inedito: “Abu el Hul – passaggio ad Atlantide” di Angela Todaro (parte I)
Capitolo I
Abu el Hul, il Padre del terrore
La tempesta si era placata da un quarto d’ora, ma l’aria era ancora dorata di sabbia. Rosmary teneva il foulard avvolto intorno al viso nell’attesa che la situazione tornasse alla normalità per riprendere il lavoro. Nelle sue vene scorreva il sangue arabo della madre, rispettava la cultura del paese in cui era nata e vissuta, ma aveva deciso di abbracciare a pieno titolo l’altra parte della sua natura, quella inglese ed indipendente del padre. Era una questione di ordine pratico. Aveva voluto evitare che i dettami del mondo musulmano ostacolassero in qualche maniera la viscerale vocazione che provava per l’archeologia. Sarebbe stata una tortura scavare sotto il sole con il chador, o girare ammantata per il museo mentre esaminava i reperti. Suo padre era il dottor Duval, un archeologo inglese di grande intuizione e passione che però era diventato famoso più per le stravaganze che non per le scoperte. Da lui Rosmary aveva ereditato, oltre alla vocazione per l’archeologia, anche l’abitudine a vestirsi casual e con abiti assolutamente comodi, adatti al clima del Cairo ed all’attività che svolgeva. Così, al contrario delle donne che come lei erano nate in terra d’Egitto, copriva il viso solo quando era necessario, per respirare al riparo della sabbia che si levava con le tempeste.
Gli occhi color miele scrutarono la situazione del campo di scavo. Il turbinio del vento aveva scaraventato qua e là alcune strutture di supporto, ma gli operai si erano già rimessi a lavoro e stavano ripristinando ogni cosa. Erano abituati a farlo perché situazioni del genere, in alcuni periodi dell’anno, si verificavano continuamente. Rosmary alzò lo sguardo ed incontrò quello di Abu el Hul, era divenuto quasi nitido, segno che la sabbia si stava posando del tutto. Gli occhi del gigante di pietra le incutevano sicurezza. Aveva tre anni quando l’aveva veduto per la prima volta. Sua madre l’aveva portata sul campo di scavo dove il dottor Ronald Duval stava lavorando. L’animo di bimba si era subito animato alla vista dello sciame bianco dei fellah che serpeggiava in mezzo alla sabbia di Giza rovistando nelle viscere della terra, mentre i ghafirs stavano ritti e immobili a guardarsi intorno. In mezzo al marasma di corpi in attività troneggiava la figura di suo padre, alto, possente, con la capigliatura fluente che gli scendeva sulle spalle e scintillava sotto i raggi cocenti del sole del Cairo. Era l’archeologo inglese ossessionato dall’idea di compiere la più grande scoperta di tutti i tempi, e nel cercarla non si limitava ad impartire ordini agli operai, ma scavava con tutte le forze che le sue braccia muscolose, brunite dal calore, riuscivano a trovare. Diceva che su quell’altipiano, da qualche parte sotto la coltre di sabbia, era nascosto il mistero della nascita della civiltà umana. Aveva trascorso tutta la vita a caccia di un miraggio, sacrificando anche l’amore per la famiglia.
Quel giorno di trentaquattro anni prima, Rosmary, seduta tra le braccia della madre, aveva scoperto l’amore. Alzando lo sguardo verso il cielo del deserto, aveva incontrato gli occhi di pietra della sfinge di Giza, ed il suo piccolo essere ne era rimasto folgorato. Per la prima volta aveva udito il nome di Abu el Hul. Le era sembrato bellissimo. Solo durante gli anni della scuola aveva scoperto che il suo significato era “padre del terrore”. Si era arrabbiata con il mondo intero. Avrebbe volentieri preso a calci l’idiota che aveva conferito il terribile appellativo al gigante di pietra. Ma quel nome ormai aveva preso possesso del suo cuore, pronunciarlo ed ascoltarlo le dava una sensazione di assoluto benessere. Decise così che per lei Abu el Hul avrebbe avuto unicamente il significato di “padre”. Rosmary adesso aveva trentasette anni e la sensazione che provava nel guardare la sfinge di Giza era la medesima di allora.
L’archeologa si avvicinò agli operai che avevano ripreso a scavare, togliendo finalmente dal viso il foulard che le dava un profondo fastidio. Lo annodò intorno alla vita. Si stava occupando di uno scavo che anni prima aveva iniziato il padre. Si trattava di un gruppo di sepolture di notabili del Regno Antico. Niente di particolare, almeno fino a quel momento, ma il materiale rinvenuto avrebbe aggiunto un nuovo tassello alla storia egizia. Il nuovo soprintendente all’Archeologia, il dottor Abdel Salah Ali Hassan, l’aveva nominata da circa sei mesi direttrice di due scavi che si stavano conducendo nell’area di Giza. La dottoressa Rosmary Duval era molto apprezzata tra gli egittologi, non certo per eredità del padre, che al contrario veniva ricordato più come un visionario che come uno studioso. Lei si distingueva per la grande capacità deduttiva, e per la scientificità con cui organizzava e conduceva i lavori. Leggeva ed interpretava gli antichi geroglifici come se fossero lingua corrente. Aveva iniziato a farsi apprezzare per le sue capacità di studiosa già dai tempi dell’università, dove si era laureata cum laude. Subito dopo aveva rivestito il ruolo di ricercatrice ed aveva partecipato come assistente a campagne di scavo importanti in varie aree della valle del Nilo. Ma fino a quel momento non aveva mai avuto un incarico che fosse tutto suo. Alle spiccate capacità di egittologa si aggiungeva il carattere amabile e determinato allo stesso tempo: le squadre di operai che prestavano servizio negli scavi archeologici si sentivano letteralmente soggiogate dal suo carisma, anche se si trattava di una donna. Persino gli uomini musulmani eseguivano prontamente e con precisione ogni comando, sapevano che, se avessero sgarrato, la critica nei loro confronti sarebbe stata aspra e severa, ma se il lavoro fosse stato eseguito a regola d’arte, la loro perizia sarebbe stata apprezzata dalla dottoressa ed avrebbero continuato a lavorare senza problemi all’interno dello staff di cui la donna faceva parte. Per tutti questi motivi il soprintendente Hassan aveva voluto la Duval a capo delle future campagne di scavo che l’Egyptian Museum avrebbe promosso. Lavorare con lei significava procedere celermente e nella giusta direzione. Così Rosmary adesso aveva il dominio che un tempo era stato del padre.
Gli operai erano indaffarati ad imbracare le mummie rinvenute all’interno delle piccole mastabe. Si trattava di due corpi, quello di un alto funzionario vissuto durante il regno della IV dinastia e di sua moglie. Le vanghe continuavano a rimuovere la sabbia intorno al passaggio per rendere più semplici i movimenti di chi estraeva dalla terra i corpi imbalsamati. Le voci degli uomini si rincorrevano velocemente, incitandosi nelle manovre. Poi, all’improvviso, ogni attrezzo venne abbandonato a terra, i due corpi rinsecchiti restarono penzoloni nelle imbracature e gli uomini si gettarono bocconi sulla sabbia. Il sole era a mezzogiorno, e la preghiera di salàtu – e – zùhr si levò verso Allah a sud est. Rosmary osservò per qualche istante il tappeto umano, poi si aggirò intorno allo scavo in silenzioso rispetto.
Le due mummie avevano le bende ben conservate, fatta eccezione per la zona facciale dell’antico funzionario. Le fasce di lino erano logore ed aperte sul lato sinistro, tanto che la luce del giorno vi penetrava prepotente rendendo visibile l’occhio rattrappito del notabile egizio. Rosmary si sentì osservata. Quell’occhio sembrava guardare proprio lei. “Che stupida!” si disse. Non era certo la prima volta che vedeva le fattezze di una mummia sotto le bende. Tuttavia quello sguardo guercio la metteva a disagio, sembrava che volesse dirle qualcosa. L’archeologa posò gli occhi altrove, non aveva voglia di continuare a sentirsi ridicola. Girò alle spalle degli involucri umani per osservare meglio il tipo di fasciatura, ma lo scarponcino si impigliò in qualcosa e la fece inciampare. Si fece schermo con le mani e riuscì ad evitare di cadere bocconi con il viso nella sabbia. La punta della scarpa si era incastrata sotto una sottile di lastra di pietra che sporgeva dal terreno. Aveva uno spessore di poco meno di un centimetro, e aveva una superficie levigata con gli angoli arrotondati. Si vedeva chiaramente, anche a distanza, che la piccola lastra era stata lavorata da mani umane. La donna iniziò a scavare intorno alla sporgenza a mani nude, cercando di liberare l’oggetto dalla sabbia in cui si era incastonato. L’operazione fu più semplice del previsto, perché la lastra di pietra era di piccole dimensioni, quaranta centimetri di altezza, per venticinque di larghezza.
Non era un oggetto qualsiasi. Quando Rosmary lo ebbe completamente tra le mani l’emozione le esplose nel cervello così forte che per qualche secondo non riuscì nemmeno a pensare. Nella parte superiore della stele, sulla sinistra era raffigurata in incisione una costellazione, che ricordava in maniera evidente quella del Leone, e la cintura di Orione. Sul lato destro invece era inciso in maniera stilizzata un tridente. Nella parte inferiore c’erano altre due raffigurazioni. Una sorta di piramide, che ricordava vagamente quella a gradoni di Zoser, ma che di fatto aveva degli elementi che la facevano apparire una struttura moderna, se non proprio futuristica. Era poggiata sul dorso di un ragno che la sorreggeva. L’ultima delle raffigurazioni era la Sfinge. Rosmary notò immediatamente che l’aspetto di Abu el Hul era diverso. Il corpo leonino era quello che conosceva, ma i lineamenti del viso erano altri. Aveva le fattezze di una donna con occhi grandi ed espressivi, il naso regolare e labbra carnose. La testa era avvolta da un copricapo particolare, un misto di bende sacre e di piume. Ricordava il bendaggio del sacerdote sem nell’atto di presiedere al rito della mummificazione dei defunti. A chiudere l’insieme di quei simboli, alla base della stele, erano incise le tre onde di mw, il grafema che indicava l’acqua.
- Dottoressa Duval. Tutto bene? – la voce profonda di Saran fece trasalire Rosmary.
- Sì, è tutto a posto – sorrise per rassicurarlo.
Era rimasta seduta per terra a contemplare la stele per tutto il tempo in cui gli operai avevano pregato. Non si era accorta che gli uomini avevano risollevato i visi dalla sabbia e stavano ritornando verso il cantiere. Probabilmente, pensò Rosmary, a Saran, così seduta sulla sabbia a gambe incrociate, doveva essere apparsa come una bambina che contemplava la bambola nuova.
- Stavo esaminando una stele riaffiorata dalla sabbia – spiegò all’uomo mentre si rimetteva in piedi.
Saran era uno dei ghafirs, un operaio specializzato che si occupava di scavi da oltre trentacinque anni: aveva iniziato da ragazzino, sotto la direzione del dottor Ronald Duval. Sebbene Rosmary desiderasse tenere per sé quella scoperta, almeno per il momento, non poteva completamente celarla ad uno come Saran, che per certi versi era un archeologo in piena regola, ed aveva adocchiato il reperto tra le mani della donna. Si limitò tuttavia a raccontargli solo del ritrovamento, senza tradire alcuna emozione e senza far cenno al contenuto. Rosmary teneva la stele tra le braccia come se fosse un neonato, e la parte incisa era rivolta verso il suo corpo, sicché il ghafir non potè notare nulla di particolare, e finì col pensare che si trattasse di una delle tante iscrizioni che si ritrovavano all’interno delle tombe, una preghiera, una poesia d’amore, o le formule di un rituale. L’archeologa non voleva celare per sempre la particolarità delle incisioni che si teneva strette sul seno, ma aveva deciso che ne avrebbe appurato il significato prima di rendere nota la sua esistenza al mondo.
I fellah erano tornati a brulicare sulla sabbia di Giza. I due corpi mummificati vennero riposti nelle casse di legno, insieme agli altri oggetti rinvenuti all’interno delle mastabe, e caricati sulle jeep. Rosmary aveva riposto la stele all’interno del suo zaino, con cura, poi era tornata a dirigere i lavori sul cantiere, ma la mente le stava volando ormai altrove. Aveva deciso che avrebbe trascorso la notte ad esaminare e studiare la lastra di pietra nei minimi particolari.
Quando la carovana fumosa di uomini e mezzi si immise su Al Aharam Street, in direzione Città del Cairo, il sole guardava già ad occidente.
I tre orango si stavano dondolando pigramente sui copertoni appesi agli alberi che sorgevano nell’area a loro destinata all’interno dell’Hermann Park Zoo. La più anziana fissava con particolare interesse Oscar, seduto al di là del recinto alla solita panchina. Il visetto peloso ogni tanto mutava impercettibilmente espressione, come se cercasse di leggere i pensieri dell’uomo che era seduto di fronte. Oscar adorava stare anche ore a guardare gli occhietti dolci e furbi che esploravano e studiavano il suo essere. Gli orango, e le scimmie in genere, sin da bambino erano gli animali che più gli piacevano. I loro tratti così vicini alla razza umana affascinavano la sua indole di antropologo, ma forse ancor di più lo intenerivano.
Oscar guardò le lancette del Rolex di acciaio che aveva al polso, il dottor Valdi era in ritardo di oltre un quarto d’ora, e non era mai successo prima. Dai tempi in cui Oscar aveva preso a frequentare la facoltà di Antropologia all’Università di Berkeley, tutte le volte che gli era possibile prendersi una pausa dallo studio, volava a Houston a trovare il padre. Il dottor Francesco Valdi era un astrofisico di fama internazionale, e trascorreva gran parte delle giornate a studiare i movimenti del cosmo al Johnson Space Center. Anche Oscar era completamente assorbito dagli studi di antropologia. L’evoluzione umana, in tutte le manifestazioni riusciva a fargli vivere la vita come una continua scoperta, un’avventura verso l’ignoto su cui formulare e dimostrare nuove teorie.
Padre e figlio si riservavano almeno una volta ogni due mesi una parentesi tutta loro. Un momento per incontrarsi e raccontarsi. Il luogo era sempre lo stesso, l’Hermann Park, davanti al fossato degli orango. Ormai erano trascorsi diversi anni da quando Oscar aveva terminato gli studi universitari, il Rolex che portava al polso era il regalo che il dottor Valdi gli aveva fatto per la laurea. Ora anche lui aveva raggiunto una certa fama, insegnava antropologia nella stessa università in cui aveva seguito gli studi, ma svolgeva anche ricerche per conto di altri centri universitari, come Boston. Era costantemente concentrato nella ricerca dell’origine del genere umano.
Nonostante il lungo percorso compiuto dal momento in cui si erano trasferiti dall’Italia in Texas, col passare degli anni nulla era cambiato nella sacralità del momento in cui padre e figlio si incontravano. Nello zoo di Houston, solo per loro due, il tempo si fermava. Si davano appuntamento in un giorno prestabilito, ad un orario preciso, davanti al recinto degli orango, e lì se ne stavano per un paio d’ore a chiacchierare, a scambiarsi emozioni ed idee sul rispettivo lavoro, a ridere. Ciascuno aveva tra le mani un sacchetto, uno portava le banane, l’altro le nocciole per “le signore”, così avevano soprannominato i due esemplari di pongidi che fino a qualche anno prima avevano abitato il fossato. Erano due femmine.
Gilda era la più grande ed anche la più scontrosa. Oscar si divertiva a conquistarla con il cibo. Era morta cinque anni prima per complicazioni dovute all’età. Era stato come perdere una cara amica. Ma il dolore più grande l’aveva provato Anastasia, l’orango più giovane. Era caduta in depressione dopo che la compagna era deceduta. Per farle compagnia lo zoo aveva introdotto qualche tempo dopo nel recinto una coppia di orango, madre e figlio, trovati da una spedizione di studiosi nelle foreste del Borneo. Erano in cattive condizioni di salute, forse per questo il resto del gruppo di pongidi li aveva lasciati indietro. Gli studiosi li avevano salvati da morte certa. La femmina era di cinque anni più anziana di Anastasia, e gli addetti ai lavori dello zoo l’avevano chiamata Beatrice. Il maschio aveva invece pressappoco la stessa età della padrona di casa, e ben presto per tutti era divenuto Ronald, Ronnie per i più assidui frequentatori dello zoo. L’esperimento era riuscito, e Anastasia con i nuovi compagni aveva ritrovato la vitalità di un tempo. Era la più chiassosa, ed era la prima a prendere l’iniziativa per trascinare gli altri due in qualche gioco inventato sul momento.
Quel giorno era intenta a dondolarsi accanto a Ronnie, ogni tanto gli tirava uno scappellotto dietro la testa, perché come al solito non aveva alcuna voglia di annoiarsi, e generava una certa irritazione del maschio, che infastidito le rivoltava in faccia le labbra, atteggiando il viso in un’assurda smorfia. Impegnati nel gioco i due orango non si erano affatto accorti della presenza di Oscar. Solo Beatrice aveva assistito all’arrivo dell’antropologo, ma la sua estrema timidezza le impediva di segnalare, se non con gli occhi, la presenza di Oscar agli altri due, che presi com’erano dal loro sfottò non si rendevano conto di nulla. Beatrice si comportava con Oscar come una languida innamorata. Attendeva la prima mossa di lui per rivolgergli concretamente le sue attenzioni.
Ma quella mattina l’antropologo non si era avvicinato ancora al recinto per tenderle un frutto. Oscar se ne stava seduto alla panchina con il sacchetto delle nocciole stretto tra le mani. Il ritardo di suo padre aveva superato i venti minuti, e questo cominciava seriamente a preoccuparlo. Oscar aprì il sacchetto con i frutti e si alzò in piedi. La manovra generò un fremito in Beatrice. L’orango restò in quegli attimi in trepidante attesa che il braccio di Oscar si tendesse verso il recinto e lanciasse senza troppa violenza il dono che aveva portato per lei.
- Ei, dottor Wilde! Oscar Wilde, sono qui! – la voce di Francesco si diffuse all’improvviso nell’aria, mentre Oscar era ormai a pochi passi dal recinto.
Il viso dell’antropologo si illuminò, tutti i pensieri negativi che gli stavano attraversando la mente volarono via in un istante, e si voltò nella direzione da cui le parole del padre erano arrivate alle sue orecchie. Il dottor Valdi lo stava raggiungendo, ed aveva un sacchetto di carta tra le mani.
Il cambiamento di rotta di Oscar fece esplodere Beatrice, che mise da parte per un momento la timidezza ed iniziò a protestare caldamente con un susseguirsi di versi striduli, per attirare l’attenzione. Anastasia e Ronald, distolti dal gioco, decisero di darle immediatamente manforte.
- Cominciavo a temere che oggi mi dessi buca – disse Oscar abbracciando il padre.
- Non avrei perso quest’incontro per nulla al mondo, lo sai – poi Valdi fu distratto dal chiasso dei tre orango – Vedo che c’è più di qualcuno che protesta per questo ritardo! -
- Già, ci conviene consegnare immediatamente i nostri regali, prima che ci rompano i timpani – Oscar sorrise divertito mentre insieme al padre si avvicinava al recinto. Nocciole e banane piovvero sul terreno del fossato e i tre chiassosi inquilini si zittirono d’un colpo per gettarsi a capofitto sul bottino.
- Cominciavo ad aver timore che ti fosse successo qualcosa. Non è mai accaduto che arrivassi in ritardo … – Oscar si sedette nuovamente sulla panchina su cui aveva atteso il padre.
- Dottor Wilde … – Francesco esordiva così quando stava per parlare al figlio di qualcosa di importante. Wilde era il cognome d’arte che Oscar si portava dietro dai tempi dell’università, immediatamente dopo il trasferimento in America. I suoi compagni texani avevano trasformato Valdi in Wilde. E col tempo, il soprannome che lo faceva apparire l’omonimo del famoso scrittore irlandese aveva finito col piacergli, tanto da adottarlo stabilmente e da stamparlo a chiare lettere sui tomi delle ricerche condotte per conto dell’università. E poi c’era già un dottor Valdi in famiglia, suo padre, e per Oscar bastava.
Dottor Wilde – ripetè l’astrofisico – ho fatto ritardo perché ho dovuto intrattenermi più del previsto al centro spaziale. E’ successo qualcosa di strano ed è stato necessario tenere sotto controllo i radar –
- Che succede? I marziani vengono a farci visita? – scherzò Oscar.
- Purtroppo no. Credo si tratti di meteoriti. Il cielo da qualche giorno presenta delle anomalie, ed oggi i radar per una ventina di secondi hanno segnalato la presenza di piccoli corpi in movimento. Poco dopo sono scomparsi -
- Esiste pericolo per il pianeta? – questa volta il tono di voce dell’antropologo era serio.
- Nessun pericolo. Se si tratta davvero di meteoriti, sono abbastanza lontani dall’orbita terrestre. Stiamo monitorando costantemente la situazione del cielo per dare una spiegazione alle segnalazioni dei radar. Ma dimmi di te. Come proseguono le tue ricerche invece? -
Le mie ricerche? Al momento sono impegnato su più fronti, ma nell’ultimo periodo mi sto concentrando su un convegno che terrò a breve a Washington. E’ un tema di quelli che stuzzicano la fantasia, gli Oopats, oggetti fuori tempo –
Interessante. Hai già trovato tutto il materiale che ti occorre? –
Quasi tutto. In realtà avevo già completato il mio piano di discussione, ma a Berkley fanno pressioni perché inserisca nell’elenco anche la Sfinge di Giza. Però gli studi a questo riguardo sono troppo controversi. Non posso inserirla al momento tra gli oggetti fuori tempo. Ecco perché vorrei trovare prima una strada che porti sino alla sua reale simbologia. Appurato questo potrei arrivare ai creatori e capire in quale periodo sia stata davvero costruita. Ma temo che sia un lavoro troppo lungo, non riuscirò a portarlo a termine entro la data del convegno, nonostante tutte le insistenze del dipartimento di Antropologia –
- So che ci sono diverse teorie sulla creazione e la simbologia dell’enigmatica signora – mentre pronunciava le parole Francesco cercava nella mente il ricordo preciso di quello che aveva letto qualche anno prima su una rivista.
- Ah bene, vedo che hai preso ad interessarti ai misteri della storia della razza umana … credevo che la tua testa fosse rimasta tra le stelle – Oscar si divertiva spesso a prendere in giro il padre dipingendolo con le parole come uno svanito che stava sempre con la testa per aria a guardare il cielo.
- Che vuoi, ad avere un antropologo in famiglia si prende il vizio di volare indietro con il pensiero all’origine delle cose. Veramente sulla Sfinge ho letto più di qualcosa perché è stata costruita seguendo un preciso disegno astrologico -
- Ha la forma della costellazione del Leone – intervenne Oscar – Con lo sguardo rivolto verso Est -
- Già! E se come alcuni sostengono è assai più antica di quanto comunemente si crede, secondo i calcoli, il 10.500 avanti Cristo il Sole sorgeva proprio nella costellazione del Leone, per cui durante l’equinozio di primavera di quell’anno la Sfinge in pratica vide sorgere se stessa dietro il Sole -
- Credi anche tu ad un’origine assai remota del monumento egizio! – l’espressione di Oscar era piacevolmente sorpresa – Dottor Valdi, tu sai sempre come stupirmi -
- Beh, ammetterai che è un’ipotesi affascinante -
- Senza dubbio, ma non esistono prove -
- Qualcosa c’è, se proprio vogliamo essere pignoli. L’esame effettuato sulla Sfinge da Robert Schoch, dell’Università di Boston, ha confermato la teoria di John Anthony West, scrittore ed egittologo autodidatta. Il colosso di Giza ed i muri che lo circondano mostrano solchi provocati dall’erosione, profondi circa un metro. Un lavoro così non può averlo fatto certo il vento. Occorre l’acqua, la pioggia. E nel deserto l’ultima grande pioggia è caduta dopo l’ultima era glaciale, cominciata circa dodicimila anni fa –
- Ei, hai per caso deciso di soffiarmi il lavoro? – scherzò ancora una volta Oscar, ma le parole del padre avevano risvegliato la sfrenata fantasia con cui appena diciottenne aveva intrapreso gli studi di antropologia a Berkeley. A quel l’entusiasmo sfrenato si trasformava nella sua mente in una macchina del tempo, che lo faceva volare con la fantasia millenni indietro, all’origine della civiltà umana. Col passare degli anni, divenuto uno studioso ed un ricercatore di tutto rispetto, la fantasia aveva lasciato il posto all’empirismo.
