosso fuoco, un potere altresì magnetico e particolare!”.
Ma gli uomini non conoscevano il suo segreto.
Quando trovarono quello strano fiore rosso sotto l’albero, dissero fra sé spazientiti che elfi gli avevano giocato l’ennesimo scherzo!”.
Tremò la casa quando gli uomini dalle buone intenzioni presero fra le mani quel fiore rosso che cominciò a vagire e muoversi come fosse un neonato che gli donasse luce dove prima regnava soltanto tristezza!
Non tremò la casa invece di quegli uomini spazientiti che si rinschiusero dentro le loro stanze e che non colsero l’occasione propizia per essere felici.
Quel fiore rosso del giardino del Brattastino che fu accolto dagli uomini con entusiasmi diversi, portò ricchezza, soldi e felicità e il segreto del Natale e della sua unione delle vite racchiuse nel passato, nel presente e nel futuro.
Ciò vuol dire che quel fiore sovrannaturale permise agli uomini dalle buone intenzioni di smettere di soffrire, di tornare a esser felici, di rivedere i loro cari che abitavano lungo le alture del Bosco di Munch e fra le infiorescenze parlanti del giardino del Brattastino!
Ciò non fu consentito agli uomini che non colsero il fiore!
Puk aveva donato felicità agli uomini la sera del 24!
E aveva capito chi nella città degli uomini avesse o non avesse le buone intenzioni!
Tornò a casa orgoglioso, trascinato e illuminato da quel puntino di luce misteriosa che era fatto dall’unione delle tre fate che emanavano nel loro idillio: “Un’Energia forte e sì misteriosa!”.
“Quella luce significò il vero Spirito del Natale!”.
E Puk ce l’aveva fatta, :
“Quella sera non fece solo prova di folletto,
ma rivelò agli uomini lo Spirito Allegro del Natale e il suo segreto fatto di gioia e di amore sopraffino!”.

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