inedito: “Abu el Hul – passaggio ad Atlantide” di Angela Todaro (parte II)

Capitolo II

Sulle tracce del papiro di Ariel

I due archeologi canadesi avevano un’espressione sperduta quando Rowson entrò nella stanza. Avevano tentato di decifrare la stele per più di venti giorni, ma non erano approdati a nulla. Solo ipotesi, tentativi per dare un senso logico alla sequenza di incisioni che avevano condotto ogni volta ad un vicolo cieco. Samuel Smith e Paul Powel sapevano di non avere più molto tempo a disposizione. La pazienza dell’industriale stava per esaurirsi, la sua frenesia non ammetteva deroghe, mentre loro stavano cercando un ago in un pagliaio. All’inizio avevano accettato volentieri la sfida, pensando che si trattasse di normali geroglifici. Rowson aveva dato ciascuno un anticipo di centomila dollari, che sarebbero diventati il doppio a lavoro ultimato. Ma il loro ottimismo si era spento già dopo un paio di giorni. Le indagini erano rese ancor più difficili dal fatto che ignoravano cosa stesse realmente cercando l’industriale.

Le letture in campo archeologico e gli studi che aveva condotto da autodidatta avevano portato Leo alla conclusione che l’uomo camminava sulla terra da tempi assai più remoti di quanto ritenesse la scienza ufficiale. Il che significava che da qualche parte erano custoditi i tesori di quel passato, un cumulo di ricchezze, non tanto materiali quanto scientifiche, relative alla conoscenza delle forze della natura e dell’universo in genere, appartenute alle popolazioni antidiluviane. Chiunque fosse stato in grado di farle proprie, pensava Rowson, sarebbe divenuto l’uomo più potente del pianeta, e non solo. Ecco perché avrebbe fatto qualsiasi cosa perché entrassero in suo possesso. Doveva trovarle prima che qualcun altro se ne impadronisse. Erano quasi trent’anni che portava avanti le ricerche, aveva seguito piste e studiosi diversi. Qualche volta pensava di essere arrivato ad un passo dal suo miraggio, e questa convinzione era costata cara a chi gli era apparso come un intralcio. Si era maledetto mille volte per non aver studiato da ragazzo. Suo padre gli aveva insegnato che gli affari erano tutto, e che i più grandi guadagni arrivavano dalla guerra. Non aveva ancora trent’anni quando aveva ereditato l’impero dei Rowson. Il padre era stato stroncato da un infarto, e il fratello George non voleva saperne dell’industria bellica. George aveva scelto di fare il missionario in Africa, spostandosi di villaggio in villaggio. Aveva rifiutato di utilizzare il denaro di famiglia anche per sostenere le missioni perché arrivava dal sangue di quelle stesse genti che soccorreva. George il suo Eldorado l’aveva già trovato, Leo lo stava inseguendo pur ignorandone le fattezze. Ma questa volta sapeva che era quella giusta, lo annusava nell’aria come un segugio e sapeva anche quale fosse la direzione esatta da seguire, contrariamente ai due canadesi. La sabbia di Giza custodiva l’ingresso, per cosa lo ignorava, ma l’avrebbe trovato.

Spero che abbiate qualcosa da dirmi, signori – Leo si fermò davanti agli studiosi guardandoli diritto in faccia. Le loro espressioni risposero prima che potessero aprire bocca. La tavoletta era al centro della scrivania, ed i due egittologi fino a qualche istante prima la stavano scandagliando con i raggi ultravioletti.

Non vi serve quella roba per capirci qualcosa, dovete soltanto cercare la chiave per leggerla – il tono di Leo era canzonatorio – Per centomila dollari avreste dovuto essere già in grado di darmi quel che cerco –

Mr. Rowson – Smith si fece coraggio, ma era l’orgoglio a farlo parlare, non sopportava l’idea di essere considerato un idiota da un miliardario arrogante – La verità è che pensavamo di trovarci di fronte a dei geroglifici, ma questi non lo sono. Sembrano più simili ad un racconto fatto con una sequenza di immagini –

Questo lo sapevo già. E poi io non vi ho mai parlato di geroglifici. Voglio il significato di quei disegni –

D’accordo, ma poi … cosa dovremmo cercare? –

Non dovete cercare nulla adesso. Dovete dare solo un senso compiuto a quella dannata tavola – la voce di Leo divenne roca per la tensione – Ringraziate solo il fatto che Oscar Wilde ignori il valore delle incisioni e che Rosmary Duval sia al momento concentrata su altro –

Che pericolo potrebbero rappresentare se non hanno la tavola? – Powel sorrise per rendere meglio l’idea che l’industriale stesse dicendo una banalità.

Quale pericolo dottor Powel? – il tono di Rowson divenne d’un tratto pacato ed allo stesso tempo minaccioso – La Duval è in possesso di un calco su carta di quelle incisioni, e sono certo che se ci lavorasse sopra un po’ di più darebbe loro immediatamente un senso, contrariamente a quanto siete riusciti a fare voi sinora in due, signori –

Allora perché non si è rivolto alla dottoressa Duval, Mr Rowson? – Smith chiese con tono impertinente.

E’ un’idea che ho accarezzato più volte. Purtroppo Rosmary Duval non è corruttibile, mentre voi … mi sembra che siate stati pagati piuttosto bene. Ma non avete cavato un ragno dal buco –

Smith incassò il colpo – Può sempre convincerla a collaborare con noi –

Con voi? No, la Duval non ha bisogno di collaboratori. In quanto a costringerla è un’eventualità che potrebbe essere controproducente. Non lavorerebbe con serenità, e questo ritarderebbe le sue intuizioni – commentò perplesso Leo come se stesse parlando da solo – Mi aiuterà senza rendersene conto. Oh sì, lo farà – Rowson sorrise, un’idea si era illuminata nella testa – Unico accorgimento sarà quello di tenere a distanza Wilde. E’ troppo imprevedibile e potrebbe rovinare i piani –

Leo si sentiva inquieto, e per la prima volta provava il timore che la situazione potesse sfuggirgli dalle mani. Quanto aveva visto al convegno del professor Wilde non gli era piaciuto. C’erano i vertici delle più alte istituzioni mondiali a presenziare ad una relazione di studi che normalmente avrebbe attratto poche decine di addetti ai lavori. Era evidente che non era l’unico a seguire le tracce di un mondo lontano e della sua eredità nascosta in qualche angolo del pianeta. Questo voleva dire che bisognava accelerare i tempi e che gli avversari erano assai temibili. Per fortuna nessuno sospettava della stele, o per lo meno nessuno sapeva che fosse nelle sue mani. L’unico pericolo che la notizia trapelasse era costituito dai due imbecilli che aveva ingaggiato per interpretare le incisioni. Avrebbe fatto in modo che non avessero più contatti con il mondo esterno.

La porta della stanza si spalancò ancora una volta, l’incedere dei passi era leggero e cadenzato da tacchi sottili mossi con leggiadria. Olga raggiunse Leo e lo baciò sulla bacca ignorando volutamente i due archeologi.

A che punto siamo? – attese impaziente una risposta

A nulla ancora – Rowson prese tra le mani la stele sottile – E il nostro Wilde cosa sa? –

Niente ancora, ma presto si sveglierà – la fotomodella tolse dalle mani di Leo la tavoletta – Ma davvero in questo pezzo di pietra c’è la strada per arrivare alla felicità? –

La strada c’è. Dobbiamo trovarla –
Mer era ferma davanti allo specchio. La mano scivolava dolcemente sui capelli riordinandone le ciocche rosse. Due tocchi alla porta spinsero l’ancella a lasciare le coperte sul giaciglio prima di averle stese.

Socchiuse il battente e incontrò il viso duro del gran sacerdote.

Non c’è più tempo – Wiser era visibilmente provato – Le onde d’urto hanno colpito la luna, ma una piccola parte non si è frantumata. Viene verso di noi, si schianterà sul pianeta di qui a poche ore –

Bisogna lasciate la Terra – Mer scattò in piedi dirigendosi verso l’uscita.

Non c’è posto per tutti … lo sai – le parole del sacerdote bloccarono la corsa della regina – Molti dovranno restare qui. Ci sono i canali sotterranei. Non sono sicuri, ma per la maggior parte del popolo costituiscono l’unica via di salvezza possibile alla sciagura che si sta per abbattere –

Ci sono le navi. Possono portare le donne ed i bambini in salvo, in alto – Mer si aggrappava alla speranza.

Una volta che la cupola smetterà di suonare cadranno a picco, senza alimentazione. Metterli in viaggio è come condannarli a morte –

Ma la nave madre è in grado di muoversi senza suono – l’affermazione della regina era quasi un grido di dolore.

Non ci starà tutto il popolo. Saranno imbarcati solo pochi esponenti di ciascun clan. Dobbiamo conservare la stirpe di Rahan. Il sacrificio di migliaia di persone è inevitabile se vogliamo salvare la nostra discendenza e quella umana –

Mer restò in silenzio, non trovava più parole. L’ultimo filo di speranza l’abbandonò. La finestra era spalancata sulla città. La notte serena sembrava uguale a tante altre, ma il chiarore accecante in un angolo del cielo rischiarava il buio con una luce irreale e sinistra che faceva presagire la catastrofe incombente.

La cupola continuava a mandare un suono argenteo. I cerchi d’acqua erano ancora in movimento e le navi tagliavano l’aria spostandosi in tutte le direzioni. Anche i vigilanti vagavano nella mischia. Le ali piumate screziavano di azzurro l’oscurità mentre si agitavano nella brezza notturna. Migravano lontano, verso le terre alte. Alcuni di loro, quelli che si erano stretti in legame di sangue con gli umani, contro i dettami dell’alta stirpe, guidavano il popolo verso i condotti sotterranei più sicuri. Per loro la salvezza sarebbe stata lontana dalla libertà del cielo. Rinnegavano il loro elemento naturale per precipitare verso il fuoco della terra, per amore, per scelta, per desiderio di mutare i princìpi di una stirpe che ben presto non sarebbe stata più pura, nonostante tutte le accortezze.

Mer guardava il sacerdote con occhi disperati e Wiser le cinse la vita con delicatezza per scuoterla dal dolore.

Osis dov’è? – il pensiero della madre volò verso il figlio.

Il bambino è già sulla nave – Wiser con voce rassicurante le appoggio il mantello sulle spalle nude. Stava tremando come una foglia – Dobbiamo raggiungerlo, non resta molto tempo. La nave dovrà essere in volo prima che la luna entri nell’atmosfera. Tutti sono pronti. Aspettano noi –

La porta … Chi aprirà la porta? – il viso di Mer tornò di nuovo inquieto.

Non preoccuparti. Ogni cosa è al suo posto. La nave si alzerà senza problemi. Adesso andiamo. Ci stanno aspettando –

La luna di fuoco squarciò il buio della notte. Il cielo si accese e la terrà tremò. Mentre il fuoco si inabissava, il mare si gonfiò ed inghiottì la terra. Mer nuotò silenziosa sopraffatta dall’angoscia. La nave era partita, lei l’avrebbe raggiunta. Lei sola poteva fornire la via della salvezza. Solo il dono della sua stirpe poteva salvare il seme del mondo. Respirò sott’acqua come un pesce, elemento vitale del suo essere. Attraverso l’acqua sarebbe tornata verso la luce, avrebbe riabbracciato Wiser e il loro bambino. Ma il dolore fu lancinante. Sentì la testa che esplodeva. L’acqua si colorò di rosso. Era il suo sangue.
Rosmary riuscì a strappare finalmente la mente dal sogno. Il suo respiro era affannoso e nell’anima le serpeggiava intensa l’angoscia della regina. Aprì gli occhi e per qualche istante restò interdetta cercando di orientarsi e capire dove fosse.

L’orologio segnava le sei del mattino. Si sedette sul letto lentamente. Le girava la testa. Erano trascorse più di due settimane dal primo sogno con Neter Mer, e col trascorrere del tempo aveva finito col pensare che si fosse trattato solo di uno scherzo della mente stimolata dal susseguirsi degli avvenimenti dei giorni precedenti. Ma il sogno a cui si era appena strappata si era portato via questa convinzione. Qualcosa sarebbe accaduto. Rosmary si sentiva con le spalle al muro. Ignorava che fine avesse fatto la stele, e nell’interpretazione delle incisioni si era arenata. Scostò il velo colorato del baldacchino ed abbandonò il letto. La temperatura nella stanza era rovente, nonostante le lenzuola di puro lino e il condizionatore d’aria sparato a palla. Rosmary pensò che fosse colpa del suo sangue agitato. Scostò la tenda della finestra. Il cielo stava per albeggiare ed aveva uno strano colore. Un misto di sfumature azzurro rossastre che davano l’idea di un tramonto piuttosto che di un’alba. Il ricordo del cielo illuminato nel sogno le colpì la mente. Ispezionò l’intera fetta della volta celeste che poteva osservare dalla sua posizione per assicurarsi che non ci fosse alcuna luna in agguato. Di luna ce n’era una sola, la solita. Si stagliava tra le striature dell’aria, ma stava cominciando a scomparire e a farsi più sottile per lasciare entrare il giorno. Il suo colore apparve a Rosmary innaturale, sembrava quasi che fosse divenuta di cartone. L’archeologa aprì la finestra per lasciare entrare un po’ d’aria fresca del mattino e dare sollievo al corpo che trasudava da ogni angolo. Cercò una leggera brezza con il viso ed invece si sentì investire dal calore dell’inferno. La temperatura dell’aria era la stessa che il Cairo registrava nelle ore di massima perpendicolarità dei raggi del sole.

Mio Dio, moriremo soffocati – Rosmary fu colta dall’ansia.

Si chiese se quanto stava accadendo fosse collegato in qualche maniera ai suoi sogni, e se lei potesse fare qualcosa per scongiurare ogni pericolo. Intanto il cielo andava colorandosi di un arancio intenso, si precipitò ad accendere la tv nella speranza che potesse fornire qualche spiegazione. Il segnale era disturbato, il video scompariva in continuazione su qualsiasi canale, e l’immagine era attraversata da continue scariche. L’archeologa non si arrese, spense il televisore e si concentrò sullo stereo alla caccia di un radiogiornale che fornisse spiegazioni sul calore innaturale dell’aria. Neanche qui ebbe successo, lo stereo non riusciva ad agganciare alcuna frequenza, o meglio, le agganciava tutte insieme sicché dagli altoparlanti veniva solo un gran baccano incomprensibile. Rosmary sentì l’angoscia invaderle il cuore, aveva sempre più la certezza che quanto stava accadendo, inclusi gli incubi delle ultime settimane, facessero parte di un unico grande disegno di cui lei era elemento fondamentale. Aveva però il timore di non essere all’altezza della situazione, di non essere in grado di seguire la strada giusta. Si era ormai abituata all’idea di avere un ruolo determinante e preciso in qualcosa che stava per accadere. Le parole di Linda le risuonavano nella mente e cercava di dar loro un senso preciso. Ma una cosa era certa, non sarebbe stata sola nel percorso, anche sua nonna glielo aveva annunciato. Rosmary era un ponte tra passato e futuro, e attraverso di lei qualcuno avrebbe attraversato lo squarcio che si stava per creare. L’archeologa aveva anche intuito chi sarebbe stato quel qualcuno, nei suoi sogni aveva già imparato a conviverci. Oscar Wilde era il navigatore e lei la sua nave. Senza Wilde non sarebbe arrivata da nessuna parte, insieme costituivano le due facce della medaglia, il bianco e il nero, la luce e il buio.

Le scosse sul monitor della tv si acquietarono e l’apparecchio riuscì finalmente a sintonizzarsi sulla redazione cairota di Al Jazeera. L’edizione mattutina del giornale era stata anticipata. Appena le parole dello speaker furono comprensibili Rosmary ebbe la conferma che le sue non erano solo sensazioni.

Il globo terrestre sta registrando negli ultimi giorni un vertiginoso aumento della temperatura, dovuta molto probabilmente all’intensa attività vulcanica risvegliatasi in ogni angolo del pianeta. Tutte le nazioni sono in stato di allerta per le calamità naturali che minacciano di abbattersi da un momento all’altro se l’emergenza della temperatura non dovesse rientrare. Ma bisogna fare i conti anche con il panico che potrebbe cominciare presto a diffondersi tra la popolazione. Forte preoccupazione è espressa dal mondo scientifico per le conseguenze che l’eccessivo calore potrebbe scatenare ai poli terrestri, dove i ghiacciai cominciano a manifestare profondi segni di cedimento. Il presidente degli Stati Uniti ha convocato per domani alla Casa Bianca i capi di governo dei maggiori stati mondiali per discutere delle contromisure da adottare … -

Mentre lo speaker di Al Jazeera continuava il suo monologo Rosmary si rese conto che non c’era tempo da perdere. Se doveva dare credito alle parole che sua nonna aveva pronunciato in punto di morte, probabilmente era arrivato il momento di cui Linda parlava. Doveva darsi da fare, e questo significava contattare Wilde e convincerlo a ritornare in Egitto. I primi tentativi di raggiungerlo telefonicamente non ebbero successo, le linee telefoniche erano in preda alle scariche, e contattare Berkley fu praticamente impossibile. Si erano fatte ormai le sette e l’archeologa decise di andare al museo, lì forse le sarebbe venuta un’idea, avrebbe tentato di rintracciare Wilde più tardi.

Ci mise meno di dieci minuti per prepararsi, saltò sulla jeep e si diresse verso Jikket Hadid Street. Mentre guidava le sembrò di vivere in un sogno. Il paesaggio, la strada, tutto era insolito e surreale. Animali e persone sembravano smarriti, in fuga, alla ricerca di qualcosa. Pensò che molta gente, come lei, aveva ascoltato il notiziario, e presto il panico si sarebbe diffuso, mentre l’aria diventava sempre più irrespirabile. Il calore denso rallentava i movimenti e coglieva di sorpresa chi invece non aveva ascoltato ancora le notizie che arrivavano da radio e televisione. C’era più gente del solito per strada, ma tutto si muoveva a rallentatore, così il traffico divenne ancor più drammatico. Poi l’assalì la sensazione di essere seguita. Nel marasma di auto che erano dietro e davanti alla sua jeep era difficile capire se qualcuno la stesse pedinando, ma si sentiva degli occhi puntati addosso, e provava l’istinto di andarsi a nascondere in attesa di spiare a sua volta il nemico. Quasi istintivamente poggiò una mano sul suo pendaglio a cerchi concentrici, lasciando l’altra sul volante. Riuscì ad intrufolarsi velocemente in una fila parallela di auto e gradatamente la sgradevole sensazione scomparve. Rosmary pensò che fosse tutta colpa di quell’afa maledetta. Per quale motivo avrebbero dovuto seguirla? La stele non l’aveva più.

A Midan el Tahir i pullman in sosta erano pochi, i turisti si erano dileguati. Probabilmente avevano preferito starsene negli alberghi al fresco dei condizionatori d’aria. Il percorso fino all’Egyptian Museum sembrò interminabile.

Quando Rosmary entrò nel suo studio trovò Namir ad aspettarla.

Hai un aspetto orribile dottoressa – il ragazzo le andò incontro.

Mi sento come se fossi appena uscita da una pentola a pressione. Il caldo è insopportabile. E tu che ci fai qui a prima mattina? –

Stare in casa è una sofferenza. Abbiamo solo ventilatori, e mescolano aria bollente. Qui invece si respira meglio –

Non hai lezione questa mattina? –

Chi vuoi che ci sarà stamattina in facoltà con questo caldo? E poi oggi preferirei studiare insieme a te – esitò qualche istante – Sai, ripensavo a quella stele. Ci sarà un motivo importante per cui hanno deciso di rubarla. Magari se riusciamo a decifrare le incisioni capiremo il perché –

Sì, è probabile, ma ci resta solo questo della stele – tirò fuori dalla tasca della borsa il calco sulla velina – e non ha alcun senso se non troviamo un punto di partenza. Poteva esserci qualcosa sulla pietra che mi è sfuggito, e in questo caso senza la stele non si arriva da nessuna parte.

Io sono convinto invece che ce la farai a trovare una soluzione anche solo con quei pochi indizi. Forse … forse c’è qualcuno che potrebbe aiutarti – Namir pronunciò timidamente l’affermazione.

Ti riferisci al professor Wilde vero? Non avere timore a dirmelo, ci ho già pensato anche io. So che non potrei farcela da sola, ho bisogno di aiuto – Rosmary restò sorpresa dalla sua stessa determinazione.

Il professor Wilde? Intendi Oscar Wilde? Non dicevi che era solo un pallone gonfiato, un arrogante? –

In un certo senso lo è –

Ma? Non dirmi dottoressa che è riuscito ad ammaliare anche te! –

Namir non è il momento di scherzare. Sai bene che un tipo del genere non lo potrei mai prendere in considerazione se non per le sue capacità professionali –

Ha anche delle capacità! Incredibile … -

Ti prego spilungone, cerca di essere serio. Non so come spiegarti … credo che sia predestinato –

Che? Predestinato? Adesso cominci davvero a preoccuparmi –

Sì, hai ragione, non sembro più io. Sta accadendo tutto così in fretta e adesso non ho il tempo di spiegarti nei particolari. Ma ti assicuro che non sono impazzita. Qualcosa sta cambiando, anche questo calore, i terremoti sono insoliti. Purtroppo non sono impazzita. Avrei preferito che queste fossero solo mie farneticazioni, ma sono più lucida di quello che pensi. Ti prometto che più in là ti spiegherò ogni cosa, devo prima spiegarlo a me stessa. Adesso ti chiedo solo di fidarti di me, e di darmi una mano –

Lo faccio da quando ti ho conosciuta –

Bene, allora diamoci da fare –

Non era Wilde comunque la persona a cui io mi riferivo –

E chi allora? –

Credo che tu lo conosca, almeno per sentito dire, visto che qui al Cairo viene considerato l’ultimo discendente diretto dei kemiti –

Sì, forse ho capito a chi ti riferisci, qualche tempo fa ho visto un servizio giornalistico che lo riguardava. Credo si chiami Mikah. Ma in che maniera pensi che ci possa aiutare? –

Se quel che dicono di lui è vero, è l’ultimo depositario dell’antica sapienza egizia, potrebbe conoscere particolari che noi ignoriamo e che invece possono essere fondamentali per decifrare le incisioni –

Non sarà semplice trovarlo. Vive come un randagio e si sposta spesso –

Ho un amico che sa come rintracciarlo velocemente. Secondo le informazioni che gli sono arrivate all’orecchio, da qualche tempo lo avvistano nella città dei morti –

Allora sarà davvero come cercare un ago in pagliaio. Ma sei sicuro che ci possa aiutare? Lo dipingono come uno sciamano, ma potrebbe rivelarsi anche un ciarlatano –

Credo che a questo punto valga la pena provare. Non mi alletta certo fare un giro nella città dei morti, ma chi ha avuto a che fare con Mikah giura che conserva un sapere più antico delle piramidi. A noi serve solo un indizio da cui partire –

Va bene, mi hai convinta. Ma prima voglio rintracciare Wilde –

Continuo a non comprendere questa tua decisione. Qualche settimana fa ti ha resa praticamente isterica. Sei proprio sicura di volerlo chiamare? –

Purtroppo credo di non avere scelta –

Mi nascondi qualcosa, e questo non è da te Rosmary – il ragazzo iniziava a spazientirsi. Non amava i segreti, ed essere messo alla porta dalla sua archeologa lo faceva sentire quasi disperato.

Sta tranquillo, non è accaduto nulla di particolare. E’ che in questo periodo la razionalità non è proprio il mio forte. Si tratta solo di una sensazione molto intensa, puoi chiamarla anche premonizione, o forse no, ha più il sapore di una reminiscenza –

Credo che sia meglio troncare qui il discorso – sbottò lapidario il ragazzo – ho capito che per il momento non avrò da te alcuna spiegazione sensata. Aspetterò. Contatta Wilde e fammi sapere quando hai intenzione di parlare con Mikah – uscì dalla stanza dopo aver salutato a malapena l’archeologa.

I centralini dei Vigili del Fuoco e della Polizia stavano squillando senza soluzione di continuità dal mattino presto. Tutti i sistemi elettronici della città erano andati in tilt. Più di trecento persone erano rimaste intrappolate negli ascensori perché la corrente elettrica era andata via all’improvviso. Era emergenza anche negli ospedali dove i macchinari si erano bloccati nonostante fossero stati attivati i gruppi elettrogeni, un enorme campo magnetico sembrava impedirne il funzionamento. Lavatrici e apparecchi domestici erano come animati di vita propria, iniziavano a funzionare senza che nessuno li avesse accesi, mentre allarmi antifurto e sirene si susseguivano in una sorta di gioco perverso. Le emittenti radio televisive, tra un disturbo di trasmissione e l’altro, non facevano altro che raccontare agli ascoltatori gli sconcertanti eventi che si stavano verificando in città e nel resto del pianeta.

Mentre ascoltava le notizie Oscar si sentiva come il protagonista di uno di quei film pieni di effetti speciali in cui il cinema americano era maestro. La temperatura dell’aria si era alzata così tanto che era difficile respirare normalmente, l’antropologo accese il condizionatore e si gettò sul divano per cercare qualche attimo di ristoro dalla canicola. Gli tornarono in mente le parole di Francesco durante il loro ultimo incontro a Houston. Il padre gli aveva raccontato della vicinanza alla Terra di un gruppo di meteoriti, i disturbi alle apparecchiature, e forse anche il caldo inusuale per quel periodo dell’anno, dipendevano da questo. I pensieri di Oscar balzarono improvvisamente agli incubi che aveva avuto diverse notti prima, aveva la sensazione che il disastro del sogno potesse trasformarsi in realtà. Se i meteoriti si stavano avvicinando al pianeta, la catastrofe a cui aveva assistito nei suoi sogni non era poi così improbabile. Pensò poi a Rosmary Duval, anche lei, pur con una identità diversa, era protagonista di quegli incubi, e in ultimo ricordò la situazione surreale vissuta durante il convegno a Washington. Erano tante le cose strane che stavano accadendo tutte insieme, e si chiese se in qualche modo non fossero collegate tra loro. Si sentiva irrequieto, aveva la consapevolezza che qualcosa di più terribile fosse sul punto di accadere. Cercò di visualizzare mentalmente tutti gli elementi che aveva a disposizione per riuscire a capirci qualcosa, ma il telefono squillò e dissolse lo stato di rilassatezza in cui era riuscito a cadere stando sdraiato sul divano.

La voce di Rosmary Duval risuonò melodica e calda dall’altro capo del filo, Oscar restò spiazzato – E’ un piacere risentirla dottoressa – disse istintivamente. Si chiese se l’archeologa avesse letto a distanza i suoi pensieri per arrivare a chiamarlo un attimo dopo.

Forse cambierà idea Wilde, dopo che le avrò parlato – lo interruppe, facendo scivolare il discorso su un tono meno stucchevole – Ho bisogno del suo aiuto per decifrare la stele che ho trovato a Giza –

Bene, allora l’ha ritrovata! –

Niente affatto Wilde. Non ho idea di dove sia la stele, ma ho un calco dei disegni, e questo basta. Non so quali siano i suoi impegni, ma credo che sia il caso che prenda il primo volo per il Cairo, c’è molto lavoro da fare – quello della Duval era un vero e proprio ordine, e Wilde obbedì come un soldato pronto alla battaglia.

Prenderò il primo volo in partenza – Oscar si stupì della sua stessa arrendevolezza.

Abbandonare in un lampo il lavoro e le ricerche per andare in Egitto a studiare dei geroglifici, uno studio per cui non era nemmeno titolato. Qualche mese prima quella decisione gli sarebbe sembrata una follia. Si sentiva immerso in una strana dimensione, come se fosse sul punto di cominciare a nuotare in aria, doveva muoversi, anche se non sapeva quale fosse la meta, ma aveva la strana consapevolezza che insieme alla Duval sarebbe arrivato da qualche parte, a destinazione. La linea telefonica cominciava ad essere nuovamente disturbata, le scosse si avvertivano sempre più frequentemente.

Non riesco a capire bene quello che sta dicendo – urlò Rosmary dall’altro capo del filo – Mi faccia sapere in qualche maniera a che ora arriverà al Cairo. Manderò un’auto a prenderla all’aeroporto –

Chiusero la conversazione senza che l’uno fosse sicuro che l’altra avesse capito il da farsi.