Il tono della voce di Oscar divenne più serio – Conosco perfettamente tutti gli studi applicati sulla Sfinge. In quella ricerca è stato coinvolto anche il sismologo di Houston, Thomas Dobecki, che sulla base dell’erosione presente sulla roccia ha potuto calcolare quando fu scolpita. Risultato: la parte anteriore del monumento è più antica di circa 3000 anni rispetto alla parte posteriore –
- E questo non ti dice nulla? – lo stuzzicò Francesco.
- Può voler dire molto, ma può anche non voler dire nulla. Dimostra semplicemente che la Sfinge è stata realizzata in varie fasi –
- Esatto. Le pietre squadrate e scolpite per prime sono state esposte all’erosione della pioggia, le ultime a quelle del vento. Ma ti ricordo che l’ultima pioggia nel Sahara è caduta nel 10.500 avanti Cristo –
- Questa data ritorna come un’ossessione. Lo so. Ma non si può basare alcuna teoria convincente solo sullo studio dell’erosione. Ci vogliono altri dati. Fatti. Non ci sono prove che dimostrino che dodicimila anni fa esistesse una civiltà umana in grado di realizzare una simile opera. Non abbiamo nulla … almeno per il momento – le ultime parole l’antropologo le mormorò quasi. Nella sua mente la fantasia di studente e la ragione di scienziato avevano d’un tratto intrapreso una dura lotta.
- E allora questo studio che stai seguendo sulla Sfinge di Giza dove intende approdare? Hai qualche strada sicura ed attendibile da seguire? –
- Lo credevo fino a dieci minuti fa … adesso non ne sono più così sicuro – Oscar atteggiò il viso in una strana espressione.
- Smettila di farmi sentire un imbecille! Lo sai che non sopporto di essere continuamente il bersaglio della tua ironia – Francesco ammonì con affetto il figlio.
- Guarda che non sto scherzando, sono assolutamente serio. Le piste da seguire sono così tante che non appena ne imbocchi una che ti sembra la più probabile, ti compare nel bel mezzo della strada un’altra possibilità che possiede tutti gli elementi che sembrano condurre alla verità. E’ un percorso emozionante, ma irto di spine. Ed io non vorrei pungermi troppo. Anche se, tu mi conosci bene, le sfide sono l’essenza del mio lavoro, come del tuo del resto –
- Che gusto ci sarebbe se tutto fosse semplice? Se tutto fosse spiegabile senza difficoltà? – sorrise il dottor Valdi – Un antropologo ed un astrofisico non avrebbero ragione d’esistere altrimenti. Per telefono mi hai anticipato che questa sera prenderai un aereo diretto in Egitto –
- Sì, ho prenotato il primo volo in partenza per il Cairo. Devo incontrare un’archeologa, una certa Rosmary Duval. Ho contattato l’Egyptian Museum la settimana scorsa, e pare che al momento sia lei a seguire gli scavi sull’altipiano di Giza – Oscar si alzò dalla panchina e si stiracchiò un po’.
- Chissà, magari sarà in grado di darti qualche dritta – il dottor Valdi seguì l’esempio del figlio e si mise in piedi anche lui – A proposito di donne … – il tono di Francesco divenne malizioso – Alcune voci dicono che da qualche mese ti si vede in giro con una modella … -
- Come al solito riesci a seguire i miei movimenti a migliaia di chilometri di distanza –
- E allora?! Questa sarebbe una risposta? – Francesco restò in attesa.
- E allora che cosa? – Il dottor Wilde rispose con un’altra domanda.
- Non iniziare il solito giochetto. Sono io che ti ho fatto per primo una domanda, e non ho ancora ricevuto una risposta! –
- Cosa c’è da dire? Sono un uomo, è naturale che esca con delle donne – minimizzò Oscar – Anche se porto il nome di uno scrittore irlandese dichiaratamente gay -
- Va bene, ho capito – si arrese – E’ una delle tante. L’ultima volta che sei riuscito a tenere accanto la stessa donna per un anno intero avevi otto anni … ti eri invaghito della tua compagna di banco –
- Mai dire mai. E poi lo sai che sono impegnato con il mio lavoro. Quanto tempo della mia giornata potrei dedicare ad una donna? Poco, molto poco -
Gli orango avevano soddisfatto il palato e lo stomaco. Dei frutti portati da Oscar e Francesco non c’erano che sparuti resti sul terreno del recinto. Anastasia e Ronnie erano tornati ai loro giochi, mentre Beatrice si dondolava come una sciantosa sul copertone che penzolava dall’albero più grande.
- Che dici? Andiamo a mangiare qualcosa anche noi? – propose Oscar al dottor Valdi – Le nostre amiche hanno lo stomaco pieno, mentre il mio apparato digerente tra un po’ comincerà a brontolare per l’immensa voragine che ospita in questo momento –
- Va bene, va bene – il dottor Valdi parlò con tono rassegnato – Andiamo. Tanto con te è tutto fiato sprecato. Mi rassegnerò a non avere nemmeno un nipote –
Oscar lanciò con la mano un bacio volante a Beatrice che come al solito lo stava fissando languidamente – Ecco, vedi papà, quella è l’unica vera donna della mia vita – Oscar prese Valdi sottobraccio e si incamminarono sul viale sassoso che conduceva verso l’uscita dell’Hermann Park.
Rosmary stava piegata con la testa sulla scrivania, e teneva incollata all’occhio destro la lente di ingrandimento. Con l’ausilio della lampada da tavolo stava osservando i particolari della stele che quella mattina aveva trovato nella sabbia intorno allo scavo. Accanto, alla sua destra, c’era un quadernetto ed una matita con cui ogni tanto annotava pensieri o interrogativi a cui rispondere con ulteriori ricerche. Una fitta alla schiena, obbligata da oltre due ore alla scomoda posizione, fece trasalire l’archeologa. Lasciò la lente sul piano della scrivania e si abbandonò sulla poltrona di pelle nera dall’alto schienale per riposare qualche minuto. Chiuse gli occhi, solo adesso si rendeva conto di quanto le stessero bruciando per la stanchezza. In quello stato di semi rilassatezza la mente prese a lavorare freneticamente. Analizzò attimo per attimo la sequenza del ritrovamento e poi le immagini impresse sulla lastra di pietra. Aveva parlato della stele al soprintendente non appena era arrivata all’Egyptian Museum, di ritorno dal campo di scavo. Gli operai, e Saran in particolare, avevano visto che l’aveva portata via dal cantiere di Giza tenendola separata dagli altri reperti raccolti. Era quindi indispensabile che Hassan sapesse da lei, prima che da altri, che aveva intenzione di dare subito un’occhiata più approfondita all’oggetto.
Gli aveva detto che probabilmente faceva parte dell’arredo della mastaba su cui stavano lavorando, ma aveva lasciato il discorso sul vago. Il soprintendente non aveva sollevato obiezioni, il reperto sarebbe rimasto comunque all’interno del museo, e dal suo punto di vista le mani di Rosmary erano il luogo più sicuro in cui potesse essere custodito. La fiducia assoluta che le dimostrava Abdel Salah Ali Hassan un po’ la inorgogliva, se pensava alla scarsa concezione del mondo femminile palesata dal soprintendente in più di un’occasione. Ma d’altra parte era una grande responsabilità conservare quel prezioso oggetto che sembrava gridare un messaggio preciso attraverso le immagini incise, anche se le parole lei ancora non riusciva ad afferrarle. Le sentiva scorrere una dopo l’altra all’interno della propria mente, senza però individuarne la giusta collocazione. Abu el Hul era la chiave del messaggio che la stele per millenni aveva conservato sotto la sabbia, di questo l’archeologa era certa. Il fatto che la Sfinge fosse raffigurata nell’incisione con fattezze diverse da quelle attuali poteva voler dire che le veniva conferita una particolare simbologia, o che semplicemente in origine il gigante di pietra avesse un viso completamente diverso. L’istinto le diceva che la seconda ipotesi era quella esatta. In origine il padre del terrore doveva avere i lineamenti con cui era stato inciso sulla stele. Del resto tutti gli storici concordavano sul fatto che un monumento così vecchio doveva aver subito delle operazioni di restauro anche in antichità. Lo aveva confermato l’analisi delle zampe anteriori del mitico animale, completamente costruite in calcare, il cui colore più chiaro balzava immediatamente agli occhi. E poi c’era soprattutto la testa più piccola, sproporzionata rispetto al resto del corpo.
Chefren probabilmente aveva scoperto il gigante sepolto nella sabbia e lo aveva restaurato conferendogli le proprie sembianze. Ma chi era Abu el Hul in realtà, o cos’era? – Domanda da un milione di dollari! – pensò Rosmary. La risposta era lì davanti a lei, incisa su una lastra di pietra spessa meno di un centimetro.
L’archeologa riaprì gli occhi e tornò a guardare il reperto, mentre rigirava ritmicamente tra le dita della mano il grande ciondolo a forma di cerchi concentrici che portava appeso alla collana. Quel movimento inconscio delle dita era il segnale che la sua concentrazione mentale era al culmine.
- All’apparenza sembrerebbe un rebus …- parlava spesso da sola ad alta voce quando esaminava reperti, era come dialogare con un’altra se stessa. Una costellazione, la cintura di Orione, un tridente, una piramide sul dorso di un ragno, Abu el Hul e l’acqua … qual è il filo che li lega? –
Il bussare alla porta del suo studio riportò la donna alla realtà. Sulla soglia comparve Namir stretto nei jeans consumati e scoloriti, che mettevano ancor più in evidenza la magrezza delle lunghe gambe. Lei lo chiamava “il mio studente fenicottero”. Namir aveva diciannove anni, viaggiava verso la soglia dei venti. Aveva conosciuto Rosmary otto anni prima all’Intercontinental Hotel, durante un convegno in cui l’archeologa relazionava sul culto del dio Rậ. Namir in quel periodo faceva parte del personale del bar dell’albergo. Racimolava qualche soldo insieme alla madre per sbarcare il lunario. A undici anni era già talmente alto che l’uniforme in dotazione allo staff dell’Intercontinental gli stava corta e larga allo stesso tempo. Rosmary l’aveva visto arrivare per la prima volta dall’ingresso della sala convegni mentre trasportava a passo dinoccolato il vassoio con le bottiglie di acqua minerale destinate ai relatori. Mentre sulla parete alla sue spalle scorrevano ad intervalli delle diapositive, l’archeologa stava parlando in piedi sulla pedana, innanzi alla platea di studenti e di esperti di egittologia. A Namir era apparsa come una visione mistica. Il ragazzo era rimasto per più di un quarto d’ora al centro della sala ad ascoltare le parole di Rosmary, stringendo tra le mani il vassoio di metallo con le bottiglie di acqua. Era rimasto a bocca aperta a fantasticare sul culto del sole nei santuari dell’antica Eliopoli. “Rậ personificazione dell’aspetto universale della divinità”, le parole della dottoressa Duval erano risuonate nella mente di Namir come una chiamata alle armi per difendere la patria. Non ne aveva compreso il senso, ma aveva letto del dio Rậ sul libro di storia, in un capitolo dedicato alla mitologia dell’antico Egitto. Rosmary aveva notato quel giorno il lampo negli occhi del ragazzino. La scintilla era scoccata dentro di lui, così come si era accesa la fiamma dentro di lei a soli tre anni, la prima volta in cui aveva posato i suoi occhi su un campo di scavo e sul viso di Abu el Hul. Così, quando Namir era riuscito a riprendersi dal trance della folgorazione in cui era caduto nel mezzo della sala convegni, ed era arrivato finalmente sul palchetto a portare l’acqua, Rosmary gli aveva fatto segno di aspettare in un angolo. Non mancava molto alla conclusione del discorso. Quando l’archeologa aveva parlato con lo spilungone undicenne aveva scoperto che non si era sbagliata. Non avrebbe lasciato che quella scintilla si spegnesse a causa delle condizioni disagiate in cui viveva il ragazzo. La madre di Namir non poteva permettersi di far studiare il figlio, e l’archeologa si assunse l’onere di sostenere le spese degli studi del ragazzo. Non era stato semplice convincere la madre, sia perché le sembrava assai assurdo che una sconosciuta si prendesse un tale fastidio, sia perché sarebbe stata molto più contenta se Namir avesse continuato a lavorare per portare soldi a casa. Erano arrivate ad un compromesso. Rosmary le aveva trovato un’occupazione più stabile e più remunerativa all’interno di una piccola fabbrica di tessuti. Royan era un’ottima artigiana, e quell’occupazione l’aveva fatta sentire finalmente realizzata e tranquilla dopo tanti anni.
Namir non aveva mai conosciuto suo padre. Era morto prima che lui nascesse. Royan era riuscita a crescere il figlio, come meglio poteva, tra tanti sacrifici.
Tra Namir e Rosmary era nato un feeling mentale sin da quel primo incontro all’Intercontinental. Erano il fratello e la sorella che avevano sempre cercato nei propri sogni. Namir si era impegnato nello studio, e quando era libero dalla scuola l’archeologa gli aveva permesso di assistere alle campagne di scavo che in quel periodo si stavano svolgendo a Giza. Ma ora il ragazzino magro, ossuto e alto, era divenuto quasi uomo. Frequentava la facoltà di Archeologia all’Università del Cairo. La stessa in cui Rosmary aveva conseguito la laurea. Col tempo il ragazzo era divenuto a pieno titolo l’assistente della dottoressa Duval all’Egyptian Museum.
Namir si spinse nella stanza lasciandosi alle spalle la porta socchiusa – Sono le otto e mezza. Il sole è ormai tramontato, e tu stai lavorando da più di tredici ore. Se continui così finirai col prenderti un esaurimento dottoressa Duval –
- Oh bene, il mio studente spilungone – Rosmary lanciò un’occhiata all’orologio – Hai ragione … questa giornata è volata –
- Scommetto che hai anche scordato di pranzare –
- Pranzare? Cos’è pranzare? – scherzò l’archeologa.
- Ecco, ogni volta che sono all’università e non ti posso tenere d’occhio, ne approfitti per condurre una vita scellerata. Dai, lascia tutto, stasera ceniamo insieme ed offro io – Namir sfoderò uno dei suoi sorrisi accattivanti, e a Rosmary spiacque enormemente declinare l’invito.
- Ti ringrazio, ma purtroppo non posso accettare. Sono davvero stanca, sono in piedi dalle cinque di questa mattina. Hai ragione, oggi ho lavorato molto, e la tempesta di sabbia a Giza ha gonfiato i miei occhi come patate – se li stropicciò delicatamente con le dita – E’ proprio ora di tornare a casa. Mi preparerò qualcosa da mangiare al volo e poi andrò a dormire. Domani mi attende un’altra giornata intensa. Arriva un antropologo a cui dovrei fornire del materiale di studio –
- Chi è? Lo conosci già? –
- No, mai incontrato. Ma conosco il suo nome. E’ un certo Oscar Wilde –
- Come lo scrittore! – Namir sorrise ironicamente.
- Già, ma è solo un nome d’arte. Non oso immaginare che tipo possa essere uno che prende il nome di uno scrittore irlandese del 1800 e per giunta gay–
- Magari è simpatico – la incoraggiò.
- Che simpatia potrebbe avere un antropologo fanatico e megalomane? Non lo conosco di persona ma la sua fama è arrivata anche qui. Sembra che come studioso sia in gamba, ma come uomo è un vero rompiscatole, ed a dispetto del nome d’arte che si è scelto corre dietro tutte le gonnelle che gli capitano a tiro –
- Beh, allora con te dovrà faticare un bel po’- la punzecchiò Namir.
- Ei spilungone! Che cosa intendi dire? Non ho intenzione di lasciarmi corteggiare da un antropologo. Devo fornirgli solo alcuni dati e risultati di studi effettuati negli ultimi anni su Abu el Hul, e poi lo rispedisco al mittente. Questo è quanto. Non ho nemmeno bisogno di avere tra i piedi antropologi a caccia di spiegazioni fantascientifiche. Soprattutto adesso che il lavoro di ricerca aumenta –
- Ben detto dottoressa, così si fa. Non vorrei mai essere al posto di Wilde. Non sa che serpe l’attende! –
- Hai detto bene, sono molto velenosa con gli scocciatori! Basta con le stupidaggini ragazzo, e basta anche parlare di antropologi. Si va a casa – ripose con ordine le matite e la lente di ingrandimento sulla scrivania – Non vedo l’ora di mettermi davanti ad una bella insalatina –
- Sì, conosco bene i tuoi spuntini al volo – Namir si avvicinò alla scrivania – Un piatto pronto surgelato ed è risolto il problema! –
- Non farmi sempre la predica, ti prometto che mangerò qualcosa di sano – tirò fuori da un cassetto un foglio di carta velina bianca – Se aspetti ancora qualche minuto usciamo insieme dal museo e ti do un passaggio fino a casa così mi parli dell’università –
- Ti ringrazio, ma preferisco fare due passi a piedi – sorrise timidamente – Sono stato seduto tutto il giorno in facoltà a seguire le lezioni … -
- Come vuoi. Del resto hai anche ragione, il traffico è un tormento, e probabilmente arriverai a casa prima a piedi che in auto – Rosmary intuì che Namir molto probabilmente sarebbe andato a corteggiare la ragazza inglese che aveva adocchiato da tempo alla reception di una delle agenzie di viaggio a Midan el Tahrir. L’archeologa poggiò sulla stele il foglio di carta sottile e cominciò a passare sulla superficie la grafite della matita, in maniera tale che l’incisione fosse ricalcata sul foglio.
- E questo cos’è? – l’attenzione del ragazzo fu catalizzata immediatamente dalla stele.
- L’ho trovata stamattina nella sabbia di Giza, vicino alla tomba di un funzionario. Ci sono delle incisioni, ma devo lavorarci su. Il significato non è intelligibile, e proprio pre questo dar loro una spiegazione sarà più divertente – Rosmary terminò di ricalcare i disegni e ripiegò il foglio di carta velina infilandola con cura nella borsa.
- Sembrano dei simboli – Namir si piegò con la testa sulla stele – Non sono geroglifici, dà quasi l’idea di un rebus, e questo ha tutta l’aria di essere il gigante di pietra – indicò uno dei disegni stilizzati.
- Anche io sono convinta che si tratti di lui. In problema è metterlo in relazione agli altri elementi. Fatta eccezione per questa piramide che può essere collocata nel contesto della Sfinge di Giza, gli altri elementi allo stato attuale del mio esame hanno il sapore di un cavolo a merenda –
- La stele l’hai trovata stamattina, non un anno fa! Vedrai che nel giro di qualche settimana sarai riuscita a risolvere anche questo dilemma – Namir conosceva bene le capacità deduttive e il valore intellettivo della sua madrina. L’aveva vista decifrare in più di un’occasione antichi geroglifici come se li avesse scritti lei stessa il giorno prima.
- Hai detto bene, qui non si tratta di geroglifici – rispose pensierosa – A parte il pittogramma di mw, che ci mette di fronte ad una distesa d’acqua, gli altri sembrano puri e semplici disegni –
- La tavola non ha l’aspetto tipico della produzione antica egiziana … -
- In ogni caso, ci penseremo domani – sentenziò Rosmary con un sospirò, e tolse con delicatezza la stele da sotto il naso del ragazzo, e l’avvolse in un panno bianco. Ripose l’involucro all’interno di un armadio di metallo che era in un angolo della stanza e chiuse a chiave la serratura.
Quando furono fuori dall’Egyptian Museum, le luci della sera avevano ormai illuminato il Cairo. Il traffico era convulso come al solito. Le strade brulicavano di gente e di automobili, di carretti trainati da animali, ed ogni cosa era immersa in un frastuono assordante di voci e clacson.
- Vivo da sempre in questa città ed ancora non riesco ad abituarmi al chiasso infernale che la anima – Rosmary aprì la chiusura centralizzata della sua jeep, e lei e Namir si salutarono – Hai ragione ad andare a piedi spilungone, quasi quasi ti invidio. Con questo traffico ci metterò una vita ad arrivare a casa. Ci vediamo domani, mi raccomando studia! –
Namir fece esplodere una delle sue sonore risate e la salutò con la mano mentre si incamminava verso Hidan el Tharir. L’archeologa era appena riuscita ad inserirsi nel lungo serpente dei veicoli, quando un taxi con la carrozzeria bianco nera le tagliò la strada sfrecciando a tutta birra – Ma guarda quell’imbecille! – strillò Rosmary schiacciando con forza il piede sul pedale del freno e la mano sul pulsante del clacson. Il tassista pirata rispose alle proteste della donna alzando il dito medio della mano destra e blaterando una sequela di parole oscene. Poi schiacciò ulteriormente l’acceleratore e si dileguò facendo la gimcana tra le auto che trovava innanzi lungo il tragitto.
- Ma è un vero criminale! – Rosmary per la verità non era stupita, sapeva benissimo che i taxi, soprattutto quando dovevano portare un cliente all’aeroporto, erano pronti a travolgere qualsiasi cosa gli si parasse davanti.
L’Egyptian Museum era immerso nel silenzio e nella penombra. Il frastuono della strada sembrava lontano mille anni luce al di là delle finestre insonorizzate. Solo il chiarore dei lampioni riusciva a penetrare all’interno delle stanze del palazzo allungando le ombre degli arredi. I due guardiani giocavano a carte ed ogni tanto gettavano un occhio ai monitor per controllare che nelle sale regnasse la quiete.
La porta dello studio della dottoressa Duval si aprì lentamente ed i cardini produssero un sottile cigolio che fece arrestare per un istante la mano del visitatore. L’intruso aveva una torcia tascabile, il fascio di luce filtrò all’interno della stanza. Ogni cosa era perfettamente in ordine, persino gli appunti e le matite erano sistemati in maniera da lasciare il maggior spazio possibile sul piano della scrivania.
Entrò completamente nello studio e lasciò alle spalle la porta socchiusa, in modo da sentire se arrivasse qualcuno. Guardò l’orologio appeso alla parete. Tra un quarto d’ora la guardia avrebbe fatto l’ispezione nell’ala degli uffici. Doveva sbrigarsi ad esaminare quel che gli interessava. Diede prima uno sguardo veloce agli appunti di Rosmary, ma non gli sembrarono importanti, anche perché la scrittura in corsivo dell’archeologa era assai meno decifrabile degli antichi geroglifici. Li ripose distrattamente lì dove li aveva trovati. Si diresse sicuro verso l’armadio di metallo e aprì la serratura con la chiave. – Eccola! – l’esclamazione gli uscì di bocca senza che se ne rendesse conto. Puntò la luce della torcia sulla lastra di pietra, si tolse uno dei guanti e seguì con la punta delle dita le incisioni. Era quello che stava cercando. Qualche secondo dopo digitò velocemente un numero sulla tastiera del cellulare. Attese diversi squilli prima che qualcuno rispondesse dall’altro lato – Sono io … – parlò con voce flebile, ma il suono rimbombò nella stanza – Sì, ci siamo … Non so come, ma è riuscita a trovare la chiave … gliela invierò al più presto … No, non stasera. Dovrò aspettare la prossima notte. Dopodomani sarà venerdì e i turni delle guardie cambieranno. Allora potrò agire. Mi farò sentire io – riattaccò. Richiuse velocemente l’anta di metallo. Mancavano pochi minuti al passaggio del vigilante. Si avviò verso la porta e un bagliore illuminò per un istante il buio di fronte a lui. Il visitatore trasalì e puntò la torcia verso quella direzione.
