In anteprima Carnival road (racconto vincitore del premio nazionale città di Rosignano)

L’auto scendeva veloce dalla Carnival road, sbandando. Una densa scia di fumo le usciva dal motore. George Gatwin, intento a rassettare il giardino con il suo tosaerba, la vide passare davanti ai suoi occhi. Un uomo stava riverso sul volante, tenendo premuto il clacson con il petto. L’auto andò a sbattere contro il muretto del giardino di ortensie del suo vicino, Marc Lowell.

George lasciò il tosaerba e si precipitò verso l’auto. Vide nel vetro posteriore due fori di proiettile. Forse una carabina di precisione. Uno dei proiettili aveva colpito al collo l’autista, da dietro, poco sotto la nuca. Gli aveva quindi spezzato la colonna vertebrale. Urtando la base del mento era uscito scardinando la mascella. Tranciò la lingua, della quale un moncone penzolava fuori dalla bocca. Deviato verso il basso, il colpo aveva attraversato il vetro e forato il cofano per conficcarsi infine nel radiatore. Questa era la ragione di tutto quel fumo che nient’altro era che il vapore acqueo sparato a pressione sul motore caldo. George era bravo in questo tipo di analisi. Era stato il suo mestiere per anni, quando prestava servizio come perito balistico presso la polizia di Los Angeles. Ora si godeva la sua meritata pensione. Tentò di aprire la portiera dalla parte della guida, ma l’urto l’aveva bloccata. Girò attorno all’auto.
Marc Lowell uscì infuriato di casa, bestemmiando. Brandiva minaccioso la sua mazza da baseball. “Maledetto ubriacone drogato! Gli faccio vedere io cosa vuol dire rovinare il giardino di Marc Lowell.” Fece pochi passi e una saetta sibilante lo colpì in pieno volto. Un proiettile gli entrò sulla guancia destra poco sotto lo zigomo e uscì dalla parte opposta portandosi via la mascella, la guancia e metà della faccia. Marc crollò a terra come una marionetta con i fili tagliati. Scalciò un paio di volte prima di restare immobile, senza vita.
“Porca puttana!” George si tuffò a terra al riparo dell’auto, scottandosi la mano con il liquido bollente che ancora usciva dal radiatore.
“Maledizione! C’è un pazzo che tiene sotto tiro la Carnival dalla collinetta in alto. Ha una fottuta mira. Deve essere poco meno di un miglio, in linea d’aria. È riuscito a colpire alla testa un uomo in movimento, da quella distanza… Perché qui? Questa strada a quest’ora è abitata solo da pensionati e casalinghe.”
Dalla casa di fronte uscì Marta che si fermò sulla veranda. “Non si può farla finita con quel cavolo di clacson?” Chiese irritata.
George acquattato davanti all’auto le gridò “Marta, per l’amor del cielo, rientra in casa! C’è un pazzo…”
La donna ebbe un sussulto. I suoi occhi volsero al cielo, il suo ventre si squarciò, le si aprì un buco come lo sportello di una lavatrice, vomitando tutto quello che c’era dentro. Marta cadde a terra con un verso soffocato, sbattendo il viso.
“Nooooo!!!” Gridò disperato George “che tu sia maledetto!” Ansimante, con gli occhi pieni di orrore “Chi è quel pazzo? Cosa vuole?”
Il corpo dell’autista scivolò di lato, adagiandosi sul sedile di fianco. Il suono del clacson s’interruppe. Gatwin fece un sospiro di sollievo. Quel suono gli stava trapanando il cervello. Seguirono alcuni istanti di calma irreale. “Se potessi almeno raggiungere il telefono in casa. Se metto il naso fuori di qui, non faccio tre passi. Ma perché non mi ha sparato prima, quando tosavo l’erba? Per un tiratore come quello, ero un bersaglio fin troppo facile?”
Gatwin sentì fischiettare dal fondo della strada. “È un vecchio successo dei Doors. Conosco questo fischio.” Disse.
Tommy, il ragazzo dei giornali, stava risalendo la Carnival con la sua mountain byke. Nel cestello aveva gli ultimi giornali. Nelle orecchie teneva ben conficcate le cuffiette del suo ipod e cantava e fischiava a più non posso. Il giovane Tommy, appena quindici anni, era affetto da quella che si potrebbe definire logorrea liquida. Le parole uscivano dalla sua bocca a fiumi. Non si limitava, come i suoi colleghi, a lanciare il giornale passando in bicicletta. Lui spesso si fermava a commentare gli articoli con i destinatari, oppure, se incontrava qualche ragazzina di suo gradimento, non disdegnava farglielo notare, con lunghe e ipnotiche dissertazioni sul fascino o qualunque cosa gli venisse in mente di dire. Quelli di Carnival, ultima via del suo giro consegne, erano i più penalizzati dai suoi ritardi, ma la simpatia di Tommy era tale che tutti avevano accettato di buon grado l’ordine delle cose.
“Maledizione, come sempre è in ritardo, ma oggi batte il suo record. Doveva scegliere proprio oggi per farlo? È solo un ragazzo. Tommy! Tommy, va via!”
George agitava le braccia, ma Tommy non lo sentiva. “Signor Gatwin, che ci fa là sotto? Problemi con la macchina?” Chiese il ragazzo in affanno per la salita. La risposta gli arrivò sotto forma di un proiettile al ginocchio destro. Tommy cadde a terra con un fortissimo dolore alla gamba. Il sangue gli usciva abbondante dalla ferita e in breve gli rese marrone tutto il jeans sotto il ginocchio. Con un enorme punto interrogativo negli occhi, fissava Gatwin a una cinquantina di metri da lui. Per un attimo sembrò pensare a un brutto scherzo o a una punizione per il suo eccessivo ritardo. Tenendosi la gamba con la mano, puntando i gomiti, tentò di sfilarsi da sotto la bicicletta.