Oscar riuscì a trovare un volo last minut in partenza da San Francisco su Internet, stranamente le comunicazioni in rete sembravano ancora funzionare bene. Aveva però bisogno di parlare con Francesco, voleva sapere come se la stesse cavando a Houston, e se i meteoriti potessero costituire un reale pericolo per il pianeta. Così fece velocemente la valigia e provò a rintracciare il padre. Le linee sembravano essere tornate all’improvviso alla normalità, ma il centralino del Johnson Space Center squillava a vuoto, e il cellulare di Francesco era spento. Oscar compose il numero dell’appartamento di suo padre, ma si inserì la segreteria telefonica dopo il primo squillo. Lasciò un messaggio.

Ciao papà, che fine hai fatto? Chiamami appena puoi sul cellulare, sono in partenza di nuovo per il Cairo … non so ancora perché, ma credo che lo scoprirò presto – Solo quando agganciò la cornetta Wilde si accorse che nella stanza c’era Olga. Non l’aveva sentita entrare. Stava diventando troppo silenziosa, e questo lo inquietava.

Sei in partenza? Ho visto le valige davanti la porta della camera – la modella finse di non aver ascoltato il messaggio che Oscar aveva appena lasciato sulla segreteria del padre.

Sì, torno in Egitto, devo ultimare uno studio lasciato a metà -

Starai via per molto? –

N o, non credo. Ad essere sincero non lo so –

Vengo con te – Olga fu lapidaria. Era scura in volto, anche se cercava di camuffare lo stato d’animo.

Oscar si sentì messo alle strette, la situazione stava diventando difficile, ed era ormai evidente che la donna voleva tenerlo d’occhio. In altre occasioni avrebbe allontanato come la peste l’idea di seguirlo in un viaggio di studi, non sentiva il fascino della storia, avrebbe notato del Cairo solo il caldo e le punture delle zanzare. Decise di assecondarla, in qualche maniera l’avrebbe spiazzata e scoraggiata.

Se ti fa piacere, non hai che da fare le valige. Dovrai cercare un volo successivo al mio, l’aereo delle 18.00 è al completo. Credo ti convenga fare una ricerca su Internet per trovare qualcosa nell’immediato. Io ti aspetterò lì, fammi sapere con quale volo arrivi. Sai bene che non potrò dedicarti tempo, e che non ci sono feste mondane a cui partecipare, ma potrai sempre visitare la splendida terra dei faraoni, chissà magari ti piacerà. Ah, ricorda di portare un cappello di paglia a falde larghe, il sole è terribile e potrebbe ustionarti la pelle chiara, e poi serve una lozione repellente per le zanzare, sono grosse come mucche –

Come mucche? – l’espressione di Olga era mutata, il velo nero aveva lasciato lo spazio al disgusto – Cercherò di trovare un volo nei prossimi giorni per raggiungerti … se non sarai tornato prima -

Oscar aveva raggiunto lo scopo, l’aveva scoraggiata. Probabilmente non l’avrebbe mai raggiunto in Egitto, e questo lo rinfrancava.

Come preferisci, l’Africa è aperta a tutti –

Wilde balzò sul primo taxi che vide per strada diretto all’aeroporto. Non mancava molto al volo, lo stretto necessario per raggiungere l’aeroporto internazionale di San Francisco, ed il traffico era più congestionato del solito. Il taxi arrancava tra le auto incolonnate, istintivamente Oscar si voltò a guardare il lunotto. La differenza di temperatura tra l’abitacolo refrigerato e il caldo torrido della temperatura esterna stava creando la condensa sui cristalli. Erano praticamente imbottigliati nel traffico, rischiava di perdere l’aereo, ultimo volo della giornata diretto al Cairo. Restò a guardare ancora per qualche istante la fila di veicoli alle loro spalle, la manovra azzardata di una Rover scura tre auto più dietro lo lasciò perplesso, avvertì la forte sensazione che stesse seguendo il taxi su cui viaggiava.

Sarà meglio che individui una scorciatoia, altrimenti rischio di perdere il mio aereo – l’antropologo incitò l’autista a trovare una maniera per accelerare il cammino.

Come vuole, ma dovrà tenersi al sedile, è una strada un po’ tortuosa – il tassista svoltò all’improvviso per un viottolo staccandosi dalla colonna del traffico.

Oscar si voltò nuovamente a vedere cosa accadeva alle loro spalle. La Rover percorse un breve tratto in contro mano e svoltò sulla loro scia. La sensazione di Wilde si trasformò in certezza, qualcuno lo stava pedinando. Continuò a guardarsi intorno anche quando fu a bordo dell’aereo, ma qui la situazione sembrava essere tornata alla normalità.

Il velivolo atterrò al Cairo con quasi un’ora di ritardo. Le apparecchiature durante il volo avevano dato problemi ed il pilota aveva vissuto momenti di panico quando il computer di bordo era andato in tilt cancellando la rotta da seguire. Per fortuna pian piano l’emergenza era rientrata. Anche se il personale di bordo non aveva fatto trapelare la tensione che animava la cabina di comando, i passeggeri avevano avvertito che qualcosa non stesse funzionando come doveva, erano stati irrequieti per tutto il tragitto e finalmente ora toccavano il suolo. Oscar era rimasto con il fiato sospeso per tutto il tempo in cui l’apparecchio aveva fatto il girotondo sull’Oceano in cerca della direzione esatta da seguire. Non era un mistero che la Terra fosse attraversata in quei giorni da un potente campo magnetico che aveva stravolto anche gli andamenti climatici, la notizia era ormai il tormentone di radio e televisione.

Quando Oscar uscì dall’aeroporto trovò ad attenderlo il bel viso di Rosmary. Sembrava sulle spine, ma allo stesso tempo era evidentemente contenta di vederlo.

Un’accoglienza in grande stile – sorrise compiaciuto l’antropologo – Non avrei mai sperato che venisse lei in persona a prendermi – le tese una mano per salutarla, mentre con l’altra reggeva il suo fedele zaino da viaggio.

Wilde lei non cambierà mai, ha sempre voglia di scherzare –

Non scherzo affatto, visti i precedenti –

Risparmi i convenevoli professore, c’è molto lavoro da fare. Mi dirà più tardi se sarà davvero contento di essere tornato al Cairo –

Devo preoccuparmi? – continuò ironico.

Può darsi – Rosmary lo invitò a seguirla – Allora Wilde, come è andato il suo convegno? –

Un successone, mancava solo il presidente degli Stati Uniti e poi saremmo stati al completo – rabbrividì ricordando il guazzabuglio di potenti che era sfilato al Ritz durante la sua relazione sugli Ooparts.

Accidenti, non credevo ci fossero così tanti appassionati di archeologia in giro –

Nemmeno io … – lasciò cadere l’argomento – Ma posso almeno conoscere vagamente il motivo per cui mi ha fatto precipitare al Cairo dottoressa Duval? –

Glielo racconto lungo la strada – salirono sulla jeep parcheggiata poco distante dall’aeroporto.

Ad aspettarli c’era Namir, stava appollaiato sul sedile posteriore dell’auto, le sue gambe erano troppo lunghe per il piccolo fuoristrada, era costretto a tenerle rannicchiate, assumendo una posizione curiosa.

Buongiorno professor Wilde – il ragazzo tese la mano ad Oscar – Mi chiamo Namir, sono un amico di Rosmary –

Piacere di conoscerti – Oscar raccolse il saluto – Ma sei proprio sicuro di voler continuare a sedere lì dietro? Perché non passi davanti, starai più comodo, io non avrò problemi a sedere al tuo posto –

Namir sta bene dov’è – intervenne Rosmary – sarebbe in grado di piegarsi anche a fisarmonica. E’ ora di muoversi Wilde, salga in auto – lo incitò.

Agli ordini – l’antropologo prese posto sulla jeep – Posso sapere dove siamo diretti? –

Certo, stiamo per fare un giro nella Città dei morti – Namir non riuscì a trattenersi.

Una gita entusiasmante – commentò l’antropologo cercando di capire che attinenza potesse avere quel posto con la stele rubata.

In effetti detto così è un posto che fa venire i brividi – disse Rosmary mentre si immetteva nel traffico – Ma è un’escursione che potrebbe rivelarsi fruttuosa –

Diciamo che è una delle poche speranze che abbiamo di capire qualcosa sul testo inciso sulla stele di Giza – sottolineò il ragazzo.

Namir, stai tranquillo – Rosmary assunse il tono classico di un’insegnante, era il segnale che il ragazzo doveva tacere.

Se vi decideste a raccontarmi qualcosa di più comprensibile forse potrei darvi una mano nella ricerca. L’unica cosa che mi sembra di percepire è che siamo sulle orme della stele perduta – cercò consenso negli sguardi dei compagni di viaggio.

In un certo senso è così – lo accontentò l’archeologa, mentre faceva scorrere la jeep su Shuruba Street – la verità è che dall’esame dei calchi delle incisioni sulla velina non siamo riusciti ad approdare a nulla –

Ed io cosa c’entro adesso? Credevo che avessimo appurato la mia totale estraneità al furto –

Il furto non ha più alcuna importanza, abbiamo bisogno del suo aiuto per arrivare ad una soluzione sul significato delle incisioni – spiegò Rosmary.

Sono lusingato dalle sue parole dottoressa Duval, ma purtroppo rimarrà delusa, si sta rivolgendo alla persona meno adatta, non sono un egittologo, non credo di essere all’altezza del compito che vuole conferirmi –

Non faccia il modesto Wilde, non è il momento, le ho detto che abbiamo poco tempo a disposizione. E poi una testa in più può solo servire ad arrivare prima alla soluzione dell’enigma –

“Eccoli che ricominciano a flirtare”, pensò tra sé Namir mentre stava in silenzio seduto sul sedile posteriore cercando di assumere una postura meno scomoda delle gambe.

Non riesco a capire perché adesso faccia tante storie Wilde. Poteva sempre rifiutarsi di tornare al Cairo, e invece è qui – sbottò Rosmary che cominciava nuovamente a provare un senso di irritazione in presenza dell’antropologo.

Non pensavo di poter scegliere – rispose ironico – Il suo è stato più un ordine che un invito –

Si sbaglia ancora professore, era solo una richiesta d’aiuto –

Se la mette così non posso fare altro che arrendermi. Quale sarà il mio ruolo in questa storia? Non ho certo la sua esperienza in campo di geroglifici ed egittologia –

Non si tratta di geroglifici, glielo ho già detto la scorsa volta, è solo una storia raccontata con una serie di immagini. Ci servono solo delle intuizioni giuste –

Cosa le fa pensare che io sia una persona intuitiva? –

Solo un’intuizione – concluse con una punta di ironia Rosmary, sarebbe morta piuttosto che rivelare a Wilde di averlo sognato nei panni di un sacerdote amante di un’antica regina che portava le sue stesse sembianze. L’avrebbe presa per una pazza se gli avesse raccontato delle rivelazioni di sua nonna e le premonizioni da cui veniva assalita. Preferì lasciare il discorso sul vago e spingere Wilde a collaborare stuzzicando la sua curiosità di studioso. Sperava solo di non essersi sbagliata, altrimenti oltre a fare la figura dell’imbecille avrebbe finito per essere accomunata al visionario dottor Duval, suo padre. La sconcertava però l’arrendevolezza e la solerzia con cui l’antropologo si era precipitato in Egitto.

L’ho sottratta a studi importanti? – cercò di indagare prendendo il discorso alla lontana.

Proseguo le ricerche sugli Ooparts. Chissà che anche la stele rubata non si riveli un oggetto fuori tempo –

Mi dispiace deluderla Wilde, ma quei pochi esami che sono riuscita a fare sulla lastra di pietra hanno dimostrato che le incisioni erano coeve alla tomba del notabile –

In realtà pensavo più al contenuto delle incisioni che non alla stele in se stessa – il pensiero volò agli strani sogni che aveva fatto in quelle settimane, apparentemente non c’era alcun collegamento tra i disegni sulla stele trafugata ed i suoi incubi notturni, eppure il subconscio li stava accostando nella mente in continuazione. Evitò in ogni caso di farne parola all’archeologa, temeva che in qualche modo potesse fraintenderlo, in particolare sul contenuto del sogni che li vedeva protagonisti.

Se non si riuscirà a dare un senso compiuto a quei disegni è difficile stabilire a quale periodo si riferiscano – Rosmary avvertiva un senso di sconfitta ed anche frustrazione professionale – Però forse esiste qualcuno in grado di darci una mano, per lo meno potrebbe fornirci una traccia, un punto di partenza per arrivare alla soluzione dell’enigma, per trovare quel che stiamo cercando -

E cosa stiamo cercando dottoressa Duval? – la curiosità di Oscar si era accesa, la donna gli stava tacendo qualcosa, il suo interesse andava al di là della pura e semplice interpretazione delle incisioni.

Va bene Wilde … – Rosmary si scrollò di dosso l’ansia – parlerò chiaro una volta per tutte –

Era ora che lo facesse, sarà più semplice per me aiutarla -

La donna annuì condividendo il pensiero – Spero che non fraintenda quanto sto per dirle … Non sono una squilibrata, ma ho la profonda convinzione che trovare il significato di quei disegni sia di vitale importanza tanto per me quanto per lei. E’ difficile spiegarlo a parole, sono delle sensazioni molto forti che ho cominciato ad avvertire da un po’ di tempo … pensandoci bene, tutto è iniziato dal ritrovamento della stele nella sabbia di Giza – Rosmary si bloccò per un istante temendo che Wilde interpretasse il discorso come una dichiarazione d’amore, ma riprese subito a parlare quando si rese conto che i suoi occhi non avevano l’espressione da pesce lesso che adottava quando faceva il cascamorto, e che l’uomo era al contrario serio ed attento – Sono una persona razionale, anche se ci conosciamo da poco credo che se ne sia reso conto, non presto troppa attenzione alle sensazioni, ma questa volta è diverso. Si stanno verificando troppe circostanze anomale, inclusi questi improvvisi cambiamenti climatici, è come se qualcosa di tremendo stesse per scatenarsi, e ed ho la netta sensazione che noi due siamo chiamati entrambi a fare qualcosa per scongiurare quello che sembrerebbe inevitabile – attese con il fiato sospeso il responso di Wilde che sembrava completamente assorto.

Non credo affatto che lei sia impazzita dottoressa – disse lentamente – Anche un cieco si renderebbe conto che nell’aria c’è qualcosa che non va. Non so se davvero io e lei siamo chiamati a portare avanti una missione particolare per salvare il mondo – anche se il ricordo di Mer e Wiser che nel sogno portavano i loro visi avvalorava questa ipotesi e dava anche una spiegazione agli incubi che aveva avuto – tuttavia devo convenire che qualcosa di terribile potrebbe effettivamente verificarsi. Mio padre è l’astrofisico Francesco Valdi, Wilde è l’invenzione di vecchi amici che mi sono portato dietro, e lavora alla Nasa ormai da 25 anni. L’ultima volta che ci siamo visti, esattamente un giorno prima del mio arrivo all’Egyptian Museum, era preoccupato perché i radar del Johnson Space Center avevano rilevato la presenza di un gruppo di meteoriti a non molta distanza dall’orbita terrestre. I cambiamenti climatici ed i disturbi alle telecomunicazioni possono esserne una diretta conseguenza –

Chiami immediatamente suo padre, dobbiamo saperne di più – Rosmary adesso era davvero allarmata.

L’ho già fatto, ma senza successo. Sembra diventato irrintracciabile e questo mi rende inquieto. Non è da mio padre chiudere tutte le comunicazioni. Ho ricevuto la sua telefonata una settimana prima del convegno, sembrava preoccupato e voleva dirmi qualcosa, ma le interferenze sulla linea hanno reso praticamente impossibile una comunicazione sensata. Non l’ho più sentito da allora, è possibile che sia oberato di lavoro, ma non mi era mai accaduto di non riuscire a rintracciarlo –

Bisogna insistere Wilde, deve parlare con suo padre e capire come sta davvero la situazione. Potrebbe tornarci utile – l’archeologa si sentiva animata da una strana speranza.

Perché, crede che le incisioni si riferiscano alla situazione planetaria che stiamo vivendo? –

No, non lo so, in ogni caso non sarebbe male sapere se corriamo il rischio di una catastrofe terrestre. Ammetterà che l’intera situazione è alquanto strana –

In realtà è da un po’ di tempo che non vivo un momento di normalità – pensò ad alta voce Wilde – Persino la sera del convegno sugli Ooparts si è rivelata un incubo –

Credevo fosse stato un successo – la curiosità femminile si fece sentire.

Da quando ho rimesso piede in America, dopo il mio viaggio al Cairo, la gente sembra essere cambiata, è come se fossero tutti impazziti – Oscar bloccò le sue riflessioni, si ricordò della presenza di Namir alle loro spalle.

Il ragazzo, al contrario dell’archeologa, non gli ispirava molta fiducia, c’era in lui qualcosa che gli sfuggiva. Era rimasto tutto il tempo in silenzio ad ascoltare, come se stesse registrando nella mente, parola per parola, ogni loro discorso. C’era una talpa nel al Museo del Cairo che aveva permesso il trafugamento della stele di Giza, solo una persona che conosceva perfettamente la struttura e le abitudini dell’ar­cheologa avrebbe potuto infiltrarsi tranquillamente nello studio della Duval e rubare il reperto. Ed Oscar non escludeva che quel qualcuno potesse essere Namir, con la sua aria furba ed innocente allo stesso tempo. Si trattava naturalmente di un semplice esecutore, alle sue spalle c’era qualcuno di potente. Wilde decise di cambiare argomento, avrebbe trovato un altro momento per raccontare alla Duval la sensazione di essere pedinato e la situazione irreale che aveva vissuto durante il convegno al Ritz di Washington.

Siamo dunque diretti nella Città dei morti – il cambiamento di argomento fu brusco, ma la domanda attirò l’attenzione di Rosmary – Sappiamo già cosa cercare una volta lì? –

Sì, siamo sulle tracce di un vecchio saggio – disse la donna, cercando di recuperare nella memoria quel che sapeva di Mikah – C’è chi lo ritiene un folle visionario, chi uno sciamano. Lui dice di essere l’ultimo discendente della pura razza di Kemet, la terra nera, l’antico Egitto. Racconta di una civiltà progredita che viveva sul pianeta già cinquanta mila anni fa. Per quanto lo si possa ritenere un folle, conserva una conoscenza perfetta di tradizioni che hanno radici ancestrali. Gli archeologi lo consultano spesso, anche se lo descrivono come mezzo matto. Molti suoi suggerimenti hanno trovato un inspiegabile riscontro nella realtà. Vorrei mostrare a Mikah, questo è il suo nome, il calco delle incisioni che ho fatto sulla velina, ed ascoltare quello che ha da dire in merito –

Un personaggio particolare Mikah, potrebbe essere il protagonista di uno dei film di Indiana Johnes – Oscar guardava la strada che scivolava davanti ai loro occhi – Sarà un piacere incontrarlo. Mi piacerebbe rivolgergli più di qualche domanda.

Prima dobbiamo trovarlo – Namir intervenne all’improvviso nella discussione dopo il lungo silenzio – non sappiamo precisamente dove alloggi, e la Città dei morti è abbastanza estesa. Lì dentro nessuno ti fornisce facilmente informazioni-

La jeep percorreva già Salah Salem, a breve sarebbero comparse in lontananza le cupole e i minareti dei sepolcri. La strada polverosa era libera, mentre le auto in circolazione si contavano sulla punta delle dita di una mano. Uomini e animali vagavano per strada storditi dal calore insopportabile.

La Città dei morti li avvolse. Oscar ne aveva sempre sentito parlare, ma non ci era mai stato. Il posto gli era stato descritto assai poco sicuro, e non certo ideale per uno straniero da solo.

Ne usciremo vivi? – chiese scherzosamente a Rosmary.

Perché? Ha paura Wilde? Non la facevo così codardo –

Era solo una battuta dottoressa Duval –

No, non lo era. Qualcuno deve averle parlato di traffico di organi umani, di stupefacenti e di prostituzione, riferiti a questo quartiere –

In un certo senso. Non mi hanno descritto nei minimi particolari tutte queste qualità, ma me l’hanno presentato come un luogo non proprio sicuro –

I racconti con cui le hanno riempito le orecchie sono storie di fantasmi, caro Wilde. Basta solo che si guardi intorno. Una scuola elementare, acqua, elettricità, fogna, linee di autobus e televisione. Scommetto che ci sono paesi in Occidente che ne sono sprovvisti –

Può dirlo forte –

La confusione e la frenesia del Cairo nella Città dei morti non trovavano spazio. Era come essersi tuffati all’improvviso in un’oasi di silenzio. Lontani dal frastuono, dal traffico scomposto, dalla frenesia della massa umana che si spostava continuamente da un angolo all’altro della città. Oscar rimase ancora una volta incantato dagli strani contrasti di Città del Cairo, vivi e morti in quel luogo coesistevano perfettamente. Nella necropoli musulmana del XIV secolo le tombe erano state trasformate in appartamenti dai vivi, pur accogliendo ancora le spoglie dei legittimi proprietari. Oscar sentì distendersi il respiro nella visione delle viuzze sterrate che si rincorrevano come una ragnatela. Per strada c’erano solo panni stesi e bambini che giocavano.

E’ inquietante ed affascinate allo stesso tempo – commentò il professor Wilde mentre continuava a guardarsi intorno.

E’ l’effetto che dà il miscuglio tra vita e morte. Un tempo qui trovava solo le tombe degli sceicchi sufi, di mistici musulmani e reali mamelucchi. Poi il cimitero si è aperto a tutti, fino a quando non sono arrivati i senza tetto dalle campagne. Vista la penuria degli alloggi hanno ritenuto comodo sfruttare questo luogo –

Se non erro le tombe sono vere e proprie abitazioni, con vari ambienti – Oscar cercò di immaginarne l’ampiezza osservando i muri esterni delle costruzioni.

Alcune sono dei veri palazzi. Le stanze accoglievano i familiari che venivano a far visita al defunto. Oggi invece appartengono a chi non ha più nulla. I becchini contribuirono ad assegnare le tombe abbandonate dalla discendenza, ed ora qui sono loro la classe più agiata. Il cimitero conta circa 15 mila persone, vive naturalmente. Impiegati, lavoratori giornalieri, piccoli commercianti ed artigiani che hanno messo su dei laboratori in piccolo -

La jeep di Rosmary procedeva a passo d’uomo, bisognava cominciare a chiedere informazioni sul vecchio Mikah. Oscar ne approfittò per osservare più minuziosamente l’ambiente. Accanto ai minareti delle tombe erano state erette delle casupole di fango. C’era persino un ufficio postale ed un commissariato. Un gruppetto di bambini stava giocando a piedi nudi sulla strada sterrata. Il gioco era incomprensibile, ma avevano l’aria di divertirsi nonostante il caldo infernale che li costringeva ad asciugarsi continuamente il sudore della fronte con il dorso della mano. Gli adulti si intravedevano dalle porte lasciate aperte degli strani alloggi sistemati a bottega, ed i loro sguardi furono catalizzati dalla presenza del trio che viaggiava a bordo della jeep.

Namir fece segno a Rosmary di fermarsi, e la donna eseguì. A poca distanza da loro c’era il gruppo di ragazzini che continuava a giocare, furono distolti dai loro affari dalla presenza degli intrusi. Namir tirò fuori dalla tasca dei dolci al miele e li sporse dal finestrino sventolandoli davanti agli occhi dei quattro ragazzini. Era l’unica possibilità di convincerli ad avvicinarsi e soprattutto a parlare. Sarebbe stato inutile chiedere informazioni ad un adulto, chi arrivava dal mondo esterno non era ben visto. I bambini costituivano l’unica speranza di sapere, anche perché erano sempre per strada e vedevano ogni movimento. I dolci al miele furono un ottimo richiamo. Si avvicinarono lentamente alla jeep, cercando di studiare le intenzioni degli intrusi. Namir si sporse di più fuori dal finestrino, protendendo fino a quasi farsi male le mani che stringevano i dolci. Il più grande dei quattro afferrò velocemente il bottino, i suoi occhi brillarono tradendo l’emozione di chi non vedeva un vero pasto da tempo. Gli altri tre si scagliarono sul compagno strappandogli dalle mani quanto più poterono.

Non c’è bisogno di litigare – gridò Namir – Ne ho altri – mostrò una busta trasparente gonfia di biscotti.

Gli occhi dei quattro si illuminarono. Nessuno di loro aveva ancora parlato, restavano in silenzio diffidenti a guardare.

Ho solo bisogno del vostro aiuto, mi basta una informazione e poi vi consegno tutta la busta – gli mostrò meglio il sacchetto – Indicatemi dove si trova Mikah, lo conoscete il vecchio Mikah, vero? –

I ragazzini continuarono a tacere. Poi i tre più grandi si voltarono, dando le spalle agli intrusi, e si diressero verso il luogo in cui prima erano stati interrotti. Il loro rifiuto era inequivocabile. Il più piccolo restò invece a fissare ancora Namir con i biscotti in mano. Il ragazzino pensò per qualche istante, il viso era così sporco di polvere che non si intravedevano quasi i lineamenti gentili. Soppesò velocemente l’intera situazione, si voltò a guardare i compagni che avevano ripreso a giocare e che non si erano accorti ancora della sua assenza, o almeno così davano a vedere. La fame era in agguato e gli invase completamente la mente. Scattò veloce sulle gambe sottili e raggiunse la jeep, strappò dalle mani di Namir la busta ed allo stesso tempo avvicinò la bocca all’orecchio del ragazzo – La casa di fango dietro la cupola verde – fu un soffio sottile a colpire l’orecchio di Namir, ma il messaggio arrivò netto.

Il piccolo scappò via lasciandosi alle spalle una scia di polvere. Oscar, che aveva osservato attentamente tutta la scena, era curioso di sapere se il ragazzino avrebbe tenuto per sé la ricompensa o se l’avrebbe divisa con i compagni, ma Namir invitò Rosmary a ripartire con la jeep ed Oscar non riuscì a vedere più il gruppetto.

Dobbiamo oltrepassare quella cupola verde – il ragazzo indicò con la mano il punto preciso dove dovevano dirigersi.

Mentre l’automobile procedeva per la strada tutti si voltavano a guardarli, una jeep di quel genere ed un professore che indossava un abbigliamento curato nei minimi particolari li faceva apparire nella Città dei morti come un cavolo a merenda. La polvere fumosa si sollevava alle loro spalle, mentre la cupola verde si stagliava netta dal resto delle costruzioni. Una volta che l’ebbero superata apparve un conglomerato di case di mattoni e fango, in una di quelle stamberghe alloggiava lo sciamano.

Conoscete il viso dell’uomo che stiamo cercando? – si informò Oscar.

L’ho visto solo un paio di volte, ma riuscirei a riconoscerlo se lo avessi davanti – lo rassicurò Rosmary.

Mikah è un uomo che non passa certo inosservato – aggiunse Namir – ha un carisma da cui è difficile uscire indenni -

In che senso? – si incuriosì Wilde.

Veste come un antico egizio ed ha un aspetto regale. Il suo sguardo riesce a trapassarti ed ha il fascino della conoscenza, il sapere della notte dei tempi. Io l’ho visto solo una volta, ma lo ricordo come se lo avessi ancora adesso davanti agli occhi –

Parcheggiarono l’auto in uno dei viottoli e si incamminarono in fila indiana sul selciato. Sbirciarono attraverso una porta aperta. Un mercante di stoffa stava comodamente sdraiato sui rotoli colorati di cotone e sonnecchiava in attesa che arrivassero avventori.

Mikah … dove posso trovare Mikah? – Rosmary bussò decisa sul battente della porta aperta per destare dal torpore il commerciante.

Non lo so, chiedete più in là – l’uomo richiuse gli occhi e ignorò i tre visitatori.

La loro presenza non gli interessava visto che non si trovavano lì per guardare la sua merce. La strada era quasi deserta e le case di mattoni erano così accatastate l’una sull’altra che bussare ad ogni porta avrebbe comportato ore di lavoro. Un ragazzino sui tredici anni stava seduto sui gradini d’ingresso di una stamberga rinforzata da fogli di lamiera. Giocava con delle pietre e sembrava non fare attenzione ai tre che si aggiravano nei vicoli. La sua era una farsa., ad averne la certezza era Oscar. L’aveva notato a pochi metri da loro mentre Rosmary chiedeva al bottegaio notizie del kemita. Quando l’archeologa aveva pronunciato il nome di Mikah il ragazzo aveva avuto un sussulto. Oscar l’aveva osservato mentre si spostava con discrezione man mano che loro si inoltravano in mezzo alle casupole.