- Diavolo di un gattaccio! – grugnì.
L’animale se ne stava appollaiato e immobile su un tavolinetto all’ingresso della stanza. Il pelo rosso mostrava tutto il suo splendore sotto il fascio di luce sottile. A produrre i bagliori erano stati i suoi occhi grigi. Sembravano impassibili, ma di fatto osservavano ogni movimento dell’intruso. E questo l’uomo lo sapeva benissimo.
- Bestiaccia, vedi di sparire di lì! – bisbigliò, ed alzò un piede per cercare di spaventare e scacciare l’animale. Il gatto invece si mise in piedi sulle quattro zampe ed iniziò a produrre un verso che fece rabbrividire la sua preda.
Il tempo per fuggire dallo studio della dottoressa Duval era scaduto, a momenti il guardiano sarebbe arrivato a fare il giro di ronda. L’intruso prese coraggio, non poteva permettersi di essere scoperto. Si fiondò verso la porta. Nel momento esatto in cui si trovò in linea d’aria con il gatto, il felino sfoderò le unghie, e con un grido di guerra si lanciò all’attacco. Il fuggitivo si riparò goffamente il viso con le braccia, e prima che riuscisse a dileguarsi negli oscuri corridoi, il gatto ebbe il tempo di lasciargli un segno sulla carne.
Rosmary era riuscita finalmente ad arrivare a casa. Quattro anni prima aveva deciso di lasciare l’appartamento che occupava nei pressi di Azbekie Gardens, per trasferirsi nella zona residenziale di hel Hilmiya, in una villetta accogliente. Aveva preferito rinunciare alla comodità della vicinanza all’Egyptian Museum per sottrarsi alla velocità convulsa e al frastuono del centro. I quartieri periferici del Cairo, sorti a nord ovest sfruttando il territorio che un tempo era destinato all’uso agricolo, offrivano ritmi di vita più a misura d’uomo. Rosmary aveva bisogno di tranquillità quando rientrava a casa. Aveva sempre pensato alla propria abitazione come ad un’oasi dove portare al massimo la concentrazione della mente. Era qui che svolgeva la parte più scientifica del suo lavoro, era tra le mura di casa che aveva concepito le intuizioni che le avevano fatto acquistare la fama che l’aveva portata alla direzione dello scavo che si stava svolgendo a Giza.
Ora che aveva staccato l’attenzione dalla stele si rendeva conto che il suo stomaco stava lanciando l’SOS. Aveva bevuto un caffè al volo durante la mattinata, ma non aveva toccato cibo. Namir aveva ragione, avrebbe finito col rovinarsi la salute. L’archeologa aprì il frigorifero – Se mi mettessi d’impegno riuscirei a sentire anche l’eco! – si disse delusa trovandolo assolutamente vuoto. Unico abitante dell’elettrodomestico era un barattolo di yogurt al gusto di fragola. La data segnata sul fondo del contenitore diceva che era scaduto da due giorni. Rosmary lo aprì ugualmente, lo assaggiò con la punta dell’indice. Era ancora commestibile. Ingurgitò mezzo chilo di yogurt in poco più di cinque minuti.
Lo stomaco era riuscito ad acquietarsi, almeno per il momento. La dottoressa Duval si gettò sotto la doccia, e l’acqua che le martellava con delicatezza la pelle ambrata sembrò trascinarsi via anche la stanchezza insieme al sudore ed alla sabbia che era riuscita ad insinuarsi nella biancheria intima. Restò in accappatoio e si sdraiò sul divano, accese la tv. Fece un po’ di zapping. Un paio di vecchi film, un talk show e televendite in quantità industriale. La mente non riusciva in realtà a seguire nessun programma. Cercò di sforzarsi a non pensare al lavoro, ma era come violentare la mente. La smania di esaminare le incisioni della stele era in agguato dentro di lei, più la scacciava e più si ripresentava prepotente ed arrogante. Si arrese. Spense rinfrancata il televisore e accese la lampada della sua postazione di lavoro.
Si preparò prima un tè aromatico e fumante. Poi estrasse dalla borsa la carta velina su cui aveva ricalcato le incisioni. Un guizzo di adrenalina fece sussultare tutto il suo essere. Stese perfettamente sul piano la carta con i calchi, mentre l’odore intenso della bevanda invadeva la stanza. Abu el Hul era l’ultima delle incisioni – E’ lui la chiave dell’enigma – rifletté – Sembrerebbe il punto da cui partire per arrivare … a qualcosa … ma cosa? – Le tornò in mente la figura di un visionario del XX secolo. Edgar Cayce, un americano meglio conosciuto come il profeta dormiente, era andato in trance il 29 ottobre del 1935, ed aveva sostenuto di essere riuscito ad esplorare con le doti di sensitivo le epoche precedenti all’antico Egitto. Nelle visioni aveva visto che i sopravvissuti di Atlantide erano emigrati in Egitto 10.500 anni prima di Cristo, ed avevano costruito la Sfinge e la grande piramide durante il primo secolo dopo il loro arrivo. Cayce aveva inoltre predetto che prima della fine del XX secolo, una sala antica che conteneva documenti storici sarebbe stata scoperta là dove la linea dell’ombra e della luce cade tra le zampe della Sfinge di Giza. Nella profezia la sala segreta, ancora custodita nel cuore del padre del terrore, conterrebbe una biblioteca ricca di testi su Atlantide. Il XX secolo era ormai bello che andato, e Abu el Hul restava ancora impenetrabile.
Rosmary si chiese quanto Cayce fosse stato un folle visionario e quanto di vero ci poteva essere nelle sue parole. Per certi versi le ricordava il padre. Per tutta la vita, per tutta la sua carriera di studioso, il dottor Ronald Duval era stato considerato un delirante a caccia di favole sull’altipiano di Giza. E se invece avesse avuto ragione? Se suo padre avesse davvero intuito un’incredibile realtà che aveva disperatamente inseguito, ma che non era mai riuscito ad afferrare? Forse la stele che lei aveva trovato nascondeva proprio la risposta. Ma non poteva saperlo ancora con certezza, perché le incisioni parlavano una lingua che non riusciva comprendere. L’unica cosa evidente era il punto esatto da cui iniziare, Abu el Hul. Bisognava spalancare il cuore del gigante ed indurlo a rivelare l’arcano.
La stele non era stata ritrovata all’interno della mastaba del notabile del Regno Antico, ma nelle immediate vicinanze. Poteva non appartenere a quella tomba, ma poteva anche essere caduta a qualche antico trafugatore mentre fuggiva dopo aver violato il sepolcro. Dall’esame della mastaba era stato infatti subito evidente che una parte del corredo funebre era stato sottratto già in età antica. In particolare erano stati portati via gioielli ed alcune suppellettili intarsiate di pietre preziose, mentre vasellame e rotoli di papiro erano stati lasciati al loro posto. Poteva anche essere che i ladri si fossero disfatti della stele immediatamente dopo averla presa, ritenendola di scarso valore. L’esame al carbonio avrebbe chiarito se la mummia e la piccola lastra di pietra appartenevano allo stesso periodo. Ma ad avvalorare l’ipotesi c’era il motivo ornamentale che correva intorno alla lastra di pietra, identico a quello dipinto sul sarcofago del defunto. Rosmary si ripromise di esaminare al più presto i due corpi ritrovati. L’avrebbe fatto la mattina successiva non appena fosse arrivata al museo, sperando che qualche particolare potesse aggiungere almeno un tassello allo sconclusionato mosaico che si era creta nella mente dal momento in cui aveva messo gli occhi sulle incisioni.
La donna poggiò la testa sulle mani, facendo perno sui gomiti puntellati sulla scrivania, la stanchezza stava diventando insopportabile. Il medaglione a forma di cerchi concentrici che portava al collo restò penzoloni. La luce della lampada si rifletté sulla superficie di oro e rimbalzò sulla parete di fronte creando bagliori circolari e oscillanti. L’aria era pregna del caldo odore speziato del tè. Il sonno arrivò, nonostante gli occhi di Rosmary combattessero per restare aperti, e avvolse i sensi mentre il corpo si adagiò sul fianco, riverso sulla scrivania. Era finalmente in uno stato di rilassamento assoluto. L’archeologa riusciva a rendersi conto del piacere del sonno, nonostante dormisse. Poi la mente aprì la porta del sogno, e lei varcò la soglia.
I raggi del sole inondavano la grande sala del trono. La cupola di vetro comprendeva soffitto e pareti in un immenso emisfero, e lasciava che la luce filtrasse nell’ambiente senza alcuno ostacolo. Ma la colorazione sfumata del cristallo faceva in modo che l’effetto non risultasse abbagliante per gli occhi. Gli arredi creavano un’armonia di linee e proporzioni, tra colonne, divani e sculture. Uomini avvolti in raffinate vesti passeggiavano nella stanza, a piccoli gruppi si fermavano a parlare concitati. Non si distinguevano le parole, le loro voci producevano un continuo brusio, un rincorrersi di bisbiglii. Non sembravano dignitari egizi, ma il portamento e la solennità con cui si muovevano era la stessa. Sulle vesti, tuniche semplici ma raffinate e bordate di piccoli ricami, portavano un mantello bianco. Un copricapo fasciava la fronte lasciando scoperto il cranio, e poi scendeva in due lunghe bande laterali sulle quali erano state cucite piume di aquila.
La mente di Rosmary si inoltrò nella sala. Era più semplice muoversi senza il peso del corpo. Il trono era scolpito in un unico tronco di legno, rivestito di lamine di oro ed argento sbalzate in disegni sinuosi. Gli intarsi accoglievano smalti e pietre colorate. Sullo schienale si ergeva la figura di un leone seduto scolpito in un metallo dorato di scaglie rilucenti. Il trono era vuoto. Ai suoi piedi cuscini di stoffa rossa erano in perfetto ordine pronti ad accogliere i piedi di qualcuno.
Dalla cupola di vetro si dominava l’isola nella sua interezza. Da un lato, in lontananza, si stagliavano tre monti dalle vette appuntite. Ai piedi della torre, di cui la sala del trono era l’apice, la città si stendeva con un andamento circolare, in anelli concentrici che via via allargavano il diametro e degradavano verso la pianura, collegati tra loro da un sistema di ponti. Il resto era solo acqua.
Gli occhi nel sonno non avevano mai veduto niente di simile, né mai erano riusciti a produrre in lei la sensazione di assoluto benessere che stava provando. Rosmary si sentiva a casa. La mente era ancora adagiata vicino alle pareti della cupola, sui vetri si riflettevano le figure in movimento che animavano l’interno della sala del trono. Fissò lo sguardo sul riflesso più vicino. C’era l’immagine di una donna. Era lei stessa. Si allontanò di due passi dalle vetrate e le adoperò come uno specchio. Un velo rosso e fluttuante le copriva il capo e le scendeva morbido sulle spalle accarezzando i capelli color del mogano, a cui il bagliore della luce faceva mandare sfumature infuocate. La veste sottile, quasi trasparente, color dell’avorio, le avvolgeva il corpo mettendone in risalto le rotondità. I piedi calzavano sandali leggeri di strette strisce di cuoio che si inerpicavano sulle gambe fino all’altezza dei ginocchi. Sulla testa un diadema dorato, a scaglie rilucenti come il sontuoso trono, teneva fermo il velo. Al collo la propria immagine, anche nel sogno, aveva la collana con il pendaglio d’oro a cerchi concentrici.
Una musica sottile e melodica, come fosse prodotta da sonagli d’argento, si diffondeva continua nell’aria, ma non c’erano strumenti musicali nelle vicinanze. Il suono arrivava dai cristalli della cupola che vibravano.
Una luce violenta e improvvisa squarciò la visione. Gli occhi della mente guardarono in alto e videro una gigantesca palla di fuoco che precipitava dal cielo. In un istante si immerse nel mare ed aprì una immensa voragine nell’acqua. La terra tremò fin nelle viscere e si spaccò nella vallata vomitando lava. Rosmary, come spesso le capitava quando dormiva, era consapevole di sognare, ma la sensazione di terrore che stava provando era assolutamente reale. L’acqua, spazzata via dal suo albergo naturale, si sollevò in un’onda di due volte più alta le tre cime dell’isola. La furia schiumosa fu presto sulla città e insieme al terremoto inghiottì ogni cosa nell’abisso. Nella devastazione che aveva innanzi agli occhi, tra corpi straziati sotto le macerie o che galleggiavano annegati, la donna iniziò a sentire l’umidità dell’oceano sulla pelle. Era sottacqua e riusciva perfettamente a respirare. A darle un senso di soffocamento era solo l’angoscia profonda che provava.
La terra tremò ancora nelle profondità, crollarono le poche strutture architettoniche che erano riuscite a resistere fino a quel momento alla distruzione. Un dolore violento alla testa le tolse ogni capacità di movimento, qualcosa l’aveva colpita. Restò riversa sul pavimento, e si rese conto che l’ambiente in cui si trovava non era più la sala del trono. Era ugualmente grande, ma tutt’intorno, sulle pareti, erano sistemati apparecchi e quadri elettronici, sistemi di controllo che stavano andando in corto con getti di scintille ora che erano sommersi dall’acqua, come se fossero gli arredi di un acquario. Rosmary continuava a guardare impotente la fine. L’acqua intorno a lei si stava colorando di rosso, si toccò debolmente il capo con una mano: era il suo sangue. Sentiva avvicinarsi l’oblio, il fremito gelido della morte.
- No, non voglio morire in un sogno! – urlò di disperazione.
L’archeologa riaprì gli occhi con uno sforzo sovraumano, le gocce di sudore le scendevano lungo la fronte e sentiva l’affanno del proprio respiro. Si guardò intorno stravolta. Era in casa, seduta alla scrivania. Era stato solo un sogno, un maledettissimo sogno, eppure le gambe continuavano a tremare. Stava albeggiando, il chiarore del giorno che nasceva filtrava dalle finestre, aveva la schiena a pezzi per la cattiva posizione in cui si era addormentata.
Andò in bagno a sciacquarsi il viso, il sudore le era arrivato agli occhi. L’acqua fresca sulla pelle le diede una piacevole sensazione. Guardò la sua immagine nello specchio sul lavabo. Non c’era più il velo rosso sopra il capo, né il diadema, della donna del sogno restavano le fattezze regali ed il pendaglio a cerchi concentrici. Quel gioiello l’aveva tolto solo poche volte dal collo, da quando la nonna glielo aveva regalato. Avrebbe dato chissà cosa per avere in quel momento accanto a sé la nonna. Era la donna che l’aveva cresciuta perché sua madre era morta di leucemia quando lei era poco più di una bambina. Aveva undici anni quando la malattia della madre aveva iniziato a manifestarsi, se l’era portata via nel giro di un anno dopo averla consumata. La signora Duval se n’era andata lasciandosi dietro un immenso vuoto. Ronald sembrava impazzito per il dolore, si era eclissato e gettato ancor più a capofitto nel lavoro, abbandonandosi all’ossessione della ricerca di un’antica verità che lo divorò definitivamente. Aveva affidato Rosmary, rimasta praticamente orfana, alla propria madre.
Linda Geremy Duval era una donna inglese di grande classe, con sangue indù nelle vene. Aveva raggiunto il figlio in Egitto quando era rimasto vedovo, e si era presa cura di Rosmary. In un primo momento aveva pensato di portare la bambina via dall’Africa e di farle continuare gli studi in Europa, ma si era presto resa conto che staccare la nipote dalla terra che amava in maniera quasi viscerale sarebbe stato come costringere il suo animo ad una lenta agonia. Così aveva fatto armi e bagagli e si era trasferita al Cairo dedicandosi a lei, la sua unica ragione di vita. Due anni dopo la ragazza aveva perso anche il padre. Ronald non era stato molto presente come genitore, e più che la mancanza Rosmary aveva provato rabbia per non essere riuscita a conquistare con la propria esistenza l’uomo che l’aveva generata. Ronald Duval era stato trovato una mattina di luglio riverso nella sabbia di Giza con la testa sfondata. La polizia aveva condotto sommariamente delle indagini, ma il colpevole non era mai stato rintracciato. La tesi più accreditata era che fosse rimasto vittima di un predone durante uno dei suoi girovagare sull’altipiano, a caccia di un segnale che lo conducesse finalmente all’eldorado.
Linda si era resa conto che da lei sarebbe dipeso il futuro e la felicità di Rosmary. Era stata per lei un madre e un padre, una sorella ed una amica, e solo in ultimo una nonna. Le aveva trasmesso tutto il suo sapere illuminato, l’intelligenza pratica ed intuitiva di una donna colta ed indipendente, oltre alla sensibilità d’animo ed alla capacità di riuscire a rintracciare la scintilla del bene anche nelle situazioni disperate. Ma del resto Rosmary era un fertile terreno e la vivacità della sua mente aveva assorbito ed elaborato quegli insegnamenti tanto che mai un attimo si era sentita sola al mondo, anzi, aveva sempre provato la sensazione che tutto il mondo fosse tra le sue mani.
Quando si era laureata a pieni voti all’università del Cairo, Linda era in prima fila a guardarla. Come dono le aveva portato un pacchetto di velluto rosso, e, quando l’aveva aperto, la collana con il grande ciondolo di oro a cerchi concentrici aveva preso immediatamente posto intorno al suo collo, e lì da allora era rimasto. La nonna le aveva spiegato che si trattava di un oggetto che Ronald aveva trovato diversi anni prima, durante una delle esplorazioni sull’altipiano di Giza. Aveva deciso di regalarlo alla madre perché nel momento in cui aveva avuto tra le mani l’antico gioiello gli era apparsa nella mente l’immagine del viso di Linda. E lei l’aveva accettato istintivamente, come se le fosse appartenuto da sempre.
– Sapevo però che un giorno avrei dovuto cederlo a qualcuno – le aveva spiegato il giorno della laurea – E col passare degli anni ho capito chi era in realtà la persona a cui era destinato il gioiello. Io sono stata solo un ponte. Sei tu bambina che devi portarla davvero – Linda aveva allacciato intorno al collo della nipote la collana con il medaglione di cerchi d’oro – Questo oggetto potenzia la sensibilità di alcune persone. Noi due apparteniamo a quel genere di esseri umani in cui cielo, terra e acqua convivono, creando una porta socchiusa che dà accesso a mondi diversi, invisibili, eppure così vicini. So che le mie parole appaiono un vaneggiamento adesso – aveva detto la lady inglese con un sorriso – ma un giorno le capirai ed ogni cosa avrà un senso. Perciò ascoltale con attenzione e poi riponile nel cuore e nella mente, quando ne avrai bisogno le ricorderai. Questi cerchi aiuteranno il tuo essere e ti mostreranno la strada quando sarà il momento, ora tienili come pegno del mio amore -
Quest’ultima frase aveva fatto sì che Rosmary accettasse incondizionatamente il dono e mettesse a tacere tutte le domande che le si erano affollate nella mente. Le arcane parole della nonna erano tornate poco prima che Linda spirasse, erano trascorsi cinque anni da quel momento – Il mio cammino qui è terminato – aveva detto stringendo la mano di Rosmary – Tocca a te proseguire questa strada. Ricorda, io sono stata solo un ponte sino a te. Tra non molto dovrai compiere il tuo destino. Io ho visto. Ho visto che tu sei la strada che conduce all’origine, ma non avere paura, non sarai da sola – Linda aveva accarezzato la guancia della nipote bagnata dalle lacrime e poi aveva toccato il ciondolo con i cerchi che le pendeva dal collo – Non toglierlo mai!-
Tutte quelle parole Rosmary le aveva quasi rimosse, ma ora le erano riaffiorate vivide e risuonavano convulse nella mente. Un tempo le aveva ritenute il vaneggiamento di una donna in fin di vita, ma adesso sembravano acquistare un significato diverso, anche se non sapeva precisamente quale.
Continuava a guardare la propria immagine nello specchio. Adesso si rendeva conto che erano infinite le domande che avrebbe potuto e dovuto rivolgere a sua nonna. Adesso era tardi. Gli interrogativi intanto continuavano ad affollarsi dentro di lei senza soluzione di continuità. Strinse tra le mani il pendaglio di oro. Quell’oggetto doveva essere appartenuto a qualcuno migliaia di anni prima se suo padre l’aveva ritrovato nel deserto a Giza. Ma per quale motivo non l’aveva consegnato all’Egyptian Museum, come sempre aveva fatto quando rinveniva qualcosa? Cercò di concentrarsi meglio e di mettere l’uno accanto all’altro gli elementi che aveva a disposizione.
Linda le aveva detto che “aveva visto”. Rosmary sapeva che quando sua nonna pronunciava quel verbo non intendeva un’azione prodotta dagli occhi materiali, ma dalla vista della mente; a dire di tutti era una sensitiva. Solo sua nipote non aveva prestato attenzione a quelle capacità della nonna, sebbene in più di un’occasione la potenza delle sue premonizioni fosse stata assai evidente. Preferiva pensare che si trattasse di casualità perché una donna di scienze non poteva abbandonare la mente all’irrazionalità. Allo scetticismo della nipote Linda aveva sempre reagito in maniera ironica. – Vedrai anche tu prima o poi! – le diceva – Tu sei come me. Un giorno ti arrenderai all’evidenza –
In realtà fino a quel momento Rosmary non aveva mai “visto” nulla, aveva semplicemente sentito. Riusciva ad avvertire i pensieri di chi le stava vicino, a sentire quale sarebbe stato l’esito di una determinata situazione. Questa capacità l’aveva sempre classificata come empatia con il mondo che la circondava. Quella notte però qualcosa era cambiata, era una consapevolezza strana e assoluta allo stesso tempo. E lei sapeva che avrebbe dovuto accettarla necessariamente, il tempo di voltarsi dall’altro lato era scaduto. Ormai era circondata. Sapeva anche che aveva fatto il primo passo su quella strada verso l’origine di cui Linda le aveva parlato. Ma si sentiva ancora così disorientata, confusa, ed ignorava quale fosse la giusta direzione. La stele che aveva ritrovato, insieme ai cerchi di oro della sua collana, avevano aperto la porta che fino ad allora era rimasta socchiusa nella mente. Il sogno dunque era stato il primo passo oltre la soglia.
A poco a poco la concentrazione dei pensieri divenne meno fitta e tornò a farsi sentire il dolore alla schiena. Andò a sdraiarsi sul letto. C’erano ancora quattro ore di sonno prima di andare all’Egyptian Museum.
Oscar era appena atterrato con un volo charter all’aeroporto del Cairo. Il viaggio non era stato particolarmente felice. Le numerose turbolenze che avevano incontrato lungo il tragitto non gli avevano permesso di rilassarsi, come di solito faceva quando volava. Scese dalla scaletta, e il passaggio dall’aria condizionata del velivolo al caldo umido della terra egiziana fu traumatico. Intorno era tutto un fermento, voli in arrivo e in partenza. Proprio in quel momento stava atterrando un lussuoso jet privato. Sul dorso portava l’effige di un serpente stilizzato. Era il marchio della War Solution, uno dei colossi americani che riforniva l’esercito degli Stati Uniti d’America di attrezzature belliche. Oscar si chiese cosa ci facesse al Cairo. Probabilmente nei giorni successivi telegiornali e carta stampata avrebbero fornito la risposta a quell’interrogativo, pensò.