Il suo volto si contorceva dal dolore. George lo guardava con la bocca aperta balbettando il suo nome. Quella scena gli riportava alla mente un’altra scena capitatagli dieci anni prima. Quella volta il bersaglio era suo figlio. Aveva impiegato molti anni per trovare un luogo nella sua mente nel quale nascondere quel ricordo. Uno di quei ripostigli della coscienza dentro i quali nascondere i ricordi angoscianti, ricoprendoli coi mattoni che il tempo ci mette a disposizione. La vista di Tommy in quelle condizioni aveva abbattuto in un solo colpo quel muro e lasciato fuggire tutti i fantasmi. George si agitava spostando le mani da una parte e dall’altra come un animale in gabbia. Guardava il ragazzo come uno che, persa la presa della mano, stava precipitando nel vuoto. Pensò di andare a soccorrerlo. Dalla collinetta, uno sparo echeggiò sulla Carnival. George restò con gli occhi sbarrati e le orecchie dritte per capire dove fosse diretto il colpo. Sentì un forte scossone alla gamba. Lo sparo gli aveva colpito la scarpa portandogli via il tacco. Ritirò il piede di scatto, afferrandolo con la mano, per controllare che tutto fosse in ordine. Si udì un altro sparo. Fece appena in tempo a vederlo conficcarsi nella fronte di Tommy. Il proiettile, uscendo, gli fece esplodere il cranio, spargendone il contenuto alcuni metri dietro di lui.
“Nooooooo!!!!” George scoppiò a piangere di rabbia e di dolore. Tenendosi la testa fra le mani per non impazzire, stringeva i denti così forte che sembrava volesse romperseli con la forza delle mascelle. Tremava tutto, come in preda al delirio. “Devo ragionare, devo ragionare.” Ripeteva fra sé ossessivo. “I proiettili! Quei proiettili sono diversi fra loro. Il colpo che ha preso Tommy al ginocchio e quello contro la mia scarpa non erano esplosivi! O quel pazzo lassù sta usando più fucili o ha un fucile come quello di Jack…” Ascoltando le sue parole si bloccò. “Jack Settecolpi. Quello è il fucile di Jack Settecolpi. Ora ricordo di aver letto sul giornale che è uscito di prigione giusto una settimana fa per buona condotta. Doveva restarci tutta la vita, ma pare essersi comportato come un agnellino. Una jena non può tramutarsi in un agnellino. Quel suo maledetto fucile lo conosco. Può sparare fino a sette proiettili di diverso tipo con la massima precisione. Poi deve essere lasciato raffreddare per dieci minuti. Le modifiche che quel pazzo ha fatto hanno ridotto lo spessore della camera di scoppio. Se non si lascia raffreddare può esplodere in faccia di chi lo usa. In una sola settimana non può essere riuscito a modificare quel difetto. D’altronde Jack ha sempre sostenuto che un buon killer non necessità di più di sette colpi, nemmeno per provocare una rivoluzione.”
In quel preciso istante, George sentì lo squillo di un telefono portatile, molto vicino a lui. Veniva dall’interno dell’auto. Qualcuno stava chiamando il cellulare dell’autista.
“Se potessi raggiungerlo…” pensava.
Dal fondo della strada, giù in paese, sentì suonare il clacson di un pullman.
“Il torpedone della scuola! Sta riportando a casa i bambini. Impiega circa dieci minuti per arrivare fin qui. Se quel pazzo di Jack riesce a ricaricare il suo fucile, sarà una carneficina.”
George trattenne il fiato e si alzò di scatto in piedi, allo scoperto, tenendo gli occhi chiusi. Restò immobile un istante, quindi, con il viso illuminato dalla conferma delle sue congetture, si tuffò dentro l’auto a cercare quel cellulare che suonava con insistenza. Rovistò fra le tasche della giacca intrisa di sangue. Si lanciò in corsa con il telefono in mano, giù per la Carnival, passando vicino al corpo di Tommy, immerso in una pozza di sangue. Era morto con gli occhi e la bocca aperti. Le sue pupille, rivolte verso l’alto, sembravano voler guardare il foro sulla fronte.
George correva con tutto il fiato che aveva in quel suo corpo di settantenne. Doveva fermare il torpedone prima che imboccasse la Carnival. Correndo come uno zoppo a causa del tacco mancante, si portò il cellulare all’orecchio premendo il tasto verde. “Chiunque voi siate chiamate la polizia! Un pazzo sta facendo un massacro a Belleville sulla Carnival road. Avete capito?! Chiamate subito la polizia! Avete capito?!”
Una voce fredda rispose all’altro capo. “George, sono io. Non mi riconosci? Sono Jack, il tuo amico Jack.” George fermò la sua corsa. Piegando la schiena e con la mano sul ginocchio, tentava di riprendere fiato. “Maledetto bastardo figlio di puttana!”
“Non sei più un ragazzino George. Non è rischioso correre così? Potrebbe venirti un colpo al cuore.”
“Conosco quel tuo maledetto fucile e so dove vuoi arrivare. Non ti lascerò i tuoi maledetti dieci minuti. L’unica volta che ho fatto quell’errore hai sterminato la mia famiglia. Ne porto ancora il peso sulla coscienza.” George riprese a correre.
“Sono commosso. Prima che stacchi la telefonata, voglio chiederti: sei sicuro di aver fatto bene la conta dei colpi?”
“Certo, bastardo! Due contro l’auto. Uno su Marc. Uno su Marta. Uno contro la mia scarpa e due contro il povero Tommy. Fanno sette, bastardo! Stavolta la pagherai per tutte!” disse ansimante.
“George, sei proprio invecchiato! Non ti sei accorto che uno dei due colpi sull’auto è di una trentasette?… Mi meraviglio di te.”
George si bloccò e guardò l’auto. Gli cadde il braccio con il telefono in pugno lungo il fianco. Alzò lo sguardo verso la collinetta e vide il bagliore di uno sparo.