Ciao, sono Oscar Wilde – l’antropologo raggiunse di soppiatto il ragazzino e lo colse di sorpresa.

Il tredicenne si ritrasse con l’espressione di chi si sentiva preso in trappola.

Non voglio farti del male – lo rassicurò Wilde – ho solo bisogno di un’informazione. Riesci a capire la mia lingua? –

Il piccolo egiziano annuì.

- Sono uno studioso di cose antiche e devo parlare con Mikah, sai dove abita? –

Il ragazzo alzò gli occhi da terra ed osservò per lunghi istanti Oscar, poi si voltò a guardare Namir e Rosmary, cercava di capire se si potesse davvero fidare di loro, e soprattutto se fossero i visitatori che il vecchio aveva previsto sarebbero arrivati a cercare aiuto. Gli archeologi venivano spesso nella Città dei morti a cercare Mikah, ma si trattava in genere di studiosi che inseguivano teorie in controtendenza alla tradizione, e che speravano di trovare una chiave di lettura nello sciamano. Mai nessuno di loro era riuscito ad aprire la porta della conoscenza, nonostante il vecchio avesse indicato la strada. A sciogliere i suoi dubbi fu il viso di Rosmary, aveva visto diverse volte sui giornali ed in tv la dottoressa Duval. Gli piaceva e sentiva di potersi fidare di lei nonostante facesse parte del gruppo dell’Egyptian Museum, alle dipendenze del soprintendente Alì Hassan, che in più di un’occasione aveva dato del pazzo allucinato a Mikah ed alle verità che rivelava sulla sua antica gente.

Hassan era un tradizionalista conservatore, odiava e respingeva a priori tutte le teorie che retrodatavano la civiltà egizia a tempi assai più remoti rispetto all’età canonica. Il suo fine era quello di mantenere l’ordine costituito, indipendentemente se fosse giusto o sbagliato. Ma Rosmary restava pur tuttavia una donna, e Namir sembrava in ansia come se trovare il vecchio fosse una questione di vita o di morte, sicché a far prendere al ragazzo la decisione di parlare fu Oscar. L’antropologo gli piaceva, sembrava un uomo sveglio e in gamba, un tipo a posto.

Omar alzò il braccio ed indicò con il dito – E’ di là, alla quinta porta –

Quando i tre si avviarono nella direzione che gli era stata indicata, Omar li seguì a breve distanza. Doveva vigilare sullo sciamano, questo era il suo compito. Se qualcuno avesse cercato di fargli del male, avrebbe urlato a squarciagola e la Città dei morti si sarebbe svegliata.

Rosmary bussò alla porta, ma non rispose nessuno. Quando poggiò la mano sulla maniglia l’anta si aprì da sola. Si affacciò sull’uscio, dentro tutto era avvolto dalla penombra. Si inoltrarono tutti e tre oltre la soglia, l’ambiente era piccolo ed impregnato dal tanfo della polvere. Sulla parete accanto all’ingresso era appoggiata quella che un tempo era stata una credenza. Solo dopo che gli occhi si furono abituati alla penombra si resero conto che al centro della stanza, a gambe incrociate su un vecchio ed unto tappeto, c’era un uomo che stava recitando una nenia a denti stretti.

Mikah – il nome uscì come un soffio dalle labbra di Rosmary.

Il vecchio aprì gli occhi uscendo dalla contemplazione mentale, non disse nulla, ma il suo silenzio era un invito ad entrare per gli ospiti. Nella stanza si avvertiva una forte umidità nonostante all’esterno l’aria ribollisse per il calore, e un odore rancido, come di cibo andato a male. Sull’apertura che fungeva da finestra era calata una garza di lino spessa, che lasciava passare l’aria ma sbarrava l’accesso agli insetti. Rosmary non sapeva in che maniera dovesse rivolgersi allo sciamano. Le veniva in mente la parola maestro, ma di che cosa? Decise di evitare ogni formula e di arrivare direttamente al sodo senza troppi convenevoli.

Abbiamo necessità di parlarle … – pronunciò la frase titubante, ma l’uomo le fece cenno di avvicinarsi a lui con la mano. Quando la donna lo raggiunse il suo viso non fu in penombra, la luce che entrava dalla finestrella le si posò addosso e Mickah potè ammirarne i lineamenti. Ebbe un sussulto – Neter – sorrise nel vedere il viso di Mer e lo splendore del suo sigillo che le brillava al collo.

Nel sentirsi chiamare regina in antico egiziano anche l’archeologa ebbe un momento di sbandamento, era come se i sogni delle notti precedenti stessero facendo un balzo nella realtà. A distoglierla da questi pensieri arrivò Oscar alle sue spalle, e il kemita vide anche lui con piacere, parlò prima che loro potessero dirgli qualsiasi cosa.

Vi stavo aspettando, il momento è vicino, non dovete indugiare –

Oscar lanciò uno sguardo a Rosmary, non sapeva se quelle affermazioni fossero l’ennesimo presagio di un dramma imminente o se si trovassero semplicemente al cospetto di un vecchio pazzo piuttosto che di un saggio sciamano. L’archeologa lo ignorò, estrasse dalla tasca la velina con il calco delle incisioni e si inginocchiò sul pavimento per mostrala a Mikah.

Questa è la storia – disse il vecchio guardando i disegni e senza che la donna gli avesse fatto alcuna domanda – Ma non vi serve ora. Dovete trovare la chiave che apre la porta nella sabbia, e prima di allora dovrete trovare le parole di Ariel –

Non capisco – Rosmary si sentiva frastornata. Sentiva che Mikah aveva iniziato ad illuminare la strada, ma vedeva diverse direzioni.

Mi perdoni, ma se non ci spiega bene ciò di cui parla ci metteremo troppo tempo ad aprire la porta – Oscar intervenne spazientito, parlare con un visionario non lo entusiasmava. Si avvicinò di più al vecchio e la luce della finestra arrivò vivace anche su di lui, così Mikah vide il volto del gran sacerdote.

E’ tempo, ogni cosa verrà da sé – sentenziò lo sciamano. Tu vuoi sapere senza cercare. Così sia. La porta custodisce il mondo prima del mondo, l’origine che porta a Kemet ed il grande Egitto che ne assunse la potenza. Pochi conoscevano la porta, anche il re la ignorava, solo l’ordine aveva il diritto di conoscenza, ma Ariel, il principe ebreo, riuscì a seguire il gran maestro e la sua curiosità lo portò alla fonte della conoscenza. Seguì il maestro nell’ombra e fu illuminato dalla verità mentre la porta si apriva. Scrisse per il mondo quel che sino ad allora era stata solo parola perché potesse preservare un tempo futuro. Quel tempo è giunto. Cercate il papiro prima del solstizio di primavera e la porta si aprirà. Noi vigiliamo, fermeremo il male finché sarà possibile. Ma non c’è troppo tempo –

Un papiro, dobbiamo cercare un papiro. Ce ne sono migliaia – Oscar era sconfortato.

Non è qui – il pensiero del vecchio volava lontano – E’ al di là del mare, nella casa dei cristiani, nel cuore della Chiesa di Roma. E’ lì che dovete cercare Ariel –

Non lo troveremo mai – Wilde continuava a sentirsi inquieto.

Prova ad ascoltare la tua fede – lo ammonì Mikah – allontana le passioni dall’animo, la strada la troverai dentro di te. Ora vi chiedo di andare, devo riprendere il mio compito, la congiuntura delle menti è l’unico scudo che abbiamo sino al compimento della vostra missione – l’uomo tornò a chiudere gli occhi e fu come se il suo essere si staccasse dal corpo.

Rosmary fece segno ad Oscar di seguirla, e in un attimo furono fuori dalla capanna. Per tutto il tempo Namir era rimasto in silenzio, tanto che Wilde e l’archeologa si erano quasi dimenticati che ci fosse. Omar stava davanti all’uscio e quando Rosmary uscì per prima all’aria afosa di mezzogiorno, riemergendo dalla penombra della stanza di mattoni e fango, il ragazzo le rivolse un sorriso ed un leggero inchino, nell’atto di chi saluta un simulacro dopo la preghiera. La donna non volle indugiare sul perché del gesto, ma quel saluto risvegliò tutta la sua inquietudine, temette che passato e presente stessero per scontrarsi con un impatto violento. L’afa era insopportabile e rendeva l’aspetto della città di tombe ancora più spettrale. Non c’erano rumori, nulla si muoveva, fatta eccezione per i panni stesi al sole rovente. Raggiunsero velocemente la jeep e si diressero verso l’Egyptian Museum, lasciandosi dietro la polvere.

Mezzogiorno era passato da un pezzo, il tragitto in auto fu silenzioso. Namir, che per tutta la permanenza nella dimora del kemita non aveva proferito parola, chiese a Rosmary di accostare, stavano costeggiando i giardini a due passi dal museo.

Dimenticavo di avere un impegno, non verrò con voi al museo – sembrava con la mente altrove – devo sbrigare alcune faccende nella bottega di mio zio, glielo avevo promesso –

Proprio oggi! – Rosmary era sconcertata. L’entusiasmo di Namir per la ricerca e le nuove scoperte normalmente non riusciva ed essere offuscato da nulla – Non ti interessa quello che potrebbe venire fuori? –

Certo che mi interessa, ma in ogni caso oggi non sapremo altro. Non credo che si possa andare avanti prima di aver trovato il papiro di Ariel – sentenziò uscendo dalla vettura – Ci vediamo più tardi, così mi aggiornerete – sorrise lievemente e si avviò lungo una strada secondaria.

La visita a Mikah deve averlo impressionato – disse ad alta voce Rosmary mentre riprendeva la marcia.
Il led rosso della segreteria telefonica lampeggiava, qualcuno aveva lasciato un messaggio. Francesco Valdi si rianimò quando la voce di Oscar incisa sul nastro risuonò nella stanza. Il messaggio risaliva a più di 24 ore prima, il suo ragazzo era tornato in Egitto. Doveva rintracciarlo al più presto per dirgli che erano tutti in pericolo. Probabilmente Oscar non gli avrebbe nemmeno creduto, perché quello che doveva dirgli sembrava più la trama di un film di fantascienza. Negli ultimi due giorni per il dottor Valdi era stato come vivere l’esistenza di qualcun altro. Si era visto sottrarre in un attimo gli studi condotti durante tutta una vita. La situazione era critica, anche se le navi che si erano schierate di fronte al pianeta erano ormai immobili da giorni. Nessun segno di vita da parte degli ospiti se non il fatto che il campo magnetico che generavano disturbavano le comunicazioni ed avevano fatto sollevare la temperatura di 12 gradi rispetto al normale. Ma a disturbare a sua volta il campo magnetico da cui era investita la Terra arrivava ad intervalli una strana forza. Il dottor Valdi era convinto che il pianeta stesse reagendo a quella che sembrava un’invasione in piena regola. Il Pentagono aveva preso in mano la situazione, e gli uomini del generale avevano spodestato gli addetti ai lavori del Johnson Space Center. L’astrofisico si era visto sottrarre le apparecchiature, i dati e tutti i suoi appunti. Quanto stava accadendo sconvolgeva tutti, ma era un’eventualità che chi sapeva avrebbe dovuto prevedere. Era una situazione che doveva accadere prima o poi. Valdi ignorava quali fossero le reali intenzioni di Condor, ma visto come stavano procedendo le cose di sicuro non promettevano nulla di buono.

Francesco aveva vagato per Houston per l’intera giornata. Si era alzato alle sei come al solito, anche se non doveva andare al centro spaziale, il generale aveva dato disposizioni precise, l’intera faccenda passava nella sue mani ed in quelle dei suoi uomini. I tecnici del Pentagono avevano soppiantato in una sola giornata gli studiosi del Johnson Space Center. Francesco era riuscito a bloccare la sua rabbia una volta che aveva riflettuto meglio su quanto stava accadendo. Lontano dallo sguardo rapace del generale avrebbe potuto lavorare più liberamente. Certo gli sembrava strano che Condor avesse lasciato che tutti loro si allontanassero liberamente, senza alcuna precauzione, dal centro spaziale. In altre occasioni, assai meno gravi, i militari avevano messo in quarantena i tecnici informati sui fatti per evitare fughe di notizie. Ora invece tutti se ne potevano stare tranquillamente a casa senza che Condor li avesse messi prima in condizioni di non poter rivelare quanto stava accadendo. Valdi sapeva che il trucco c’era da qualche parte, ma al momento non riusciva ancora a vederlo. Adesso aveva solo voglia di parlare con suo figlio. Alzò il ricevitore del telefono, avrebbe provato a rintracciarlo sul cellulare, così come lui gli aveva raccomandato, ma un attimo dopo si bloccò. Smontò la cornetta dell’apparecchio e constatò che l’intuizione che aveva avuto non era errata. La cimice era stata posizionata con cura, era uno degli ultimi ritrovati elettronici, talmente piccola che solo un occhio esperto avrebbe potuto individuarla. Lasciò la microspia al suo posto, così non li avrebbe messi in allarme ed evitava di trovarseli alle calcagna in un battibaleno. Cancellò il messaggio di Oscar dalla segreteria, lo avrebbe chiamato da una cabina telefonica perché anche il cellulare sicuramente era sotto controllo. Raccolse tutti gli spiccioli che riuscì a trovare in casa ed uscì in strada. L’aria era irreale e il caldo insopportabile. Le strade erano deserte perché la gente cercava refrigerio negli ambienti chiusi e climatizzati. La cabina telefonica non era distante, Francesco si guardò più volte alle spalle nel timore che qualcuno lo stesse seguendo, l’ultima cosa che voleva era mettere il figlio in pericolo, ma doveva contattarlo a tutti i costi. Valdi dovette comporre cinque volte il numero di cellulare di Oscar prima di riuscire a prendere la linea, ma la vocina della compagnia telefonica gli comunicò che l’utente era irraggiungibile.

Non gli restò che lasciare un messaggio sulla segreteria – Oscar sono papà. Non chiamarmi a casa e nemmeno sul telefonino. Mi farò sentire io. Qui la situazione sta precipitando, aspetto qualche giorno ancora per vedere gli sviluppi e poi ti raggiungo. Resta al Cairo se puoi. A presto ragazzo –

Valdi si incamminò verso casa, aveva appena imboccato il viottolo che conduceva alla piccola abitazione a due piani in cui viveva, quando notò un uomo indaffarato a smuovere la terra dalle aiuole di una villetta vuota sino a due giorni prima. Un temerario che sfidava la canicola calata all’improvviso su Houston. Quelle scene Francesco le conosceva bene, ed era certo che durante la settimana nessuno avesse traslocato in quella villa. Di fronte a casa sua, circa una ventina di metri più in là, era parcheggiato un furgoncino bianco, non aveva insegne pubblicitarie, ma l’antenna che sbucava dal tetto non lasciava spazio a dubbi. Non era solo, doveva muoversi con estrema prudenza. Sarebbe rimasto tranquillo per qualche giorno, giusto il tempo di organizzarsi per poi sparire dando il meno possibile nell’occhio. Sperava soltanto che gli oggetti volanti schierati di fronte all’orbita terrestre non mettessero in atto nell’immediato alcun colpo di scena. Il pensiero di essere all’oscuro degli sviluppi e di non poter controllare la situazione al centro Nasa lo faceva impazzire. Erano tutti in pericolo, e quei gradassi dei servizi segreti e del Pentagono stavano giocando come al solito a nascondino. Ma questa volta non era come tutte le altre, Francesco lo sapeva. Non sarebbero serviti a nulla i giochi di prestigio della Cia, la forza dei visitatori era diversa. Niente armi, né esplosioni, stavano agendo con un potente campo magnetico sull’equilibrio terrestre e sulle leggi della natura. Il pianeta però sembrava stesse rispondendo all’attacco, anche se Valdi non sapeva in che maniera, visto che non era opera delle forze militari terrestri. L’energia inviata dalle navi spaziali trovava ad ostacolarla come una specie di scudo, non così forte da respingerla totalmente, ma sufficiente a disperderla in gran parte, evitando il collasso della popolazione del pianeta. Doveva approfittare della tregua per muoversi, raggiungere Oscar era la priorità. Era sicuro che insieme avrebbero avuto l’intuizione giusta per fronteggiare la situazione. Le armi convenzionali non avrebbero potuto avere alcun successo, erano un’illusione di cui si potevano cibare solo i militari e gli uomini del governo. Era la scienza l’unica via di fuga, ma forse anche un po’ di fede non avrebbe guastato.
Ramses era appollaiato sulla cima dell’armadietto di metallo nello studio di Rosmary. Il suo pelo rosso era più vaporoso del solito e il colore era più intenso, era come se si stesse per accendere da un momento all’altro, pensò Oscar mentre lo ammirava seduto nella stanza.

E’ un nome importante per un piccolo felino – commentò mentre Rosmary sistemava le carte per organizzare la ricerca.

Ramses non è affatto un piccolo felino, Wilde. Lei non ha ancora avuto il piacere di vederlo contrariato, è in grado di trasformarsi in un leone. In realtà è lui il padrone di questo museo. E’ il suo regno. Non lo prenda troppo in giro, potrebbe pentirsene prima o poi – commentò ironica la donna.

Effettivamente non ispira molta fiducia, non le si è nemmeno avvicinato a fare le fusa –

Ramses non è un gatto che si prodiga in smancerie, la sue fusa sono centellinate e non arrivano mai in presenza di estranei. Se sarà in grado di rispettarlo lui la rispetterà, ed anche di più – Rosmary fece segno ad Oscar di avvicinarsi alla scrivania.

La velina con il calco delle incisioni era perfettamente stesa sul piano ed accanto ad essa l’archeologa aveva sistemato una piantina della piana di Giza con i ritrovamenti più rilevanti effettuati. La presenza più massiccia di mastabe destinate ad accogliere i resti di antichi notabili era attestata sul lato ovest della piramide dicata a Cheope. Ma quella che Rosmary aveva da poco riportato alla luce, insieme alla stele, che evidentemente le apparteneva, si trovava in un’area a sud-est della sfinge e a sud di Heit El Ghorab, il muro del corvo, ad una certa distanza dalla necropoli occupata dai costruttori delle piramidi, ma comunque in un luogo in cui non era mai stata attestata la presenza di alcun altro esponente dell’antica nobiltà egizia. L’unica spiegazione che l’archeologa aveva potuto dare all’inusuale sistemazione era che l’ospite della mastaba avesse voluto farsi seppellire il più vicino possibile al gigante di pietra.

– Allora Wide, le viene in mente qualcosa? Le parole di Mikah possono avere un collegamento con Giza? –

Se sta parlando di un’ispirazione purtroppo devo deluderla. Non so proprio da dove iniziare. L’unica cosa di cui sono convinto è che la soluzione non sia su questo tavolo. Crede davvero alle parole del kemita? A me sono sembrate a tratti il vaneggiamento di un vecchio visionario. Se davvero conosce la strada da seguire, per quale motivo ci costringe a fare la caccia al tesoro? Dice di fare presto perché il tempo che resta è poco, e lui si limita a fornirci dei messaggi sibillini? Ma le sembra logico dottoressa Duval? –

Anche questo è vero, ma … ho osservato la sua espressione mentre parlava, era come se ci conoscesse entrambe, come se sapesse in anticipo che saremmo andati a trovarlo. Credeva fortemente in quello che ci rivelava ed i suoi occhi non erano affatto quelli di un pazzo. Ritengo che sia importante fare un tentativo, anche perché non abbiamo alternative in questo momento, mancano appena dieci giorni al solstizio –

Già, non c’è scelta. D’accordo, cercherò di mettere da parte il mio scetticismo, almeno per il momento – si arrese.

Concentriamoci sugli elementi che lo sciamano ci ha fornito: la Chiesa di Roma custodisce la chiave per aprire la porta nella sabbia, e la chiave è un papiro, il papiro di Ariel. Sarà quel testo a chiarirci le idee –

Sempre se quel documento esiste – i dubbi di Oscar smorzarono l’entusiasmo della donna – io non ho mai sentito parlare di un papiro che portasse quel nome, il vecchio potrebbe anche averci preso in giro –

No, era troppo sicuro. Le ripeto, sono convinta che dobbiamo fidarci di lui. Wilde lei ha vissuto tutta la prima parte della sua vita a Roma, è possibile che non le venga in mente niente? –

Sarebbe bello capire se il vecchio intendesse una chiesa qualsiasi che sorge nella capitale d’Italia, e le assicuro che sono davvero tante, o se si riferisse allo Stato Vaticano. Nella seconda ipotesi l’impresa di trovare il papiro si rivelerebbe disperata. Potremmo metterci mesi, anche anni, prima di approdare a qualcosa, e, a quanto pare, il tempo stringe –

Possibile che non conosca nessuno che ci possa aiutare, Wilde? – Rosmary lo stava scongiurando – E’ un italiano, deve pur avere qualche contatto a Roma –

Forse una possibilità ci sarebbe – Oscar stava pensando al suo insegnante di storia al liceo. Era un frate – Solo uno studioso di cristianità può saperne qualcosa. Ci vuole qualcuno che abbia familiarità con gli ambienti vaticani. Se il vecchio non delira e Roma conserva ancora oggi quel papiro, la questione è assai più seria di quanto immaginiamo –

Non mi spaventi Wilde, abbiamo così tanto lavoro da fare e non vorrei scoraggiarmi all’inizio –

Era solo una considerazione dottoressa. La Chiesa di Roma conserva solo ciò che può nuocere all’ordine del mondo che ha costituito nel corso dei secoli, cosa che farebbe vacillare il suo potere terreno. E’ un processo logico assai strano, perché molto di quanto potrebbe essere per lei pericoloso non lo distrugge, ma lo conserva nell’eventualità che un tempo possa ritornarle utile. Forse è una maniera per non dimenticare la verità che talvolta è costretta a celare per evitare danni. E’ quanto accadeva del resto anche nell’antico Egitto, la casta sacerdotale deteneva la conoscenza della verità assoluta, delle leggi che regolano l’equilibrio dell’universo. La classe ecclesiale cattolica credo che rispecchi questa tendenza, conserva il ricordo della verità purché non la conosca il resto del mondo, nel timore che finendo nelle mani sbagliate possa causare la distruzione dello sesso genere umano –

Quindi dobbiamo cercare qualcuno che viva all’interno degli ambienti vaticani –

Meglio fare affidamento su chi li conosce semplicemente e li frequenta sporadicamente. Se trovassimo qualcuno troppo omologato con l’ambiente non caveremmo un ragno dal buco –

E allora che facciamo? –

Abbiamo solo una carta da giocare, e potrebbe essere quella giusta. E’ una persona che stimo ed a cui farà piacere rivedermi dopo un po’ di anni –

Lo contatti subito, cosa sta aspettando? –

Dubito di riuscire a rintracciarlo a quest’ora, lo farò domani mattina negli orari in cui fa lezione al liceo. Telefonargli a scuola è la maniera più sicura per raggiungerlo –

Lo scricchiolio della porta dello studio interruppe il discorso tra Oscar e Rosmary. Si irrigidirono entrambi, il loro pensiero andò immediatamente agli strani fatti degli ultimi giorni, la situazione stava prendendo una strana piega ed ignoravano ancora chi fosse il nemico in agguato. Wilde andò a controllare, mentre l’archeologa alzò lo sguardo ed osservò Ramses. L’animale era ritto sulle zampe in cima all’armadietto. La punta della coda si muoveva a destra ed a sinistra, sinuosa come un serpente a sonagli, ed i suoi occhi verdi fissavano l’ingresso della stanza verso cui Oscar si stava precipitando. Nel corridoio non c’era nessuno quando Wilde si affacciò sull’uscio, gli parve di vedere solamente un’ombra che si dileguava tra le scale. Se qualcuno si era appostato dietro la porta ormai era impossibile raggiungerlo, così Wilde fece dietro front.

Chi c’era? – Rosmary sembrò delusa nel veder ritornare Oscar con aria inespressiva, per un attimo aveva sperato che l’antropologo riuscisse ad acciuffare la talpa.

Era convinta che si trattasse della stessa persona che da qualche tempo andava a rovistare nello studio durante la sua assenza. Lei lasciava le sue cose in un ordine quasi maniacale, sicché anche se qualcuno, dopo aver rovistato, avesse cercato di rimettere gli oggetti nella stessa maniera in cui erano stati riposti, non sarebbe mai stato in grado di riprodurre perfettamente l’ordine mentale di Rosmary. La situazione sembrava essere tornata alla normalità solo da 24 ore, dopo che l’archeologa, ancora scossa dal furto di due settimane prima, aveva fatto installare una telecamera di sorveglianza fuori e dentro lo studio.

Sono riuscito ad intravedere solo un’ombra, se c’era qualcuno è riuscito a fuggire – disse Oscar mentre tornava a sedersi.

E’ da un po’ di giorni che mi sembra di essere spiata. Forse sono paranoica, non so, forse è un timore che vivo a causa del furto della stele, ma sta di fatto che mi sento pedinata, ed ho quasi la certezza che qualcuno venga regolarmente a rovistare qui nel mio studio quando non ci sono –

Potrebbe non trattarsi affatto di paranoia, dottoressa Duval – Oscar pensò alla situazione irreale che aveva vissuto durante il convegno al Riz, ma un attimo dopo nella mente cominciò ad aleggiare la figura di Namir – Talvolta le persone che ci sono più vicine si rivelano meno affidabili di quel che pensiamo. Ad esempio, il ragazzo che si porta dietro, lo conosce davvero bene? Il suo comportamento di oggi mi sembrava ambiguo ed imbarazzato –

Chi Namir? – Rosmary guardò Oscar con l’aria di chi aveva appena ascoltato una bestemmia – Quel ragazzo è come se fosse mio fratello, l’ho praticamente cresciuto. Non potrebbe nuocermi in alcun modo. E’ l’ultima persona di cui dovrei preoccuparmi –

Forse mi sbaglio, forse sono solamente prevenuto, ma il suo Namir, dottoressa, questa mattina aveva l’aria di chi nasconde un segreto. Io le consiglierei invece di stare attenta. Valuti ogni particolare, ogni parola, ogni singola mossa che il ragazzo ha compiuto negli ultimi tempi. E’ proprio certa della sua fedeltà? – Oscar attese una risposta mentre il volto della donna si tingeva di un’espressione cupa e addolorata.

Certo che ne sono sicura – ma il tono della sua voce non era convincente.

Rosmary cominciò ad esaminare velocemente nella mente quei particolari su cui Wilde le aveva chiesto di concentrarsi. Namir effettivamente negli ultimi giorni aveva un comportamento strano. Per la prima volta portava sul corpo i segni della furia di Ramses. Non era mai accaduto, lui era l’unico che riusciva ad avvicinarlo ed a ricevere tutta la dolcezza di cui il gatto era capace. Ma era anche vero che il piccolo felino negli ultimi tempi era più irrequieto del solito, poteva averlo graffiato senza alcun reale motivo. Poi pensò all’inusuale silenzio di Namir durante la visita alla Città dei morti, ed all sua assurda decisione di non seguirli al Museo sulla strada del ritorno. Normalmente avrebbe fatto il diavolo a quattro pur di partecipare alla discussione che sarebbe nata dopo la visita al kemita, invece aveva chiesto di scendere dalla jeep per andare a lavorare nella bottega dello zio, in mezzo ad una miriade di anticaglie ed oggetti inutili, amati solo dai turisti che li acquistavano come souvenir. Era un’occupazione che aveva sempre odiato, e che svolgeva solo quando non poteva proprio sottrarsi all’incombenza, e soprattutto quando sapeva di non sottrarre tempo allo studio ed alla speculazione della ricerca. L’incontro con Mikah era un evento troppo ghiotto per la sua curiosità, era assurdo che avesse scelto di allontanarsi. Rosmary continuava a rimuginare sull’accaduto e i dubbi che Oscar aveva sollevato cominciarono a farsi strada dentro di lei. Si sentiva in colpa solo al pensiero che la stesse sfiorando l’idea di un tradimento da parte del ragazzo. Namir non sarebbe mai stato capace di deluderla così deliberatamente o di farle del male, ne era convinta, ma restava il fatto che negli ultimi tempi era cambiato e stava assumendo degli strani comportamenti.