Fuori l’aeroporto c’era la solita calca di tassisti che tentavano di accaparrarsi i clienti. Le auto bianco nere ricoperte di uno spesso strato di polvere erano in ordine sparso, pronte per le nuove destinazioni. Più in là c’erano anche i camioncini che facevano il servizio di taxi collettivo caricando fino a dodici passeggeri. Oscar aveva intenzione di raggiungere l’Egyptian Museum il più presto possibile, senza perdere troppo tempo nell’orda del traffico della capitale egizia. Optò per uno dei taxi. Il problema era scegliere tra i tanti scalmanati che in un inglese zoppicante gli proponevano il proprio servizio di trasporto. Aggirò l’ostacolo, e si infilò in una delle tante auto bianche e nere che aveva lo sportello aperto. Dopo qualche secondo vide arrivare balzellante il tassista che la guidava, mentre gli altri delusi distolsero da lui l’attenzione e si concentrarono sui turisti appena usciti dall’aeroporto.
– All’Egyptian Museum! – disse Oscar, e l’uomo, che aveva sul viso due sottili baffetti quasi fossero disegnati con un pennarello, fece un cenno d’assenso con il capo.
- E’ la prima volta che viene in Egitto? – chiese il tassista – E’ un turista? Posso portarla a fare un giro panoramico in città. Io conosco i posti più belli. Costa poco … -
- Grazie – Oscar sorrise nel constatare che in ogni luogo si ritrovasse a viaggiare la prassi era la stessa. Era una proposta che riceveva ogni volta che arrivava per lavoro in una città nuova – Sono qui per affari, non ho tempo, domani partirò nuovamente. Magari sarà per un’altra volta –
Erano trascorsi sei anni dall’ultima volta in cui il dottor Wilde era stato al Cairo. Fino all’altezza della Ain Shams University il tragitto fu tutto sommato scorrevole, ma appena arrivarono nei pressi del centro cittadino il traffico iniziò a far sentire la sua presenza. Con le costruzioni che si affastellavano l’una sull’altra il Cairo continuava ad essere la città dei contrasti. Lo scenario era strano, se non proprio assurdo. Accanto a lussuosissimi alberghi e sfavillanti centri commerciali si addossavano baracche fatiscenti, povere case di mattoni dove gli animali entravano e uscivano con assoluta disinvoltura. Le strade polverose erano affollate di gente, di automobili e dei soliti carretti trainati da animali. Donne con il chador e ragazze vestite secondo la moda occidentale camminavano le une accanto alle altre, come se fosse una situazione assolutamente normale. Oscar si guardava intorno, tutti erano naturalmente immersi nei contrasti stridenti di una città unica al mondo nel genere. E del resto lui stesso si scopriva letteralmente rapito ed affascinato dal meraviglioso disordine.
Il taxi continuava a sfrecciare sulla strada, facendo gimcana e strombazzando il clacson sugli ostacoli che incontrava. Oscar restava sbalordito dalla destrezza dell’autista nell’evitare all’ultimo secondo i carretti con gli animali. Finalmente arrivarono a Midan el Tahrir, la grande piazza dove si concentravano le agenzie di viaggio, le compagnie aeree, la stazione dei pullman, i migliori negozi e molti dei principali alberghi. L’Egyptian Museum era a due passi.
- Siamo arrivati – avvertì il tassista, ma Oscar aveva già riconosciuto la zona del museo egizio.
- Quant’è? – chiese Wilde. I taxi del Cairo non avevano tassametro.
- Quindici dollari!- rispose l’uomo mentre i baffetti gli si curvavano all’insù in un sorriso.
L’antropologo gli porse il denaro – Ma’ssalama – disse mentre usciva dall’auto. L’uomo rispose al saluto con un gesto della mano e ripartì a tutta birra. Oscar si ritrovò su un lato della piazza con la ventiquattrore tra le mani. Diede un’occhiata al Rolex. Era un po’ in anticipo. Poco male, si sarebbe sbrigato prima del previsto. Iniziò ad incamminasi verso il museo. Era ad un paio di minuti di strada.
Mentre camminava posò gli occhi sui propri pantaloni, il color kaki originario aveva lasciato il posto a sfumature di marrone e di grigio. Aveva dimenticato che i sedili dei taxi erano ricoperti di diversi strati di polvere. Li aveva praticamente ripuliti della sporcizia che si depositava da anni. Spazzolò alla meglio i calzoni con le mani. Lo sporco si attenuò, ma il suo aspetto restò comunque meno impeccabile del solito. In realtà non gli sarebbe importato molto di girare con i pantaloni sporchi se non avesse dovuto incontrare la dottoressa Rosmary Duval. Sapeva che era una donna in gamba e di un certo carattere, ne aveva sentito parlare spesso nell’ambiente universitario. Chi dei colleghi l’aveva incontrata in alcuni convegni era rimasto colpito dalla sua intelligenza prima che dal suo fascino. Era una donna gentile e cordiale, ma era difficile per un uomo conquistare la sua fiducia. Ad Oscar sembrava una cattiva partenza incontrarla per la prima volta indossando un pantalone sporco. Non sapeva il perché, ma aveva voglia di fare su di lei una buona impressione, e visto che l’abbigliamento non l’avrebbe aiutato molto, decise che avrebbe puntato sulla simpatia e su una conversazione brillante.
Alle otto precise Rosmary quella mattina era arrivata all’Egyptian Museum. L’appuntamento con l’antropologo italo americano era alle dieci, per cui aveva deciso di dedicarsi per un paio d’ore ad esaminare le mummie e gli altri reperti trovati il giorno precedente. Sperava che saltasse fuori almeno un piccolo particolare che la mettesse sulla strada giusta. Nel laboratorio le mummie erano state adagiate sul tavolo da lavoro. L’occhio del notabile scoperto dalle bende tornò a fissarla così come era accaduto a Giza. Questa volta però non si lasciò intimidire – Invece di guardarmi prova a dirmi qualcosa! – Rosmary parlò come se davvero l’involucro di bende potesse risponderle. Poi iniziò ad esaminare il bendaggio.
Le strisce di lino erano ben conservate su tutti e due i corpi per essere vecchie di più di 4600 anni. La mummia della donna non rivelò manomissioni, mentre sul viso dell’uomo le bende presentavano delle lacerazioni. La dottoressa Duval si aiutò con la fedele lente di ingrandimento. Ad un esame più attento il lino sembrava essere stato tagliato volontariamente nella zona facciale. Poi Rosmary notò un particolare che fino ad allora le era sfuggito. Anche all’altezza del petto il lino era stato tagliato, i due lembi erano così ben accostati che le lesioni erano difficili da individuare. L’archeologa si servì di un paio di pinze per scostare le bende tagliate. Al di sotto c’era uno spazio largo e sottile che al momento dell’imbalsamazione doveva essere stato occupato da un amuleto. Gli antichi profanatori quindi avevano aperto le strisce di lino per trafugarlo. Avevano tagliato le bende anche all’altezza dell’occhio sinistro, ma non avevano fatto la stessa cosa all’occhio destro. Il resto della mummia sembrava integro. Il che poteva dire solo una cosa. I profanatori erano intenzionati a portare via tutto quello che di prezioso c’era nella mastaba, inclusi gli amuleti inseriti nel bendaggio. Ma poi, durante la loro incursione, erano stati disturbati da qualcosa o da qualcuno, così avevano arraffato alla meno peggio alcuni oggetti, di cui uno doveva essere la stele che Rosmary aveva trovato nei pressi della mastaba, e se l’erano data a gambe. Doveva essere stata una fuga rocambolesca visto che avevano perso per la strada alcuni oggetti.
Il notabile continuava a guardare l’archeologa tenendo sgranato il rinsecchito occhio sinistro. Era sicura che la stele con Abu el Hul provenisse dalla sua tomba. La certezza questa volta non le arrivava dalla sua spiccata capacità nell’indagine scientifica, quanto dalle sensazioni forti che provava. Aveva sempre rimproverato Linda perché spesso si lasciava guidare dall’istinto irrazionale, e adesso si riscopriva a seguire le medesime orme della nonna. Un destino che le era stato preannunciato in più di un’occasione e che questa volta sentiva di dover necessariamente accettare. Il ricordo dell’incubo fatto nella notte era ancora vivo dentro di lei, non era sfumato come sempre accade con i sogni, ricordava ogni piccolo particolare. La porta socchiusa era stata aperta e Rosmary stava muovendo i primi passi oltre la soglia. Il corpo mummificato, sdraiato inerme sul gelido tavolo d’acciaio del laboratorio, teneva stretta la chiave che collegava tra loro tutte le tessere del mosaico. L’archeologa fissò per qualche istante lo sguardo sulla stele. L’aveva portata con sé in laboratorio, sperava di aumentare il potere dell’intuizione, e tutto sommato una prima idea cominciò a farsi strada dentro di lei. Le incisioni sembravano come delle sequenze di una storia, come fotogrammi che scorrono su di una pellicola. L’inizio e la fine erano il gigante di pietra, “suo padre”, con le sembianze che doveva aver avuto in origine. Tornò ad esaminare le bende della mummia. Sembrava che all’interno dello spazio aperto all’altezza del petto dell’antico notabile egizio fosse stato collocato durante il rito della mummificazione un amuleto di forma circolare. Era quasi assurdo, ma era ancora impressa la forma dell’oggetto nel lino, nonostante i tombaroli l’avessero asportato più di due millenni prima.
La porta d’ingresso al laboratorio si aprì, ma Rosmary non ci prestò molta attenzione, era convinta che fosse Namir. Quella mattina avrebbero dovuto esaminare e mettere a confronto dei papiri rinvenuti in scavi precedenti.
- Dottoressa Duval! – la voce del soprintendente si fece strada nella stanza, e subito dopo anche la sua mole. Rosmary si era sempre chiesta come facesse a muoversi così agilmente nonostante tutto il grasso che si portava addosso. La circonferenza del ventre e del bacino di Hassan erano così ampie che passava a stento dal battente aperto dell’ingresso del laboratorio. Il suo pesante incedere creava dei rimbombi sul pavimento, come se si stesse avvicinando un gigante. Rosmary sospese momentaneamente il lavoro di esame e prestò attenzione all’insolita visita. Era difficile che il soprintendente la disturbasse quando stava lavorando, e quando si voltò a guardarlo si rese conto che lo sguardo dell’uomo fissava con interesse il lavoro che lei stava eseguendo fino a qualche istante prima.
- Buongiorno dottoressa – Hassan le rivolse un vago sorriso – Mi spiace interromperla. Vedo con piacere che si è concentrata subito sui reperti appena portati alla luce –
- E’ il mio lavoro – tagliò corto con garbo. Non voleva che trasparisse la frenesia con cui si stava dedicando alla stele.
- Il dottor Wilde è qui – disse il soprintendente come se stesse facendo un proclama.
- Ma è in anticipo! – protestò Rosmary – L’appuntamento era per le dieci –
- Ha ragione dottoressa, sono in anticipo di quasi mezz’ora … – la voce che parlava non era quella del soprintendente. Veniva esattamente da dietro le spalle di Hassan, la cui mole aveva di fatto oscurato la presenza di Wilde – Il mio aereo è arrivato con un po’ di ritardo, e così non aveva senso andare prima in albergo. In quel caso avrei dovuto ritardare il nostro appuntamento. Certo avrei potuto fare due passi in attesa dell’orario prestabilito, ma speravo che l’anticipo non le recasse noia, anzi in questa maniera potrà sbarazzarsi prima di me – Oscar si sentì un imbecille immediatamente dopo aver pronunciato la frase. Nella sua testa c’era stata l’intenzione di fare una battuta simpatica, tuttavia il silenzio della donna gli faceva presagire che l’effetto sortito non era proprio quello desiderato.
- E’ un pallone gonfiato, così come tanti me lo hanno descritto- stava pensando Rosmary – Sicuro e pieno di sé, come se tutto gli fosse dovuto – Avrebbe voluto rispondergli con il tono acido e secco che lei come nessun altro sapeva adoperare, ma non riusciva a vedere ancora in faccia il suo interlocutore perché Alì Hassan non poteva spostarsi dalla posizione in cui si era imbottigliato. Si trovava nello spazio tra due tavoli da lavoro del laboratorio, troppo angusto perché lui riuscisse a rigirare il ventre. L’archeologa gli stava davanti, e l’antropologo gli era alle spalle, per cui non riusciva a fare né un passo avanti né un passo indietro.
- Prego, si accomodi dottor Wilde – Rosmary si sforzò di essere gentile, e si fece indietro per lasciare al soprintendente la possibilità di sgombrare la visuale.
- Grazie per aver accettato le mie scuse! – quando il viso di Oscar comparve davanti agli occhi di Rosmary aveva un’espressione maliziosa. Visto che la versione simpatica non aveva avuto successo pensò di mettere in campo il suo charme. L’aspetto dell’uomo risultò gradevole all’archeologa. Wilde aveva capelli scuri e corti, tagliati alla moda, occhi verde scuro e lineamenti regolari. Il fisico era asciutto e ben delineato. Non era altissimo, ma nel complesso era un uomo che poteva far girare la testa alle donnette. Tuttavia l’espressione da pesce lesso con cui la stava guardando le fece scattare nell’animo, come una molla, un profondo senso di irritazione, e lanciò a bruciapelo il suo impietoso sarcasmo.
- Che c’è dottor Wilde? Non si sente bene? Ha una strana espressione … – “da idiota” avrebbe voluto precisare mentre gli si faceva incontro per tendergli la mano in segno di saluto. Ma anche se quelle due ultime parole non le aveva proferite, il senso arrivò diritto alla mente di Oscar, che si sentì ancora più imbecille di prima. Nessuna donna prima di allora era riuscita a farlo sentire così per due volte di seguito. Gli occhi dorati della dottoressa Duval brillavano di luce propria, e lo misero a disagio. Chissà perché l’aveva immaginata come una di quelle archeologhe magre e rinsecchite, che ballavano dentro vestiti troppo larghi, in cui in diverse occasioni si era imbattuto. La donna che gli stava di fronte era tutt’altra cosa. Austera e sinuosa allo stesso tempo. Indossava un jeans ed una T-shirt celeste leggermente aderenti che lasciavano intuire le rotondità perfette del corpo, i capelli fluenti, color del mogano con le sfumature del rame, erano raccolti in un foulard colorato dietro la nuca. E poi c’era la pelle. Aveva il colore dell’ambra del Baltico.
- Piacere di conoscerla dottoressa Duval – le strinse la mano – Quella che vede sul mio volto deve essere stanchezza. Ho viaggiato di notte, e le turbolenze che abbiamo incontrato lungo il tragitto non mi hanno permesso di chiudere occhio –
- Mi dispiace molto! – ribatté in tono quasi ironico Rosmary – Vedrò di aiutarla nel più breve tempo possibile a cercare quello che le serve, così potrà andare a … a riposarsi naturalmente! – la leggera pausa con cui la Duval aveva concluso la frase aveva fatto temere a Oscar di essere spedito a quel paese ancora prima di iniziare la ricerca. L’atteggiamento sarcastico e sfottente di Rosmary lo entusiasmava. Amava le sfide e quella donna sembrava essere pane per i suoi denti.
- Bene, sono contento che due studiosi del vostro calibro si scambino idee sotto il tetto dell’Egyptian Museum. Vi lascio alle vostre disquisizioni – si congedò Hassan – Spero di rivederla presto al Cairo – salutò con fare affettato Oscar e balzellò fuori dal laboratorio.
- Allora dottor Wilde, in cosa posso esserle utile? –
- Ho bisogno del maggior materiale possibile sugli studi condotti fino ad oggi sulla Sfinge di Giza. Sto conducendo una ricerca per conto della facoltà di Antropologia dell’Università di Berkeley, dove insegno. Mi hanno detto che lei è uno dei maggiori esperti in materia – Oscar questa volta tentò la strada dell’adulazione professionale.
- Ha idea di quanti studi siano stati effettuati sulla Sfinge? – Rosmary era sconcertata da quella richiesta e tornò ad essere sarcastica – Ci sono fiumi di volumi e ricerche sull’argomento. Se dovessi fornirglieli tutti farebbe meglio ad affittare un hangar! –
- E’ per questo che mi rivolgo a lei. Vorrei che mi indicasse la strada migliore da percorrere tra le tante possibili – Oscar si avvicinò al tavolo da lavoro su cui fino a poco prima l’archeologa aveva operato.
- E chi le dice che la strada che le indicherò sia quella giusta? –
- Dovrò fidarmi di lei! Fa sempre un certo effetto guardare da vicino una mummia …-
- Co … cosa in tende dire? – Rosmary si irrigidì pensando che l’uomo si stesse riferendo a lei. E per poco non esplose mettendo alla porta Wilde.
- E’ lo studio che sta seguendo al momento vero? – indicò con un leggero sorriso il notabile sdraiato sul tavolo. La battuta sulla mummia era stata involontaria, ma era contento di essere riuscito finalmente a mettere a disagio la donna – Mi è capitato di esaminare un corpo mummificato solo un paio di volte –
- E’ un ritrovamento recentissimo – la dottoressa Duval rispose abbassando la testa per nascondere il rossore sul viso, era lei adesso a sentirsi un’idiota per aver frainteso – Ho appena iniziato l’indagine. Si tratta quasi sicuramente di un funzionario del Regno Antico – adesso che Oscar si era fatto professionale la sua presenza la infastidiva di meno.
- E questo cos’è? – Wilde avvistò la stele e si precipitò ad osservarla da vicino – Sembrerebbe il resoconto di qualcosa, e questa immagine sembra proprio l’oggetto della mia ricerca, la Sfinge. Ha qualcosa di diverso rispetto alle sembianze che ha attualmente. La testa, credo! – il tono della sua voce era entusiasta.
- E’ un buon osservatore … – commentò quasi preoccupata Rosmary, togliendo immediatamente la stele da sotto gli occhi di Oscar ed avvolgendola all’interno di un panno come se fosse una reliquia – La stele è stata trovata a Giza, è normale trovare riferimenti al colosso di pietra nelle incisioni che si trovano in quell’area –
- Quella stele forse aggiungerà qualche notizia importante per la conoscenza dell’enigmatica figura –
- E’ un semplice resoconto. Come lei stesso ha avuto modo di vedere – minimizzò l’archeologa per troncare il prima possibile l’argomento – Mi dica precisamente di cosa ha bisogno per la sua ricerca, così potrò aiutarla meglio –
- La Sfinge viene definita padre del terrore dagli egiziani di oggi, vero? –
- Esatto. Abu el Hul precisamente. Un nome ingrato per un capolavoro del genere, non crede? Un capolavoro ferito nel tempo dall’irriverenza degli uomini. Ha perso il naso perché i mamelucchi giocavano al tiro al bersaglio con i fucili. Oggi il gigante è gravemente malato per i danni provocati dall’inquinamento atmosferico. Rischia di cadere a pezzi. A breve sono previsti nuovi interventi di restauro –
Ecco, è proprio questo quello di cui ho bisogno – si affrettò a dire Wilde – So che alcuni studi fanno pensare ad una costruzione del monumento assai più antica rispetto alla datazione comunemente accettata dalla scienza ufficiale. Vorrei conoscere gli ultimi saggi effettuati sulla Sfinge di Giza e il risultato delle analisi sulla roccia in cui è stata scolpita. Sto stilando un elenco preciso di Ooparts –
Out of Place Artifax – Rosmary recitò per esteso l’acronimo – oggetti fuori tempo, frutto dell’ingegno umano, ma che non si accordano con il paradigma storico del contesto in cui sono stati trovati –
Esatto, ormai fanno parte della conoscenza corrente del mondo scientifico –
Già, ma non sono da tutti riconosciuti. E’ un settore interessante, e credo che col tempo l’elenco degli Ooparts sia destinato ad ingrandirsi più di quanto si immagini, man mano che la scienza archeologica affinerà i suoi mezzi –
Lei cosa ne pensa dottoressa? –
Non sono una scettica, tutto è possibile se dimostrato. E lei dottor Wilde, crede agli Ooparts? –
Non è che sia uno sfegatato assertore della loro autenticità, ma rappresentano a mio avviso un buon settore di indagine, e forse possono contribuire a gettare nuova luce sugli aspetti più controversi della storia umana alle sue origini. L’università mi ha suggerito di inserire anche il monumento di Giza. Ma vorrei capire sino in fondo se possa rientrare davvero tra gli oggetti fuori tempo, o fuori posto, come più comunemente vengono indicati –
- Ho diverso materiale sull’argomento, ma non qui al museo. Ho bisogno di un po’ di tempo per organizzarmi. Potrei farglielo recapitare all’albergo presso cui alloggia –
Veramente sarebbe meglio se me lo illustrasse per sommi capi di persona. Sarebbe un problema vederci stasera a cena? Così avrà tutta la giornata per mettere insieme gli studi che pensa possano servirmi. Domani prenderò un volo per tornare negli Stati Uniti, così sarebbe meglio concludere tutto entro oggi. Io le offro la cena e lei mi illustrerà il materiale, e magari mi porterà anche a fare un giro per il Cairo by night – sorrise.
Rosmary avrebbe voluto metterlo immediatamente alla porta. Ma che si era messo in testa quel pavone italiano? Non era certo la sua segretaria pronta a scattare non appena lui schioccava le dita. Tuttavia la voce le uscì dalla bocca contro la propria volontà, e scoprì un attimo dopo di aver accettato l’invito del pallone gonfiato. – Che vergogna! – Pensò Rosmary – Ho accettato l’appuntamento di uno sconosciuto, un antropologo per giunta, pieno di sé – Ma il danno ormai era fatto. Ad Oscar invece non pareva vero che quella specie di pantera in jeans non gli avesse dato buca, ormai disperava di ricevere da lei parole gentili.
- C’è un ultimo favore che deve farmi – Wilde aveva nuovamente l’espressione del conquistatore – Devo pregarla di venirmi a prendere dall’albergo, sono senza mezzo di locomozione. Alloggio al Pyramise. L’aspetto per le otto, se per lei va bene. Sarà un piacere parlare di antichità con uno dei maggiori esperti del settore – Oscar ora sapeva che doveva puntare sul lavoro se voleva avere l’attenzione della dottoressa Duval. Era quello il suo punto debole: era innamorata del proprio lavoro – Si prepari psicologicamente – sottolineò l’antropologo – La bombarderò di domande. Devo tracciare un identikit il più attendibile possibile del padre del terrore –
Mentre Oscar parlava, la dottoressa Duval aveva abbassato lo sguardo e stava notando le striature di polvere in bella mostra sui calzoni color kaki. E’ anche sciatto! Pensò. Ma per qualche strano motivo i pensieri più intensi di Rosmary riuscivano a penetrare la mente di Oscar che si sentì nuovamente sotto scacco. Il gusto della vittoria che aveva assaporato poco prima gli scivolò sotto i piedi. Wilde si affrettò a scusarsi.
- Sono stato al Cairo poco più di un paio di volte, avevo dimenticato che i taxi sono ricoperti, anche all’interno, di diversi strati di polvere. Poco fa ne ho involontariamente spazzolato uno con i miei pantaloni nuovi –
- Basterà affidarli per un’ora alla lavanderia dell’hotel. Torneranno nuovi – lo informò con forzata cortesia, mentre continuava a pensare che era stata proprio una stupida avventata ad accettare il suo invito a cena.
- Grazie per il consiglio. L’aspetto stasera allora – si incamminò verso l’uscita dopo aver ricevuto il tiepido saluto dell’archeologa, e con il presentimento che durante il pomeriggio la donna si sarebbe fatta sentire per disdire l’appuntamento.
Rosmary tese l’orecchio verso i passi di Wilde per accertarsi che stesse andando via – Accidenti a me! – sbottò quando fu certa che l’uomo era ormai andato via. Si sentiva di nuovo irritata – Ma che diavolo mi è saltato in testa stamattina?! Devo essere davvero impazzita! – sbraitò ad alta voce.
- Che succede? Parli da sola! – la voce di Namir la fece trasalire.