C’era un gran movimento quel giorno sulla tranquilla Carnival road. Una folla di curiosi si stava ammassando oltre le transenne della polizia. “Fate largo, tornate a casa. Non c’è niente da vedere.” Predicava invano un agente.
“Non potete impedirci di passare. Dovrò appellarmi al diritto di cronaca.” Disse uno della tivù. Più giù, lungo la strada, il torpedone giallo della scuola era circondato di mamme che abbracciavano i loro bambini. “Perché piangi mamma?” Chiese il piccolo Jerry. “Niente figliolo. È che la mamma ti vuole tanto bene.”
Un via vai di ambulanze a sirene spiegate tagliava il brusio della folla e gli ordini dei poliziotti. Due elicotteri sorvolavano a bassa quota la zona.
Un detective con una tazza di bevanda calda si avvicinò a un’auto dove stava seduto un uomo con le spalle coperte da un giubbotto delle squadre speciali.
“Tenga signor Gatwin! Le farà bene.”
Benché fosse una gradevole giornata primaverile, George tremava di freddo. Aveva lo sguardo di chi aveva attraversato l’inferno almeno un paio di volte. Sorseggiò la camomilla e chiese, fissando il nulla, “Jack?”
“Lo abbiamo preso Gatwin. Lo abbiamo preso.”
L’agente si allontanò dall’auto. Si avvicinò all’orecchio di un collega. “Portatelo alla centrale. Mi raccomando ragazzi, fate con delicatezza. È un assassino, ma è molto malato ed è stato un buon poliziotto.” Poi si rivolse all’ispettore. “Non mi riesce di non provare pena per quell’uomo. Continua a raccontare la stessa assurda storia di Jack Settecolpi. Non ho avuto il coraggio di dirgli che Jack è morto due anni fa sulla sedia elettrica. Non vorrei essere al suo posto quando si renderà conto di ciò che ha fatto.”
L’ispettore si grattava la testa, incredulo. “Quando la moglie di quel poveraccio sull’auto ci ha detto di aver parlato con un tizio al telefono che sembrava fuori di sé e parlava di una strage sulla Carnival, non mi aspettavo certo di trovarmi di fronte una scena simile. Gatwin, in preda ad allucinazioni deliranti, ha sterminato i vicini a sangue freddo, ha ucciso quel poveraccio che passava in auto e Tim Gonzales, il ragazzo dei giornali. Quando siamo arrivati, era adagiato sul corpo del ragazzo e lo chiamava ripetutamente Tommy, il nome di suo figlio. Aveva ancora il fucile in mano. Jack Settecolpi massacrò la sua famiglia sotto i suoi occhi, dieci anni fa. Finché poté impegnarsi sul lavoro, Gatwin sembrò reggere. Una volta in pensione, il suo stato psicologico è crollato. Aveva troppo tempo per pensare e per ricordare. Quella casa doveva sembrargli immensamente vuota. Ho parlato col suo analista al telefono. Mi ha detto che negli ultimi tempi lo aveva trovato pericolosamente vicino al crollo, ma chi poteva aspettarsi tutto questo.”
“Un accidenti di storia.”
“Già, un accidenti di storia.” Ribatté l’ispettore.

George Gatwin morì poche settimane più tardi in seguito ad arresto cardiaco.
La Carnival road non fu più la stessa. La via, conosciuta da tutti in città per le sue case colorate e i suoi abitanti gioviali e allegri, era stata segnata con la violenza, per sempre. Un giorno spuntò sotto il nome della via un cartello che recitava “Carnival road, l’ultima via di Tim il ritardatario”.

 

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