Spero che si sia resa conto che questa vicenda sta assumendo dei contorni oscuri – Wilde strappò l’archeologa dai pensieri in cui stava naufragando – Potrebbe diventare anche pericolosa. La sera del convegno … – Oscar si trattenne ancora una volta dal raccontare alla donna quanto era accaduto a Washington e le sensazioni angoscianti che aveva provato.

Gli sovvenne l’idea che qualcuno potesse ascoltarli, o almeno era evidente che qualcuno avesse cercato di farlo qualche minuto prima. Si sentiva uno stupido a non averci pensato in anticipo, era un’eventualità prevedibile, visti gli avvenimenti degli ultimi tempi. Sperò solo che chiunque si fosse appostato fuori dallo studio della Duval non avesse ascoltato completamente i loro discorsi, o per lo meno che non li avesse compresi sino in fondo, altrimenti avrebbero perso il loro vantaggio sugli avversari. Certo era che se il nemico era costretto a servirsi di spie appostate dietro le porte non aveva piazzato microfoni all’interno degli ambienti, il che rincuorò Wilde perché la struttura dei muri dello studio di Rosmary era tale da non lasciare trapelare molto i suoni all’esterno. Ma nella stanza c’era una telecamera, quella che l’archeologa aveva fatto installare dopo il furto della stele dal suo armadietto, sicché qualcuno dalla sala di controllo aveva potuto osservarli, e magari leggere il labiale. Oscar però aveva dato per tutto il tempo le spalle alla telecamera, così chiunque stesse guardando di sicuro si era perso le sue parole. Restava solo l’incognita di Namir. Se il ragazzo era davvero una spia doveva aver spifferato già al suo capo la storia del papiro di Ariel, ma almeno ignorava il fatto che Oscar sapesse già a chi rivolgersi per avere informazioni utili. Il vantaggio quindi esisteva ancora, e dovevano essere prudenti, sarebbe stato meglio uscire al più presto dal museo per riuscire a parlare liberamente.

E’ ora di pranzo dottoressa Duval, che ne dice di andare a mettere qualcosa sotto i denti? – cercò di convincerla ad assecondarlo con un’espressione del viso, ma la donna rimase perplessa.

Le sembra il momento di andare a mangiare? Non abbiamo tempo da perdere –

Non riesco a pensare bene a stomaco vuoto – si alzò e prese con delicatezza la donna per un braccio perché lo seguisse – Per favore faccia come le dico – le sussurrò in un orecchio.

Lo sguardo di Rosmary si illuminò, finalmente aveva capito. Wilde si chiese se l’archeologa recitasse la parte o se fosse davvero ingenua come si mostrava in certe occasioni. Era una donna di grande intuito ed intelligenza, eppure certe volte le mancava quel senso pratico di cui invece diceva di andare fiera.

Ora che ci penso ho fame anch’io – rispose Rosmary, rimandando a Wilde uno sguardo di complicità.

Uscirono velocemente dalla stanza mentre Ramses restava in cima all’armadio a dominare la scena.

Mettigli qualcuno alle costole – Leo diede l’ordine perentorio a Gancio, che scomparve immediatamente per raggiungere i compagni ed informarli delle nuove disposizioni. Rowson sapeva di potersi fidare ciecamente di lui.

Il suo vero nome era Peter Rossetti, le origini italiane trasparivano dal carattere espansivo e servizievole. Riusciva a fare qualsiasi cosa all’occorrenza. Era diventato il Gancio negli anni dell’adolescenza trascorsi tra i vicoli del Bronx, dove a furia di cazzotti era riuscito a farsi un certo nome tra i teppistelli delle bande della zona. Era un picchiatore nato, qualcuno dell’ambiente aveva anche tentato di inserirlo nel giro della box, ma diventare un pugile non era mai stata una sua aspirazione. Sapeva come colpire per fare male subito e stordire l’avversario fino a lasciarlo privo di forze.

L’informatore non aveva potuto riferire molto a Rowson, le frasi che era riuscito a carpire appollaiato dietro la porta erano poche e frammentate. L’unica cosa che poteva affermare con certezza era che la Duval e l’americano erano sulle tracce di un papiro che doveva essere appartenuto ad un uomo di nome Ariel. L’industriale era furioso, aveva insistito più volte perché fossero sistemate delle cimici all’interno dello studio dell’archeologa, ma chi lavorava per lui non era ancora riuscito a trovare il momento giusto, l’installazione della telecamera adesso rendeva l’impresa ancora più difficile. C’era anche da appurare il motivo per cui i due studiosi avessero fatto tappa nella Città dei morti, chi li pedinava li aveva visti inoltrarsi nella terra di nessuno e restarci per quasi un’ora. Ma questo era un mistero che i suoi uomini avrebbero presto risolto, sapevano come far parlare la gente del posto.

Leo ed il suo staff si erano trasferiti al Cairo lo stesso giorno in cui Oscar aveva risposto alla richiesta d’aiuto di Rosmary ed era volato in Egitto. Olga era partita a malincuore insieme a lui con il jet della War Solution, Leo le aveva promesso che se ne sarebbe stata tranquilla in un albergo a sei stelle a trastullarsi tra massaggi e cure di bellezza. Stavano sorseggiando champagne quando arrivò l’ennesima telefonata, Wilde e la Duval avevano lasciato il museo ed erano usciti per strada.

Parlava solo di lavoro ed invece ora si diverte a fare il turista – c’era irritazione nella voce della fotomodella.

Ricordava tutte le volte che Oscar l’aveva lasciata interi fine settimana per portare avanti le sue ricerche di storia – Adesso trova anche il tempo di andare a pranzare … nel bel mezzo di una ricerca. Mi viene il voltastomaco. Che discorsi possono fare due così mentre mangiano? Mummie, bende ammuffite, cadaveri, tombe e scarafaggi, sembra un film dell’horror –

Sono scarabei quelli, cara, non scarafaggi. Dovrai farti passare la nausea, perché la Duval e Wilde sono gli unici che possono portarci la soluzione su un piatto d’argento – la zittì Leo. La raggiunse sul divano su cui era sdraiata e le accarezzò il collo e poi il seno – Anzi, dovresti cercare di accelerare i tempi … hai ragione, il nostro antropologo si perde in chiacchiere, evidentemente la dottoressa riesce a confondergli le idee –

Lasciami in pace – Olga si tolse di dosso le mani dell’industriale.

Odiava essere ripresa su quello che diceva, gli scarabei avevano la stessa forma degli scarafaggi, e poi c’era la rabbia che le montava dentro all’idea che Oscar mostrasse attenzione per un’altra. Non amava l’antropologo, ne era sicura, e del resto lui non aveva fatto molto per cambiare le cose. Però il fatto che una qualunque riuscisse ad animarlo più di lei, distraendolo persino dai suoi stramaledetti studi, la faceva andare in bestia. L’unica cosa di cui andava fiera era la propria femminilità, l’avvenenza, che le aveva permesso fino ad allora di condurre una vita fatta di agi e mondanità. Ora vedeva andare in frantumi tutto il suo potere per colpa di un topo di biblioteca. Non aveva mai visto in faccia Rosmary Duval, ma da quello che aveva sentito in giro non possedeva certo un fisico da passerella.

Bene, bene, sento un filo di rabbia, e forse anche di gelosia, nelle tue parole … cara – Leo sorrise sarcastico mentre riprendeva a palparle i piccoli seni.

Non dire sciocchezze – la donna allontanò ancora una volta dal suo corpo le mani di Leo, e si ritirò incupita in un angolo del divano – Se fosse come dici credi che sarei qui con te? – commentò con livore a denti stretti.

Non mi interessa quello che provi cara. Ma questa tua rabbia può tornarci utile. Devi tornare dal professore e tenerlo sotto controllo con le tue arti. Quelle che conosci bene … -

Ci sono i tuoi uomini a sorvegliare Oscar – l’arroganza di Leo la disgustava tanto che alcune volte arrivava a rimpiangere l’indifferenza dell’antropologo.

Olga assunse un’espressione di sfida sul viso, e forse fu quella a far scattare Rowson. Senza neanche fiatare Leo atteggiò la bocca in un ghigno beffardo e schiaffeggiò la donna così forte da stordirla e farle sanguinare le labbra. Lei restò senza fiato. Non era mai accaduto prima che Leo l’aggredisse con quella violenza. Sul momento pensò di reagire e graffiargli la faccia con le unghie, ma l’espressione di Rowson non prometteva nulla di buono. Trattenne le lacrime in gola mentre lo sguardo le si macchiava di odio.

Non fare l’idiota, i capricci non mi piacciono – la giustificazione costituiva per Leo un atto di scusa – Se vuoi il tuo oro devi sudartelo. Domani mattina ti presenterai al museo in cerca di Wilde, perché ti manca. Del resto avevi detto che l’avresti raggiunto qui al Cairo. I miei uomini seguiranno il professore a distanza, tu da vicino potrai controllare passo per passo ogni sua mossa –
Oscar e Rosmary camminavano spediti verso il Garden City. Il traffico imperversava con voci e rumori. Wilde a intervalli si guardava intorno con aria circospetta, due uomini erano alle loro spalle e li stavano seguendo a distanza. Per quanto cercassero di mescolarsi col resto della gente che camminava per strada all’ora di punta, erano talmente corpulenti che era impossibile non notarli, sembravano due elefanti che cercavano di nascondersi dietro il tronco di un pino.

Dove possiamo andare? – Oscar si rivolse all’archeologa che procedeva lungo la strada senza fiatare.

Non so, ha detto che voleva mangiare. Più avanti c’è un punto di ristoro. Ci possiamo fermare lì, io prenderò solo un caffè –

Facciamo ancora due passi, almeno per finire il nostro discorso in tranquillità. Se ci fermiamo qualcuno potrebbe ascoltare con più facilità –

Ma che dice Wilde? Non penserà che possono aver disseminato di microfoni tutto il Cairo –

No di certo, ma i due tipi che ci pedinano da quando abbiamo messo i piedi fuori dall’Egyptian Museum ci staranno ancora più incollati se dovessimo fermarci –

Quali tipi? – Fece per girarsi, ma l’antropologo la invitò a fare finta di nulla. Rosmary non si era affatto accorta di essere seguita.

Se fosse stata da sola probabilmente sarebbe stata più accorta, ma quando si trovava vicino ad Oscar Wilde lasciava cadere le sue armi di difesa. Era un sentimento ed un comportamento di se stessa che cominciava a renderla irrequieta. Si era giurata che non avrebbe mai fatto dipendere la sua vita da un uomo, ma con Wilde ogni suo proposito passato sembra essere destinato a finire alla malora.

Se vuole vederli deve girarsi con estrema disinvoltura – le consigliò l’antropologo.

Passandosi una mano tra i capelli Rosmary fece in modo che il fermaglio le scivolasse per terra. Si fermò e si girò a raccoglierlo girandosi indietro. Fu in quell’istante che volse lo sguardo sul tratto di strada che avevano appena percorso. Due uomini corpulenti stavano fermi una ventina di metri più in là e sembravano parlare tra loro, ma erano impacciati perché evidentemente erano stati colti di sorpresa dall’inaspettato arresto del cammino delle loro prede. Cercavano di assumere un atteggiamento naturale, come una faina colta dal padrone di casa mentre si stava avvicinando al pollaio. Quello più basso dei due Rosmary lo conosceva, aveva lavorato in passato nel corpo di guardie all’interno del museo.

Facciamo la prova del nove – disse la donna rimettendosi in cammino.

Quale prova? –

Torniamo indietro all’improvviso. Saranno costretti a farlo anche loro se davvero ci stanno seguendo. Prenderemo qualcosa da mangiare al volo a Midan el Tharir, c’è un self service –

Non sono molto convinto dell’efficacia di questa tattica, ma possiamo provarla e vedere cosa accade – Wilde rise di cuore mentre iniziava a mettere in scena la farsa – Mi regga il gioco – disse sottovoce a Rosmary – Allora dottoressa, mi vuol portare in capo al mondo per uno spuntino? Abbiamo da lavorare, non possiamo perdere troppo tempo – si voltò e prese sottobraccio l’archeologa che rispose al suo invito.

Ripercorsero la strada da cui erano venuti, mentre i due segugi, ancora una volta presi alla sprovvista, restarono bloccati l’uno accanto all’altro mentre Oscar e Rosmary andavano loro incontro. Furono costretti anche loro a voltarsi indietro, sicché alla fine furono seguiti dalle loro stesse prede.

Hanno un cervello inversamente proporzionale ai muscoli che sfoggiano – disse divertita l’archeologa – Potevano inventarsi qualcosa di più originale per non essere scoperti –

Non credo che siano pagati per pensare, anzi, credo che non ne siano nemmeno capaci. E questo è un punto a nostro favore, adesso abbiamo la certezza assoluta di essere spiati da qualcuno –

Quello più basso lo conosco –

Questo significa che anche lui la conosce. Sa come si chiama? –

Non lo ricordo, ma per qualche tempo è stato nel gruppo di sicurezza del museo, non sarà difficile rintracciare il suo nome –

In realtà non è tanto quest’omaccione che ci interessa quanto chi gli sta dietro – commentò perplesso Oscar.

Conosce bene la struttura dell’Egyptian Museum, potrebbe essere stato ingaggiato proprio per questo. Magari è stato proprio lui ad intrufolarsi nel mio studio ed a rubare la stele – il pensiero rianimò la donna, questa possibilità cancellava ogni dubbio su Namir, ma a farla ripiombare nell’angoscia ci pensarono le parole di Wilde.

Dubito che possa essere stato lui l’artefice del furto. Al di là delle evidenti scarse doti intellettive, non fa parte più del gruppo di sicurezza, il che gli avrebbe reso difficile entrare al museo in orari di chiusura. E poi c’è sempre il fatto che il ladro possedeva la chiave del suo armadietto. No dottoressa, è assai difficile che sia lui il responsabile, glielo ripeto ancora una volta, il ladro deve essere necessariamente qualcuno che le sta molto vicino – Oscar notò che Rosmary si era rattristata ed intuì i suoi pensieri, sapeva che stava pensando al suo giovane studente. Decise di distrarla, perché riteneva che le donne tristi non riuscissero a concentrasi sulle questioni pratiche – In ogni caso a noi non interessa più chi sia stato a sottrarre la stele, sia perché abbiamo il calco delle incisioni, sia perché le nostre indagini devono concentrarsi sul mandante e sulle sue intenzioni. Non sappiamo perché continui a farci seguire anche dopo aver ottenuto il reperto – Oscar mentiva per rincuorare l’archeologa, in realtà sapeva che per arrivare al pesce grande bisognava partire dal più piccolo.

Potrebbe anche non trattarsi della stessa persona. Voglio dire, qualcuno ha rubato la stele, e qualcun altro ci fa seguire per un qualsiasi motivo – commentò la Duval.

Anche questa è una possibilità, ma ci sono troppi elementi che portano i due avvenimenti nella medesima direzione. E poi c’è un altro particolare di cui non le ho ancora parlato – Oscar pensò che fosse il momento giusto per raccontare della sera del convegno – Le ho già detto che la presentazione del mio studio sugli Ooparts a Washington è stato un successone. Ha mai visto ad un convegno di archeologia generali delle forze armate statunitensi, alti prelati della Chiesa cattolica, nomi di spicco della politica e del mondo economico americano? Le sto parlando di gente che anche per manifestazioni di rilevanza nazionale invia propri rappresentanti a presenziare –

Mi sta prendendo in giro Wilde? Non la facevo così famoso – lo stuzzicò.

Nemmeno io, e questo mi preoccupa grandemente. Nessuno era lì per me, non c’erano studenti, né studiosi di storia, tutti si aspettavano che io li informassi su qualcosa di particolare. Ci ho pensato molto per darmi una spiegazione. Non era il primo convegno che tenevo sugli “oggetti fuori posto”, ma in precedenza la platea era stata quella tradizionale di appassionati del settore. A Washington invece sembrava di essere ad una rappresentazione di Stato, come se si stesse per decidere delle sorti della nazione. Non mi vergogno a dire che mi sono spaventato, ero confuso, mi sembrava di essere precipitato nel bel mezzo di un incubo. Solo dopo ho realizzato che l’interesse dei presenti non era concentrato sugli Ooparts, ma su qualcosa che io avevo visto e che tutti speravano descrivessi, o magari, interpretassi –

La stele … -

Sì dottoressa, credo che si aspettassero che io parlassi della stele, o di qualcosa che potesse avere a che fare con le sue incisioni –

Come facevano a sapere della stele, l’avevo appena trovata? –

Già, e qualcuno l’aveva appena rubata. Anche la mia ricerca sulla Sfinge di Giza è stata pilotata, non rientrava nei piani di studio, le pressioni sono arrivate direttamente dal dipartimento di Antropologia di Berkeley e dal professor Tompson–

Ma se è davvero così come dice, considerando tutta la “gente fuori posto” che ha partecipato al suo convegno, ci troviamo davvero in un bel guaio –

Lo può dire forte. Ci potrebbe essere più di qualcuno dietro il furto. Le incisioni portano da qualche parte, dopo la sua telefonata e il mio arrivo al Cairo ne ho avuto la certezza. Deve trattarsi di qualcosa di sensazionale per scatenare l’interesse delle alte gerarchie, ma chi ha la stele brancola nel buio come noi, lo dimostra il fatto che ci faccia controllare in continuazione. Forse spera che io e lei possiamo fare il lavoro al posto suo –

Deve contattare al più presto suo padre, sono convinta che quel che ha visto al centro Nasa possa darci una mano –

Purtroppo ogni tentativo di contattarlo sinora è caduto nel vuoto. Comincio a preoccuparmi. Proverò a rintracciarlo una volta arrivato in Italia. Adesso ci conviene proseguire per la nostra strada lasciando credere a chi ci spia di essere nelle sue mani, al momento opportuno troveremo il modo di svincolarci. Per adesso credo che ignorino l’esistenza, o per lo meno la collocazione del papiro di Ariel e le sue possibili relazioni con la stele –

Non ne sarei così sicura – Rosmary pensò a Mikah – Se ci seguono in maniera costante sapranno della nostra visita nella città dei morti. Probabilmente non hanno ascoltato la conversazione con lo sciamano, ce ne saremmo accorti, Omar era davanti alla capanna, ma faranno in modo di venirne a conoscenza e il kemita potrebbe essere in serio pericolo –

Ha ragione, a questa eventualità non ci avevo pensato. Dobbiamo sfruttare il nostro breve vantaggio ed elaborare un piano che funzioni. Io partirò stasera stessa per Roma, prenderò il primo volo che in qualche maniera possa arrivare in Italia. Lei continuerà a lavorare qui come se nulla fosse. Appena avrò il papiro farò ritorno al Cairo, se qualcuno mi dovesse cercare, chiunque sia, dica semplicemente che sono rientrato in America. Prenoterò anche un volo per Washington, così saranno un po’ impegnati a capire dove mi sia diretto veramente –

Non ci metteranno molto a capire, non potrà essere su due voli contem­poraneamente –

Mai mettere le mani davanti alla Provvidenza. Forse riuscirò anche a sdoppiarmi, certo non possiedo il dono dell’ubiquità, ma ho un amico a città del Cairo, ed ho promesso molto tempo fa che l’avrei cercato se fossi capitato da queste parti. Credo che quel momento sia arrivato –

Arrivarono a Midan el Tarir e presero in uno dei negozietti gonfi di turisti uno shawerna imbottito di verdure e carne di agnello. I due segugi erano appostati a poca distanza. L’aria sembrava meno rovente dei giorni precedenti, Oscar e Rosmary si mischiarono ad un gruppo rumoroso di italiani diretti all’interno dell’Egyptian Musum. Non fu difficile per l’antropologo entrare nelle simpatie dei compaesani e cominciare a parlare con loro. Si inoltrarono all’ingresso del museo tutti insieme, ridendo e scherzando, senza essere persi d’occhio dai due energumeni. Ma, quando i due uomini di Rowson furono all’interno della struttura, si resero conto che ad aver varcato la soglia del museo era stata solo la dottoressa Duval, e la donna si voltò per un attimo a lanciargli un’occhiata distratta per assicurarsi che lo stratagemma avesse avuto fortuna. I due pedinatori erano confusi, si erano fatti sfuggire la preda più importante. Si precipitarono fuori nella piazza per trovare tracce dell’americano, era il solito formicaio di turisti ma di Oscar Wilde non c’era nemmeno l’ombra.
La porta si spalancò con un tonfo. Mikah trasalì dal suo stato di estasi e guardò verso l’entrata della baracca in cui viveva. Sapeva che sarebbero arrivati e si era preparato. I due grossi uomini gli furono addosso in pochi secondi. Il più corpulento lo sollevò di peso dal tappeto su cui stava accovacciato a meditare e poi gli strinse un braccio intorno al collo permettendogli a stento di respirare. L’altro gli poggiò il faccione unto di sudore davanti agli occhi e digrignò i denti per fare uscire una voce roca e minacciosa.

Allora vecchio, cosa voleva l’americano? – Attese qualche istante nella speranza che Mikah iniziasse a parlare, ma il silenzio del kemita lo fece andare su tutte le furie – Tienilo fermo – intimò al compare e cominciò a buttare per aria i pochi oggetti che costituivano l’arredamento della capanna.

Cercava qualcosa, un indizio che fornisse una risposta, qualora il vecchio cocciuto lo costringesse ad un gesto estremo senza aver parlato prima. Gancio si era raccomandato che non gli fosse torto un capello, almeno fino a quando non avesse sputato il rospo, raccontando per filo e per segno i motivi della visita di Wilde e della sua devota dottoressa Rosmary Duval. Non ci volle molto tempo prima che l’energumeno si rendesse conto che nella tana dello sciamano non c’era alcuna traccia dei piani di Oscar. Allora tornò a posare il muso minaccioso sul viso di Mikah.

Te lo ripeto per l’ultima volta vecchio cencioso, che ci faceva qui l’americano? Cosa gli hai dato? Ti do due secondi per rispondere, poi sarai morto –

Lo saremo tutti – rispose Mikah lapidario.

Bene, ne hai abbastanza di vivere vecchio raggrinzito? Ti aiuterò … – strepitò l’omaccione, ma non ebbe modo di terminare la frase perché il kemita strabuzzò gli occhi all’indietro.

Il bianco striato di giallo del bulbo oculare prese il posto delle pupille. Il battito cardiaco di Mikah cominciò a rallentare ed i suoi muscoli si abbandonarono in uno stato premorte. Il respiro si arrestò gettando nel panico i due compari. Quello che lo teneva per la gola mollò la presa e lo sciamano cadde di botto rannicchiato sul pavimento.

Che diavolo hai fatto? – urlò il più grosso mentre il sudore gli colava a fontana dalla fronte – L’hai ammazzato, imbecille, senza averlo fatto parlare – gettò uno spintone nervoso al compagno – Sarai tu adesso a vedertela con il Gancio –

Io non ho fatto nulla – si difese nel panico – E’ crepato da solo, l’hai visto anche tu. Si sarà spaventato, era vecchio, poteva succedere –

Ecco appunto, hai esagerato. Ormai il danno è fatto – sembrò acquietarsi l’energumeno – Dovremo inventarci una scusa convincente da raccontare a Gancio. Non crederà mai che il vecchio abbia tirato le cuoia da solo –

Ma è così –

Non servirà comunque ad accontentare Mr Rowson -

Toccò con il piede il corpo del kemita immobile sul pavimento. Non ci fu nessuna reazione. Si piegò a tastare il collo del vecchio per accertarsi che fosse davvero privo di vita. Il cuore non batteva più.

Svelto, andiamo via, qui non c’è più nulla da fare –

Omar era rimasto tutto il tempo sul retro della baracca ad origliare. Aveva visto arrivare a tutta birra da lontano l’auto dei nuovi visitatori ed aveva subito capito che qualcosa di terribile stava per accadere. I due avevano consegnato un fascio di banconote americane agli uomini di alcune baracche all’ingresso della Città ed in cambio avevano ricevuto l’informazione che cercavano. Si erano diretti immediatamente al di là della cupola verde in direzione dell’alloggio di Mikah. Il ragazzo si era frenato a stento quando dalla finestrella aveva visto le due bestie mettere le mani al collo del maestro. Ma sapeva anche che non sarebbe durato a lungo. Uscì dal nascondiglio quando la Mercedes con i due farabutti tornò sulla strada da cui era arrivata. Corse all’interno della baracca e mise il maestro in una posizione più composta. Lo adagiò sul tappeto e gli pose sotto la testa una coperta ripiegata come cuscino. Omar restò in attesa mentre il sole iniziava il suo declino all’orizzonte allungando le ombre nella piccola stanza. Il silenzio avvolgeva ogni cosa.
Oscar si era fatto accompagnare dal taxi in un albergo di terz’ordine, ma in linea d’aria assai vicino all’aeroporto. Chi lo seguiva avrebbe cercato sicuramente negli hotel di prima categoria. Indossava ancora il cappello di paglia a la camicia a fiori stampati che era riuscito a farsi vendere da uno dei toscani che faceva parte del gruppo di italiani a cui lui e Rosmary si erano accodati al self service. Aveva messo il cappello sulla testa nel momento preciso in cui erano entrati all’Egyptian Museum, approfittando della confusione era balzato in mezzo ad un altro gruppo di turisti in uscita. In quel gioco veloce di movimenti i due pedinatori non si erano resi conto di nulla.

Nell’alberghetto Wilde riuscì ad organizzare nel giro di un paio d’ore ogni particolare del piano architettato con l’archeologa. John era stato felice di risentirlo dopo anni. Si erano frequentati durante il periodo dell’università come due fratelli, poi ognuno aveva seguito una strada diversa. John faceva il costruttore ed aveva messo su un’impresa edile dopo la laurea in ingegneria. Aveva girato il mondo, costruendo palazzi dove gli capitava. Ma da qualche anno si era stabilito a Città del Cairo, qui si era sentito a casa e non era più partito.

Sentire la voce di Oscar per John fu come tornare in un attimo indietro nel tempo. Si erano divertiti molto insieme, e per quei momenti provava nostalgia. Oscar gli spiegò che aveva urgente bisogno del suo aiuto, e John fu felice di potergli dare una mano. Non si sarebbero potuti incontrare quel giorno stesso, avrebbero dovuto attendere il ritorno di Wilde al Cairo. Al momento bisognava sviare gli intrusi. Oscar spiegò all’amico per sommi capi la situazione e quello che avrebbe dovuto fare in poco più di un’ora perché il piano funzionasse. John conosceva il Cairo e sapeva come muoversi in breve tempo.
Alle 20.00 precise l’aereo diretto a Washington si sollevò dall’aeroporto di Città del Cairo. Il dottor Oscar Valdi era salito a bordo con juna sacca da viaggio, la 24 ore ed un giornale sotto il braccio. Un’ora dopo sul volo diretto a Roma un altro dottor Valdi era seduto in prima classe con valigetta, sacca e giornale al seguito. Oscar guardò l’orologio, poi ispezionò con discrezione il resto dei passeggeri. Nessun intruso era nei paraggi. Prima che il nemico oscuro si fosse reso conto che aveva abbandonato l’Egitto, lui avrebbe trovato il contatto che gli serviva per avere accesso alle segrete dello Stato Pontificio. A dilatare i tempi di confusione dell’avversario sarebbe intervenuto anche lo sdoppiamento del professor Oscar Wilde, Valdi sul passaporto. Il suo alter ego, John, avrebbe fatto ritorno in Egitto il giorno successivo. Era riuscito a mettere in atto la copertura per Oscar grazie alle sue conoscenze negli ambienti malfamati del Cairo. Con cinquecento dollari aveva fatto duplicare il passaporto dell’amico antropologo, e con quello si era imbarcato sul volo per gli States.
Leo era sul punto di avere un travaso di bile. In una sola giornata i suoi uomini erano riusciti a mandare in fumo il lavoro di intere settimane. Wilde aveva fatto perdere le sue tracce defilandosi in mezzo ai turisti dell’Egyptian Museum, e, come se non bastasse, nella Città dei morti altri due imbecilli avevano fatto secco il vecchio prima che rivelasse il motivo della visita dei due studiosi e soprattutto cosa avesse dato loro. L’archeologa era a lavoro nel suo studio al museo, ma del professore italo americano non c’era ombra. Rowson stava facendo battere al tappeto il Cairo, sperava che la sua rete di conoscenze negli ambienti torbidi della capitale egizia gli fornissero una pista in meno di 24 ore.