- Ciao spilungone – la vista del ragazzo le sedò il nervosismo che le stava serpeggiando nell’animo.
- Buongiorno dottoressa Duval, è di umore pessimo questa mattina! – il ragazzo cercò di scherzare.
- Puoi dirlo forte. E’ bastato un quarto d’ora per cambiare il corso della giornata, che inizialmente prometteva di essere produttiva – tornò a trafficare sulle bende del notabile rinsecchito.
- Stai parlando come la Sfinge, dottoressa. Non capisco … -
Rosmary scattò come una molla – Per favore lasciamo in pace Abu el Hul. Chissà come ne uscirà dopo che quel pallone gonfiato di Wilde avrà portato a termine la sua ricerca fighetta –
- Hai già incontrato il dottor Wilde?! Oscar Wilde? –
- Ragazzo, non c’è bisogno di ripetere quel nome tante volte! Una è più che sufficiente. Sì, l’ho già incontrato purtroppo – Rosmary sentì che il nervosismo le era arrivato fin sopra i capelli.
- Deve essere stato un incontro toccata e fuga, visto che sono appena le dieci e un quarto – commentò Namir – E a giudicare dal tuo umore non deve essere stato un gran che … -
- “Non è stato un gran che” è un simpatico eufemismo, se pensi che è arrivato in anticipo di quasi mezz’ora e aveva gli occhi da pesce lesso mentre mi guardava, probabilmente è il sangue italiano che gli scorre nelle vene a renderlo così spavaldo e sicuro di sé. Ma non finisce qui. Ha pensato anche di fare il simpatico, ed infine mi ha conferito il ruolo di sua segretaria personale. Ho l’incarico di raccogliere tutto il materiale di cui ha bisogno e di consegnarglielo entro stasera. Un vero gentiluomo, no? – Rosmary scattava delle fotografie ai particolari delle fasce di lino aperte dai tombaroli.
- Mica scemo Wilde! Avrei voluto esserci per gustarmi il momento in cui l’hai mandato a quel paese – Namir era divertito solo già all’idea.
- Se tu fossi stato presente probabilmente sarebbe andata meglio – mugugnò l’archeologa. L’atteggiamento restio di Rosmary a proseguire con i commenti scatenò la curiosità del ragazzo.
- Perché l’hai mandato a quel paese come solo tu sai fare … vero? – restò in attesa della risposta della Duval e con l’orecchio teso. L’archeologa non rispose, ma continuò a scattare fotografie alla mummia da angolazioni diverse – Allora? – Namir diventò impaziente – Vuoi dirmi come è andata a finire? -
Rosmary sospirò – Vado a prenderlo questa sera al Pyramise Hotel. Lo scorazzo per il Cairo by night, testuali parole, e gli consegno il materiale che mi ha richiesto, e che da diverso tempo custodisco gelosamente a casa … – lasciò morire sulle labbra la frase.
- Cosa? Devi essere impazzita! – Namir era esterrefatto.
- Sono esattamente le parole che ho detto a me stessa un attimo dopo aver accettato l’invito –
- Questa sì che è bella! – Namir si mise a sedere sullo sgabello – Rifiuti il mio invito a cena e accetti quello di un perfetto sconosciuto – la prese in giro.
- Non farmi sentire più stupida di quanto già mi senta. Fammi un piacere, evitiamo di parlarne per il momento. Spero solo che questa giornata passi in fretta. Non vedo l’ora che arrivi domani per buttarmi ogni cosa alle spalle –
- Come vuoi tu dottoressa – il ragazzo si avvicinò al tavolo su cui l’archeologa stava operando – E’ una delle mummie che hai trovato nella sepoltura scoperta a Giza? –
- Sì. I geroglifici fanno pensare ad un alto dignitario vissuto durante il regno di Chefren. Il cartiglio riferito al faraone è presente più di una volta – tese una pinza sottile al ragazzo – Dammi una mano. Tieni aperti con questa i lembi delle bende tagliate sul petto. Scatto un paio di fotografie –
Namir eseguì l’operazione con perizia chirurgica, e l’archeologa tirò cinque scatti.
- Ok, puoi lasciare, grazie – riprese le pinze dalle mani del suo studente modello e notò il lungo graffio che aveva sul polso destro – Che ti è successo al braccio? –
- Ramses ha colpito ancora – Namir guardò con attenzione lo sfregio – Stamattina è davvero nervoso. Sono passato dal tuo studio, credevo di trovarti lì. Invece c’era solo quell’ammasso di pelo rosso che se ne stava appollaiato sulla scrivania –
- Sulla scrivania? – commentò distrattamente Rosmary mentre continuava ad armeggiare – Non è uno dei posti preferiti da Ramses … -
- Lo so, ma l’ho trovato lì sopra, fermo come una statua, e di umore davvero nero, visto che in cambio di una carezza mi ha fatto questo regalo –
- Adesso dov’è? –
- Non so. E’ sgattaiolato come un fulmine dalla porta ed è scomparso. Lo sai, quando è di cattivo umore preferisce rifugiarsi in una delle sale del museo, dietro la mummia di qualche faraone –
- Lo cercherò più tardi –Rosmary mise in ordine gli attrezzi da lavoro e prese la stele di Abu el Hul dal tavolo – Riprenderò l’esame della mummia più tardi. Adesso, come ti avevo promesso, andiamo ad esaminare i testi dei rituali funerari –
Al Johnson Space Center l’atmosfera era di grande attesa. Gli sguardi da due giorni erano concentrati sui monitor dei radar e sulle immagini inviate dal satellite. Nonostante l’attenzione fosse alta, l’ansia che si era diffusa nei giorni precedenti, quando erano apparsi gli oggetti non identificati sulle apparecchiature di monitoraggio, era andata via via sparendo. Valdi stava confrontando i tabulati che i calcolatori avevano prodotto nel momento esatto in cui gli oggetti erano apparsi in direzione dell’orbita terrestre. Il telefono sulla scrivania squillò, ma l’astrofisico non si lasciò distogliere, la telefonata prima o poi sarebbe stata dirottata verso un’altra postazione. Il telefono invece continuò a squillare.
- Al diavolo! – si arrese e scagliò sulla scrivania gli occhiali – Pronto? Che c’è! – parlò un po’ sommessamente alla voce femminile del centralino del Johnson Space che gli annunciava una telefonata esterna – Avevo chiesto di non essere disturbato! Le telefonate possono essere passate a qualcun altro – tuonò. La voce femminile annunciò che non solo c’era in linea una persona importante, ma che voleva parlare proprio con lui. Francesco mugugnò un verso d’assenso ed attese qualche secondo che la linea gli fosse passata. Era il generale dell’aeronautica militare Maurice Condor.
- Dottor Valdi … – esordì senza alcun convenevole – Attendevo notizie ed invece mi ha lasciato sui carboni ardenti! Ci sono novità? –
- Al momento nessuna. E’ per questo che non mi sono fatto sentire. Stavo finendo di controllare i dati registrati dal computer del satellite –
- E allora? – il generale era piuttosto irritato.
- Quello che emerge è solo un grande campo magnetico – tagliò corto Francesco.
- Esigo di essere informato immediatamente se la situazione dovesse cambiare! –
- Sarà fatto – Valdi non aggiunse altro, e Condor interruppe la comunicazione senza alcuna formula di saluto. Francesco odiava l’arroganza degli alto graduati con cui spesso aveva a che fare nel lavoro che svolgeva. Aveva imparato nel corso della vita che l’esplorazione del cielo, e la ricerca di forme di vita diverse da quelle terrestri non era un lavoro che apparteneva a chi lo svolgeva. Ogni esito, ogni risultato era di proprietà degli Stati Uniti d’America, o meglio, era dominio dei vertici militari della nazione. In nome della sicurezza di Stato erano state celate agli occhi del mondo le tante occasioni in cui popoli alieni erano entrati in contatto con la razza umana. Roswell era solo la punta dell’iceberg, e l’Area 51, il cosiddetto Groom Lake, 90 miglia a nord di Las Vegas, nel mezzo del deserto del Nevada, era molto di più di una leggenda per far sognare gli ufologi. A Valdi dieci anni prima era mancato tanto così per accedervi. Con le apparecchiature del centro NASA aveva osservato per due giorni interi, nei cieli del Texas, le incredibili evoluzioni di un Unidentified Flying Object che sembrava in difficoltà. Il Pentagono aveva ricevuto la notizia, ed un attimo dopo aveva richiesto le coordinate precise. Valdi avrebbe dovuto conferire sulle sue osservazioni direttamente a Groom Lake, ma all’ultimo minuto c’era stato un contrordine, e tutta la vicenda era stata risucchiata in un buco nero. Non ne aveva saputo più nulla. L’astrofisico aveva la netta sensazione che presto si sarebbe trovato nella medesima situazione di allora. Ma questa volta non aveva alcuna intenzione di farsi da parte. L’inquietudine gli stava agitando i pensieri, si sentiva frastornato. Se gli oggetti apparsi sui radar due giorni prima non erano meteoriti ma navicelle aliene, che cosa sarebbe accaduto se si fossero spinte nell’orbita terrestre?
Ogni dubbio scomparve quando il monitor che gli stava davanti agli occhi cominciò a produrre un bip cadenzato ed attrasse la sua attenzione. Gli oggetti non identificati erano tornati ad essere visibili. Gli animi nella sala di controllo si accesero in preda all’adrenalina. Se si trattava di meteoriti, dovevano essere tutti delle medesime dimensioni. Cosa assai improbabile. Francesco fece velocemente un calcolo. Erano visibili circa quindici corpi che si avvicinavano all’orbita terrestre a velocità costante. Inviò l’immagine sul terminale e ruotò il grafico prodotto sotto diverse angolazioni, fino a quando non osservò l’immagine come se lui stesso vi fosse sopra. I corpi in movimento erano esattamente venti e sembravano seguire un preciso schieramento di volo. Viaggiavano in maniera tale da creare un’ellissi perfetta. Il dottor Valdi tornò a guardare lo schermo del radar sul quale i punti luminosi continuavano a pulsare da quasi due minuti. Se la loro corsa fosse continuata così, senza interruzioni, i corpi sarebbero arrivati entro un’ora nell’orbita terrestre, e meteoriti o ufo che fossero, il pianeta sarebbe stato nella merda fino al collo, pensò Valdi.
L’agitazione cresceva nella sala di controllo del Johnson Space Center, i telefoni cominciarono a squillare in tutte le postazioni. Anche l’apparecchio di Valdi si animò. Quando alzò il ricevitore, la voce del generale Condor più incazzata che mai colpì il suo timpano.
- Dottor Valdi, volevo informarla che da questo momento sarò io ad occuparmi della situazione. Continuate a tenere sotto controllo i radar, ma dal centro non partirà alcun velivolo di esplorazione. Ci aggiorniamo più tardi. Buongiorno – Condor non attese nemmeno che Valdi rispondesse. Chiuse la comunicazione lasciando allo scienziato l’amaro in bocca. Francesco non poteva crederci. Stava succedendo ancora una volta. Il proposito di arrivare sino in fondo sembrava essere stato fagocitato in un momento dall’arroganza e dall’onnipresenza del generale. Le ammonizioni di Condor ad informarlo sugli sviluppi erano state tutta una farsa, era evidente che al centro NASA c’era qualcuno collegato in filo diretto con il generale, e lo informava in tempo reale su quanto accadeva.
Valdi cercò di mettere da parte la rabbia e la delusione. Tornò a guardare il radar. I venti oggetti non identificati avevano arrestato la corsa verso il pianeta azzurro, un attimo prima di entrare nell’orbita terrestre. Questo avvalorava ancora di più l’ipotesi che non si trattasse affatto di meteoriti. Erano ancora perfettamente visibili sul monitor, ma restavano come sospesi nello spazio. – Ad attendere cosa? – si chiese Francesco.
Oscar stava già aspettando all’entrata del Pyramisa Hotel quando la dottoressa Duval arrivò con la jeep alle venti in punto. Rosmary guardò l’antropologo che si avvicinava all’auto. Indossava un completo Armani in puro lino. Evidentemente non aveva ascoltato il consiglio di affidare i pantaloni sporchi alla lavanderia, ed aveva acquistato un vestito nuovo alla boutique dell’albergo.
- Buonasera dottoressa – Oscar entrò nell’auto. Nonostante non fosse riuscito a riposare, il suo aspetto era impeccabile.
- Buonasera dottor Wilde. Non credevo di essere in ritardo – Rosmary riavviò il veicolo sulla strada.
- E’ in perfetto orario invece. Puntuale come un orologio svizzero. Sono sceso in anticipo dalla mia stanza. Mi sono concesso qualche minuto per osservare le luci serali di questa città da Le mille e una notte –
- La capisco. Il fascino del Cairo non risparmia nessuno, nemmeno chi ci è nato. E’ una metropoli difficile, per niente a misura d’uomo, eppure non esiste altro luogo dove vorrei vivere –
- Qualcuno l’ha definita “la madre di tutto il pianeta”. Un motivo ci deve pur essere – Oscar cominciava a sentirsi a suo agio, l’archeologa era tranquilla e colloquiale.
- Già, un motivo ci deve essere … forse anche più di uno – la citazione dell’espressione riportata ne Le mille e una notte riportò la mente di Rosmary alla stele ed alla Sfinge. Si chiese se quel pensiero fosse un’altra intuizione.
- Che cosa intende dire? – Oscar si fece curioso.
- Niente di particolare. Lo sanno anche i bambini che quella egiziana è una delle civiltà più antiche del mondo – era un’affermazione scontata, ma la donna avvertiva che le parole all’interno della mente stavano acquistando poco per volta un significato diverso. “La madre di tutto il pianeta”, la frase continuava a martellarla dall’interno del corpo. Il pensiero lavorava vorticosamente, sentiva di essere ad un passo da una delle verità che stava cercando, l’aveva quasi afferrata con le mani quando la voce di Oscar la strappò dall’estasi mentale e la risucchiò nella realtà.
- Allora dottoressa Duval, dove siamo diretti? –
- Co … come? – balbettò mentre aveva l’espressione stranita.
- Stava pensando a qualcosa e l’ho interrotta forse? Mi spiace. Probabilmente aveva qualcosa di meglio da fare questa sera! – Oscar pronunciò la frase come se stesse parlando con un amico. Aveva perso la velleità di fare colpo su di lei. Aveva deciso di essere se stesso e finalmente aveva messo a suo agio la dottoressa Rosmary Duval.
- Non si preoccupi dottor Wilde non è cortesia nei suoi confronti, ma nei miei. Non ricordo più quando è stata l’ultima volta in cui ho messo da parte il lavoro per concedermi una serata di relax –
- Ma la costringerò a parlare comunque di lavoro! –
- Sì, ma è un lavoro che dovrà fare lei, non io –
- Questo è vero! Allora, dove siamo diretti? –
- La porto ad assaporare la cucina egiziana naturalmente, con uno splendido panorama come scenografia –
- Sembra allettante come idea –
- Stia tranquillo, non rimarrà deluso –
Continuarono a parlare dei propri progetti professionali mentre la jeep si immetteva nel flusso di centinaia di veicoli, un lungo serpente verso il ponte che li avrebbe portati all’isola di Gezira. Lungo il Nilo le bancarelle erano ancora aperte. Frutta, focacce al karkadè, dolci di sesamo, fave bollite e bicchieri di acqua erano esposti in bella mostra per allettare i turisti che continuavano a girovagare per la città. Le luci che illuminavano la notte stavano prendendo vita, presto sarebbero diventate milioni e avrebbero trasfigurato il Cairo in un immenso presepe nel cui mezzo scorreva il Nilo, maestoso, silenzioso, imperturbabile fiume, quasi indifferente da millenni allo scorrere affannoso e convulso dell’esistenza umana.
Quando arrivarono al quartiere di Zemalek, Oscar rimase nuovamente sorpreso, ebbe davanti agli occhi una delle mille facce di Città del Cairo. Tradizione e modernità sembravano aver trovato finalmente un equilibrio. Un connubio tra Oriente ed Occidente celebrato dalle sedi delle ambasciate e dagli infiniti locali notturni, colorati e scintillanti. Al Quahira di Borj, la torretta, dominava ogni cosa dall’alto dei suoi 187 metri. Era già illuminata per la notte che si stava affacciando. Lì Rosmary accompagnò il suo ospite dopo aver parcheggiato l’automobile.
- Che le sembra? – l’archeologa osservò lo sguardo estasiato del dottor Wilde.
- Che cosa posso dire?! E’ fantastica, immensa. L’avevo vista finora solo da lontano. Le mie poche visite al Cairo sono state sempre brevi e mirate a qualche lavoro che stavo portando avanti. Non ho mai avuto la possibilità di fare il turista-
- Perché non è mai stato accompagnato da una buona guida! Soffre di vertigini? –
- Per niente … -
- Meglio così! Altrimenti l’avrei costretta a seguirmi comunque. Ceneremo in cima alla torre, c’è un ristorante esclusivo –
- E’ fantastico! – Oscar si sentiva emozionato, e si meravigliò di questo suo sentimento.
- Certo che è fantastico – Rosmary era contenta di constatare ancora una volta come la sua città riuscisse a stregare i profani – Ma conservi le parole per dopo, altrimenti potrebbe rimanerne senza una volta che saremo arrivati in cima –
La vista toglieva il fiato. L’archeologa aveva prenotato un tavolo per due, ma decisero di trascorrere qualche minuto sulla terrazza prima di sedersi a cenare. Rosmary cercò di non essere noiosa come cicerone.
- La torre è realizzata interamente in granito, il materiale amato dagli antichi Egizi, la sua figura imita la pianta del loto, ed è più alta di 45 metri rispetto rispetto alla grande piramide di Cheope. E’ l’edificio più alto del Cairo, il punto culminante della città moderna –
- Aveva ragione dottoressa Duval, non ci sono parole per descrivere quello che vedo–
- Perché non conosce questa terra. Quando si sarà impadronita di lei, e accadrà presto, sarà in grado di decifrarne ogni piccolo movimento –
In cima alla torre la brezza rendeva l’aria molto più fresca. Rosmary strinse intorno alle spalle lo scialle rosso. Solo adesso, al chiarore delle luci artificiali, Oscar si stava soffermando a guardare la figura della donna che l’accompagnava. La dottoressa Duval non era stretta nei suoi soliti jeans, ma indossava un vestito leggerissimo in mussola di cotone bianco. L’abito le arrivava alle caviglie sottili, ma gli spacchi laterali lasciavano intravedere le gambe affusolate, a seconda di come il vento si muoveva. Il colore chiaro della stoffa metteva in risalto il contrasto con la carnagione scura. I capelli li aveva lasciati morbidi e sciolti sulle spalle, mentre i sandali di cuoio che portava ai piedi le conferivano un andamento felino. Guardarla per Oscar fu una rivelazione. Non s’era accorto di nulla durante il tragitto, forse non l’aveva guardata nemmeno in faccia per timore che si ricreasse l’atmosfera artificiale della mattina. Non voleva metterla a disagio, non voleva privarsi della spontaneità che adesso l’animava. Decise così di distogliere lo sguardo da lei per non sciogliere l’incantesimo, ma non prima di aver notato la luce che mandavano i suoi occhi dorati mentre continuava a parlare.
- Quando mi trovo qui su riesco a sentire i loro pensieri, gli stati d’animo. Ogni luce che si accende accoglie decine di vite umane … mi scusi, la sto annoiando con le mie chiacchiere – la donna si voltò a guardare Wilde – Forse sarà meglio raggiungere il nostro tavolo –
- Ancora qualche minuto, non mi annoia affatto. Se voglio comprendere Abu el Hul devo conoscere prima la sua gente. Continui, la prego –
Rosmary volse lo sguardo verso Giza quando riprese a parlare. Lo spettacolo di luci e di suoni si stava svolgendo e illuminava i monumenti millenari di fasci di luce colorati, mentre voci in varie lingue si susseguivano a raccontare la storia. Zemalek era un’oasi di silenzio, sembrava lontana anni luce dal frastuono assordante del cuore del Cairo. Diplomatici, stranieri, corrispondenti e ricchi egiziani chiacchieravano nei loro salotti. In quel momento nel resto della città sette milioni di persone erano in viaggio sulle strade per fare ritorno ai villaggi e alla periferia. Altri stavano salendo le scale di servizio dei bei palazzi d’epoca del centro per raggiungere le loro case di compensato e di cartone allestite alla meglio sui terrazzi. Unico lusso di quelle dimore era lo spettacolo che offriva dall’alto la capitale, un enorme formicaio umano, e l’aria che arrivava dal deserto.
- Questa è la terra dei contrasti – stava dicendo Rosmary – Del bianco e del nero. Qui convivono il silenzio eterno ed imperturbabile di Abu el Hul e di Giza e il chiasso assordante del traffico che fa da colonna sonora alla vita nel centro. Ci sono molti ricchi che spendono fiumi di denaro in ricevimenti sontuosi in hotel a cinque stelle, mentre un esercito di poveri stenta a trovare anche solo un pezzo di pane per mangiare. Si sopravvive giorno per giorno, raccogliendo per poche lire l’immondizia di casa in casa, sperando di trovarvi all’interno stracci di vita altrui che possano servire ad alleviare la propria fame. Sono stanchi e poveri, ma hanno sempre un sorriso da offrire, e soprattutto tanta dignità che neanche la disperazione riesce a togliergli. E’ una dignità che ha radici in migliaia d’anni di storia –
- Le sue sono parole d’amore dottoressa Duval – Oscar si rese conto che non era il lavoro la ragione di vita che animava Rosmary, ma l’Egitto in tutta la sua interezza.
- Non me ne vergogno. Sì, amo la mia terra e la mia gente. La sento soffrire e gioire, partecipo ai suoi sentimenti ogni giorno. Ne sono parte io stessa. E’ come amare me stessa. Adesso credo che sia ora di sederci al tavolo. Siamo in ritardo e potremmo perdere la prenotazione –
Mentre Oscar si predisponeva a seguirla, Rosmary voltò lo sguardo verso la piana di Giza. Il gigante di pietra era ancora illuminato dalle luci colorate. Le tornò alla mente la definizione che ne Le mille e una notte descriveva Città del Cairo. E’ la madre di tutto il pianeta. Questa volta la prima delle verità arrivò come un uragano dall’interno del corpo e le colpì il viso con uno schiaffo sonoro. Il gigante di pietra non è il padre. E’ la madre. Era quasi una sorta di reminiscenza quella che provava, e la sua espressione estatica non passò inosservata agli occhi di Oscar, ma l’antropologo pensò che fosse ancora la sguardo che contemplava la città dall’alto.
Il ristorante sulla torretta era tra i più in di Gezira. Esposto in bella mostra c’era il libro onorario che raccoglieva i commenti di tutte le personalità che avevano visitato l’esclusivo posto. Le firme erano state incise anche sulle pareti, perché l’evento restasse quasi scolpito nella memoria. C’erano naturalmente i nomi dei presidenti egiziani, Gamal Abdul Nasser aveva considerato la torretta come il miglior luogo dove andare a pranzare. Ma tra coloro che avevano lasciato traccia del proprio passaggio c’erano anche i divi di Hollywood. L’attrice Katherine Hepburn era stata uno dei primi ospiti. Ma del resto la torretta aveva avuto vita da fondi americani, quando Egitto e Stati Uniti avevano cominciato a consolidare la base dei loro rapporti.
- Sarà difficile parlare di lavoro in un posto come questo – disse Wilde quando furono seduti al tavolo.
- Al contrario. Le posso assicurare che qui sono state prese le decisioni più importanti del paese. E’ un posto che aiuta a pensare. Lontano dal chiasso. Sembra quasi irreale in una città come questa –
Karim, il cameriere capo riconobbe Rosmary. La dottoressa Duval aveva accompagnato al ristorante della torretta diversi diplomatici e personalità del mondo della cultura. Rosmary negli ultimi anni era diventata uno degli studiosi più rinomati della piana di Giza, e i personaggi di spicco che passavano dal Cairo avevano preso l’abitudine di accaparrarsi la presenza della donna per subire il fascino del suo sapere oltre che quello del suo aspetto. Quella che ormai sembrava essere diventata una prassi, per Rosmary era un vero supplizio. Si sentiva come una sorta di fenomeno da baraccone, una bestia rara che tutti volevano osservare. Così, negli ultimi tempi, nonostante le insistenze di Hassan, era riuscita a svincolarsi più spesso da questi incontri ufficiali, adducendo qualche volta un malore e molte altre la grande mole di lavoro che realmente doveva portare avanti.
Karim li raggiunse al tavolo ed accennò un inchino con il capo in segno di saluto. Oscar si lasciò guidare da Rosmary nella scelta delle portate. Non conosceva la cucina egiziana. Per un attimo ebbe il timore che l’archeologa potesse giocargli qualche brutto scherzo e ordinasse del cibo che gli facesse trascorre in bagno il resto della nottata, ma l’atmosfera tesa del loro primo incontro sembrava essere svanito del tutto, e Wilde dopo quell’attimo di trepidazione si acquietò. Rosmary ordinò il foul, il passato di fave e fagioli neri condito con limone ed olio di sesamo, accompagnato con shami ben caldo, il pane piatto e senza mollica. Il pesce non era il piatto forte del Cairo, così la dottoressa Duval puntò sulla carne. Il kebab, ovvero l’agnello arrosto, e il kofta, le polpettine a base di carne di montone, furono accolte con entusiasmo da Oscar che era tutt’altro che vegetariano.
- Allora dottor Wilde cosa ne pensa della cucina egiziana? – Rosmary stava sorseggiando un bicchiere di vino rosso.
- Niente male – l’antropologo aveva letteralmente ingurgitato la sua porzione di kofta. Non aveva toccato cibo per l’intera giornata.
- Certo la cucina italiana deve essere difficile da sostituire, ma non credo che in Egitto ce la caviamo poi tanto male –
- Confesso di aver temuto per qualche istante di veder comparire sulla tavola strane pietanze, tipo un serpente alla griglia – scherzò Oscar.
- E’ una prelibatezza che non saprebbe apprezzare – sorrise Rosmary, mentre si gustava l’espressione sorpresa dell’uomo – Ma non siamo venuti qui per parlare di cucina! Questo è il materiale che le avevo promesso – la dottoressa Duval uscì un fascicoletto dalla cartella che aveva portato con sé.
- E’ tutto qui!? – Oscar era meravigliato dall’esiguità del materiale.
- Che si aspettava un’enciclopedia? In realtà le ho portato anche un paio di compact disk che potranno esserle utili – li tirò fuori dalla borsa – Sa, la carta fa troppo volume, questi pesano di meno! Troverà all’interno tutta la bibliografia a cui può far riferimento, anche se non ho ancora capito cosa sta realmente cercando dottor Wilde … -
- Chi è in realtà Abu el Hul? – Oscar pronunciò la domanda a bruciapelo.
- Se si conoscesse l’identità del gigante di Giza dubito che si concentrerebbero su di lui migliaia di studi – nella mente di Rosmary tornò per qualche istante l’intuizione percepita mentre erano in terrazza – Le interpretazioni più canoniche ritengono la Sfinge una divinità a cui gli egizi attribuirono il nome di horakti, Horus all’orizzonte. E’ quindi connessa alla divinità emblema del sole, e per qualcuno anche del pianeta Marte, che si dice passi di tanto in tanto tra i piedi del Leone. Il nome Horus deriva tra l’altro dal termine Heru, il volto. Il colosso di pietra rappresenterebbe dunque il volto all’orizzonte, in riferimento al disco solare. Se Abu el Hul come alcuni sostengono ha visto la luce 12.500 ani fa, il posizionamento del monumento verso est fu studiato per far si che nel giorno dell’equinozio di primavera lo sguardo della Sfinge fosse rivolto verso il suo corrispettivo celeste, la costellazione del Leone. Oggi invece nella posizione del cielo verso cui guarda il gigante si trova la costellazione dei Pesci, anche se siamo già con un piede nell’Acquario –
- Per sommi capi queste teorie le conosco, ma prima di classificarlo come Ooparts vorrei capire cosa fosse sin dall’origine per gli Egiziani la Sfinge – si predispose ad ascoltare ancora.
- Credo che sappia perfettamente che, contrariamente alla visione greca della creatura mitica in cui la donna leone ha un’accezione negativa, visto che sphingo ha il significato di “strangolare”, nella concezione egizia invece le sfingi sono creature divine legate al culto del sole, portatrici di saggezza e conoscenza, spesso associate a un faraone. Il volto della Sfinge di Giza viene attribuito comunemente al faraone Khafre, meglio conosciuto come Chefren. C’è però uno studio effettuato dall’egittologo francese Vassil Dobrev, che dopo un’analisi sul monumento è arrivato alla conclusione che il volto scolpito sulla pietra sia quello di Khufu, ovvero Cheope padre di Chefren. Secondo il francese sarebbe stato Djedefre, l’altro figlio di Cheope, fratellastro di Chefren, a realizzare una serie di opere per aiutare il padre, ormai morto, nel suo passaggio nell’aldilà. Dobrev ritiene che una di esse sia proprio la Sfinge, che rappresenterebbe Cheope come una divinità. Chefren non fece altro quindi che continuare il culto per la Sfinge. Avrebbe aggiunto un tempio di fronte ad essa, che da alcuni è considerato un tempio solare. La Sfinge, oggi chiamata con l’epiteto di Abu el Hul, padre del terrore, finisce con il diventare un culto a forte connotazione popolare, grazie anche alle grandi dimensioni del monumento che restava sempre sotto gli occhi di tutti. A differenza delle statue delle altre divinità chiuse all’interno dei templi a cui la gente comune non poteva accedere, la Sfinge era facilmente visibile. Il popolo egizio non poteva partecipare ai riti solenni che si svolgevano nei luoghi di culto, e per vedere e venerare le statue dei propri dei era costretto ad attendere che i simulacri venissero portati in processione nel corso di particolari feste religiose. Mentre invece, sebbene la Sfinge fosse circondata da un recinto sacro, i fedeli potevano avvicinarsi comunque al gigante di pietra e lasciare appoggiate all’esterno del muro steli sulle quali il mitico animale veniva rappresentato come una divinità benefica, disposta ad ascoltare le preghiere di tutti coloro che chiedevano aiuto. Abbiamo così immagini di fedeli inginocchiati o in piedi nell’atto di presentare doni, mentre nei testi incisi chiedono alla Sfinge salute, forza, una vita lunga e serena. Durante il domino greco – romano il monumento venne restaurato e liberato dalla sabbia. Sarà in epoca araba che diventerà Abu el Hul. Uno sceicco vissuto durante il XIV secolo mutilò il volto della Sfinge per fanatismo religioso. Una situazione analoga si verificò durante la spedizione di Napoleone in Egitto, quando i mamelucchi usarono il monumento come bersaglio per esercitarsi nel tiro con il cannone – Rosmary interruppe per qualche istante il discorso e sorseggiò il vino che era ancora nel bicchiere.
- Quello della grande Sfinge con il suo popolo sembra un rapporto di amore e odio –
- Si sbaglia dottor Wilde, gli egiziani hanno sempre amato Abu el Hul. Sono gli stranieri ad essere stati irriverenti –
- Cosa mi dice invece della datazione del monumento? Crede che si tratti di fantascienza? – Oscar stuzzicò ancora l’archeologa sull’argomento degli oggetti fuori posto. Sapeva che gli egittologi, ma soprattutto gli egiziani, si infervoravano quando si parlava di archeologia alternativa. Ne accantonavano le teorie come sciocche fantasie. La dottoressa Duval tuttavia nel loro primo colloquio in mattinata l’aveva sorpreso.
Non do mai nulla per scontato Wilde, glielo ho già detto. Certo molte teorie sono troppo estreme. C’è chi vede nella piana di Giza la copia miniaturizzata del complesso di Cydonia su Marte. Gli assertori di questa corrispondenza sono molti. La distanza tra Abu el Hul e la Grande Piramide pentagonale risulta essere un trecentosessantesimo del diametro polare di Marte. Trecentosessanta è inoltre il numero base dei giorni che formavano l’anno Maya, a cui andavano aggiunti cinque giorni infausti. Una ricerca eseguita da Adrian Gilbert e Maurice Cotterel ipotizza che in tempi antecedenti alla glaciazione l’anno terrestre durasse proprio 360 giorni, a cui ne venivano aggiunti cinque, ritenuti infausti poiché riconducibili all’effetto di uno sbalzamento della terra dalla propria orbita primitiva in seguito ad un evento cataclismatico che provocò la fine dell’era glaciale, fra il 12000 ed il 9000 a.C. Periodo in cui gli assertori di una maggiore antichità della Sfinge di solito retrodatano il monumento. Si parla in genere di una pioggia di meteoriti che, secondo tale teoria, distrusse la vita sul pianeta rosso. In quest’occasione, sempre secondo l’ipotesi, alcuni suoi abitanti sarebbero riusciti a mettersi in salvo sulla terra, anch’essa colpita da corpi celesti, ed edificarono a Giza le tre piramidi e la Sfinge. Per confermare il collegamento tra Marte e l’Egitto si portano tutta una serie di altri particolari, tra cui le profonde similitudini morfologiche. Ma a questo si aggiunge la continua presenza di un elemento numerico, chiamto costante tetraedrica, pari a 19,5 gradi, che ritroviamo tanto a Cydonia quanto nel complesso di Giza ed a Teotihuacan, in America centrale, nelle grandi piramidi del Sole e della Luna. A tutto questo bisogna sommare ancora il fatto che gli Egizi, mentre definivano la Sfinge Horus all’orizzonte, chiamavano il pianeta Marte con l’appellativo di Hor Dshr, ovvero Horus il rosso. Tra le tante iscrizioni rinvenute all’interno delle tombe ce n’è una che fa riferimento proprio a questo e che dice, “il suo nome è Horakti”, la stella dell’Est. Sulla base di questa interpretazione la Sfinge rappresenterebbe Marte, ed in origine avrebbe avuto il volto di un felino, un leone, e sarebbe stata colorata interamente di rosso, come il pianeta a cui sarebbe riferita. Ed in effetti, sotto il monumento, sono state rinvenute alcune statuette rosse forgiate a forma di leone. Secondo la mitologia Indù, Marte era chiamato Nr – Simham, l’uomo leone. Secondo le teorie più fantasiose quindi la Sfinge potrebbe essere una sorta di accesso verso il pianeta rosso. Infine il ricercatore americano Richar Hoagland notò che a coniare il nome di Città del Cairo, al confine nord con Giza, furono gli arabi dopo averla invasa ed occupata. Il nome di el Kaira ha infatti il significato di Marte –
Quanto crede ci sia di vero in queste teorie? – Oscar cominciava a sentirsi un po’ confuso. Cercava chiarezza ed invece si trovava schiacciato da una marea di ipotesi, anche un po’ troppo fantasiose.
Bisogna leggere tra le righe. Ogni studio potrebbe contenere una piccola verità, e tutte sommate tra loro possono fornire una nuova visione della storia del genere umano. Ci sono dati e confronti che non devono essere sottovalutati, ma sono convinta che portino altrove – la mente di Rosmary aveva di nuovo iniziato a lavorare in maniera frenetica. I sensi più interni, ormai svegliati dal lungo sonno, stavano vibrando fortemente. Una voce nella testa le diceva che le sue ricerche presto sarebbero arrivate ad un altro punto cruciale.
Non ci posso credere! – Oscar era sconcertato, non riuscì a trattenersi e scoppiò – Sembra che lei accetti la retrodatazione della Sfinge. Inconcepibile per un’egiziana! –
Certo fa un po’ impressione – commentò sarcastica l’archeologa – Mi rifiuto semplicemente di negare l’evidenza, ma non credo che il pianeta rosso sia la chiave di lettura del monumento di Giza. Pensare Abu el Hul più antico di quel che si crede è plausibile, visti anche gli ultimi studi tecnici. Ma anche questa è una teoria che al mondo scientifico fa paura. Significherebbe dover riesaminare l’intero processo evolutivo del genere umano. Per non parlare del mio popolo, si sente defraudato della propria identità. Anche Hassan, il soprintendente, appartiene alla schiera di coloro che non credono. Almeno così dice. Io la vedo diversamente. Il rimettere le certezze in discussione è un rischio che corre chi segue le tracce della storia umana, ma è anche uno stimolo per la ricerca. Se è vero, come emerge da alcune indagini fatte al carbonio 14, che le tre piramidi e la sfinge di Giza siano opera di un popolo vissuto dodicimila anni fa, gli Egiziani ne restano comunque i diretti eredi. Nulla cambia nella grandezza di questa terra, ogni timore di perdere il passato è ingiustificato. Ma è lei a stupirmi dottor Wilde. Mi stava quasi accusando di essere un persona gretta, ed invece scopro che è lei ad essere interdetto su questa vicenda. Tutto resta in ogni caso nel vago, perché non abbiamo supporti archeologici significativi, fatta eccezione per lo stesso monumento oggetto della ricerca scientifica. E gli esami portano sempre alla medesima conclusione. Dovrebbe sapere meglio di me che, dopo undici anni di ricerche, il laboratorio del Cisrei negli Stati Uniti ha stabilito che le piramidi di Giza sono state costruite sì in vent’anni e con l’impiego di ventimila uomini, ma in un periodo che va retrodatato al 10.500 a.C. Le analisi chimico fisiche effettuate sui residui pollinei prelevati dai blocchi più interni delle tre piramidi, così come quelli presi dal collo della Sfinge, parlano chiaro. Del resto per Abu el Hul c’è anche l’aspetto dell’erosione provocata dalle piogge. Lo studio dei pollini prelevati ci racconta che la piana di Giza, quando i monumenti furono realizzati, era una savana con cicli piovani regolari, molto verde e con una fauna simile a quella che troviamo oggi in Kenia. Sa dottor Wilde, in effetti sono convinta che la data di costruzione del mitico animale possa essere davvero retrodatata a dodicimila anni fa. Potrebbe essere una specie di orologio cosmico che ci indica lo scorrere del tempo, ma che ci fornisce anche il momento preciso in cui quell’orologio è stato creato ed ha iniziato il suo percorso. Gli antichi conoscevano perfettamente la precessione degli equinozi, ne abbiamo varie testimonianze. Il fenomeno, come lei ben sa, causa il movimento all’indietro delle dodici costellazioni dello zodiaco sulla linea dell’eclittica, in una sequenza regolare. Questo significa che ogni costellazione che sorge insieme al sole, in corrispondenza di ogni equinozio, lascia il posto a quella successiva ogni 2160 anni, fino a che tutti e dodici i segni zodiacali avranno compiuto il girotondo astronomico. Per riconoscere questo ciclo temporale gli antichi dovevano distinguere quale segno dello zodiaco sorgesse col sole durante l’equinozio di primavera, che per molte culture orientali rappresenta il giorno zero dell’anno. Noi, ancora per poco, il 21 marzo, al sorgere del sole ad est vedremo le stelle della costellazione dei Pesci. Gesù Cristo viene rappresentato con il simbolo del pesce proprio perché alla sua nascita iniziò l’era di questa costellazione, che sorse insieme al sole equinoziale. E’ tipico delle culture del passato conferire ai grandi personaggi storici gli attributi della costellazione zodiacale che sorgeva insieme al sole il giorno dell’equinozio. Quando Alessandro Magno conquistò l’impero persiano nel 330 a.C. vide la stella dell’Ariete sorgere con il sole equinoziale. Se quindi Abu el Hul fosse stato costruito davvero nel periodo a cui è comunemente attribuito, ovvero al 2.500 a.C., sarebbe stato più plausibile che avesse portato le sembianze della costellazione che in quel periodo doveva sorgere con il sole equinoziale, ovvero il Toro. Ma la Sfinge di Giza ha il corpo di un leone, e secondo alcune ricostruzioni anche la sua testa in origine era quella di un felino. E la costellazione del Leone sorgeva con il sole equinoziale tra il 10.970 e l’8.810 a. C. Il che combacia perfettamente con la datazione fornita dall’erosione provocata dall’acqua sul suo corpo, quanto con i risultati delle analisi chimico fisiche effettuate sui pollini prelevati sotto il collo del gigante di pietra –
Rosmary terminò quella che ormai sembrava essere diventata una conferenza di studi.
Questo significa che Cheope, Chefren e Micerino si sono semplicemente impossessati dell’edificio – concluse l’antropologo.
Potrebbe essere effettivamente così. I tre sovrani avrebbero costruito semplicemente qua e là degli edifici, seppellito le loro barche funebri, e mutato i connotati alla grande Sfinge. La piramide di Zoser, progettata dal grande architetto Imhotep, viene ad essere alla fine non un primo tentativo, ma una costruzione successiva sorta ad imitazione di quelle della piana di Giza –
Quindi le sembianze originarie della Sfinge potrebbero essere anche quelle con cui è raffigurata sulla stele che stava esaminando questa mattina? – la domanda di Oscar colse di sorpresa la donna.
Co … cosa? – si scoprì a balbettare sia perché stava collegando la domanda dell’antropologo all’intuizione avuta appena un’ora prima, sia perché la infastidiva il fatto che Wilde concentrasse l’attenzione sulla stele appena ritrovata – No, questo non posso affermarlo. L’opinione più comune è che avesse la testa di un leone – si affrettò a dire – Magari quella lastra di marmo ci rivelerà una verità diversa. Chissà -
Oscar si era reso conto che l’argomento stava infastidendo l’archeologa, e la vide mettersi immediatamente sulla difensiva. Rosmary, senza rendersene conto, iniziò a far girare ripetutamente tra le dita della mano il monile a cerchi concentrici, e Oscar lo notò subito.
E’ un gioiello notevole quello che ha al collo. Sembra molto antico dalla fattura – Rosmary guardò il pendaglio che aveva tra le mani.
E’ un regalo di mia nonna. Ci sono molto legata, non ci separiamo mai –
Senza chiederle il permesso il dottor Wilde si sporse sulla tavola apparecchiata e toccò i cerchi che erano tornati a stare immobili sul collo della donna. Le sfiorò involontariamente anche la pelle e Rosmery si ritrasse con delicatezza, imbarazzata.
Scusi la mia intraprendenza – l’antropologo si rese conto solo dopo che aveva compiuto un gesto audace vista la sensibilità dell’archeologa, e ritrasse la mano.
Sapeva come trattare le donne, almeno così tutti dicevano, e normalmente avrebbe chiesto il permesso prima di avvicinarsi troppo ad un esponente del gentil sesso. Ma l’attrazione per i cerchi di oro che Rosmary portava al collo era stata più forte di qualsiasi pensiero o inibizione. Eppure a sconvolgerlo di più era la strana sensazione che aveva provato quando le sue dita avevano sfiorato il pendaglio. Gli era sembrato di averli già visti da qualche parte, ma non ricordava dove. Mentre questi pensieri gli attraversavano la mente vide la dottoressa Duval sganciarsi la collana a cui i cerchi erano appesi. Gli porse il monile con naturalezza, e lui non se lo sarebbe mai aspettato. Oscar prese con accortezza tra le mani il gioiello, e lo osservò con cura.
E’ una lavorazione semplice, ma accurata. Sembra molto antica, anche se l’oro non è compatto, presenta delle particolari scaglie rilucenti soprattutto sul retro –
Non so in quale contesto mio padre ha rinvenuto i cerchi, ma è sicuro che arriva dalla piana di Giza. Fu lui stesso a dirlo a mia nonna quando glieli regalò. Lei poi li ha passati a me. Non avevo mai fatto caso alla presenza di scaglie sulla superficie interna – Rosmary si incuriosì. Possedeva il gioiello da anni e si rendeva conto di non averlo mai osservato davvero.
Guardi lei stessa – Oscar restituì i cerchi alla donna
Ha ragione – restò interdetta – E’ assurdo che non l’abbia mai notato. Farò effettuare qualche esame in laboratorio, magari riesco a dare a questo oggetto anche una collocazione temporale precisa. E’ un’idea che non ho mai considerato prima, ho sempre associato questi cerchi al ricordo di mia nonna, mi aiuta soprattutto nei momenti difficili –
La serata stava volgendo al termine. Oscar avrebbe preso un aereo il giorno dopo verso le undici, diretto a Berkeley.
All’Egiptyan Museum l’atmosfera del giovedì sera, prima della festa, aveva sempre un sapore un po’ irreale. Il silenzio aleggiava normalmente nelle sale dopo la chiusura al pubblico, ma durante la notte che portava al venerdì sembrava invadere il palazzo. Solo in prossimità del posto di guardia il silenzio era interrotto dal borbottio dei vigilanti e dalle voci che arrivavano dalla tv. L’intruso tese l’orecchio verso i segnali di vita, i rumori e le parole che arrivavano dalla stanza delle guardie facevano intuire che si fosse nel bel mezzo di una partita a carte. Guardò l’orologio da polso con senso di fastidio. Erano le ventuno e tre quarti. Aveva tutto il tempo necessario per raggiungere lo studio della Duval e trafugare la stele dall’armadio di metallo. Questa volta aveva a disposizione un quarto d’ora in più perché il giovedì sera il cambio della guardia avveniva quindici minuti più tardi, mentre per la ronda si aspettava l’inizio del turno successivo. La cosa più importante adesso era agire con cautela per non lasciare tracce, ma soprattutto tenere a debita distanza la bestiaccia dal folto pelo rosso che si era messa in testa l’idea di recitare la parte di una belva feroce.
Eludere la sorveglianza non fu difficile, il palazzo lo conosceva come le sue tasche. Sapeva perfettamente dove erano posizionate le telecamere, per giorni interi aveva studiato le zone d’ombra che avrebbe potuto sfruttare come punti di appoggio lungo il passaggio per non comparire sui monitor. Le guardie erano talmente impegnate nel loro gioco che non badarono affatto alla sagoma scura che di tanto in tanto compariva vagamente. L’intruso seguiva un percorso che non attraversava le sale del museo normalmente aperte al pubblico, dove il sistema d’allarme avrebbe potuto causargli qualche problema. Più di qualche volta si era chiesto come facesse il gattaccio ad aggirarsi indisturbato per il museo senza far scattare mai i sensori. Quella bestia era un mistero, un piccolo demonio pensava, e diabolico era stato anche chiamarlo con un nome altisonante, quello del più grande faraone della storia egizia. Un insignificante piccolo felino, che tuttavia era in grado di farlo sentire sempre a disagio ogni volta che l’incrociava. Puntualmente se lo ritrovò di fronte all’altra estremità del corridoio che conduceva agli uffici del personale.
Oh merda! – imprecò quando vide nella penombra gli occhi rilucenti di Ramses.
L’animale era fermo sulle quattro zampe, sembrava che non respirasse nemmeno. Poi iniziò ad agitare nervosamente la coda. L’uomo sapeva che questa volta doveva agire in fretta, senza farsi prendere dal panico. La vicinanza dello studio dell’archeologa all’ingresso del corridoio permise all’intruso di entrare agevolmente nella stanza e di chiudersi la porta alle spalle senza subire l’ira dell’animale infuocato. Si mosse con tranquillità nello studio di Rosmary. Ogni cosa era al suo posto, in perfetto ordine, come sempre. Avvolse la stele in un panno scuro, e la sistemò sotto l’ampia tunica che portava addosso. Sbirciò dalla porta, il gatto non c’era più. Pensò che gli sarebbe piombato addosso non appena avesse varcato la soglia. Invece il felino non comparve affatto, e la sua assenza gli sembrò ancora più inquietante.