Leo aveva forte il sentore che l’antropologo avesse mangiato la foglia, e del resto anche un imbecille si sarebbe reso conto del pedinamento maldestro di cui era stato fatto oggetto. Rowson aveva un modo tutto suo per tenere sotto controllo la situazione, metteva dei supervisori a vigilare su chi pedinava gli obiettivi. Al di sopra di tutti c’era lui, il vertice della piramide, sicché era difficile che qualcosa potesse sfuggirgli. Eppure il famigerato Oscar Wilde era riuscito a fargliela sotto il naso. Aveva sguinzagliato un’intera squadra a cercarlo nei meandri di Città del Cairo, intanto era evidente che bisognasse correre ai ripari. Wilde e la Duval erano due cani sciolti ed andavano messi subito al guinzaglio. Rowson sapeva dove colpire e presto avrebbe mosso il suo scacco alla regina.

Gancio entrò quasi in punta di piedi nella stanza, il suo passo era felpato come quello di una pantera, riusciva a tradire anche un orecchio attento. Tossì leggermente per rendere manifesta la sua presenza, Leo era troppo assorto nei suoi pensieri e se gli fosse apparso davanti all’improvviso l’avrebbe spaventato. E questo il capo non lo gradiva.

Sei già di ritorno, che notizie hai? – Rowson era impaziente di sapere.

Non manca molto, siamo sulle sue tracce. Il proprietario del ristoro ha raccontato che Wilde ha acquistato camicia e cappello da un turista prima di uscire dal locale. Li ha indossati ed ha confuso gli uomini –

Confuso gli uomini?! Due professionisti che si comportano come pivelli ed un pedante studioso che riesce a farla franca come un agente della Cia, ma siamo impazziti? – urlò di frustrazione – Non tollererò più errori. Hai preso provvedimenti? –

Sì i ragazzi sono stati spediti nel deserto per qualche settimana. Il sole rovente gli aiuterà a schiarirsi le idee e ad essere più accorti –

Torneranno più lessi, se torneranno – grugnì l’industriale – E gli altri due? –

Attendo sue istruzioni. Il vecchio è morto da solo, di infarto credo, nulla che possa far pensare ad un omicidio, non ci saranno conseguenze, chi ha visto ha la bocca turata con i dollari. Cosa devo fare con Alì e Rodrigues? –

Restano ai loro posti. Il fatto che incutano terrore sino alla morte non è una dote da disprezzare. Dobbiamo agire più in fretta, dobbiamo trovare Wilde e fare in modo che tutto vada secondo i piani, per questo ho già un’idea precisa in mente. Dovrai fare tu personalmente un lavoro entro i prossimi giorni, servirà a tenere occupata la dottoressa Duval, ti darò istruzioni più tardi. Ora chiama Olga e dille di muovere il culo dalla vasca idromassaggio. Domani mattina dovrà fare visita alla nostra archeologa, sarà lei a dirci dove si trova Wilde – Liquidò Gancio con un gesto della mano e prese a leggere dei testi antichi che teneva sparsi sulla scrivania.

I due studiosi canadesi erano stati messi in isolamento, erano stati trasferiti in sud America, in una zona impervia. Trascorrevano le loro giornate ad esaminare un calco della stele, tra libri e pubblicazioni sull’antico Egitto, ma non sapevano che il loro impegno era ormai solo un passatempo. Rowson non si fidava più delle loro capacità deduttive, questa era solo una maniera per prendere tempo e decidere poi come farli sparire del tutto.

L’aereo su cui aveva viaggiato era atterrato a Fiumicino alle 23.00. Si era guardato più volte alle spalle per essere certo di non essere stato seguito. Tutto sembrava tranquillo, anche se Wilde si sentiva ormai in preda alla fobia di essere spiato. Allungò in tutte le maniere il percorso che portava alla pensione ai Parioli, scendendo da taxi e montando su autobus. Aveva iniziato a pagare ogni acquisto in contanti per evitare che ogni suo spostamento fosse rintracciato attraverso la carta di credito. Girava semicamuffato, portava sul viso la barba incolta ed aveva abbandonato le lenti a contatto per indossare gli occhiali da vista.

Aspettò che arrivassero le nove del mattino per rintracciare il suo professore di storia e filosofia del liceo, padre Arnaldo. Era un francescano dalla mente accesa, che insegnava ancora al liceo “Mamiani”, in via delle Milizie, dove Oscar si era maturato. Gli animi dei ragazzi più illuminati trovavano in lui una guida. Anche Oscar era stato uno dei suoi adepti, la passione per l’antropologia era stata un dono del frate, capace di spiegare la natura e il pensiero umano in tutte le sue forme ed in tutto il suo fascino. Ma Arnaldo non era solo un professore, era anche un religioso che si dedicava ai ragazzi difficili, alla loro incapacità di comunicare il malessere interiore, mettendoli in condizioni di poter avere una chance di riscatto.

Arnaldo aveva superato da poco la cinquantina, era figlio di un vecchio politico romano, un uomo scaltro che più volte aveva seduto tra i banchi di Montecitorio. Avrebbe potuto far carriera nell’alto clero, ma la vocazione profonda che provava non gli avrebbe mai permesso di sguazzare tra gli intrighi e le ipocrisie che animavano una grossa fetta delle alte sfere dello Stato Pontificio. Proprio contro la volontà paterna aveva scelto un ordine che gli permettesse di raggiungere un reale equilibrio interiore, uno stato d’animo che lo rendeva in grado di lasciare una parte di sé agli altri. Questo era l’unico modo valido che concepiva per non passare invano nella vita terrena.

Padre Arnaldo era però uno studioso in piena regola, conosceva l’essenza delle religioni sparse in tutto il mondo, parlava quattro lingue oltre all’italiano, tra cui anche l’arabo. Aveva scritto diversi libri di successo negli ambienti accademici, il cui ricavato aveva destinato alla costruzione di case famiglia nella capitale italiana e nel resto del paese. Da Arnaldo l’adolescente Oscar aveva imparato ad assaporare il gusto della ricerca storica, le tecniche più scaltre per rintracciare le fonti. Una ricerca che nel ragazzo era maturata nel desiderio di ricostruire i tempi ed i modi della presenza umana sulla terra.

Il frate si era più volte chiesto se questa attività speculativa fosse in netta opposizione con la sua vocazione religiosa, e talvolta si era sentito un misero peccatore. Ma con il passare degli anni aveva avuto sempre più la certezza che scienza e religione portassero verso un’unica verità. Gli Ooparts erano arrivati a suggellare le teorie che avevano preso forma durante le ricerche che aveva portato avanti, mentre vedeva vacillare sempre più la concezione dell’evoluzione della specie umana stilata da Darwin.

Oscar e Arnaldo si erano separati quando Francesco Valdi aveva deciso di lasciare l’Italia, e di trasferirsi a Houston con il figlio per accettare un incarico prestigioso al Centro Nasa. Per l’astrofisico cambiare aria era stato un vero toccasana dopo la morte della moglie. Lei se ne era andata per sempre, ed il lavoro in America era per Francesco una nuova scommessa di vita che l’avrebbe aiutato a cancellare il dolore. Carola era stata al suo fianco per una vita intera. Dalla splendida e ribelle ragazza di origini gitane che aveva conosciuto all’università si era trasformata nell’elegante e tranquilla signora Valdi. Si erano innamorati la prima volta che si erano incontrati, e si erano trovati sposati prima che Francesco avesse finito gli studi. Oscar era nato due anni dopo. Ma quando Carola era scomparsa Valdi aveva scelto una nuova vita per lui e soprattutto per suo figlio. Oscar si era subito abituato all’ambiente della city americana, anche se talvolta avvertiva nostalgia per il paesaggio romano, Berkeley poi l’aveva totalmente risucchiato. Il contatto con Roma e con l’Italia aveva continuato ad essere Arnaldo. Il legame intellettuale e spirituale che Oscar aveva costruito con il frate era indissolubile, ed anche se il tempo e gli impegni avevano ridotto visite e telefonate, la familiarità dei loro discorsi restava inalterata. Erano due amici. Del resto il frate aveva 26 anni quando aveva preso la classe 1C del liceo Mamiani sotto il suo insegnamento. La poca differenza d’età tra studente e professore aveva annullato le distanze. Era trascorso quasi un anno da quando si erano sentiti l’ultima volta, e l’idea di poter incontrare adesso il suo mentore rendeva Oscar euforico e sicuro di trovare quello che cercava.

La temperatura dell’aria si era stabilizzata, il caldo torrido che nelle ultime settimane aveva stretto nella morsa il pianeta stava concedendo un po’ di tregua. Preferì telefonare al liceo dalla cabina per strada, e attese in linea che padre Arnaldo arrivasse dall’altro capo del filo.

Chi non muore … si risente, dottor Wilde – la voce del frate aumentò l’euforia di Oscar – Non ti vergogni a portare un cognome straniero? – scherzò.

Devo sempre spiegare di non avere alcuna parentela con lo scrittore irlandese, ma Oscar Wilde credo che sia un nome che mi stia a pennello – gli resse il gioco.

Sei sempre il solito eccentrico, vecchio mio. Hai almeno smesso di vestirti come un dandy? –

Macché, non ho perso ancora il vizio –

In quale parte del mondo ti trovi in questo momento? –

Sono appena a due chilometri dal liceo Mamiani –

A Roma! Ma è splendido! Voglio sperare che mi farai l’onore di farti vivo prima di prendere nuovamente il volo –

Perché dubiti che lo faccia ? –

Non dubito certo delle tue intenzioni, ma dei tuoi mille impegni sì. Quanto ti intratterrai in città? –

Questa volta sono venuto a Roma solo per te, e non andrò via sino a quando non avremo parlato –

So che dovrei essere felice per quello che dici, ma chissà perché ho la sensazione che ci sia qualche problema di mezzo. Francesco sta bene? –

Lui è OK, sono io ad aver bisogno d’aiuto –

Ti sei messo nei guai? Hai pestato i piedi a qualcuno laggiù? –

Non lo so, forse, ma ho bisogno che mi aiuti a risolvere un problema, un rompicapo –

Credo che sia meglio che tu mi raggiunga in chiesa, mi muovo in questo momento, l’unica lezione che avevo oggi l’ho appena terminata, non serve a nulla continuare a parlare per telefono –
Quando Oscar entrò in sacrestia padre Arnaldo era in compagnia di due ragazzi, stava dando loro delle direttive per uno spettacolo teatrale che organizzavano per gli anziani del quartiere. I ragazzi salutarono con un abbraccio il frate, e con un cenno del capo il nuovo arrivato, poi lasciarono la stanza. Oscar sentì anche lui il bisogno di abbracciare Arnaldo, e il religioso ne fu contento.

Erano schiavi dell’eroina sino ad un anno fa – disse riferendosi ai due giovani che erano appena usciti – si vede ancora sui loro visi. Ora hanno scelto di aiutare gli altri. E tu, da quale parte del mondo arrivi? – invitò Oscar e sedersi.

Negli ultimi tempi faccio avanti e dietro dall’Egitto. Ho tante cose da raccontarti, ma ora ho una priorità assoluta, e per risolverla ho bisogno di te –

Parla allora, ti ascolto –

Devo rintracciare un antico documento che dovrebbe essere custodito all’interno del Vaticano –

Ci sono migliaia di documenti sparsi negli ambienti del papato, e comunque non ho alcun potere per cercali ed eventualmente farteli visionare. Ma tu sei comunque un professore universitario, e quindi rientri tra le figure che possono avere accesso alla consultazione dei testi. Devi semplicemente inoltrare formale richiesta alla Santa Sede ed attendere. Non credo che ti sarà negato l’accesso, posso spendere una parola per accelerare i tempi, ma ci vorrà comunque qualche giorno –

Non posso permettermi di fare la trafila, ogni giorno in più potrebbe essere troppo tardi. Ho bisogno di quel testo prima del solstizio di primavera, e non manca molto. E’ importante, credimi Arnaldo – il tono della voce di Oscar divenne grave – Non esagero se la definisco una questione di vita o di morte –

Adesso mi fai davvero preoccupare, cosa sta accadendo? –

Mi chiedi cosa sta accadendo! Non ti sei reso conto delle anomalie che stiamo vivendo, i terremoti improvvisi, il caldo infernale, la sensazione di angoscia che avvolge l’aria? Sembra come se stesse per arrivare la fine del mondo –

Cosa c’entrano gli sconvolgimenti terrestri con i documenti della Chiesa? –

E’ una storia lunga, te la spiegherò per bene più tardi. Hai mai sentito parlare del papiro di Ariel? Lo devo trovare il prima possibile – la domanda di Wilde turbò il frate, e l’antropologo se ne accorse – Allora ti dice qualcosa il nome Ariel? Mi stai ascoltando? –

Ti ascolto – Arnaldo si decise a rompere il silenzio – Chi ti ha parlato di quel papiro? –

Un vecchio musulmano nella Città dei morti al Cairo. Si definisce l’ultimo kemita, depositario del sapere dell’Egitto primordiale –

Oscar raccontò velocemente della strana situazione in cui aveva condotto le ricerche e poi relazionato nel convegno a Washington, della stele trovata dalla Duval e del suo furto. Descrisse al frate le incisioni e le ipotesi che stavano tentando di formulare a riguardo, la sensazione e poi la certezza di essere spiati, ed infine la visita a Mikah, le sue parole ed il collegamento tra la stele ed il papiro di Ariel. Raccontò anche delle rivelazioni che Francesco gli aveva fatto a Houston sui meteoriti comparsi sui radar del Johnson Space Center

Credi che esista davvero questo papiro? Oppure è solo la farneticazione di un anziano sciamano? –

Non è un’impresa semplice penetrare nella biblioteca segreta del Vaticano. E’ vero, io consulto gli archivi segreti e la biblioteca come studioso, ma quel che cerchi si trova in un luogo quasi impenetrabile – sentenziò Arnaldo.

E’ il tuo modo sibillino per confermare l’esistenza del documento? – lo imbeccò Oscar.

Esiste, sì. L’ho visto io stesso diversi anni fa, e c’era qualcuno che era molto interessato al messaggio che trasportava da millenni –

Dobbiamo trovarlo, senza quel testo non possiamo comprendere il significato delle incisioni sulla stele. Probabilmente è in quei segni la soluzione all’emergenza che stiamo vivendo –

Mi sfugge quale sia il collegamento tra le due cose, ma mi fido di te. Sappi però che risolveremo questo problema solo se rientra nei disegni divini, ricordalo –

Sì, va bene, ma proviamoci almeno! –

Devo fare prima una telefonata, altrimenti sarà impossibile per te entrare oggi stesso nella Biblioteca Apostolica Vaticana –
Arnaldo restò chiuso nei sui pensieri per qualche secondo, aveva l’espressione di chi stava soppesando le poche possibilità di salvezza mentre aveva un coltello puntato alla gola. Poi si allontanò per raggiungere il telefono in fondo alla stanza, compose un numero.

Eminenza buongiorno … sono padre Arnaldo Baldoni … – furono le sole parole che Oscar riuscì ad udire prima che un gruppo di ragazzini iniziasse a cantare a squarcia gola nel cortile.

La telefonata fu breve, e Wilde vide presto tornare verso di lui il frate, aveva un’espressione enigmatica, e gli attimi che seguirono gli sembrarono interminabili.

Allora? – non riuscì a trattenere l’impazienza.

Sei un ragazzo fortunato – sorrise debolmente il religioso, ed Oscar intuì che c’era qualcosa che l’angosciava.

Ma …. – l’antropologo gli offrì l’appiglio per togliersi il peso dallo stomaco.

Ma … sono stato costretto a mentire, altrimenti le porte sarebbero rimaste chiuse per te –

E’ una bugia a fin di bene – si rianimò il professor Wilde, che un attimo prima aveva temuto di ricevere una notizia spiacevole.

Veramente più che di una bugia si tratta di una farsa – lasciò cadere la frase ed iniziò ad armeggiare all’interno di una cassapanca che si trovava nelle vicinanze. Tirò fuori un abito talare – Era la mia divisa di novizio, prima che decidessi di far parte dell’ordine francescano, credo che sia della tua taglia. Ti starà bene –

Devo indossarlo? – Oscar era stupito.

Come credi che abbia convinto sua eminenza a permetterti l’accesso immediato alla Biblioteca Apostolica Vaticana? Gli ho raccontato che sei un novizio, un mio parente che trascorre molto tempo in America, e che ha bisogno urgente di fare alcune ricerche prima di ripartire –

Mi dispiace averti costretto a questo –

Purtroppo era l’unica maniera. Dovrai sbarbarti e mettere in mostra la tua faccia pulita, sarai un prete perfetto. Devi solo cercare di eliminare lo sguardo ammaliatore, per non destare sospetti –

Avrò lo sguardo di un angelo, te lo prometto –

Non scherzare, se ci scoprono tu non potrai più accedere al Vaticano, e nemmeno io. Cerca di parlare il meno possibile, lascia che sia io a condurre i discorsi, ed intervieni solo quando è proprio necessario –

Mentre il frate gli forniva altri particolari perché il camuffamento fosse più credibile, Oscar si tolse la giacca ed indossò la tonaca. Si guardò velocemente nello specchio appeso alla parete, padre Ralph in Uccelli di rovo gli faceva un baffo. Aveva ragione Arnaldo, pensò, doveva togliersi dalla faccia quell’aria sicura e sfacciata che gli apparteneva per natura.

Tu l’hai visto allora! – chiese a bruciapelo al frate.

Visto cosa? –

Il papiro di Ariel, l’hai visto con i tuoi occhi –

Cosa cambia? Vuoi sapere se sarò in grado di riconoscerlo? Certo che lo riconoscerei, lo ricordo come se fosse ieri –

Allora sai cosa c’è scritto –

No, il testo lo ricordo vagamente, è la fattura quella che ti colpisce. Il colore azzurro, che avvolge il testo di magnifici geroglifici, è ancora acceso, e ci sono una serie di stelle dorate stilizzate. E’ come se fossero dei versi sospesi in mezzo al cielo. L’effetto che fa agli occhi è quasi ipnotico. No, purtroppo del testo non ricordo molto, ho avuto pochi secondi, diversi anni fa, per decifrarlo, prima che un cardinale me lo togliesse furioso da sotto il naso, altrimenti potremmo evitare questa recita. In realtà non si tratta di versi, ma di una formula che aprirebbe una porta che dà accesso alla parte interna del guardiano del deserto. Una sorta di combinazione, che in ogni caso va interpretata –

La chiave per aprire la Sfinge, è questo allora che stiamo cercando – Oscar aveva un tono trionfante nella voce.

Sì probabilmente è così, ma non abbiamo la certezza di trovare quel papiro –

Io sono fiducioso, insieme saremo imbattibili – sorrise Wilde per incutergli coraggio.

Sì, ci diletteremo in una bella caccia al tesoro –

Sai, c’è però qualcosa che non capisco. Se davvero il riferimento alla Sfinge è così evidente, come mai sinora nessuno si è preso mai la briga di provare ad aprire il gigante di pietra di Giza? –

Si tratta di un documento che è stato trovato prima che si riuscisse a comprendere la scrittura egizia con la decifrazione della stele di Rosetta. Credo che facesse parte di un gruppo di reperti portati secoli fa in Vaticano da un gruppo di missionari che operavano in Africa. Deve aver colpito la riproduzione così splendida della volta celeste, qualcuno dei religiosi che l’ha trasportato in Italia deve aver pensato che si trattasse di una preghiera all’Altissimo. Poi si sarà perso nella messe di documenti che si sono andati ammassando nella biblioteca e negli archivi vaticani, fino a quando, qualche decennio fa, qualcuno l’ha riscoperto, l’ha tradotto, e ne ha trovato estremamente interessante il contenuto. Ti ho già detto che c’era solo una persona che sembrava interessata a quel papiro, e forse non ha mai smesso di studiarlo nel corso degli anni. Ma dubito che sia riuscita ad arrivare alla soluzione dell’enigma, non mi sembra che il monumento sia stato aperto sino ad oggi –

Il papiro potrebbe essere una bufala – si incupì Oscar Wilde – Stiamo per correre un grosso rischio senza avere la certezza che ne valga la pena –

Se fosse così non mi sarei mai sognato di fare quella telefonata – lo rincuorò Arnaldo – Hai ragione, ci sono troppi particolari strani perché si possa parlare di coincidenze. Quando mi hai chiesto del papiro di Ariel è stato come vivere un déjà vu. Credevo che nessuno fosse a conoscenza della sua esistenza, oltre me ed il cardinale che lo custodisce gelosamente in qualche angolo della biblioteca, ed invece adesso arrivi tu che lo ricerchi in maniera spasmodica e scopro che lo sciamano della Città dei morti ti ha suggerito di trovarlo al più presto –

Conosci Mikah? –

Non di persona, ma la sua forza spirituale mi è nota da tempo. E’ una persona saggia e non ti avrebbe mai indicato questa strada se non fosse stato necessario. Se anche lui conosce quel papiro, la sua importanza è indubbia. Hai ragione a chiederlo: perché quella porta non è stata mai aperta sinora? Forse perché non era ancora tempo. Il pianeta oggi invece è sconvolto, sta accadendo qualcosa di terribile, e non posso credere che il Signore voglia distruggere quel che ha creato con amore. Se è vero che al centro Nasa hanno avvistato dei meteoriti troppo vicini alla terra è evidente che l’umanità è in pericolo. Forse quella porta conduce alla salvezza, e dobbiamo ringraziare Iddio se non è stata violata sinora. Dobbiamo pregare e confidare in Dio, ma credo che dobbiamo darci anche una mossa, non possiamo restare fermi ad aspettare –

Mi porterai negli archivi segreti a cercarlo? – si entusiasmò il professore di antropologia.

No, gli archivi segreti non sono la nostra meta. Il nostro viaggio è verso la Biblioteca Apostolica –

E’ lì che il cardinale ha nascosto il papiro? –

Non proprio, in un luogo segreto a cui si accede attraverso di essa –

Chi ti dice che non l’abbia portato via in tutto questo tempo? –

Nessuno, ma l’ho visto altre volte armeggiare nelle sale in maniera misteriosa. Non c’è altro luogo più sicuro di quello per nascondere qualcosa di importante – le parole di Arnaldo accesero la fantasia di Oscar che cominciò a pensare ad un luogo misterioso in cui fossero custodite opere ritenute perse per sempre, ed altre mai conosciute dall’umanità moderna.

Arnaldo prese la sua macchina fotografica dal cassetto della scrivania e riprese il volto del suo ex alunno – Dovrai vivere un giorno da sacerdote, e ti serve un documento di riconoscimento nuovo di zecca –

Sia fatta la volontà di Dio – Oscar ammiccò un sorriso mentre il frate metteva a fuoco l’immagine.

Amen, che Dio ce la mandi buona – Arnaldo ebbe appena il tempo di scattare la fotografia prima che la terra iniziasse a tremare.

Il terremoto scosse le viscere del pianeta anche se durò solo per una decina di secondi. Il frate vacillò al centro della stanza, si afferrò alla sedia per non cadere bocconi.

Ci risiamo – urlò ad Oscar mentre un boato sommesso che passava sotto i loro piedi copriva le parole.

Non abbiamo molto tempo – era l’invito di Wilde ad andare. Arnaldo recuperò l’equilibrio, e mentre insieme ad Oscar si avviava verso l’uscita i tremori della terra si placarono.

Anche il frate aveva le sue conoscenze. Un falsario rinomato nel giro della mala della capitale era riuscito a procurargli in men che non si dica un documento di identità per Oscar. Con la fotografia che Arnaldo aveva scattato il documento era identico ad un originale. L’abile “artigiano” era il padre di un ragazzo che il religioso era riuscito a strappare dalla schiavitù della droga. Era riconoscente ad Arnaldo, e per questo non aveva battuto ciglio, né aveva fatto domande, quando si era trovato di fronte ad un a richiesta piuttosto insolita per un uomo di chiesa. Ora che avevano tutto quel che serviva non restava che dirigersi al più presto alla Biblioteca Apostolica Vaticana.

E’ incredibile, non avrei mai pensato che un frate riuscisse a farsi falsificare un documento in meno di mezz’ora e a costo zero – disse Oscar scherzando per alleggerire la tensione, ma scatenò al contrario la reazione di Arnaldo.

Non l’avrei detto nemmeno io, ma non si poteva fare altrimenti – era evidente che il religioso non aveva colto la sfumatura scherzosa del commento del suo compagno. La tensione era alta. Non era da Arnaldo scattare ad una provocazione bonaria. Normalmente avrebbe risposto a tono con qualche motto sagace, ma il suo humor era visibilmente impallidito.

Infatti, è l’unica cosa che si poteva fare – Oscar cercò di tranquillizzarlo –Purtroppo c’è troppo poco tempo per seguire le regole –

Il frate fermò al volo un taxi che passava da quelle parti. Balzarono a bordo in direzione Città del Vaticano. Il traffico romano ribolliva di veicoli, non sarebbero arrivati alla meta prima di un’ora.

Rosmary non era riuscita a chiudere occhio per tutta la notte. Si era girata e rigirata nel letto sperando che il piano di Wilde avesse funzionato. Non aveva notizie, e non ne avrebbe avute fino al ritorno del professore per evitare che qualcuno le intercettasse. Le orecchie del nemico erano in agguato, e bisognava allungare la distanza tra loro e chi li seguiva nell’ombra. Se tutto era andato secondo il programma, Oscar doveva essere arrivato già a Roma. Rosmary adesso non poteva far altro che attendere il suo ritorno, dedicandosi più intensamente allo studio dei reperti, con la precauzione di guardarsi continuamente le spalle.

Quella mattina aveva deciso di concentrare la sua attenzione sulle due mummie trovate insieme alla stele, con la speranza di trovare un collegamento con le incisioni. Era a lavoro già da due ore, stava esaminando attentamente le fotografie che aveva scattato sui due corpi bendati, entrambi fatti trasferire in un luogo asettico per evitarne il veloce deterioramento a causa del caldo infernale che era tornato ad avvolgere il Cairo. Le fotografie del resto le aveva scattate centimetro per centimetro, sicché aveva una mappatura completa di tutti i particolari più interessanti. In realtà il massimo dell’attenzione lo concentrava sul dignitario più che su sua moglie. Lo sguardo della mummia infatti sembrava vivo e magnetico. La stele gli apparteneva, i risultati del laboratorio di analisi lo confermavano. Anche lui aveva giocato un ruolo in tutta quella vicenda, se il suo corpo non fosse stato trovato le incisioni sarebbero rimaste sepolte nella sabbia per molto tempo ancora. O forse no. L’archeologa cominciava a credere che se quanto stava per accadere era ineluttabile, la scoperta non era affatto un caso. In passato non avrebbe mai immaginato di ragionare un giorno mettendo da parte la logica, eppure adesso le sembrava assolutamente naturale. Si chiese come sarebbero andate le cose se suo padre fosse stato ancora vivo. Le sue deduzioni si erano rivelate esatte, Giza custodiva un grande segreto, e se i predoni non lo avessero ucciso come un cane in mezzo al deserto, ora avrebbe avuto il riconoscimento che aveva cercato per tutta la vita. Era ad un passo dalla meta quando aveva perso tutto. Rosmary dopo anni aveva ereditato il suo campo di scavo, e stava portando avanti il lavoro che era stato suo.

“Tu sei la strada che porta alla fine”, aveva detto Linda, e lei quella strada la stava spianando il più velocemente possibile.

Bussarono alla porta e la donna trasalì abbandonando le sue riflessioni. Non ebbe nemmeno il tempo di domandare chi fosse, Olga entrò nella stanza come una valanga. Aveva il viso paonazzo per il calore che avvolgeva ogni cosa, il passaggio dall’afa esterna all’aria refrigerata del museo le dava un aspetto sfatto. I capelli biondi, normalmente fluenti, erano incollati sul viso e sulla fronte, mentre il vestito di lino giallo aveva due grandi chiazze di sudore sotto le ascelle. Anche i piedi sembravano soffrire il caldo cairota, sebbene fosse magra le caviglie le si erano gonfiate, forse anche per effetto dei tacchi vertiginosi che aveva indossato, e che la facevano apparire un gigante aggiunti alla sua già notevole statura. Era nelle sue intenzioni sovrastare l’archeologa anche a livello estetico, ma, in quelle condizioni e con la polvere delle strade che le ricopriva sandali e dita dei piedi, a Rosmary apparve semplicemente una giraffa disperata. Al contrario la fotomodella trasalì quando si trovò di fronte la figura semplice ed esotica dell’archeologa. Un pantalone di cotone, una T-shirt aderente ed un paio di sandali di cuoio le bastavano per avere il fascino di una dea. Olga valutò che se a questo si aggiungeva la cultura e l’esperienza in campo storico, era facile immaginare perché Oscar da qualche tempo avesse piazzato le tende al Cairo. Le montò nello stomaco un sentimento di rabbia ed un senso di sconfitta, non avrebbe mai potuto competere con una donna così, non di certo nella mente del professor Wilde. Era già troppo sentirsi un’idiota al fianco di un antropologo avvenente e rinomato, ma vedersi offuscare completamente da un’archeologa intelligente e per giunta affascinante le sembrava un accanimento del destino troppo crudele nei suoi confronti. Raccolse tutte le forze per non esplodere ed iniziò la recita.

La dottoressa Duval immagino – si avvicinò a Rosmary con aria spavalda.

Sì, sono io. Ci conosciamo? – Rosmary andò incontro alla sconosciuta.

Non credo, a ameno che Oscar non le abbia parlato di me. Sono Olga Rudolf, ma presto sarò la signora Wilde – tese la mano alla sua rivale in un gesto di cortesia che in realtà aveva più il sapore del lancio di una sfida.

Olga si aggiudicò il primo round, e raccolse la vittoria con soddisfazione quando si rese conto che la carnagione ambrata dell’archeologa stava assumendo un colore diverso. Rosmary mostrava l’espressione di chi aveva appena ricevuto un pugno nello stomaco. Strinse debolmente la mano alla futura moglie del professor Wilde.

So di disturbarla, è evidente che stava lavorando, ma sto cercando Oscar e non riesco a rintracciarlo da quando sono arrivata al Cairo. In albergo mi hanno detto che probabilmente si trovava qui all’Egyptian Museum. Oscar per lavoro è costretto a girare il mondo, come me del resto, così appena possiamo cerchiamo di stare un po’ insieme. Ho deciso di raggiungerlo al Cairo come mi aveva scongiurato di fare prima di partire, così lavorerà più serenamente. Da quando sono arrivata però non riesco a contattarlo, sa dirmi se si trova qui al museo? – sorrise soddisfatta mentre Rosmary era visibilmente imbarazzata.

Temo che abbia fatto tanta strada per nulla miss Rudolf, il dottor Wilde è tornato in America – avrebbe potuto dirle la verità, ma non lo fece. Era vero che Oscar le aveva chiesto di non rivelare a nessuno la sua reale destinazione, ma questa era la sua futura moglie ed avrebbe avuto il diritto di sapere. Però le parole le uscirono dalla bocca da sole, con estrema naturalezza.

In America? – Olga a sua volta fu colta di sorpresa.

Sì, sarà già arrivato a Washington, è partito ieri, non glielo ha detto? – Rosmary assunse lo stesso tono con cui era stata attaccata poco prima, ed il secondo round fu suo.

Le linee telefoniche sono bloccate. Deve essere questo calore assurdo a creare problemi. Ho cercato di avvertirlo del mio arrivo, ma non ci sono riuscita, così pensavo di fargli una bella sorpresa. Ma è proprio sicura che sia partito? – Olga sapeva che la donna nascondeva qualcosa, perché era tornata ad essere sicura di sé. Leo gli aveva raccontato dei pedinamenti. I suoi uomini avevano rintracciato l’albergo in cui Oscar aveva alloggiato la sera prima, ora stavano battendo al setaccio gli aeroporti e le stazioni dei bus per capire se si trovasse davvero al Cairo. Se quello che l’archeologa diceva era vero Oscar aveva preso nuovamente il volo, Olga però sentiva di non potersi fidare di quell’informazione.

No, in realtà non sono sicura che il professore sia partito davvero – Rosmary cercò in qualche maniera di confonderla ulteriormente – Le sto semplicemente riferendo quello che mi ha detto quando ha lasciato il museo –

Tornerà? –

Dovrebbe saperlo lei se torna, come faccio a saperlo io? – Rosmary rispose inconsapevolmente con un doppio senso che fece andare su tutte le furie Olga.

Spero di vederla presto dottoressa, sarebbe un grande onore per me ed Oscar se volesse prendere parte al nostro matrimonio, ci sposeremo il mese prossimo –

Non so dove mi troverò tra un mese, ma la ringrazio per l’invito – l’archeologa contò gli attimi che la promessa sposa ci mise ad arrivare sulla soglia della porta, desiderava che scomparisse al più presto.

Ma il suo desiderio fu spezzato da Ramses. Il pelo rosso gli si era drizzato sul dorso, la sua sensibilità aveva assorbito tutto il livore di Olga Rudolf, ed ora era pronto ad esplodere. Balzò giù dall’armadietto di metallo e si lanciò sulla scrivania. Soffiò con rabbia ed attirò l’attenzione della fotomodella che si voltò nella sua direzione commettendo un errore fatale. Ramses spiccò il volo e colpì ancora una volta. Gli artigli affilati affondarono nella carne con furia e dalla guancia di Olga zampillò rosso il sangue. L’urlo della donna rimbalzò nel corridoio mentre si teneva il lato del viso ferito con una mano. Rosmary fu presa dal panico, l’unica cosa che le venne in mente fu quella di cercare un fazzoletto pulito per tamponare lo sfregio e stagnare il sangue.

Non mi tocchi – Olga strillò isterica contro l’archeologa che cerava di medicarla in qualche maniera. Le strappò il fazzoletto dalle mani e cercò di coprire lo squarcio.

Quel piccolo demonio la pagherà, glielo assicuro – andò via sbattendo la porta.

Di Ramses nella stanza non c’era più traccia, si era dileguato. Rosmary era preoccupata, questa volta l’aveva fatta grossa, appena Hassan sarebbe venuto a conoscenza dell’accaduto avrebbe preso i dovuti provvedimenti, che nel suo caso erano sempre drastici. Doveva cercare immediatamente il guerriero a quattro zampe e trovarlo prima degli inservienti, altrimenti Ramses avrebbe rischiato la vita. Si diresse verso le sale espositive del museo, era quello il nascondiglio preferito del piccolo felino. Oltrepassò il corridoio e vide le sagome di Hassan e di Olga, dall’atteggiamento con cui si parlavano l’archeologa ebbe la sensazione che non fosse la prima volta che si vedevano. Olga era furiosa e di fatto stava chiedendo al soprintendente la testa di Ramses. Rosmary si rese conto che doveva agire ancora più in fretta. Cambiò direzione per evitare di passare davanti ai due infidi personaggi, si diresse verso la sala di Tut Hank Hamon attirata da tonfi metallici e dal grido stridulo del gatto. La donna sentiva il cuore che le arrivava in gola, sperava solo che non fosse troppo tardi. Due inservienti avevano in mano una sbarra d’acciaio ed erano evidentemente alla ricerca di qualcosa. Trasalirono quando si accorsero della presenza della dottoressa Duval, e la donna a sua volta fu colta di sorpresa quando si rese conto che uno dei due era uno degli energumeni senza cervello che l’aveva seguita il giorno prima mentre camminava con Wilde. Gli inservienti non dissero nulla, ma cominciarono ad armeggiare vicino ad una teca, ma i loro movimenti erano finti e Rosmary pensò che erano davvero due pessimi attori. Stavano cercando Ramses per fargli la festa.

L’archeologa continuò a vagare per le stanze dell’Egyptian Museum, ma il gatto sembrava introvabile. Cercò di pensare come lui, lo attirava l’oro e lo sfarzo. Rosmary ebbe un’illuminazione e si diresse verso la sala riservata al più potente dei faraoni, di cui il felino, oltre al nome, sembrava possedere anche il temperamento. Non si era sbagliata, dietro la teca in cui riposava il suo eterno sonno il potente Ramses, raggomitolato quasi senza respirare c’era il gatto. Sembrava umiliato, il suo coraggio non aveva potuto molto contro le sbarre d’acciaio e la forza bruta di quella specie di trogloditi che si spacciavano per inservienti. Soffiò un po’ mentre Rosmary gli si avvicinava, ma si lasciò prendere in braccio. Era avvilito e l’archeologa sentì stringersi il cuore quando si rese conto che una delle due bestie l’aveva colpito sulla zampa posteriore. Ramses la teneva ritratta, e la donna provò a distendergliela con delicatezza. Per fortuna non era fratturata, Ramses era riuscito comunque a difendersi, ma aveva subito un forte trauma.

Rosmary pensò che fosse arrivato ormai il tempo che il piccolo guerriero cambiasse dimora, il museo non poteva più essere il suo regno. Tornò nello studio con il gatto tra le braccia per raccogliere le sue cose prima di andare a casa, Hassan la stava aspettando al varco.

Quell’animale deve sparire – pronunciò la frase con tono pacato e per questo ancora più minaccioso.

Ha perfettamente ragione soprintendente. Lo sto portando via infatti –

Lo spero dottoressa, non possiamo correre il rischio di denunce da parte dei visitatori a causa degli attacchi terroristici di un gatto –

Rosmary prese ciò per cui era tornata nello studio e si accomiatò velocemente dal suo superiore, ripercorse il corridoio per uscire dal palazzo dell’Egyptian Museum, Ramses era tra le sue braccia con gli occhi stretti come due fessure. Il gatto guardava la strada alle loro spalle e salutava il suo castello di cristalli, di oro splendente e smalti colorati. La terrà tremò forte e Rosmary tirò un respiro profondo mentre percorreva gli ultimi passi verso l’uscita. Sentiva tintinnare gli oggetti nelle teche mentre i visitatori si precipitavano per strada in preda al panico. I terremoti erano tornati, e questo era più intenso rispetto a quelli precedenti. Non era un buon presagio, il tempo correva mentre loro erano ancora in alto mare.
Al Johnson Space Center le apparecchiature sembravano impazzite. L’attività sismica che si era scatenata in tutto il pianta non riusciva a distogliere l’attenzione dei militari dagli oggetti non identificati sulla soglia dell’orbita terrestre. Il campo magnetico ad alto potenziale che emettevano era la causa dello sconvolgimento del pianeta, e stava risvegliando l’attività vulcanica in ogni angolo della Terra. Se non si fosse posto rimedio in tempo l’emergenza sarebbe stata totale, intanto si stava provvedendo ad evacuare tutti i centri abitati che sorgevano in prossimità di vulcani. Il pianeta azzurro si era trasformato in una pentola a pressione che rischiava di scoppiare da un momento all’altro.

Qualcosa sui monitor all’improvviso iniziò a cambiare. Il satellite stava segnalando il movimento delle navi sulla soglia dell’orbita terrestre.

Condor balzò giù dalla sedia e piazzò il suo grosso viso quadrato davanti al monitor.

Ci siamo – le parole sembrarono un grugnito.

Stava attendendo quel momento da giorni, e per anni si era esercitato all’eventualità di un attacco extraterrestre, adesso il gioco si stava trasformando in realtà. Mancava soltanto l’OK del presidente e si precipitò alla linea diretta con la Withe House per avere istruzioni precise. L’uomo più potente della terra non si fece attendere.

Chiedo l’autorizzazione a procedere – Condor sentiva l’adrenalina che gli esplodeva nelle vene. Questa era la sua battaglia e non avrebbe permesso a nessuno altro di muovere le pedine.

Mantenetevi pronti in assetto, ma non aprite il fuoco sino a quando non saranno loro a cominciare. Niente colpi di testa Condor. Seguite gli eventi – Il presidente degli Stati Uniti, il primo afroamericano che abitava la Withe House, disse proprio quello che il generale non avrebbe voluto sentire.

Condor era convito della necessità di agire subito e con tutti i mezzi a disposizione. Una difesa massiccia avrebbe avuto più possibilità di scoraggiare ogni tentativo di invasione da parte dei visitatori astrali, una consapevolezza che era andato maturando dopo tutti gli anni trascorsi a Groom Lake. Rinunciare ad un attacco preventivo era a suo parere l’errore più grande che si potesse fare. La tecnologia terrestre era preistorica rispetto a quella di cui si erano dotate alcune popolazioni che abitavano pianeti lontani anni luce dal Sistema Solare. I militari che facevano capo ad Area 51, nei contatti, pacifici e non, che erano riusciti ad avere con gli extraterrestri, una cosa avevano compreso bene: gli esseri umani avrebbero avuto poche chance in caso di attacco al pianeta. Fronteggiare la tecnologia di cui disponevano gli stranieri planetari sarebbe stata un’impresa ardua.

La tentazione di ignorare gli ordini del presidente era grande, ma a distoglierlo dai suoi pensieri ci pensarono le apparecchiature, il campo magnetico divenne così intenso che azzerò ogni segnale sui radar. Era tempo di decidere. La mancanza di immagini sui monitor rendeva impossibile sapere a che punto fossero le navi nel loro cammino verso il pianeta. Aprì senza pensare la comunicazione con la flotta di stelt già schierata in assetto di guerra – Tenetevi pronti, la battaglia sta per cominciare –

Si abbandonò pesantemente sulla poltrona davanti alla consolle dei comandi, stava sudando ed aveva i battiti del cuore accelerati. Si era illuso che le ricerche di due studiosi, ed in particolare le indagini portate avanti dal professor Wilde, riuscissero a trovare l’arma che avrebbe salvato la Terra. Quando il suo informatore lo aveva avvertito del particolare ritrovamento fatto a Giza dall’abile dottoressa Duval, le sue speranze di trovare il lascia passare per il futuro si erano trasformate improvvisamente in realtà. Più di una volta, nei contatti che gli ambienti militari erano riusciti a stabilire con altre intelligenze che abitavano l’universo, era comparso il messaggio che invitava i terrestri a cercare una nave perduta, la nave che li avrebbe condotti alla salvezza, ed indicavano proprio nell’area di Giza il luogo in cui cercare. Sicché, quando al generale era giunta la telefonata che una strana incisione era sbucata dalla sabbia dell’altipiano delle piramidi, i vertici dei servizi segreti e degli ambienti militari americani avevano creduto che la ricerca fosse giunta al termine. Invece la tavola incisa era stata rubata, e questo rendeva l’intera vicenda inquietante, perché insinuava il dubbio che qualcun altro al di fuori della cerchia degli addetti ai lavori fosse a conoscenza di particolari che potevano mettere a rischio l’intero assetto mondiale. Se qualcuno fosse arrivato prima di loro a mettere le mani su di un mezzo così potente, almeno stando alle informazioni che arrivavano da luoghi distanti anni luce dal pianeta azzurro, la situazione poteva precipitare. Nonostante la ragnatela di informatori che aveva disseminato in Egitto ed in America, Condor non era riuscito a scoprire ancora che fine avesse fatto e dove si trovasse la tavola incisa di Giza, una situazione assurda visti i potenti mezzi dei servizi segreti. L’unica spiegazione plausibile che il generale era riuscito a darsi era che ci fosse qualche buco nella rete, qualcuno stava facendo il doppio gioco. Aveva riposto le sue speranze nella determinazione di Rosmary Duval e nella scaltrezza di Oscar Wilde, ma era giunta una delusione dopo l’altra, a cominciare dal convegno di Washington al Ritz. Aveva deciso anche di allontanare dal centro Nasa Francesco Valdi, il padre dell’antropologo, perché libero da impegni potesse dare una mano al figlio. Valdi conosceva la verità, sapeva cosa stava realmente accadendo, e avrebbe potuto dare una mano ed i suggerimenti giusti al dottor Wilde.

Ora però la situazione stava precipitando, non si poteva più attendere che la ricerca producesse dei frutti. Della nave non c’era traccia, e chi si era impossessato della stele ne ignorava persino l’esistenza. Forse. Lo scontro con gli stranieri era inevitabile, ma Condor in cuor suo sperava che accadesse presto o tardi un miracolo. Del resto l’archeologa egiziana possedeva un calco delle incisioni e stava continuando le ricerche insieme a Wilde. Se fosse riuscito ad intimorire, almeno per il momento, gli sgraditi visitatori, pensò il generale, forse avrebbe dato ai due studiosi il tempo necessario per trovare la salvezza del mondo.
La luna infuocata illuminava la volta celeste con un chiarore così splendente che nemmeno il giorno sapeva regalare. Wiser la vedeva diventare sempre più grande nel suo cammino verso il pianeta. Appoggiò gli occhi alla grande lente sulla cupola e la vide mentre nella sua corsa si lasciava alle spalle una coda incandescente. I ministri attendevano una parola. Stavano ritti e impazienti nella sala circolare, mentre i cristalli e l’acqua continuavano a produrre il suono che alimentava la vita al di là dei vetri. Il laser era pronto per essere sparato in orbita. Wiser aspettò di ricevere le coordinate precise, alle navi venne interdetto il volo sopra la cupola, poi il sacerdote intimò l’ordine di azionare il raggio. Non potevano sbagliare, la macchina era stata caricata al massimo perché il laser arrivasse a destinazione, ci sarebbero voluti due giorni perché fosse riportata alla stessa potenza. Ma tra due giorni non ci sarebbe stato più nulla.

La luce sottile tagliò come una lama affilata l’aria, ci mise meno di trenta secondi per raggiungere la luna infuocata. Il cielo si illuminò a giorno e la massa incandescente esplose. Urla di gioia fecero risuonare i cristalli dell’emisfero che sovrastava la città concentrica. L’acqua scorreva sonora negli anelli, e il gorgoglio si perdeva nella felicità del sacerdote. Urlava tra il consenso dei ministri rinati dopo il lungo inverno della paura. Ma un fremito gelido dietro la schiena risvegliò l’attenzione di Wiser offuscata fino a quel momento dall’illusione della vittoria contro l’inevitabile. La luna disintegrata perdeva i pezzi lontano dall’orbita terrestre, ma il nucleo, più piccolo, era rimasto dov’era e continuava la sua corsa inarrestabile verso Atlas.

Il fuoco cadde nell’acqua e l’onda si sollevò come un muro compatto, avvolse la città e l’inghiottì.

Oscar spalancò gli occhi e fissò lo sguardo sul soffitto. La prima luce del giorno filtrava dalla finestra socchiusa della stanza della pensione ai Parioli. L’aria di Roma era diversa da quella di qualsiasi altra città. Il sogno era tornato, ma questa volta non gli aveva procurato angoscia. Si sentiva determinato e pronto ad agire. Poteva restare ancora per una mezz’ora a letto, l’appuntamento con Arnaldo era alle otto. Il giorno precedente avevano fatto un buco nell’acqua, erano arrivati alla Biblioteca Vaticana nell’orario di massima affluenza, muoversi era stato impossibile. Non avevano potuto attendere nemmeno l’ora di pranzo perché quel lunedì l’apertura al pubblico della struttura era possibile per sola mezza giornata, la biblioteca chiudeva alle tredici per consentire agli operai l’ultimazione di interventi di ristrutturazione degli ambienti.

Oscar e Arnaldo avevano deciso di rimandare ogni cosa alla mattina successiva, sperando di avere più fortuna, perché la scaltrezza da sola non bastava affatto.

Wilde ripassò a mente l’intero programma della giornata. Aveva preferito evitare, come da accordi, di mettersi in contatto con la dottoressa Duval, per far sì che ogni più piccola traccia del suo viaggio romano fosse scoperta il più tardi possibile da chi era appostato nell’ombra. In compenso aveva trovato un messaggio del padre sulla segreteria telefonica, sembrava sconvolto. Oscar era sicuro che fosse accaduto qualcosa, non era un atteggiamento tipico di Francesco parlare in maniera laconica. Sperava che richiamasse presto, il suo cellulare al momento risultava spento, e non rispondeva nemmeno al telefono di casa. Oscar infatti aveva provato a contattarlo, sebbene nel messaggio vocale Francesco gli avesse raccomandato di non farlo. Decise che avrebbe rintracciato Francesco con mezzi più efficaci, non appena avesse portato a termine “l’operazione Vaticano”, come scherzosamente l’aveva battezzata il frate.
Alle otto precise Wilde era alla canonica da Arnaldo, indossò velocemente la tonaca ed assunse ancora una volta l’aria da prete di campagna. La Biblioteca Vaticana apriva alle nove e chiudeva le porte al pubblico alle 17,30. Alle nove ed un minuto Wilde ed Arnaldo erano all’ingresso. L’accoglienza era gestita da due laici. Conoscevano da tempo il frate scrittore, che ricorreva spesso alla biblioteca per portare avanti i suoi studi.

Padre, è un piacere rivederla! – il più giovane dei due fu il primo a salutarlo Se è qui vuol dire che sta mettendo in cantiere un nuovo libro –

Può darsi – sorrise come per confermare – Ma questa volta non sono solo – si scostò per lasciare spazio ad Oscar – Questo è mio nipote, vive in America da un po’ di anni – Arnaldo giustificò così l’accento incerto del suo vecchio allievo.

Col passare degli anni infatti l’intonazione con cui Oscar parlava l’italiano era mutata.

Padre Francesco mi aiuterà a cercare alcune fonti – chiarì il frate.

Forse lei ci svelerà qualche particolare sul nuovo libro – l’inserviente più anziano si rivolse a Wilde

Oscar sorrise e si fece avanti.

Mi dispiace deludervi, ma nemmeno io so bene ancora cosa il padre abbia intenzione di scrivere –

Arnaldo e Wilde consegnarono le loro carte di identità. Su quella di Oscar, falsificata naturalmente, era stato impresso il nome di suo padre, Francesco Valdi. I documenti vennero riposti in una rastrelliera sul bancone. Fu allora che il frate e l’antropologo si lanciarono un’occhiata di intesa.

Come sta sua moglie Filippo? E i suoi calcoli al rene? – Arnaldo stuzzicò uno dei due impiegati invitandolo a parlare del suo argomento preferito, le malattie.

Filippo si infervorava tutto quando doveva descrivere nei minimi particolari sintomi e terapie. Se poi il malanno non era il suo, ci provava ancora più gusto.

Cosa le posso dire padre? Giuliana è tutta un dolore. Ha già subito due operazioni –

La fortuna quel giorno sembrava essere finalmente dalla loro parte, perché una giovane e avvenente studentessa universitaria era appena entrata per avere accesso ai testi della biblioteca. La ventiduenne laureanda aveva catalizzato l’attenzione dell’altro impiegato. Armando, folgorato dalla fresca bellezza della giovane donna, aveva iniziato a sciorinare tutto l’elenco dei testi consultabili sulla Santa Inquisizione. Aveva assunto una posa plastica per atteggiarsi, ma l’effetto che produceva era quello di un manichino sgangherato che rischiava di cadere al suolo da un momento all’altro a causa della posizione innaturale in cui stava in piedi.

Così, mentre i quattro erano concentrati nei loro discorsi, ad Oscar Wilde non parve vero di mettere a segno subito un gioco di prestigio che da bambino si divertiva a provare sino alla nausea. Fece passare velocemente le mani davanti a sé, dando l’impressione che fosse un gesto naturale. In realtà riuscì a recuperare le due carte di identità che altrimenti sarebbero rimaste nella rastrelliera, dato che Arnaldo gli aveva spiegato che sarebbero andati via da un’altra uscita.

Il successo dell’impresa di Wilde non passò inosservato al frate, che troncò con tatto il discorso in cui via via era andato incartandosi Filippo, tra medici ed analisi senza fine.

La sala per la consultazione dei libri era vuota. Si intravedeva solo una testa porporata china su un banco in fondo alla stanza. Entrarono con passo felpato, ed infilarono i guanti di cotone che avrebbe permesso loro di consultare i preziosi scritti. Il sudore infatti avrebbe potuto rovinare la carta, in molti casi già consunta. Il frate si muoveva veloce e sicuro di sé, era evidente che era stato in quel posto già diverse volte. Oscar lo seguiva guardandosi intorno come Alice nel paese delle meraviglie. Ogni più piccolo rumore si riproduceva amplificato nella sala. Il frate si avvicinò ad uno scaffale su cui erano posizionate le cronache del 1600. Scelse con cura un tavolo – Sediamoci lì – Invitò Oscar ad accomodarsi ad un banco poco distante.

Era proprio necessario riprendere i documenti? – la domanda di Wilde nasceva dal fatto che i due impiegati all’ingresso si sarebbero resi conto prima o poi che mancavano le loro carte di identità, e che entrambi si erano volatilizzati dalla biblioteca.

Non c’è pericolo – Arnaldo tranquillizzò Oscar bisbigliando – Gli impiegati cambiano all’ora di pranzo, e chi arriva non sa chi si trova all’interno della biblioteca. Non avranno modo di controllare la nostra uscita, anche perché una volta che saremo entrati nel posto giusto non potremo venirne fuori se non passando dall’esterno. Tra breve in biblioteca ci sarà più gente e gli impiegati non faranno troppa attenzione a chi va via. Ora dobbiamo attendere solo il momento giusto per muoverci –

Il luogo preciso in cui erano diretti erano sul fondo della sala, proprio nell’angolo accanto alla postazione occupata dal cardinale. Arnaldo riusciva a vedere il profilo del religioso e la sua fisionomia gli risultò familiare. Il frate teneva gli occhi fissi sul tomo che aveva raccolto dallo scaffale e che stringeva con delicatezza tra le mani avvolte nel cotone, ma riusciva con impercettibili movimenti della testa a gettare uno sguardo sul resto della sala di lettura. La studentessa si era sistemata in un banco vicino all’ingresso, di lì non avrebbe creato alcun problema alle loro manovre. Se fossero riusciti ad arrivare alla meta prima che arrivasse più gente avrebbero corso meno rischi, ma il cardinale non accennava a spostarsi. Leggeva rapito qualcosa, ogni tanto si interrompeva e prendeva appunti su un libretto. I movimenti repentini della testa gli fecero scivolare gli occhiali sulla punta del naso e lui velocemente li riassettò nella giusta posizione, utilizzando il dito medio della mano destra. Quel gesto fu per Arnaldo la folgorazione del ricordo. Non si era sbagliato, l’uomo che stava ostacolando il proseguimento della loro missione era il cardinale Raimondi, lo stesso uomo che, involontariamente, gli aveva svelato trent’anni prima l’accesso alla biblioteca segreta. Doveva avere ormai quasi novant’anni, si era praticamente rinsecchito dall’ultima volta che si erano incontrati, Arnaldo si chiese se fosse ancora in grado di reggersi in piedi. La risposta arrivò immediatamente perché Raimondi si alzò per cercare un altro libro da consultare su uno scaffale distante dalla postazione in cui si trovava. Il suo passo era spedito, anche se un po’ tremolante per l’età, si aiutava con un bastone che aveva un manico di avorio, tra le sue dita emergevano i tratti della testa di un leone scolpita con estrema raffinatezza. Passò davanti ad Oscar ed Arnaldo, ma non li degnò nemmeno di uno sguardo, i suoi occhi erano immersi chissà in quali pensieri, tutto quello che gli si parava davanti era come se fosse trasparente. Arnaldo ricordò la frenesia con cui trent’anni prima il vescovo leggeva il papiro di Ariel, seduto allo stesso tavolo che quella mattina occupava in biblioteca. Allora nella sala c’erano solo due persone, e Raimondi non si era nemmeno accorto della presenza del futuro frate, che silenzioso stava consultando alcuni testi per la sua tesi di laurea. Era una di quelle giornate in cui la Biblioteca Vaticana restava chiusa al pubblico, ma ne era consentito l’accesso agli interni, ed Arnaldo era tra i privilegiati, sebbene fosse solo un novizio. Il cardinale aveva lasciato all’improvviso sul tavolo il papiro ed era sparito dietro alcuni scaffali in fondo alla sala della biblioteca. Il ragazzo si era incuriosito, gli era bastato poco per avvicinarsi al papiro e fotografarlo con la mente. Poi Arnaldo aveva sentito il crepitio del legno alle sue spalle e lo stridere sottile dello scaffale che si richiudeva sul muro. Quando si era girato si era trovato di fronte l’espressione atterrita di Raimondi che stava in mezzo alla stanza e si accorgeva solo allora della presenza del novizio. Era evidente che sino al quel momento era convinto di essere l’unico ospite della Biblioteca Vaticana. Il cardinale non aveva detto nulla, sapeva chi fosse Arnaldo e la famiglia da cui proveniva, si era limitato a produrre un verso che al giovane religioso era apparso un vero e proprio grugnito. Aveva afferrato il papiro e lo aveva riposto all’interno di una cartella di cuoio in cui erano stati riposti già altri appunti, poi era uscito dalla sala a passo sonoro per rendere palese il suo disappunto.