Il gran sacerdote scrutava il cielo. Nella torre di vetro era da solo, aveva chiesto che i vigilanti lasciassero l’osservatorio. I segni erano inequivocabili, non c’era nemmeno bisogno di poggiare gli occhi sulla grande lente che puntava verso il cosmo. La lunga coda di fuoco si stagliava nel buio, in mezzo alle stelle, mentre la cupola di cristallo stava ancora suonando. La piccola luna si avvicinava, ascoltava il richiamo palpitante della Terra. Diecimila anni dopo la storia stava per ripetersi, ma questa volta la Terra non sarebbe stato il pianeta della salvezza, quale allora era stato per gli Atlas. Questa volta era il luogo della fine. La sfera luminosa che si agitava nella volta celeste presto sarebbe entrata nell’atmosfera. Il tentativo di deviarne il corso con le onde d’urto costituiva un’ultima flebile speranza, ma bisognava agire in fretta. Wiser sentì il rumore della porta che si apriva alla sua spalle, e poi il fluttuare leggero della veste sottile che annunciava che lei era entrata nella stanza. Mer, l’ultima regina degli Atlas, che aveva nelle vene il sangue puro della stirpe regale di Rahan, restò per qualche istante ad osservare il sacerdote che le voltava le spalle. Wiser sentì il respiro della donna, era affannoso. Si voltò per guardarla in viso, il bel viso. I suoi lineamenti lo sorpresero, ma non sapeva perché.
Neter … – non riuscì a dire nient’altro se non l’appellativo divino che rivolgeva a Mer in pubblico. La sua mente stava cercando una via di fuga dalla catastrofe che prometteva di abbattersi di lì a poco.
Siamo soli, niente convenevoli – si avvicinò al sacerdote e si appoggiò al suo braccio – Quante speranze ci sono? –
Vuoi davvero che ti risponda? Non credo che servirà a molto. Ci saranno pochi secondi in cui avremo la possibilità di colpirlo e deviarlo. Domani, quando avrà raggiunto una latitudine di trenta gradi rispetto alla nostra posizione –
Il popolo è in fermento. Lavora incessantemente nonostante il terrore per la luna che avanza. Sono state trasportate nelle gallerie sotterranee provviste e tutto quanto può servire a sopravvivere nelle viscere della terra se il nostro tentativo dovesse fallire. Ma non ho voglia di pensare a questa eventualità –
Bisognerà riunire il consiglio – Wiser si spostò con garbo dalla presa della regina. In altri momenti aveva desiderato quel contatto fin quasi al delirio, ma adesso il pensiero dominante era la salvezza del pianeta, della sua sovrana, del popolo, della razza umana.
Il gran sacerdote voltò lo sguardo verso l’esterno della cupola e vide dall’alto il fermento delle luci che si stendevano come una ragnatela nella città. L’acqua scorreva veloce all’interno dei cerchi e il suono armonico generato dai cristalli si diffondeva nell’aria alimentando le macchine. Uomini e atlantidei lavoravano insieme, senza sosta per conservare la vita. In volo le navi seguivano le manovre e tenevano sotto controllo la situazione.
Kefer dov’è? – la voce di Mer era un soffio impercettibile.
In mezzo alla sua gente, sta tranquilla. Non gli accadrà niente – si riavvicinò alla regina.
Tu sai che non avevo scelta, vero? Lo sai – era quasi una supplica per l’ultima regina degli Atlas.
Nessuno di noi due l’aveva –
Forse tutto quello che sta accadendo ha un senso – Mer cercava la speranza nelle parole, ma il sapore era quello di un vaneggiamento – Tutto potrebbe cambiare da domani, e noi …potremmo seguire una nuova strada, liberi come due umani comuni –
Un tempo credevo che fosse possibile – Wiser sentiva l’amaro in bocca.
Ogni cosa è possibile. Sono la regina di questo popolo e posso mutarne la storia – la potenza della regalità illuminò il volto di Mer. I suoi pensieri erano determinati.
Non è ancora tempo di pensare a noi – il gran sacerdote la riportò alla realtà. Aggiustò sulla spalla la pelle di leopardo simbolo del suo stato e dell’ordine religioso – Hai ragione, oggi devi essere ancora Neter. E … se ci sarà un domani, potrai essere Mer –
In un attimo la luce abbagliante si riversò dal cielo alla terra. Il fuoco cadde nel mare e l’acqua si alzò dal suo letto per inghiottire il mondo. La regina scomparve dalla vista di Wiser. Il sacerdote cercò di gridare il suo nome, ma la voce restava soffocata in gola. Vide l’ombra della terra sotto il mare farsi sempre più piccola. La vedeva dall’alto, sempre più su, con il viso incollato alla finestra della grande nave che aveva preso il cammino tra i cieli verso una meta disperata, fino a quando l’energia del suono incamerata sarebbe durata. Wiser vide il suo viso riflesso nel vetro e si riconobbe. Quella presa di coscienza lo strappò via dalla casa del sogno e lo destò.
Ad Oscar sembrò di gridare quando riaprì gli occhi. La fronte era madida di sudore ed aveva bagnato la federa del cuscino. Era notte fonda. Si era addormentato da sole tre ore, ma gli sembrava di aver dormito una vita intera. Non aveva fatto mai sogni così intensi, nemmeno da bambino. Ora che aveva ripreso fiato gli veniva quasi da ridere a pensarsi nei panni del gran sacerdote di una qualche sconosciuta civiltà. E lei, la regina, portava il volto della dottoressa Duval. Aveva sognato di essere il suo uomo, ed erano agghindati come se fossero pronti ad andare ad un ballo in maschera. Sembrava la scena di un romanzo Harmony. La catastrofe però cambiava tutto. Oscar cercava di dare un’interpretazione che fosse plausibile all’esperienza vissuta nella dimensione onirica, ma subito dopo si sentì ridicolo. Era solo un sogno. Richiuse gli occhi sorridendo, riuscì a riprendere sonno poco dopo.
Il trillo del telefono gli fece balzare il cuore in gola. Oscar si svegliò di soprassalto. Guardò il display della sveglia sul comodino prima di allungare la mano sul ricevitore. Erano le 7,15. Aveva chiesto di essere svegliato alle otto, evidentemente gli inservienti avevano mal capito.
Dottor Wilde – la voce di Rosmary Duval dall’altro capo del telefono era gelida.
Dottoressa Duval – Oscar era sorpreso – non credevo che l’avrei risentita così presto –
Ah, non lo credeva? – la donna era chiaramente incazzata.
Cosa succede? – Oscar si sentiva in stato confusionale sia perché era ancora assonnato sia perché non riusciva a capire cosa stesse passando per la mente della Duval.
Lo sa benissimo dottor Wilde cosa accade. Chi sottrae qualcosa comunemente viene definito ladro –
Mi scusi, ma continuo a non capire. Vuol essere più chiara per favore? –
Come desidera Wilde! Vuole per favore restituirmi la stele che ha sottratto dal mio armadietto? –
Che cosa avrei fatto? –
La smetta di giocare. Restituisca il reperto e le prometto che il discorso sarà chiuso qui. Faremo in modo di non incontrarci mai più –
Dottoressa Duval spero che questo sia solo uno scherzo, perché non ha davvero idea di cosa io debbo restituirle. Tutto quello che ho di suo sono gli appunti che mi ha passato – Oscar cominciava a sentirsi irritato. Poteva anche accettare il fatto di non piacere ad una donna, ma non tollerava di essere considerato un ladro.
Aspetterò sino a mezzogiorno, se la stele non ritorna al museo mi rivolgerò alle autorità – Rosmary chiuse la comunicazione.
Oscar era allibito.
Rosmary continuava a guardarsi intorno, nello studio era tutto in ordine. Almeno così le sembrava. Solo due giorni prima aveva notato una piccola stranezza, le matite non erano come al solito sul quaderno degli appunti come lei le lasciava. Metterle sempre vicine era una questione di ordine mentale, un invito a se stessa a lavorare. Prendere appunti l’aiutava a pensare. Le aveva invece trovate sul piano della scrivania. Potevano essere rotolate giù dal quadernetto. Sì, ma tutte e due insieme ed in maniera tale da arrivare sulla scrivania in perfetta simmetria? Non si trattava certo di un gioco di Ramses, che non aveva mai osato intaccare l’ordine nel suo studio. Aveva pensato che più probabilmente, in un momento di stanchezza, le aveva poggiate lì piuttosto che al solito posto.
Si chiedeva se avesse esagerato nell’aggredire Wilde per telefono agendo troppo impulsivamente. Ma era l’unico ad aver prestato un interesse scientifico alla stele rubata, e con un’insistenza per nulla celata.
Bussarono alla porta. La dottoressa Duval non fece in tempo a voltarsi ed a dire qualcosa che Wilde era già entrato in tutta fretta nella stanza.
Allora, potrei sapere precisamente di cosa sono accusato? – Oscar restò a braccia conserte nella stanza.
Credevo … dovesse partire – Rosmary ebbe in quel preciso momento la sensazione di aver agito come una stupida. Non c’era nessuna certezza che fosse stato l’antropologo a trafugare il reperto.
Non potevo certo prendere un aereo con il rischio di essere arrestato dalla polizia egiziana. Allora dottoressa Duval, qual è il crimine che avrei commesso? –
La stele. E’ stata rubata – la donna tirò un respiro.
Ed io cosa ci posso fare? Non so nemmeno di quale stele lei stia parlando –
Quella che esaminavo in laboratorio la mattina che è arrivato al Cairo. Qualcuno l’ha portata via dal mio armadietto. Ha ragione a sentirsi risentito, ma lei è l’unica persona che mi è venuta in mente. Non c’è nessuno a parte lei che abbia mostrato interesse per quel reperto –
Non credo che interessarsi a qualcosa costituisca reato –
Lo so … ma devo ritrovarla assolutamente. Devo rispondere del furto al soprintendente, e l’oggetto era sotto la mia responsabilità –
E’ sicura di non averla lasciata da qualche altra parte, in laboratorio magari?-
Sicurissima, l’ho cercata dappertutto. E poi ho le mie fissazioni, ogni cosa deve essere riposta al suo giusto posto –
E il posto della stele qual era? –
Glielo ho detto. In quell’armadietto – indicò il mobile metallico nella stanza – L’ho sistemata personalmente con le mie mani prima di uscire ieri sera dal museo, ed ho chiuso a chiave le ante –
L’armadio sembra intatto – Oscar esaminò lo sportello – Neanche un graffio. Questo significa che non è stato forzato, ma qualcuno l’ha aperto con le chiavi. Crede che io ne possegga una copia forse? –
Non lo so –
Ma per favore dottoressa, non dica idiozie. Ci siamo incontrati appena due volte, e non avevo idea dove fosse il suo studio qui al museo fino ad un minuto fa, prima che uno dei guardiani mi indicasse la strada –
Mi dispiace, mi sono comportata come una stupida, lo so. La verità è che sono disperata –
Quando crede che l’abbiano portata via? –
Durante la notte. Ieri sera era al suo posto, l’ho messa io. E questa mattina sono venuta prestissimo al museo, anche se è un giorno festivo, perché volevo continuare a lavorare –
Non sospetta di nessuno … tranne che di me naturalmente –
Nessuno ha avuto modo di esaminare la stele e di comprendere il messaggio che porta. Nemmeno io che l’ho tenuta tra le mani per ore sono riuscita a comprendere sino in fondo il suo linguaggio. Tuttavia, a parte il valore storico che potrebbero avere le incisioni che reca sul dorso, non è un oggetto tanto prezioso da indurre qualcuno a trafugarlo. Non ci vuole molto a trovare pezzi di maggior valore qui all’Egyptian Museum. Chi ha preso la stele deve avere un disegno preciso in mente, altrimenti non avrebbe senso il furto –
Si è fatta un’idea approssimativa sul significato di quelle incisioni? –
Glielo ho detto, il senso preciso non mi è ancora chiaro. I disegni mi suggeriscono l’idea delle sequenze di una storia, che rimanda a dei luoghi ben precisi. Uno di essi è Abu el Hul, e sembra essere l’origine e il punto d’arrivo del racconto, un doppio percorso. Ma per dove ancora non so. Il cuore del messaggio è rappresentato da un ragno che trasporta una piramide –
Ricordo vagamente le incisioni – Oscar cercò nella sua mente – le ho viste solo per alcuni istanti in laboratorio. Se mi fossi soffermato di più a guardarle forse adesso le ricorderei una ad una –
Non è un problema, ne possiedo una copia – Rosmary si rianimò.
Magnifico, e dov’è? –
Ho calcato con un lapis le incisioni su una velina. E’ come guardare la stele. Ho lasciato il calco a casa, mi serviva per poter lavorare anche lontano dal museo –
Purtroppo non ho il tempo per attendere che vada a prenderla. Ho già fatto slittare la partenza. Se non riuscirò a prendere il volo delle 11.00 sarò nei guai. Devo prepararmi per il convegno. Ma la prego di tenermi informato, le darò volentieri una mano a svelare il misero della stele, se vorrà –
Be, due menti sono meglio di una – Rosmary si sentiva rinfrancata ora che si era ricordata della velina con il calco della stele, ma una sensazione di tranquillità le arrivava anche dalla consapevolezza che il dottor Wilde le stava offrendo il suo aiuto.
Quando Oscar si voltò per uscire dalla stanza, dopo aver salutato la dottoressa Wilde, restò sorpreso nel vedere sulla soglia della porta un singolare felino dal pelo rosso. Il gatto lo stava fissando con gli occhi obliqui. Il suo sguardo intenso lo rendeva ancora più rosso. Ramses non accennava a liberare il passaggio.
E’ un animale meraviglioso – commentò Oscar. Quella visione gli rammentò la sua infanzia trascorsa tra i vicoli di Roma. Nella città eterna erano i gatti i veri re.
Ne ricordava centinaia sui terrazzi, negli atri, a miagolare dietro la “gattara”, che puntuale come un orologio svizzero arrivava con le ciotole per lo spuntino. Qualche volta aveva pensato di seguirne uno di nascosto, immaginando che l’avrebbe condotto in qualche luogo misterioso, dimenticato, che nessuno conosceva, a parte lui. Ma il piccolo felino che adesso aveva davanti era un’altra cosa. Aveva l’aspetto fiero e regale di un guerriero.
Che ci fa un gatto nell’Egyptian Museum? –
Questa è la sua casa – rispose compiaciuta Rosmary – Era un batuffolo di tre mesi quando è arrivato. Non so come abbia fatto ad intrufolarsi nell’edificio, forse lo portava appresso qualche turista. E non sarebbe la prima volta, è già capitato che qualcuno entrasse portando nello zaino un piccolo animale domestico. Non si fidano a lasciarli nelle camere d’albergo. Ramses deve essere fuggito dalla borsa di qualcuno. Sono quasi due anni che vive qui al museo, conosce ogni stanza meglio di me –
Pensa che mi lascerà passare? – chiese Oscar guadando l’animale che stava piazzato proprio sulla soglia.
Rosmary battè le mani e fece schioccare la lingua sul palato. Ramses spiccò un balzo e si adagiò tra le sue braccia.
L’attesa lo faceva fremere. Tendeva continuamente l’orecchio aspettando che il maggiordomo bussasse alla porta dello studio per annunciargli l’arrivo di una visita. Si era chiesto più volte cosa potesse essere la chiave che l’avrebbe portato alla fine della ricerca di tutta una vita. Una stele, solo una sottile lastra di pietra conteneva il segreto che conduceva all’Eden. Se la Duval non l’avesse rinvenuta fortuitamente, probabilmente avrebbe terminato la sua esistenza impazzendo nella ricerca. Adesso poteva seguire la strada che portava al traguardo. Sarebbe diventato l’uomo più potente del mondo, non mancava molto al momento in cui avrebbe messo le mani sul tesoro.
Si alzò di scatto. Stizzito. Aveva messo a disposizione del corriere il proprio jet privato per accelerare i tempi, e mandando al diavolo ogni possibile precauzione per non essere collegato al furto. Eppure della stele ancora non aveva visto nemmeno l’ombra.
Finalmente sentì il campanello, ed i passi felpati di Adam che andava verso l’ingresso. Trascorse ancora un minuto interminabile di voci sommesse e parole appena percepibili. Avrebbe voluto spalancare la porta dello studio e precipitarsi a prendere il reperto, ma non doveva dare troppo nell’occhio. Il corriere doveva pensare che fosse un semplice collezionista, uno di quelli di cui il mondo era pieno, pronto a farsi succhiare fior di quattrini pur di avere tra le mura di una sontuosa dimora, dalle luci soffuse e silenziosa, frammenti del passato.
Bussarono alla porta, e lui fece uno sforzo sovrumano per placare l’eccitazione della voce mentre diceva – Avanti! – La porta si aprì e comparve il viso di Adam. Il maggiordomo non disse nulla, fece solo un cenno con il capo che voleva dire “è qui”. Poi si fece da parte e nella stanza entrò il corriere con una valigetta in mano. L’industriale restò seduto alla scrivania, recitando la parte del collezionista.
Mr Rowson qui dentro c’è quello che cercava – il corriere venne subito al sodo senza convenevoli e poggiò la valigetta nera sulla scrivania.
Era un uomo piccolo e snello, sulla cinquantina. I capelli impomatati scintillavano sotto la luce artificiale della stanza. Leo Rowson avvicinò a sé la valigia e l’aprì con delicatezza. La stele era avvolta in un panno bianco. Scoprì il reperto, le incisioni erano perfette, ma sembravano solo disegni. Riconobbe una piramide e la Sfinge di Giza con un volto diverso. Non c’era alcuno scritto, alcun simbolo che indicasse il punto preciso in cui cercare “la verità” e la potenza dell’uomo. La delusione lo assalì come un piombo che cade dal cielo, ma riuscì subito a cacciarla. Aveva dato solo uno sguardo fugace alla stele, avrebbe dovuto esaminarla con calma prima di esprimere un giudizio.
Richiuse la valigetta e la pose sotto la scrivania, e sempre da lì sotto estrasse una borsa di pelle e la spinse sul piano del tavolo, verso il corriere.
Controlli – non fu un invito.
L’uomo schiuse l’apertura, il denaro c’era. Duecentomila dollari. Non c’era bisogno di controllarli ad uno ad uno, si vedeva subito che erano tanti.
Mi fido, non li conterò. E’ stato un piacere fare affari con lei. Se avrà ancora bisogno di me sa dove trovarmi –
Un minuto dopo l’industriale era nuovamente da solo nella stanza, ed allora fu libero di abbandonarsi alla frenesia dell’esplorazione del reperto. Lo girò e lo rigirò tra le mani. Lo osservò da tutte le angolazioni possibili nella speranza di cogliere particolari non evidenti. Poi riprodusse le incisioni su fogli di carta e cercò di combinarle tra loro, ma non riuscì a venire a capo di nulla. La meta che fino ad un quarto d’ora prima gli era sembrata ormai a portata di mano diveniva adesso più sfocata. Leo non era in grado di cavarsela da solo, aveva bisogno di avere degli esperti di geroglifici. Nell’eventualità che ci fosse questa necessità aveva ingaggiato due egittologi, e li aveva avvertiti di tenersi pronti. In realtà aveva sperato sino alla fine di poterne fare a meno, ma ora era costretto a chiamarli in campo.
Mancava solo una settimana al giorno del convegno. Inizialmente l’idea di parlare della Sfinge di Giza era sembrata ad Oscar un’opportunità per attirare l’attenzione sui suoi studi sugli Ooparts. L’Egitto e la piana di Giza erano argomenti che affascinavano ed appassionavano facilmente il pubblico. Nelle sui intenzioni iniziali voleva dedicare al gigante di pietra un breve passaggio, vista anche la natura controversa delle analisi applicate sul monumento. Avrebbe così anche risposto alle richieste che gli erano arrivate dal Dipartimento di Antropologia di Berkely, che aveva preteso l’inserimento di Giza all’interno del convegno firmato Wilde. Tuttavia, man mano che Oscar esaminava il materiale che gli aveva passato la Duval, si rendeva conto che Abu el Hul rappresentava un mistero troppo grande per citarlo velocemente e poi passare oltre. L’intero lavoro sarebbe risultato alla fine superficiale e ridicolo. Questi pensieri gli fecero affiorare nella mente una domanda, “perché Berkeley l’aveva incaricato di condurre un’indagine per la quale non aveva i requisiti giusti? C’erano egittologi che avrebbero potuto seguire con maggior precisione la ricerca su Giza. Tuttavia Arthur Tompson, il docente anziano responsabile del Dipartimento di Antropologia, aveva voluto assegnare espressamente ad Oscar il compito di indagare, fissando come termine il convegno di Washington. Argomento non molto attinente con le teorie del dottor Wilde che vedevano in America il passaggio più antico della razza umana, poi migrata in Asia ed in Africa. Gli Inca e gli Aztechi non erano altro che diretti discendenti di una civiltà assai più antica, ma più sviluppata sia da un punto di vista tecnologico sia nella conoscenza astronomica.
Guardare alla Sfinge ed all’Egitto avrebbe significato invece piuttosto sminuire quegli studi e quelle convinzioni. Tompson lo sapeva bene, eppure aveva preteso che Oscar concentrasse la sua attenzione anche su Giza e che relazionasse sulla teoria, contrastata dalla scienza ufficiale, che il gigante di pietra fosse un’opera realizzata diversi millenni prima rispetto alla datazione comunemente accettata.
Ora che rifletteva a mente fredda Oscar si rendeva conto che l’insistenza di Tompson era assai strana. Era un patriota come pochi altri ed aveva seguito sempre con piacevole interesse gli studi di Oscar che portavano diritto al continente americano nella ricerca dell’origine dell’uomo. Cosa centrava adesso Giza? Il dottor Wilde non si era reso conto sino a quel momento di quanto insolita e inspiegabile al buon senso fosse l’intera situazione. Aveva onorato la richiesta di Berkeley, come sempre faceva ogni volta che l’Università richiedeva il suo impegno di studioso. E forse non avrebbe visto il tutto sotto questa nuova angolazione se non si fosse verificato il furto della stele dallo studio della Duval. I due avvenimenti erano accaduti in momenti diversi ed in luoghi assai lontani, ma entrambi costituivano un fatto insolito, e quel che non corrispondeva ad un logico svolgersi degli eventi incuriosiva la mente di Oscar, scatenando la sua fantasia indagatrice.
Continuò a visionare i cd che Rosmary Duval gli aveva consegnato. C’era talmente tanto materiale che non sapeva da dove iniziare. Ma soprattutto all’improvviso non sapeva più dove cercare. Decise di far ruotare il discorso sullo scritto e sulle immagini virtuali che apparivano sul monitor del portatile, fino a quando un’idea si sarebbe fatta strada nella mente a riequilibrare la sensazione di confusione in cui adesso si sentiva immerso. Il trillo del telefono lo riportò alla realtà.
Oscar … – la voce di Francesco era meno brillante del solito nonostante cercasse di recitare la parte di chi se la stava passando bene.
Papà sei tu? – Non era per nulla normale che Francesco lo chiamasse nel mezzo della settimana ed a quell’ora del mattino, era il momento di massimo lavoro al Johnson Space Center.
E allora? Come è andato il tuo viaggio in Egitto? Io … – la linea telefonica mandò delle scariche ed Oscar non riuscì a comprendere le parole successive pronunciate dal padre.
Francesco non riesco a sentirti, prova se puoi a chiamare da un telefono fisso – ma quando guardò il display del cordless si rese conto che il padre stava chiamando dal telefono del proprio appartamento, non era al cellulare.
Credo che … una settimana … neanche io – la voce era gracchiante e le poche parole che Oscar era riuscito a comprendere tra le interferenze messe insieme non avevano alcun senso compiuto.