Ad Arnaldo non era parso vero di essere rimasto da solo in biblioteca, si era diretto immediatamente verso lo scaffale da cui era sbucato il vescovo ed aveva iniziato ad esaminarlo. Non sembrava ci fossero fessure, eppure avrebbe giurato d’aver sentito l’intera scaffalatura spostarsi e richiudersi sul muro. Aveva controllato se ci fossero sporgenze, leve o libri posizionati sullo scaffale in maniera diversa dal solito. L’intera sezione era dedicata alle agiografie dei santi, tutto era in ordine. Era stato quasi sul punto di arrendersi ed imputare tutto alla sua fervida fantasia, quando, osservando il pavimento antistante la libreria, si era reso conto che sul marmo era disegnata una linea che descriveva un emiciclo: il marmo era stato consunto da qualcosa di pesante che più volte ci era passata sopra compiendo il movimento tipico di una porta che si apre e si chiude. Quello fu il segnale che la sua non era stata solo un’allucinazione. Raimondi era sparito e ricomparso dietro un’anta della libreria. Così il novizio si era nuovamente assicurato che nella sala di lettura non ci fosse nessuno, ed aveva ricominciato la caccia al tesoro. Aveva ispezionato palmo a palmo la sezione dedicata alla vita dei santi, poi era passato alla parete adiacente, ma non riusciva a trovare nulla che potesse costituire una leva d’accesso ad una stanza segreta. Stava per arrendersi ancora una volta, quando i suoi occhi avevano notato un particolare. Anche se le pulizie venivano effettuate sistematicamente dagli inservienti all’interno della sala, con tutta quella carta ed il numero alto dei visitatori la polvere si posava velocemente sugli scaffali di legno scuro e massiccio. Su uno degli scaffali che il giovane Arnaldo aveva davanti agli occhi, all’estrema sinistra, il pulviscolo non c’era per nulla. Evidentemente era stato rimosso da poco da chi aveva sfilato il tomo che occupava quella posizione e poi l’aveva rimesso a posto. Anche sul legno c’erano tracce che facevano intuire che quel volume veniva consultato molto spesso. Si trattava della vita di San Tommaso d’Aquino. “Non immaginavo che interessasse a così tanta gente”, si era detto il futuro frate mentre estraeva il libro dal suo alloggio. Non era accaduto nulla, ed Arnaldo era rimasto un po’ deluso. Aveva ispezionato prima con gli occhi e poi con le dita lo spazio rimasto vuoto nello scaffale. Sulla parete laterale aveva sentito al tatto qualcosa. C’era come un’incisione circolare nel legno. L’aveva tastata delicatamente sino a quando non si era reso conto che si trattava di un pulsante. Aveva dovuto faticare un po’ per riuscire a farlo rientrare, ed era stato allora che aveva sentito uno scatto che aveva fatto stridere il legno.

La parte esterna dello scaffale che poggiava al muro si era scostata dalla parete e si intravedeva una fessura. Arnaldo aveva riposizionato velocemente al suo posto la vita di San Tommaso e si era avvicinato emozionato all’apertura che si era appena rivelata. Aveva premuto le mani sul legno e lo aveva tirato con forza verso di sé per scostarlo dalla parete: l’intera sezione della libreria si era mossa gracchiando. Il passaggio c’era ed era buio. Il novizio aveva esitato per qualche istante, poi si era inoltrato nel passaggio. La luce che arrivava dalla sala di lettura faceva intravedere dei gradini che portavano verso il basso. Appese alla parete c’erano due lampade, ed Arnaldo ne aveva presa una e l’aveva accesa. La scalinata si era illuminata fiocamente ed il ragazzo aveva chiuso alle sue spalle il passaggio prima di iniziare la discesa.

Al termine della lunga scalinata l’accesso si apriva in un’immensa biblioteca, anche se questo era un termine limitativo per descriverla, visto che, sebbene contenesse in gran parte libri, custodiva anche oggetti strani, dipinti ed opere d’arte. La luce filtrava attraverso bocche di vetrocemento che correvano lungo le pareti e che facevano in modo che l’intera sala apparisse in penombra. Lo spettacolo per Arnaldo era stato estasiante, gli ori delle brossure dei tomi e degli oggetti preziosi posizionati qua e là vibravano quando il ragazzo le colpiva con il fascio di luce che emetteva la lampada che portava tra le mani. Migliaia di pezzi tra volumi, iscrizioni e manoscritti erano accatastati su tavoli e scaffali. Quelli per lui erano il vero tesoro, opere d’arte ed oggetti preziosi non li aveva degnati di uno sguardo. Non c’erano solo libri religiosi, ma anche scritti di alchimia, magia ed astronomia. Alcuni erano scritti in lingue incomprensibili che Arnaldo non aveva mai veduto prima, erano antichi di migliaia di anni, come ne suggeriva la fattura.

Il novizio aveva trascorso oltre un’ora nella stanza segreta senza avvertire lo scorrere del tempo. Aveva posato gli occhi su scritti di cui la Chiesa di Roma aveva negato l’esistenza, su testi che parlavano di forme diverse della realtà. Non sarebbe bastata tutta una vita per leggere e studiare tutti i documenti conservati in quella biblioteca nascosta, ma per Arnaldo quel luogo divenne un Eden in cui trarre ispirazione per i suoi studi ed i suoi scritti.

Ma la sua prima volta nella stanza delle meraviglie del sapere il frate lo ricordava anche per la sensazione di panico che lo aveva invaso non appena si era accorto di non essere più in grado di aprire l’accesso che immetteva nella Biblioteca Vaticana conosciuta dai comuni mortali. Aveva armeggiato per quasi due ore in cima alla scala nella speranza di riuscire a trovare una leva o un meccanismo che gli consentisse di uscire dalla biblioteca segreta. Aveva persino sperato che l’arcigno cardinale Raimondi facesse ritorno. Le conseguenze a cui sarebbe andato incontro per la sua curiosità sarebbero state devastanti, anche in virtù della posta in gioco, ma non poteva rischiare di fare la fine del topo nelle stanze segrete dello Stato Pontificio. Fortunatamente le speranze del giovane frate erano andate perdute. Quando la luce del giorni che filtrava dal vetrocemento aveva iniziato a spegnersi, si dispose a trascorrere la notte visionando alcuni tesi dal valore inestimabile. La sala era infatti dotata di lampade sparse in punti strategici, che evidentemente aiutavano la consultazione dei testi nelle ore di buio. Aveva appena finito di divorare un dossier del 1749, che descriveva nei minimi particolari l’incontro di un gruppo di contadini del Regno di Napoli e strane creature arrivate dal cielo, quando, voltando lo sguardo in una zona buia della biblioteca, si accorse del chiarore che sbucava dietro un intero scaffale. Questa volta non ci mise molto a scoprire il passaggio, anche qui c’era un bottone sulla parete interna del mobile, nascosto da un pesante tomo.

Il varco immetteva in un ripostiglio adoperato dalle imprese di pulizia, ed alle spalle dello scaffale c’era un armadio di metallo che conteneva scope, stracci e prodotti vari per detergere. Arnaldo, prima di chiudere il passaggio, aveva cercato di individuare qualche segno che permettesse di capire se l’accesso alla stanza delle meraviglie fosse possibile anche dal ripostiglio, ma tutto gli aveva indicato che si trattava solo di una via di fuga alternativa nel caso quella principale risultasse pericolosa. Era tornato il giorno dopo a recuperare la carta di identità rimasta all’ingresso della biblioteca, aveva detto agli impiegati di essere uscito di fretta e di aver dimenticato di recuperarla. Fortunatamente gli addetti all’ingresso del giorno successivo erano cambiati e non avevano potuto fare domande pericolose.

Il frate era tornato decine di volte a consultare la splendida biblioteca, ed ogni volta era entrato dalla sala aperta al pubblico e si era defilato, alla fine della ricerca dalla porta di servizio. Una pratica che se da una parte riduceva all’osso il pericolo di essere colto in flagrante mentre lasciava la stanza nascosta, dall’altro poteva generare sospetti negli addetti alla sorveglianza della biblioteca perché lo vedevano entrare, ma non lo vedevano più uscire dalla sala. Sicché aveva centellinato le volte in cui si era concesso il privilegio di esplorare documenti celati agli occhi della gran parte dell’umanità, ed in quelle occasioni si era mescolato ai visitatori nel momento di massima affluenza nella Biblioteca Vaticana, ed aveva fatto finta di lasciare in quel momento la sala, recuperando così anche i suoi documenti. Dover usare adesso insieme ad Oscar lo stesso espediente sarebbe stato difficile. Ecco perché era stato necessario recuperare le carte di identità prima di entrare. Non era mai riuscito a scoprire il modo per riaprire l’ingresso principale, di cui riteneva certa l’esistenza visto che Raimondi era scomparso e riapparso di lì. Aveva ispezionato più volte la scalinata d’accesso senza trovare nulla, fatta eccezione per un piccolo pertugio che aveva la funzione di spioncino e che permetteva di monitorare la zona di fronte allo scaffale esterno per evitare di aprire lo scaffale in presenza di occhi indiscreti. Questo particolare aveva fatto comprendere ad Arnaldo quanto il cardinale fosse immerso nei suoi pensieri, ubriaco della contemplazione e della lettura dell’antico papiro egizio, il giorno in cui era riemerso dalle segrete in presenza del novizio. Era evidente che sua eminenza aveva dimenticato di adottare le giuste precauzioni. Raramente negli anni successivi il frate ed il cardinale si erano incrociati, Raimondi probabilmente preferiva non ricordare l’errore imperdonabile che aveva commesso. Non doveva tra l’altro sospettare minimamente che Arnaldo fosse riuscito a varcare la soglia della preziosa biblioteca perché altrimenti avrebbe fatto in modo di tenerlo costantemente sott’occhio.

Quella mattina il frate rivedeva Raimondi dopo anni. Non si aspettava di incontrarlo proprio in quell’occasione, e si chiese se la sua presenza non fosse un segno divino. Forse lui ed Oscar dovevano abbandonare l’idea di penetrare nella biblioteca nascosta, l’impresa era pericolosa per la sua figura di religioso e poteva anche non portare a nulla. Ma la presenza del cardinale che gli aveva svelato involontariamente la sala delle meraviglie poteva anche stare a significare che quella era l’unica strada da perseguire. Arnaldo abbandonò ogni dubbio, e decise che era necessario agire. Certo è che per lui rivedere il vescovo fu come fare un salto indietro di trent’anni.

Ora che il cardinale si era spostato dal banco sistemato accanto alle agiografie dei santi era il momento giusto per agire. Dovevano fare in fretta prima che arrivasse qualche altro visitatore all’interno della sala di lettura, ma soprattutto prima che il porporato facesse ritorno al suo posto.

Ci siamo – Arnaldo alzò lo sguardo dal testo che stava facendo finta di leggere.

Si diede velocemente un’occhiata intorno, la studentessa stava prendendo appunti su un blok notes dai fogli colorati, Raimondi era sparito dalla loro visuale. Il frate toccò il braccio del professor Wilde per invitarlo a muoversi. Si diressero velocemente verso l’angolo nord della sala, ma Arnaldo non poteva lasciare sul banco di consultazione la cronaca del 1600. Riportarla al suo posto significava perdere troppo tempo, ed allora l’abbandonò sul primo scaffale che incontrarono lungo la strada verso la meta, qualcuno l’avrebbe sistemata al giusto posto prima o poi.

Il frate frenò il cammino di fronte alla vita di San Tommaso. Oscar l’aveva seguito con passo veloce e silenzioso, ed ora osservava con attenzione tutte le operazioni che il suo vecchio insegnante stava eseguendo, chissà, un giorno avrebbe potuto ritornargli utile.

Quello che stai per vedere è un privilegio per pochi, ragazzo – disse Arnaldo al suo studente mentre schiacciava il bottone all’interno dello scaffale.

Il clic si sentì come un rumore secco, tanto che entrambi si guardarono alle spalle nel timore di essere scoperti. Il religioso tirò a sé il legno pesante, cercando di sollevarlo lievemente verso l’alto, ed ottenne il risultato di uno scricchiolio più lieve e meno gracchiante del solito. Il passaggio buio comparve anche davanti agli occhi di Oscar. Arnaldo afferrò la lampada appesa al muro e l’accese rischiarando le tenebre.

Fai attenzione ai gradini – bisbigliò al compagno.

Si inoltrarono nel passaggio ed il frate richiuse lo scaffale sul muro. Quando arrivarono al termine della scala l’antropologo restò senza fiato. Era vero, era tutto vero quello che si vociferava sui documenti e gli scritti segreti custoditi dalla Chiesa. Davanti a lui si stendeva un patrimonio immenso di sapere, celato da secoli agli occhi dell’umanità. I primi testi che vide furono opere di Aristotele e scrittori alessandrini che si credevano perse per sempre.

Non ora Oscar, ci saranno occasioni migliori di questa per dilettare la mente e lo spirito – lo ammonì Arnaldo invitandolo a muoversi – Vieni, dobbiamo cercare da questa parte –

Oscar dovette farsi violenza per evitare di soffermarsi sul materiale meraviglioso che gli si parava davanti agli occhi man mano che si inoltravano nella stanza. Il frate si fermò di fronte ad una credenza consunta dallo scorrere del tempo. Quando l’antropologo la osservò meglio si rese conto che era realizzata in legno di cedro e che una cornice di geroglifici perfettamente intarsiati la dominava dalla sua sommità. Era un pezzo originario egizio e doveva vantare alcune migliaia di anni dalla sua creazione. Al suo interno accoglieva solo rotoli di papiro egizi.

Arnaldo aprì l’anta destra ed estrasse un involucro cilindrico di velluto sottile. Dal suo interno tirò fuori un rotolo le cui striature gialle si illuminarono colpite dalla luce artificiale. Svolse con estrema cautela il papiro, diede uno sguardo al contenuto ed assunse un’espressione trionfante.

Siamo fortunati, è questo, non credevo che dopo tanti anni fosse riposto ancora in questi scaffali. Prepara la macchina – incitò Oscar a velocizzare i movimenti.

Wilde estrasse la piccola digitale che aveva occultato nella tonaca e mise a fuoco i geroglifici conservati nel papiro.

Un rumore sordo arrivò dalla sommità delle scale, qualcuno aveva aperto il passaggio ed a breve sarebbe piombato nella sala.

Non abbiamo più tempo – disse Arnaldo a denti stretti.

Si trovavano su un lato appartato della stanza coperto da diversi scaffali, il che permise ad Oscar di scattare velocemente almeno una foto dei pittogrammi. Il frate arrotolò velocemente il papiro, lo inserì nel velluto e lo lasciò sul piano del mobile di cedro per evitare di fare rumore aprendo nuovamente l’anta per riporlo al giusto posto. Spense la lampada e la ripose sotto una scrivania, ben nascosta. Chi era entrato si era sicuramente accorto della sua mancanza. Fece segno all’antropologo di fare silenzio e di abbassarsi, strisciarono carponi dall’altro lato del piccolo corridoio creato dalla fila di librerie, e si lasciarono avvolgere da un angolo buio.

Il silenzio fu interrotto da leggeri passi striscianti, arrivarono in fondo alle scale e si bloccarono. Il prelato novantenne faceva roteare con furia il suo sguardo in ogni angolo della sala. Arnaldo riusciva a sentire il suo respiro affannoso anche se il vecchio restava immobile come un sasso. La mancanza della lampada all’entrata l’aveva messo in allarme. Trascorsero due interminabili minuti prima che il cardinale si decidesse ad inoltrarsi nella biblioteca nascosta, a tratti il frate ed Oscar lo sentivano fermarsi, evidentemente continuava a guardarsi intorno alla ricerca dell’intruso. Si stava dirigendo nella loro direzione. Oscar trattenne il fiato. Raimondi si fermò di fronte al mobile di cedro, i due uomini nascosti nell’ombra riuscivano a vederlo. Il vecchio poggiò la lampada accesa ed aprì l’anta destra del mobile, un verso a metà tra la disperazione e la rabbia gli venne fuori dalle labbra sottili e rinsecchite. Si girò di scatto lanciando lo sguardo acquoso e gelido in tutti gli angoli della stanza. Alzò il bastone che si portava dietro più per vezzo che per necessità come per prepararsi al duello con il nemico.

Chi c’è? – la voce roca e tremula si diffuse cupa nella stanza come se stesse riemergendo dai cunicoli di un antro.

Attese, ma a rispondergli fu solo il silenzio. Riprese tra le mani la lampada accesa, probabilmente per tentare di rischiarare gli angoli bui della biblioteca, ma la luce colpì il velluto scuro poggiato sul piano del mobile. Lo vide, e si gettò a capofitto ad afferrarlo. Lo strinse al petto ansimando, come se quel gesto gli stesse restituendo la vita. Scostò il velluto per controllare che il papiro contenuto fosse quello giusto, sorrise di piacere. Si guadò ancora una volta intorno, ma la gioia di possedere ciò che per un attimo aveva temuto gli fosse stato sottratto lo distolse dalla sua caccia all’intruso. Si diresse verso la scala.

Oscar uscì dall’ombra come una pantera silenziosa ed invisibile, Arnaldo gli strattonava la tonaca cercando di convincerlo a restare nascosto ancora per qualche minuto, fino a quando il cardinale non avesse abbandonato la stanza. Wilde lo rassicurò a gesti ed il frate dovette arrendersi. Se oscar si metteva in mente qualcosa era impossibile fermarlo, lui lo sapeva bene. L’antropologo restò carponi e seguì il passo strisciante del cardinale. Raimondi si bloccò ancora una volta prima di mettere il piede sul primo gradino della scala. Spinse con la scarpa la mattonella di marmo che ricopriva nella parte centrale la faccia verticale dello scalino. Si udì uno scatto. Per arrivare in cima alla scala ci mise poco più di un minuto, mentre Oscar lo osservava disteso prono sul pavimento. Il vecchio spiò dal pertugio, tirò il chiodo a cui si appendevano le lampade e lo scaffale con le vite dei santi si scostò dal muro. Il passaggio si richiuse e del cardinale non ci fu più l’ombra. Oscar sentì Arnaldo che lo chiamava a bassa voce.

E’ mancato un pelo che ci scoprisse, dai andiamo via prima che ci ripensi e torni giù –

Ho visto come si fa – Oscar aveva un’espressione esultante.

Cosa? –

Ho visto come si apre il passaggio dall’interno –

Meraviglioso, me lo spiegherai fuori, adesso dobbiamo andare –

Ma ho fotografato troppo velocemente il papiro, preferirei scattare almeno un’altra foto per sicurezza –

Troppo tardi, Raimondi si è portato dietro il papiro, non hai visto? –

E se tentassimo di sottrarglielo con qualche trucchetto? –

Sei matto? Se l’è quasi tatuato sulla pelle, difficilmente lo lascerà incustodito. Lo abbiamo già messo in allarme, sarebbe troppo pericoloso tentare di avvicinarlo. Ci faremo bastare quell’unica foto –

Arnaldo si diresse in fondo alla sala. Estrasse il primo tomo del terzo scaffale, erano lettere di Tommaso D’Aquino. Schiacciò il bottone ed in un attimo furono nel ripostiglio ed il passaggio fu richiuso.

C’era fermento nel corridoio, dovettero attendere quasi mezz’ora prima di riuscire a mettere fuori il naso dal nascondiglio. L’Operazione Vaticano era stata portata a termine, almeno così sembrava.

Durante l’intero tragitto di ritorno alla canonica il francescano si fece ripetere sino alla nausea tutti i gesti del cardinale dal momento in cui Oscar aveva cominciato a seguirlo strisciando sul pavimento dell’antica biblioteca.

Era così semplice e non mi sono reso conto di nulla in tutti questi anni – commentò Arnaldo dopo che Wilde gli ebbe spiegato più volte il meccanismo che apriva il passaggio principale dall’interno della sala – Non mi è mai venuto in mente di appostarmi in qualche buio nascondiglio ed attendere che qualche cardinale che consulta i testi proibiti mi mostrasse il percorso di ritorno. In realtà ho sempre voluto evitare che qualcuno potesse rendersi conto della mia presenza in quel luogo da sempre celato agli uomini comuni. Solo le alte cariche ecclesiastiche possono avere accesso a quei testi e tra esse c’è anche chi ne ignora l’esistenza o ne ha sentito parlare come di una leggenda mai dimostrata. A dire la verità, con il passare del tempo il timore delle ripercussioni che avrei potuto subire se fossi stato scoperto è scomparso del tutto, ma ha lasciato il posto all’angoscia di rischiare di non poter più consultare i testi preziosi che l’archivio conserva. Può sembrare assurdo, ma la lettura di molti di quegli scritti, oltre ad ispirare gli studi ed i libri che ho scritto, hanno rafforzato la mia fede in Dio e nell’amore che ha riversato in tutto quanto ha creato. Anche se gli uomini tendono spesso a mistificare la realtà per asservirla al proprio dominio, l’essenza divina che alberga nella natura riemerge in forme diverse e spazza via ogni prepotenza umana –

Credi che quanto sta accadendo in questi giorni possa essere una punizione divina? – Oscar era credente, ma sapeva anche che la causa degli sconvolgimenti ambientali dipendeva da un evento naturale anche se extraterrestre, non era la prima volta che dei meteoriti piovevano sul pianeta.

Che ti succede dottor Wilde?. Parli come un uomo di 2000 anni fa. La natura ha le sue regole, frutto di un perfetto disegno divino, mente, intelligenza e pensiero che regola l’universo. Quando queste regole vengono sconvolte interviene qualche fattore che le ripristina. No, non credo che si tratti di una punizione, anche se molto spesso ce la meriteremmo, visto lo scempio che riusciamo a fare di questo mondo. Gli sconvolgimenti accadono per mantenere l’equilibrio delle cose, l’ordine universale che non vuol dire affatto stasi e immobilismo, ma divenire –

Mi sento un idiota – Oscar collegò la digitale al computer portatile per controllare la fotografia scattata al papiro di Ariel – Io sembro terrorizzato dalla folgore di Zeus e tu sei lucido uomo di scienza –

E’ incredibile come possa capovolgersi il mondo in certe occasioni – scherzò Arnaldo – Ma dimentichi che io sono un uomo di scienza, oltre che un religioso. Come vorresti chiamarlo chi contempla il creato di Dio osservando il superbo meccanismo con cui funziona? Dividere la scienza dalla religione è stata la cosa più stupida che l’uomo potesse fare a suo stesso danno. Ha creduto di appropriarsi della conoscenza mettendo da parte quel che le scritture raccontano, definendole una favola. Spesso però non si trova ai conti. Le teorie che la mente umana ha prodotto nel corso dei secoli puntano su una concezione dell’evoluzione del mondo e dell’universo a sé stante, senza alcuna guida superiore, sicché continuamente si inceppano e non trovano corrispondenza in quello che la terra restituisce del passato lontano. Un passato assai più remoto di quanto l’attuale scienza umana riesca a comprendere, e che per questo evita di spiegare e preferisce nascondere. Le civiltà più antiche sapevano che solo la conoscenza della fede poteva portare alla comprensione dell’universo. L’uomo col tempo si è lasciato fuorviare dalla superbia, così la sua mente si è allontanata dall’intelligenza divina ed è diventata cieca. Qualche settimana fa tu hai parlato alla tua platea di ascoltatori di Ooparts, vero? –

Sì, come fai a saperlo? – Oscar si sentì in imbarazzo, Arnaldo non era tra le persone a cui aveva fatto recapitare l’invito per il convegno che aveva tenuto a Washington.

Sono uno studioso anch’io, le voci nel nostro ambiente girano –

Mi spiace di non averti invitato, ho compilato una lista approssimativa degli invitati, che la segretaria di Berkeley ha provveduto a completare inoltrando gli inviti. Io mi sentivo frastornato, le mie ricerche avevano iniziato a prendere una direzione inaspettata, è successo tutto così in fretta, e ci sono cose a cui ancora adesso non riesco a dare un senso –

Non hai bisogno di scusarti con me. Ti conosco troppo bene per sapere che non dimentichi chi ti ama quando serve. Il fatto che tu mi abbia cercato per trovare il papiro è più importante di un invito al convegno. Vuol dire che preferisci avere fiducia in me piuttosto che mostrarmi le tue capacità di studioso –

Mi fai sentire peggio se mi aduli in questo modo, Arnaldo – Oscar si tolse di dosso la tonaca da sacerdote nell’attesa che il computer acquisisse la fotografia dalla digitale – Non sarei mai stato in grado di arrivare nella biblioteca nascosta da solo, non avevo nemmeno idea che esistesse. Se volessimo vedere i fatti sotto un’altra angolazione, mi sono semplicemente servito della tua conoscenza e basta –

Ma ti saresti rivolto a me se non mi avessi ritenuto all’altezza di aiutarti? –

No, probabilmente no –

Allora vedi che ho ragione. Non chiediamo aiuto a persone di cui non ci fidiamo. Ma torniamo agli Ooparts. Tu ci credi? –

A cosa? – Oscar temporeggiò per non dare la risposta sbagliata.

Credi che quegli oggetti di fattura umana siano davvero vecchi di milioni di anni? –

Così sembra –

E che ne pensa la scienza ufficiale a riguardo? –

E’ scettica, credo che tu lo sappia bene. E’ più propensa a credere che siano il risultato di qualche strana combinazione chimica, favorita da particolari condizioni climatiche, che riesce a beffare i sistemi di misurazione –

Immagina se all’improvviso scoprissimo che la civiltà umana non è poi così giovane come la si crede, e che soprattutto, in un tempo assai più remoto rispetto a quello che immaginiamo, l’uomo viveva sul pianeta con le stesse sembianze di oggi, non per effetto di evoluzione da altre specie animali, ma come le sacre scritture ci raccontano. L’Antico Testamento, oltre ad essere lo scrigno della parola di Dio, è il più grande e antico testo di storia che possediamo. Conserva il ricordo di avvenimenti così remoti, che oggi ci appaiono inverosimili, o forse, non riusciamo a vederli nella giusta angolazione. Prendi il diluvio universale, le indagini hanno dimostrato che un vero e proprio cataclisma climatico, con piogge torrenziali, hanno sconvolto il pianeta diverse migliaia di anni fa –

Di sconvolgimenti ce ne sono stati diversi. L’ultimo di cui si ha traccia risale a poco più di 12 mila anni fa –

Esatto. Per quale motivo dovremmo ritenere invece che la comparsa della razza umana sia diversa da quella descritta nel Libro? –

Perché non ci sono testimonianze a supporto di questa teoria –

Ne sei convinto? E’ possibile che quegli indizi siano sempre stati accantonati dagli studiosi perché inspiegabili ed in controtendenza alle convinzioni comuni. Gli Oopart sono solo alcune testimonianze di questa probabile verità, le poche che sono sfuggite all’oblio in cui normalmente vengono relegate. Anche se è possibile che prima o poi emerga qualcosa di eclatante che non possa essere in alcun modo accantonato dalla scienza ufficiale –

Ammetterai che riscrivere la storia non è un’impresa facile, e metterebbe in ridicolo chi quelle teorie le ha elaborate, insieme a coloro che continuano a seguirle per condurre le proprie ricerche –

Nulla di tutto questo sarebbe accaduto se l’uomo non avesse peccato di superbia, preferendo rigettare la verità piuttosto che confessare di aver fallito –

Ormai il danno è fatto. Se le cose dovessero stare davvero così, come hai detto arriverà il momento in cui sarà impossibile nascondere la realtà –

Oscar guardò il monitor del computer, l’immagine era stata acquisita. Era leggermente mossa, la fretta di Wilde di scattare la foto prima che il cardinale li potesse sorprendere aveva lasciato il segno, ma i geroglifici si distinguevano bene.

Il testo non è completo – sentenziò Arnaldo deluso.

Come non è tutto? – Oscar si allarmò e concentrò lo sguardo sul monitor.

Manca l’ultimo rigo, guarda, proprio il passaggio finale. Non è stato inquadrato dalla fotocamera quando hai ripreso l’immagine –

Se ti concentri forse la ricorderai, hai detto di aver letto il papiro per intero un tempo – le parole di Oscar sembrarono una preghiera – E’ solo un rigo, prova a concentrarti –

Non mi viene nulla in mente. Fammi provare – Arnaldo si concentrò sul testo immortalato nella fotografia. Cercò di approntare una traduzione approssimativa dei simboli – La donna Leone riposa nel deserto. Aprirà il suo cuore quando il giorno raggiungerà la notte. Rah guarda a testa in giù, la dea regina guarda la terra, mostrando il fratello di lui che nasce – il frate si interruppe – Non manca molto, solo alcune parole. Credo ci sia una città di mezzo. Il nome di Ariel chiude il testo –

Ma non ha alcun senso, almeno a primo impatto. Qualcosa è riconoscibile, la Sfinge è la donna leone –

Sì, è proprio lei credo – confermò il frate – Ed il giorno che raggiunge la notte fa pensare immediatamente al solstizio. Entrambi gli elementi furono le prime cose a cui pensai quando lessi per la prima volta i geroglifici –

Anche lo sciamano egizio ha parlato di solstizio – il professor Wilde si sentì confortato dalla constatazione, lo interpretò come il segnale che la strada intrapresa fosse quella giusta – Ti ho già detto che è stato lui ad indirizzarci sulla ricerca del papiro. Noi ne ignoravamo l’esistenza, e in realtà non ci ho creduto sino a quando tu non mi hai dato conferma che esistesse davvero. Ma adesso cosa facciamo? Bisogna escogitare qualcosa. E’ già difficile pensare di dovere interagire con una scultura di pietra millenaria, seguendo un testo dal significato non molto chiaro, ma doverlo fare avendo a disposizione la procedura incompleta mi sembra un suicidio. Ci metteremo una vita prima di arrivare a capo di qualcosa, e probabilmente nemmeno basterà. Non ci resta molto tempo a disposizione, visti gli improvvisi sconvolgimenti del pianeta –

Sei un uomo di poca fede ragazzo mio. Non tutto è perduto – sorrise mentre vedeva Oscar contorcersi come un leone in gabbia –

Sai come rintracciare Raimondi! – si animò l’antropologo.

Scordati il cardinale, è una preda difficile, anche se non più pericolosa. Ci metteremmo troppo tempo a stargli dietro. La biblioteca segreta, così come oggi l’hai veduta, è il frutto di secoli di raccolta del materiale. All’inizio lo scopo era probabilmente semplicemente quello di conservare la memoria della nascita della Chiesa, per mantenere vivo il legame con le origini. Si raccolse tutta la documentazione del governo spirituale e temporale dello Stato Pontificio. Ma man mano vi affluirono anche testi e documenti che davano una visione diversa dell’universo, del mondo e dell’uomo, rispetto a quella canonica fornita dalla Chiesa cattolica. Fecero la comparsa scritti di epoca contemporanea ed immediatamente successiva alla vita di Cristo, e molti altri che avevano visto la luce in epoche assi più lontane dalla venuta di Nostro Signore. Opere credute ancora oggi perdute per sempre. La biblioteca nascosta, o come i più la definisco, gli Archivi Segreti, ha subito diversi spostamenti, dal Laterano alla Basilica di San Lorenzo, poi in Vaticano nel XIII secolo ad opera di Innocenzo III. Da Innocenzo IV in poi i papi presero l’abitudine di trasferire nelle località in cui si andavano spostando, oltre ai beni liquidi ed agli oggetti preziosi, anche i testi dell’archivio e della biblioteca. E’ facile immaginare i danni che questi spostamenti hanno causato sul materiale documentario. Diversi pezzi sono andati perduti o sono stati dimenticati strada facendo, finendo spesso nelle sontuose abitazioni di nobili e più tardi di collezionisti. Di alcuni circolano anche fedeli riproduzioni, e per assurdo alcune di quelle copie divennero più pregiate e preziose rispetto agli originali, perché create con cura ed arte maggiori. Però, caro il mio Oscar – Arnaldo sorrise di piacere nel vedere l’espressione attenta dell’antropologo, il desiderio di veder uscire dalla bocca del frate parole che indicassero una via d’uscita gli si leggeva in faccia a caratteri cubitali – Se quei passaggi incrociati da un posto all’altro hanno creato un danno al materiale documentario papale, stanno per fare a noi un grandissimo regalo –

Dai Arnaldo, vuoi finirla di tenermi sulle spine? Ti sembra questo il momento di tenere una lezione di storia sugli archivi e la biblioteca vaticana? Se esiste una maniera per rintracciare quella dannata combinazione diamoci una mossa e basta, il tempo stringe – l’idea di non sapere dove volesse andare a parare il frate lo metteva in ansia.

Sei sempre il solito impaziente. Ti conosco da ventisei anni e non sei cambiato per niente. Quello che ti ho raccontato ti servirà per trovare ciò che cerchiamo. Spero che tu abbia ascoltato attentamente le mie parole, perché non te le ripeterò. Esiste una copia del papiro di Ariel, abbastanza fedele, quindi credo che faccia al caso nostro. –

Fantastico. Ma come facciamo a trovarla? –

E’ qui a Roma. Ho avuto modo di vederla in una mostra di pregiati pezzi di antiquariato, ecco perché so che è molto vicina all’originale. E’ di proprietà della contessa Glorianna Colonna Santacroce, nobildonna di una delle più antiche casate romane. Possiede una ricca collezione di antichi testi, sia originali che copie perfette, accumulati per generazioni dalla sua famiglia. Molti dei pezzi dispersi dalla biblioteca vaticana sono finiti nei loro scaffali –

Contattiamola allora, che aspettiamo!? –

Sì, è quello che faremo subito, non credo ci siano grossi problemi, è una persona affabile, e con te lo sarà di sicuro. La contessa adora gli studiosi, l’importante è che non indossino abiti religiosi – sottolineò Arnaldo.
I tremori appena percettibili con cui si stava agitando la terra facevano apparire la stanza come la cabina di una nave. Raimondi stava in piedi a gambe divaricate appoggiato al suo bastone e guardava la città eterna dall’alto della sua finestra. Il cielo giallastro gli accentuava lo stato d’ansia e il terrore che anche quello fosse un segno della catastrofe. Il respiro gli divenne più affannoso. La mano sinistra stringeva il velluto e il suo contenuto prezioso, troppi pensieri gli agitavano la mente. Quanto era accaduto in mattinata continuava ad assillarlo. Era sicuro che un estraneo fosse riuscito ad accedere alla biblioteca sotterranea. Il papiro era stato riposto fuori dal mobile in cui l’aveva nascosto appena un giorno prima con estrema cura. Qualcuno era stato costretto ad andarsene in tutta fretta, forse l’aveva consultato, ma non aveva avuto il tempo di rimetterlo al posto giusto. Nessuno fino a quel momento l’aveva notato, nessuno eccetto lui, che aveva finito per farlo diventare un’ossessione. Aveva cercato per anni di comprenderne il significato. Il riferimento all Sfinge di Giza era evidente, ed il testo sembrava la combinazione per aprire il monumento o qualcosa che con esso avesse a che fare, ma non aveva mai trovato la maniera di adoperarla. La figura mitologica che sorgeva nel deserto era inaccessibile. Infinite volte aveva cercato personalmente, o ingaggiato segretamente studiosi per riuscire a scoprire un meccanismo che lo aprisse, un accesso. Non c’era stato nulla da fare. Ma ora la situazione stava cambiando e tutto stava accadendo in maniera convulsa, tanto da sfuggire al controllo. La chiave d’accesso era stata trovata, il suo informatore glielo aveva comunicato dall’Egitto, ma qualcuno era arrivato prima di lui ed ora le incisioni erano scomparse. Gli avevano raccontato del convegno di un certo Wilde a Washington, e quello che aveva saputo lo aveva gettato nello sconforto. Più persone di quante credesse stavano cercando la verità, ma sino a quella mattina era stato convinto di essere comunque l’unico a conoscenza della combinazione di Ariel. Qualcun altro invece sapeva, e se non fosse sceso in tempo nelle segrete probabilmente anche il papiro sarebbe scomparso.

Ma chi era l’intruso? Il meccanismo d’ingresso lo conoscevano in pochi, e ancor di meno erano i porporati che consultavano gli antichi testi, anche se nelle ultime settimane qualcosa era cambiata, le visite erano diventate assai più frequenti. Già questa novità gli aveva fatto scattare nella testa i campanelli di allarme, anche se si era sentito al sicuro visto che solo lui conosceva l’esistenza ed il contenuto del papiro collegato a Giza.

Nel corso degli anni l’aveva mutato continuamente di posto tra scaffali ed arredi, mai nessuno l’aveva consultato, ne era certo, sicché si era sentito l’unico detentore della verità, anche se di una verità a metà, dato che non aveva trovato applicazione.

Da quella mattina invece aveva cominciato a sentirsi mancare il terreno sotto i piedi, tanto che istintivamente aveva portato via dalle segrete, per la prima volta, il testo di Ariel. Una mossa che Raimondi si era sempre augurato di non essere costretto a fare perché la biblioteca sotterranea era il luogo più sicuro in cui potesse essere custodito il papiro. Una volta varcata la soglia delle segrete gli occhi indiscreti si sarebbero moltiplicati in maniera esponenziale.

Ricordava ancora con ansia quanto era accaduto trent’anni prima, gli occhi avidi del novizio che indagavano i geroglifici sul papiro che lui, incoscientemente, aveva lasciato per una manciata di minuti incustodito sul tavolo della biblioteca aperta alla consultazione del pubblico. Aveva commesso un errore dietro l’altro visto che per poco non si era fatto cogliere in flagrante mentre usciva dal passaggio dietro la scaffalatura.

Un brivido di terrore percorse la schiena dell’anziano cardinale mentre la sua mente continuava a navigare tra le ondate dei ricordi dei giorni di febbrile studio del papiro. Passato e presente si riunirono come per incanto e Raimondi si sentì sconquassare dal panico quando vide la verità. Padre Arnaldo Baldoni era il giovane seminarista che aveva posato gli occhi sul suo papiro. Era stato un idiota in tutti quegli anni a non rendersi conto del problema. La febbre della ricerca l’aveva tanto accecato da renderlo vulnerabile al pericolo, aveva lasciato che una mente accesa come quella del frate sfiorasse il messaggio. Qualcuno quella mattina era entrato nelle segrete, e guarda caso Baldoni quella stessa mattina stava consultando dei testi nella Biblioteca Vaticana. Una strana coincidenza. Il suo segreto non era poi così al sicuro come credeva. Raimondi iniziò a tremare, mentre lo sguardo annacquato si perdeva al di là della finestra dove Roma rumorosa continuava ignara la sua solita vita. Traballò sul bastone nel ricordare gli avvenimenti della mattinata, cercava di seguire una logica. Aveva guardato Arnaldo distrattamente, ma era sicuro che fosse lui in biblioteca in compagnia di qualcuno. Niente di strano in questo, consultava spesso i testi quando era in procinto di scrivere un nuovo libro. Quello che però lo inquietava era il fatto che non avesse visto uscire dalla biblioteca né il frate né il suo accompagnatore. Aveva deciso di chiedere ad Arnaldo un parere in merito al saggio che stava progettando di scrivere sulle crociate, ma, quando lo aveva cercato nella sala, il frate non c’era già più. Aveva chiesto agli impiegati dell’accoglienza se l’avessero visto uscire, ma nessuno dei due aveva potuto confermarlo. L’unica certezza che il frate ed il suo accompagnatore avessero lasciato la sala di consultazione stava nel fatto che i loro documenti di riconoscimento non erano più nella rastrelliera, anche se nessuno dei due impiegati ricordava di averli restituiti ai proprietari. Questa stranezza acquistava un senso se accostata a quanto accaduto nelle segrete. Era certo che un intruso, o magari due, avesse avuto accesso alla biblioteca sotterranea, e quel che peggio avesse consultato il papiro di Ariel, lasciandolo in fretta e furia fuori posto. Restava in ogni caso un particolare da chiarire, rimuginava il porporato. Se Arnaldo, o qualcun altro, avesse davvero scoperto la sala segreta e proprio quella mattina vi avesse fatto visita, in quale maniera era riuscito ad uscirne? Lui stesso aveva trascorso in biblioteca tutto il giorno e non aveva visto nessuno venir fuori da dietro la scaffalatura dei santi, a parte se stesso. Probabilmente Arnaldo Baldoni era riuscito a sgusciare via in quella manciata di minuti in cui si era allontanato per cercare dei testi dall’altro lato della sala. La sua discesa nelle segrete doveva essere stata assai fugace, e del resto lo dimostrava il papiro trovato per la prima volta fuori posto dal suo alloggio. Se il frate si fosse appostato nell’ombra in ogni caso sarebbe stato bloccato nella sala sotterranea perché appena Raimondi si era reso conto della manomissione aveva chiamato gli addetti alla vigilanza a sorvegliare costantemente la stanza di consultazione. Poi ricordò che i documenti di Arnaldo e del suo accompagnatore erano già spariti dalla rastrelliera dell’accoglienza. Tutti questi pensieri accesero ancor più dolorosi, taglienti come specchi rotti, i dubbi ed i tormenti di Raimondi.

La terra continuava a tremare e il vecchio religioso decise che non c’era più tempo da perdere.
Oscar tirò un respiro profondo prima di suonare al citofono d’ottone di via della Scrofa, dove l’attendeva Glorianna Colonna Santacroce. Aveva indossato lo splendido completo grigio di Armani, il suo preferito, si era sbarbato e portava gli occhiali da vista che aggiungevano fascino alla figura e mettevano in risalto gli occhi.

Una voce femminile gracchiò dal microfono, il professor Wilde si annunciò ed il portoncino si aprì con uno scatto. Non era stato difficile farsi ricevere dalla contessa, Oscar l’aveva contattata telefonicamente, e Glorianna Colonna Santacroce in un primo momento aveva creduto che si trattasse di uno scherzo. Non poteva credere che l’affascinante Oscar Wilde stesse parlando proprio con lei. L’antropologo, nella breve conversazione in cui si erano intrattenuti per telefono, aveva scoperto che la donna seguiva con passione tutti gli studi che aveva condotto per Berkeley negli ultimi anni. Conservava in un album tutti gli articoli di giornale che parlavano del professor Wilde e raccontò al suo interlocutore che una brutta influenza le aveva impedito di raggiungere Wshington per assistere al convegno sugli Ooparts. All’inizio Oscar si era chiesto se la donna facesse parte del nugolo di potenti che aveva visto piombare al Ritz, ma poi aveva concluso che, se la contessa avesse fatto parte di questi, avrebbe preso un volo per gli States anche con la febbre a quaranta.

L’espressione di Glorianna quando si trovò sull’uscio di casa il professor Wilde era di piena estasi. Lo accolse con un sorriso immenso, reso splendente dalla dentiera nuova di zecca. Indossava un vestito di seta rosa con un profondo scollo che lasciava scoperti i seni appassiti. Il suo viso aveva invece subìto così tanti interventi di chirurgia estetica che la pelle era tesa come quella di un tamburello. Oscar pensò che le mummie che aveva visto all’Egyptian Museum erano meno inquietanti.

La donna scostò il suo corpo secco per lasciare entrare l’ospite in casa, ma non troppo, sicché Wilde fu costretto ad entrare in contatto con lo spettrale decoltè per accedere all’appartamento.

Non immagina quale onore sia per me averla qui, dottor Wilde – Glorianna si tuffò a baciare sulle guance Oscar che restò rigido come uno stoccafisso stretto nel suo abbraccio.

L’onore è mio contessa – si affrettò a dire riuscendo a scollarsi con garbo di dosso l’intraprendente settantottenne.

La domestica oggi ha la giornata libera – gracchiò contenta – così ho preparato ogni cosa con le mie mani. Mi segua – Si inoltrò nell’appartamento, mentre Oscar la seguiva guardandosi intorno.

Era un intrico di stanze dagli arredi antichi e pesanti, alcuni di gran pregio, altri decadenti e bisognosi di restauro. Sulle pareti quadri d’autore e documenti antichi protetti dai vetri, ma del papiro di Ariel Oscar non vedeva traccia. Glorianna lo condusse in un salottino nel cuore dell’abitazione. Una consolle in stile vittoriano era appoggiata alla parete, mentre, al centro della stanza, accanto al divanetto bianco era accostato un tavolino. Su di esso erano stati disposti con cura una teiera fumante, due tazze ed una guantiera con i pasticcini.

Si metta comodo professore – Più che un invito ad Oscar parve una minaccia.

Nella stanza non c’era alcun modo per sedersi se non quel divano a due posti, niente poltrone né sedie, così al professore non restò che accomodarsi accanto alla contessa, che non perse tempo ad accorciare ulteriormente le distanze.

Mi dica di cosa ha bisogno Oscar, posso darti del tu vero? – ebbe un sussulto di piacere quando l’antropologo annuì sorridendo – Sono a tua completa disposizione – disse avvicinando il viso ad un palmo da quello di Wilde.

Sto per iniziare una ricerca storica sulla documentazione accumulatasi nei secoli negli archivi pontifici – Oscar parlava restando rigido come se stesse seduto sulle uova, nel timore che qualsiasi suo movimento potesse essere per la donna un pretesto per balzargli addosso.

L’atteggiamento della contessa era inequivocabile, nel sedersi si era sollevata la gonna del vestito sino a metà coscia mostrando le gambe, su cui la pelle faceva un immenso sforzo per far restare la carne incollata alle ossa, mentre con le dita della mano si massaggiava la scollatura.

So che una parte di quegli scritti con il tempo è stata dispersa, ed è entrata in possesso di alcune famiglie nobili, tra cui anche la sua, contessa. Ecco, mi piacerebbe avere la possibilità di dare un’occhiata al materiale che possiede – un attimo dopo aver pronunciato questa frase Oscar si pentì amaramente.

Tutto il materiale che possiedo è come se fosse tuo – l’espressione sensuale che Glorianna tentava di assumere a Wilde fece terrore. Aveva l’aria di un’acerba adolescente alla sua prima cotta – Ma non c’eravamo detti di darci del tu? –

Certo contessa … Glorianna. Questo te è per me? – cercò di cambiare discorso, ma commise l’ennesimo errore.

Certo, qualsiasi cosa di me ti appartiene – poggiò una mano sul ginocchio di Oscar e lo smeraldo, grosso come una nocciola, che portava al dito mandò bagliori intensi. Oscar si sentì soffocare, balzò in piedi e cominciò a parlare velocemente con il tono discorsivo che adoperava durante le sue lezioni a Berkeley.

Non mi sono mai occupato sinora degli archivi della Chiesa. Certo, è già stato scritto molto sull’argomento, ma io vorrei concentrare l’attenzione su ciò che è rimasto fuori dalla Santa Sede e che potrebbe far trapelare il carattere degli scritti annoverati nella collezione segreta del Papato, di cui da anni si parla, ma della cui esistenza non si ha certezza. Allora Glorianna, vuoi accompagnarmi in questo giro culturale tra i cimeli della tua famiglia? – Oscar le sorrideva, ma il suo tono era stato perentorio.

Sul viso della contessa scese il velo della delusione, e calò il sipario sullo sguardo languido che aveva avuto stampato sulla faccia sino a quel momento. Gli occhi cerulei si appannarono di rassegnazione, e per il momento depose le armi. Si alzò in piedi e la gonna le tornò sotto il ginocchio.

Seguimi – sorrise debolmente, mentre Wilde preparava il taccuino per prendere appunti.

Il tesoro dei Colonna Santacroce era sparso tra librerie e bacheche, posto come arredo al centro delle stanze o sui muri dell’appartamento, che aveva un’estensione di circa 350 mq. Un museo in piena regola che accoglieva pezzi autentici di inestimabile valore, alcuni risalenti al II secolo dopo Cristo, e copie amanuensi di scritti assai più antichi provenienti da diversi angoli del mondo. All’appello mancava tuttavia ancora il papiro di Ariel. Avevano girato circa una decina di stanze, praticamente tutta la casa, ed Oscar ebbe il dubbio che il frate avesse commesso un errore nel ricordare il proprietario della copia che stavano cercando. In realtà poteva anche essere possibile che la contessa avesse venduto o ceduto il pezzo della collezione, sebbene questa fosse un’eventualità che Arnaldo aveva escluso a priori, poiché più volte alla donna erano state fatte pressioni perché cedesse i documenti più preziosi in suo possesso. Fu lei stessa poco dopo a raccontare al professor Wilde che le erano state offerte cifre da capogiro, ma che lei aveva opposto sempre un netto rifiuto. Aveva creato una fondazione storico culturale che avrebbe acquisito alla sua morte l’intero tesoro documentario, esponendolo al pubblico. Ma i suoi nipoti non erano disposti a privarsi di un’eredità così ghiotta, attendevano speranzosi che la vecchia zia tirasse le cuoia per impugnare il testamento e rispondere alle sostanziose offerte che arrivavano dai collezionisti di mezzo mondo.

Non potranno fare nulla – sorrise compiaciuta la contessa – Quando i documenti diverranno beni dell’umanità, ed accadrà presto, ho le mie conoscenze, anche se gli eredi ne entrassero in possesso non potrebbero venderli in alcun modo –

E’ una collezione meravigliosa, Glorianna, e il gesto di donarla al mondo è un degno di una nobildonna – le parole dell’antropologo tornarono a scaldare le fantasie della settantottenne, gli occhi le divennero ancora una volta languidi e il professor Wilde comprese che quella era l’ultima occasione che aveva per giocare bene le sue carte, prima di soccombere. Doveva innanzitutto sapere se la copia del papiro di Ariel si trovasse ancora in quella casa, era ormai da più di un’ora in balia di Glorianna Colonna Santacroce e non era arrivato a capo di nulla. Il tempo stringeva, quella sera stessa doveva riprendere il volo per il Cairo.

Non ho visto tra i documenti alcun esemplare che faccia riferimento all’antico Egitto. Questo vuol dire che non ne possiedi? – chiese con noncuranza.

Uno soltanto, è una copia amanuense, ma assai pregevole. Pur non conoscendo il significato dei simboli, chi li ha riprodotti li ha resi identici all’originale – la contessa si illuminò di uno strano entusiasmo che lasciò perplesso Wilde – Vuoi davvero vederla? –

Sì … sì – Oscar pronunciò un assenso titubante avvertendo che quel favore gli sarebbe costato qualcosa.

Questo vuol dire, mio caro professore, che sarò costretta a farti entrare nell’unica stanza a cui non permetto ad alcun uomo di metterci piede, tranne che al mio, naturalmente –

Oscar si sentì in preda alla disperazione, aveva immaginato che non sarebbe stata un’impresa facile recuperare il papiro di Ariel, aveva messo in conto anche di rischiare la vita, vista la piega che avevano assunto al Cairo gli ultimi avvenimenti, ma doversi difendere dalla corte serrata di una nobildonna incartapecorita era un’opzione che non aveva calcolato. Era molto sensibile al fascino femminile, ma ogni età ha i suoi paletti e il suo decoro, e la contessa, pensò Oscar, avrebbe dovuto essere rinchiusa in una gabbia per i suoi bollenti spiriti fuori luogo.

La donna, invece, era in preda ad una sorta di delirio, dopo lo stentato sì del professor Wilde, lo prese per la mano e lo condusse in fondo al corridoio verso l’unica porta che sino a quel momento non era stata aperta davanti agli occhi del suo ospite.

Le tende bianche erano tirate davanti alla grande finestra e la luce entrava con un chiarore lattiginoso che avvolgeva gli arredi. La stanza era grande, arredata con mobili raffinati, un sontuoso tappeto persiano sui toni dell’azzurro era disteso sul marmo lucido del pavimento ai piedi del letto a due piazze che troneggiava al centro della camera.

Oscar lasciò correre velocemente lo sguardo in tutti gli angoli, ci vollero pochi secondi prima che si rendesse conto che quel che stava cercando l’aveva trovato. Il papiro di Ariel si stendeva in tutto il suo splendore sulla parete a capo del letto. Il viso del professore si illuminò e mandò in delirio la contessa, che ancora una volta fraintese gesti ed espressioni dell’ospite.

Ecco, in questa stanza c’è tutto quello che desideri –

Quel papiro è autentico? – l’antropologo cercò di smorzarle l’entusiasmo, ma allo stesso tempo volle tastare il terreno per trovare la maniera di fotografare la parte mancante del manoscritto.

Quale papiro caro? – Glorianna cadde dalle nuvole.

Quello sul … letto – Oscar esitò per un attimo, poi si arrese al nome, sapeva che la contessa avrebbe manifestato ancor più insistentemente i suoi bollenti spiriti, ma cominciò a pensare che forse poteva sfruttare a suo vantaggio questa debolezza della donna.

Oh quella, è solo una copia Oscar – Glorianna accorciò le sue distanze da Wilde – Ma ti posso assicurare che l’originale vale assai di meno. Qui c’è solo roba di valore, sai – la contessa gli si parò davanti con un’espressione poco rassicurante.

Allora professore, è tutto qui quello che ti interessa? –

Non proprio – Oscar si rese conto che era l’ultima occasione per agire.

Doveva togliersi per qualche minuto dai piedi quella prugna secca, assatanata ed ingioiellata per poter fotografare il documento appeso al muro. Per riuscirci doveva fingere di stare al gioco, il minimo indispensabile naturalmente, per non soccombere.

La casa rispecchia la tua classe, Glorianna –

E’ un onore essere apprezzata da te – lo cinse con le braccia.

Riuscirei ad apprezzarti ancora di più se indossassi qualcosa di particolare, della lingerie sexy, che ne dici? – Wilde sapeva che stava rischiando una vera e propria violenza carnale perché l’aristocratica romana non intendeva assolutamente mollare la presa. Ed infatti per Glorianna la richiesta del professore fu come una vincita al Superenalotto. Oscar trattenne il fiato in attesa di una reazione della donna, che arrivò istantanea. Lanciò un gridolino di piacere, sembrava stesse andando fuori di senno per la gioia.

Ogni tuo desiderio è un ordine, dovrai attendere solo qualche minuto. Ti assicuro che non te ne pentirai professore – la contessa si staccò come un fulmine dal collo di Wilde e corse nel bagno patronale che aveva l’accesso dalla camera da letto.

Oscar la sentì armeggiare con abiti e toeletta, finché faceva rumore poteva tenere sotto controllo i suoi movimenti. Estrasse velocemente la digitale dalla tasca e scattò due foto al testo del papiro. Fece appena in tempo a mettere da parte la macchina fotografica prima che Glorianna Colonna Santacroce rimettesse piede nella stanza. Oscar Wilde aveva sperato di riuscire a svignarsela prima del ritorno della contessa, ma l’allegra signora ripiombò nella stanza piena di energia. Aveva indossato un baby doll color lilla cipria, calze a rete chiare e ciabattine con tacco vertiginoso in tinta con la lingerie. Glorianna prese la rincorsa e balzò sulla preda. Oscar fu colto alla sprovvista, mentre il corpo ossuto e flaccido si contorceva intorno al suo emanando un odore intenso e dolciastro di lillà che gli colpì le narici. Ebbe una reazione che mai si sarebbe aspettato di indirizzare nei confronti di una donna. Si scrollò con energia di dosso la contessa che sembrava un’indemoniata, e la scaraventò sul letto. Glorianna atterrò di schiena sul suo giaciglio notturno, per qualche attimo di secondo ebbe dipinta sul viso un’espressione esterrefatta, tanto che Oscar si chiese se avesse esagerato. Ma poco dopo la contessa tornò ad agitarsi e Wilde si rese conto che i modi rudi a cui era ricorso avevano infervorato di più la sua ospite. Prima che Glorianna tornasse all’attacco si diresse alla porta ricomponendosi alla meglio, afferrò la ventiquattrore che nel trambusto era finita dall’altro lato della stanza.

Dove stai andando? – la contessa allarmata si mise a sedere sul letto.

Contessa, mi dispiace … preso dalla foga del momento non mi ero reso conto dell’ora, ho una riunione importante tra meno di dieci minuti all’Università – fu la prima scusa che gli passò per la testa.

All’università adesso? – il suo fervore iniziò finalmente a smorzarsi.

Certo, è un incontro programmato da mesi, non posso mancare –

Tornerai? – era una supplica.

Certo, ci vedremo appena possibile. Grazie per l’ospitalità, è stato un piacere – avrebbe voluto ingoiare le parole, ma doveva cercare di irritarla il meno possibile, una donna così poteva diventare fastidiosa e procurare noie trasversali. Si affrettò verso la porta d’ingresso e contò i gradini del pianerottolo che lo portarono giù per strada. Solo allora tirò un respiro di sollievo.

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