La linea si interruppe completamente. Oscar digitò più volte il numero dell’appartamento del padre a Houston, ma non riuscì a stabilire alcun contatto. Provò anche sul cellulare, ma fallì anche lì. L’intera rete telefonica sembrava essere andata in tilt. L’inconveniente fece sentire l’antropologo ancora più inquieto. Cercò di concentrarsi nello studio, ma veniva continuamente risucchiato dal ricordo della stele e della dottoressa Duval. Si chiese se Rosmary fosse riuscita ad arrivare da qualche parte nell’interpretazione delle incisioni. Erano trascorsi tre giorni da quando era rientrato a Berkeley ed ancora non era riuscito ad abbozzare una scaletta precisa del discorso che avrebbe dovuto tenere al convegno che si sarebbe svolto dopo appena una settimana.
La chiave che girava nella toppa della porta d’ingresso dell’appartamento lo fece trasalire. Sentì la porta che si chiudeva ed i tacchi sottili che si avvicinavano. Olga comparve fasciata in un abito rosso fluttuante, i capelli biondi le scendevano in morbide onde sulle spalle. Gli spigoli del viso erano accentuati dall’espressione impostata di chi vuol sembrare sereno a tutti i costi. Oscar la conosceva solo da sette mesi, ma ormai sapeva individuare a prima vista tutti i suoi umori. Era persino in grado di prevedere le parole che Olga avrebbe pronunciato. Quell’espressione impostata del viso era segno che si sentiva tesa per qualche questione che reputava di estrema importanza. Poteva anche essere il colore sbagliato del rossetto, ma se per lei costituiva un elemento fondamentale, niente riusciva a camuffare il suo disappunto. L’antropologo pensò che probabilmente l’avevano sganciata dalla sfilata programmata per la settimana successiva a Milano, un’eventualità del genere rappresentava un affronto personale, un’umiliazione.
Ciao, bentornata. Credevo che tornassi a fine mese, al termine della sfilata. Tutto bene? –
Che accoglienza – sbottò irritata – sembra quasi che tu sia deluso di vedermi così presto – lasciò cadere la valigia sul pavimento e si tolse le scarpe abbandonandole in posizione scomposta nel mezzo della stanza.
Raggiunse Oscar che era rimasto seduto alla scrivania e lo baciò in modo lascivo.
Non era un’espressione di delusione, stavo ricordando semplicemente le parole che mi hai detto prima di partire –
Hai ragione. Ma sono stufa. Vorrei prendermi qualche giorno di break per guardarmi intorno –
Intorno? In che senso? – la risposta di Olga lo coglieva di sorpresa.
La moda, l’apparire in passerella all’attenzione dello sguardo di molti per lei era come l’ossigeno. Doveva essere disperata per allontanarsi dai riflettori.
Sarebbe bello fare qualcosa insieme, di interessante intendo. Mi piacerebbe cominciare a capire quello che studi, ad esempio –
Cosa? – Oscar sorrise esterrefatto.
Sei stato fuori in questi giorni? Ho provato in continuazione a telefonarti, non c’era linea –
Sì sono stato in Egitto, avevo bisogno di materiale per il convegno di Washington –
E come è andata? – si sdraiò sulla poltrona accavallando le gambe lunghe e sottili.
Anche questo atteggiamento ad Oscar apparve insolito. Era abituato a trovarsela incollata addosso ogni volta che si ritrovavano dopo un periodo di separazione. Ma adesso Olga sembrava recitare un ruolo ambiguo. Gli mostrava le gambe, sapeva che avevano un grande ascendente su di lui, ma allo stesso tempo stava prendendo tempo, aveva intenzione di parlare, era evidente.
Come è andata cosa? – Oscar voleva capire dove volesse andare a parare.
Il viaggio! Hai conosciuto qualcuno? –
Sì, la dottoressa Duval. E’ l’archeologa che mi ha fornito una parte del materiale che mi servirà per il convegno –
Magari tra quelle pagine c’è la mappa che porta ad un grande tesoro – la donna lanciò la frase e restò col fiato sospeso.
Non credo – rispose Oscar osservando l’espressione delusa sul viso della compagna – non mi sto occupando di pirati. Forse cercare un tesoro sarebbe più semplice. Finora non sono riuscito nemmeno ad impostare il filo conduttore che deve reggere l’intero discorso che farò davanti alla platea – sorrise.
Quello che lo sconvolgeva era il fatto che Olga non mostrasse alcun segnale di gelosia dopo che aveva saputo che Oscar aveva trascorso parte del suo tempo con un’altra donna, anche se per questioni di lavoro. La sua mente era catalizzata da qualcosa di così forte da farle dimenticare la sua stessa natura.
Non hai nulla di interessante da scoprire allora –
Purtroppo no. Non sono Indiana Johnes, ma un semplice e pedante antropologo. Ma dimmi, da quando ti interessa l’archeologia? Hai sempre sostenuto che è una noia mortale. Credevo che la tua vita fosse il futuro. Mi hai detto che per te guardare al passato è un inutile spreco di tempo visto che si parla di gente ormai morta –
Beh, trovare un tesoro sarebbe cosa diversa, non credi? E poi solo gli stupidi non cambiano mai idea.
La risposta della fotomodella lasciò piacevolmente sorpreso Wilde che sentì all’improvviso il desiderio di lei. Olga gli lesse negli occhi, e decise che per il momento le parole non servivano più. Si diresse con passo lento verso Oscar mentre lasciava scivolare il vestito sul pavimento.
La sala convegni del Ritz Carlton, l’albergo a cinque stelle nei pressi del George Town, brulicava di gente e di grossi nomi del jet set della capitale. Oscar Wilde sbirciava la situazione dalla porta socchiusa di una saletta che gli era stata concessa come studio d’appoggio per la serata. La sensazione di sentirsi catapultato in una situazione assurda ed incomprensibile era aumentata. Convegni così monotematici e tecnici, in genere riservati agli addetti ai lavori, non avevano quasi mai richiamato un grande pubblico. Quella sera invece di gente ce n’era fin troppa, tirata a lucido come se fosse andata ad assistere alle notte degli Oscar.
Per un attimo lo colse lo sconforto quando pensò che decine e decine di sguardi sarebbero stati concentrati su di lui. Era uno studioso non un incantatore di folle. Aveva scelto un titolo particolare per il convegno di quella sera, “Ooparts”, senza aggiungere altro. Non molti sarebbero stati in grado di individuare l’argomento, il che l’avrebbe fatto restare nel vago sino a quando non fosse iniziato il suo discorso. Aveva così anche il tempo di decidere se includere o omettere la piana di Giza nell’elenco degli oggetti fuori posto. Pensò di prendere una decisone solo dopo aver introdotto l’argomento, vagliando gli umori della platea. Almeno così si augurava il dottor Wilde.
Decise di temporeggiare ancora un po’ dietro le quinte, cercando di riconoscere e classificare quelli che a breve sarebbero diventati gli spettatori della sua relazione. Il professor Tompson era arrivato e si intratteneva in conversazione con due uomini che sembravano molto attenti a quanto diceva il responsabile del Dipartimento di Antropologia di Berkeley. Tra gli smoking ed i vestiti scollati di seta delle signore che ormai avevano riempito la sala Oscar riconobbe alcuni volti di spicco del mondo economico statunitense. “Ma che diavolo hanno a che fare con gli oggetti fuori tempo?”, Wilde era confuso, e sperava che presto arrivasse una risposta plausibile a quella strana atmosfera ed al pubblico inusuale. Uno degli inservienti entrò nella stanza studio in cui l’antropologo si era rifugiato.
Dottor Wilde, quando lo ritiene opportuno possiamo anche iniziare, tutti gli ospiti sono arrivati ed aspettano solo lei -
Sarò fuori tra un paio di minuti – provò un senso di sconforto mentre l’inserviente usciva richiudendosi la porta alle spalle.
Queste sensazioni insolite cominciavano a renderlo nervoso perché non gli appartenevano. Aveva parlato spesso di fronte a platee numerose, a spettatori di grande levatura culturale, mentre il timore che provava in quel momento lo faceva sentire ridicolo, considerando soprattutto il fatto che la gran parte degli spettatori in sala aveva avuto a che fare poco e niente con storia, antropologia ed archeologia. Tirò un respiro profondo e cercò l’autocontrollo. Prese la cartella con lucidi e diapositive e si diede un contegno. Provò velocemente una serie di espressioni da assumere con il volto guardandosi nello specchio stile coloniale appeso sulla parete di fronte. L’espressione rilassata gli parve la più opportuna.
Quando la porta si aprì e il professor Oscar Wilde comparve sulla soglia, lo sguardo degli ospiti che si accorsero della sua presenza si illuminò.
Tompson gli andò incontro – Allora dottor Wilde, come si sente? Ci stupirà staserà, non è vero? –
Credo proprio di sì – Oscar sorrise. Fu in quel momento che comprese qual era la scelta giusta da fare riguardo a Giza. Una decisione che forse avrebbe fatto un po’ di chiarezza nella confusione che gli girava in testa come un vortice.
Mentre si spingeva verso la sala del convegno qualcuno si precipitava a stringergli la mano, altri si affrettavano a prendere posto in platea.
Oscar cercava con lo sguardo qualche collega, studiosi di storia, antropologia e archeologia, ma l’unico che riuscì a scorgere fu Paul Burke, che aveva la cattedra di preistoria a Boston. Doveva aver letto del convegno su Internet, non era tra i nomi a cui era stato spedito l’invito. Di studenti invece non c’era nemmeno l’ombra, e questo era inspiegabile. I ragazzi dei corsi universitari in altre occasioni erano stati i primi a precipitarsi a convegni così specifici. In compenso era presente all’appello tutta la crema dei politici di Washington, mancava praticamente solo il presidente degli Stati Uniti d’America. Lo sconcerto del professor Wilde crebbe quando salì sul palco e poté avere una panoramica completa dei presenti in sala. Tra lo scroscio di mani che lo applaudivano Oscar individuò a colpo d’occhio alti graduati delle forze armate statunitensi, tra cui spiccavano le decorazioni del generale George J. Condor, e poi grandi industriali, ed ancora alti prelati della Chiesa di Roma. Gli sembrò di essere nel bel mezzo di un incubo, Oscar non vedeva l’ora di svegliarsi. Perché erano venuti a sentire le sue parole personaggi che probabilmente durante l’intero arco della loro vita non avevano mai sentito parlare di indagini storico archeologiche? Lo sconcerto fu totale quando seduta in fondo alla sala, quasi per tener celata sino alla fine la sua presenza, Oscar scorse Olga. Aveva evitato persino il solito look appariscente pur di dare meno nell’occhio. In sette mesi della loro relazione non aveva mai voluto assistere ai convegni che il professor Wilde teneva in giro per il mondo. “Quel che non comprendo bene mi annoia”, aveva sempre detto Olga per giustificarsi. Raggiungeva Oscar direttamente ai ricevimenti di gala che si tenevano al termine dei convegni di studi. In realtà non sopportava di stare in luoghi in cui gli occhi dei presenti fossero puntati su qualcun altro. Ai ricevimenti invece poteva esibirsi in assoluta libertà.
Oscar fece appello a tutte le sue forze per non urlare. Aveva la sensazione di essere in gabbia senza sapere chi fosse il carceriere. Per alcuni secondi rimase in piedi immobile, davanti al microfono. Gli sembrarono interminabili. Si sentiva paralizzato, braccato come una preda che si nasconde tra i cespugli in attesa di capire le mosse del cacciatore e scegliere l’unica via di salvezza. La platea esplose in un lungo e fragoroso applauso di incoraggiamento, che ridestò il dottor Wilde dallo stato catatonico in cui si trovava. Oscar prese posizione sul pulpito, davanti al microfono. Il pubblico si fece immediatamente silenzioso, quasi smise di respirare. La voce di Oscar risuonò nella sala.
Quello di stasera è un argomento che potrebbe accendere le fantasie di molti, ma la scienza ha bisogno di procedere in maniera cauta e di provare tutto quanto appare possibile. Diversi ritrovamenti archeologici effettuati sul continente americano fanno supporre che la razza umana possa aver fatto qui la sua prima comparsa sul pianeta. La datazione di alcuni oggetti, ed insieme ad essi anche alcuni ritrovamenti umani, sembrano retrodatare di diversi milioni di anni la comparsa dell’uomo rispetto alle datazioni comunemente accettate dalla scienza ufficiale. In alcuni casi la datazione viene spostata indietro anche di 140 milioni di anni, l’era dei dinosauri – le parole del professore generarono un brusio sommesso in sala, ma non si trattava di esclamazioni di meraviglia, ad Oscar parve piuttosto che chi commentava sottovoce si stesse predisponendo ad ascoltare con attenzione le informazioni che l’avevano spinto a presenziare al convegno – Questi oggetti vengono definiti Ooparts, come molti di voi sanno – era un’affermazione quasi ironica quella di Oscar, che, visti i presenti, dubitava che più di due o tre persone fosse a conoscenza dell’acronimo. Ma fu un espediente attraverso il quale tentò di saggiare l’umore e le aspettative del pubblico – L’acronimo sta per Out of place artifacts, una definizione con cui gli addetti ai lavori indicano tutti quei prodotti dell’ingegno umano che nel contesto in cui sono stati rinvenuti non si accordano affatto con il paradigma storico e archeologico tracciato dalla scienza comune. Questo fa di loro dei testimoni scomodi, alcuni rinvenuti in scavi ufficiali, la cui originalità porterebbe a riscrivere diversi capitoli della storia umana, e dello sviluppo del suo ingegno. La scienza ufficiale è piuttosto scettica a riguardo perché l’intero panorama accademico ha adottato le teorie evoluzionistiche diffuse da Darwin ne “L’origine della specie”, e tende quindi a respingere la validità di queste testimonianze. Stasera io non potrò darvi delle certezze assolute, ma vi riferirò degli studi portati avanti in questo settore da un piccolo gruppo di storici che invece crede fortemente in questa possibilità. Un gruppo che per la verità negli ultimi anni è diventato sempre più folto, accogliendo nuovi proseliti. A coniare il termine di Ooparts è stato il biologo e ricercatore Ivan Sanderson, durante il secolo scorso. Lo studioso era convinto che l’esistenza degli Out of place artefacts si spiegasse con l’esistenza in età preistorica di una o più civiltà avanzate, oppure con tracce lasciate sul nostro pianeta da civiltà extraterrestri in epoche assai remote. Ipotesi quest’ultima sostenuta anche da Erich von Daniken. Altra ipotesi più coraggiosa, che propone lo stesso Sanderson, è quella del trasferimento istantaneo, una sorta di teletrasporto di oggetti da uno spazio – tempo ad un altro. Le scoperte degli ultimi anni fanno propendere invece per la prima ipotesi. Sono sempre di più le testimonianze che parlano di una civiltà umana altamente progredita che calcò il pianeta in un’epoca dimenticata. Ma gli oggetti di cui vi parlo ci portano indietro di diversi milioni di anni. Arrivano a rendere contemporanei uomini e dinosauri. Probabilmente è per questo che gli Ooparts sono poco pubblicizzati dal mondo scientifico. Mettono in crisi le basi del nostro sapere e le teorie della scienza accreditata –
Oscar fermò per qualche momento il suo discorso. Schiacciò un pulsante e si abbassò lo schermo sulla parete alle sue spalle, dove a breve avrebbe mostrato al pubblico le diapositive. Prima che le luci della sala si abbassassero scrutò ancora una volta i visi dei presenti. Sembravano in attesa di qualcosa. Ma cosa? L’unica espressione diversa, e contrariata era quella di Burke. Con una sequenza di diapositive il professor Wilde passò in rassegna gli Oopats più clamorosi. “Il martello del Texas”, scoperto nel 1934 a Londra e rinvenuto all’interno della roccia. Un oggetto di chiara fabbricazione umana, visto che presentava un manico in legno fossilizzato e carbonizzato al suo interno, mentre la testa era realizzata in un metallo puro che non arrugginiva, costituito da ferro, cloro e bronzo. La sua datazione si aggirava intorno a 140 milioni di anni prima.
Si faceva risalire a 350 mila anni fa l’impronta nella roccia di una suola di scarpa rinvenuta nello Utah dal ricercatore William Meister. La datazione così remota derivava dal fatto che sotto quell’impronta era impresso nella roccia un trilobite, protozoo estinto in tempi remoti, che era stato calpestato dall’uomo che indossava il calzare. Wilde passò poi al fossile di dito umano completamente pietrificato vecchio di 140 mila anni, rinvenuto in uno strato geologico insieme a fossili di diverso genere, nei pressi di Glen Rose, ancora in Texas. Descrisse fossili di frutta e verdura coltivata in Colombia dell’età dei dinosauri. L’antropologo andò avanti con la sua relazione per oltre un’ora parlando ad un’assemblea completamente rapita.
Quando giunse all’ultimo degli argomenti che aveva messo in scaletta gli parve che più di qualcuno tra i presenti stesse trattenendo il fiato. Oscar aveva deciso che Giza sarebbe stata la chiosa del suo discorso. Abu el Hul e le tre grandi piramidi comparvero sul pannello di proiezione e il professor Wilde tracciò velocemente le ultime analisi che erano state effettuate sulla pietra impiegata per la costruzione dei monumenti. L’esame aveva fornito una datazione assai più antica rispetto a quella comunemente accettata, che faceva gli edifici vecchi di bene dodicimila anni. Con le diapositive mostrò alla sala i segni dell’erosione provocata dalla pioggia sul corpo della Sfinge e poi i pollini rinvenuti tra i blocchi delle piramidi. Entrambi gli elementi fornivano la datazione più lontana della realizzazione dei monumenti. Tutta la platea era in attesa che Oscar Wilde fornisse una spiegazione e maggiori dettagli sull’esito di quegli studi, ed invece l’antropologo terminò il suo discorso senza fare alcun commento su quanto aveva appena detto.
Le luci si riaccesero, il pannello di proiezione alle spalle di Wilde fu tirato su, il professore fece un mezzo inchino e scese dal pulpito impedendo di fatto che gli venisse rivolta qualsiasi domanda. Un brusio frenetico pervase la sala, come quando a teatro il pubblico si trova inaspettatamente di fronte ad uno spettacolo osceno. Oscar aveva gettato così la sua esca e attendeva di veder abboccare qualche pescecane. Cominciò a guardarsi intorno per cogliere movimenti ed espressioni degli ospiti. Qualcuno iniziò a battere le mani, il suono solitario si trasformò lentamente in uno scroscio vivace, qualcuno gridò “Ancòra”, mentre c’era chi lo invitava a gesti a risalire sul palco. Oscar lo fece, si avvicinò al microfono con un sorriso stampato sulla faccia – Infinitamente grazie signori per il vostro apprezzamento. So che in questo momento sono molte le domande che volete rivolgermi, ma per una volta non vi accontenterò. No, non sono diventato pazzo, vorrei semplicemente che foste voi a trarre delle conclusioni, ad analizzare quanto vi ho detto ed a fornire delle spiegazioni. Avrò modo molto presto di continuare questa conversazione e di confrontare i miei argomenti con i vostri – le parole di Oscar sollevarono il disappunto di qualcuno, ma tutti compresero che Wilde non avrebbe aggiunto alcuna spiegazione quella sera. Oscar sperava di aver sollevato con quella tattica l’irritazione di chi si muoveva nell’ombra, e che preso dalla rabbia venisse allo scoperto. Il pubblicò si rassegnò e la tensione si sciolse, tutto assunse improvvisamente l’aspetto di un convegno qualunque.
Il generale Condor fu il primo a lasciare il Ritz tirandosi dietro l’intero seguito. Tompson raggiunse invece il professor Wilde.
La platea è rimasta affascinata professore – ostentò un sorriso forzato – in realtà speravo che su Giza ci fornisse qualche particolare più interessante, credevo che il viaggio al Cairo fosse stato illuminante –
Retrodatare il blocco dei monumenti di migliaia di anni non mi sembra una cosa da poco – Oscar ebbe la netta sensazione di avere di fronte uno dei pescecani che stava cercando.
Questa è una teoria che esiste già da diversi anni. Mi aspettavo che trovasse qualche elemento di novità laggiù –
Se avessi avuto più tempo sicuramente avrei tirato fuori qualcosa di più sensazionale – man mano che parlava Oscar si rendeva conto dell’assurdità della richiesta di Tompson in merito alla ricerca sulla Sfinge. Gli aveva affidato l’incarico a sole due settimane dal convegno. Quale grande scoperta avrebbe potuto effettuare in così breve tempo? Eppure Arthur Tomson aveva l’atteggiamento di chi aspettava delle spiegazioni, come se Oscar sapesse qualcosa che non voleva assolutamente rivelare.
Forse se fosse stato più pressante con la dottoressa Rosmary Duval avrebbe saputo qualcosa di più sugli studi in corso. Un uomo latino come lei che non riesce a far parlare una donna è davvero il colmo – lo schernì Tompson.
Credevo dovessi comportarmi da studioso, e poi la Duval non è il tipo che si fa corteggiare facilmente. Dubito comunque che abbia fatto grandi scoperte in questo periodo. A meno che lei, professor Tompson, non sia a conoscenza di qualcosa che io ignoro, e se fosse così credo che avrebbe dovuto informarmi della cosa in anticipo se si aspettava delle informazioni precise –
La risposta di Oscar mise in difficoltà il professore universitario che nella brama di apprendere chissà cosa da Wilde si era palesemente messo allo scoperto.
Dottor Wilde è un vero piacere conoscerla – un uomo che indossava con estrema vanità un abito dall’elegante taglio sartoriale interruppe il dialogo tra Wilde e Tompson. Strinse la mano di Oscar, mentre l’anziano professore, salvato in extremis, rilassò l’espressione del volto e si accomiatò velocemente.
Piacere mio – Oscar cercò di scavare nella mente per collegare un nome al viso dell’uomo che in quel momento gli stava di fronte, era sicuro che appartenesse al jet set della capitale. Ma catturare maggiormente l’attenzione di Wilde fu la raffinata spilla d’oro che portava appuntata sul bavero della giacca, un serpente stilizzato che teneva incastonato come occhio un diamante nero. Fu proprio il gioiello a rivelargli l’identità dell’interlocutore, uno dei più importanti industriali del Paese. La War Solution tornava davanti al suo cammino nell’arco di meno di un mese. Prima il jet con il serpentone all’aeroporto del Cairo, ora il suo proprietario in carne ed ossa al convegno d’archeologia. Wilde aveva forte il sentore che non si trattasse affatto di una casualità.
Sono Leo Rowson- l’industriale pronunciò il suo nome ma la mente del professore si era già illuminata. Rowson era il più grosso produttore dell’industria bellica statunitense, trovarlo in un convegno d’archeologia non aveva alcun senso, anche se spesso i miliardari americani erano anche collezionisti dei reperti archeologici più rari e più preziosi.
Ascoltarla è stato davvero interessante professor Wilde. Spero che presto ci fornirà un aggiornamento sugli Ooparts come ha promesso –
La ringrazio per l’apprezzamento mister Rowson. In quanto all’aggiornamento mantengo sempre le mie promesse. Ma cosa ci fa un industriale della sua portata ad un convegno di archeologia? – Oscar non riuscì a trattenere la domanda.
Quello che potrebbe farci un professore con una Colt del XIX secolo ancora luccicante tra le mani. Pura passione dottor Wilde – Rowson sorrise lievemente ed Oscar lesse una scintilla di sarcasmo nell’inclinazione delle sue labbra. Intanto un gruppo sempre più folto di persone si era raccolto intorno per stringere la mano al professor Wilde. Oscar fu costretto ad elargire sorrisi e ringraziamenti, ed in breve perse di vista Rowson, ma in compenso gli apparve davanti agli occhi il viso di Olga. Aveva lo sguardo raggiante mentre si faceva strada sgomitando tra gli ospiti.
Questo articolo è stato scritto da Redazione il 25 ottobre 2010
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