Inedito di Nicola Catenaro: La notizia
Un racconto inedito di Nicola Catenaro
“Buongiorno alla stampa”. L’edicolante, con sguardo d’intesa, recita questa formula tutte le volte che le mie notizie finiscono in locandina. Sono le 10 passate, è una bella mattina di sole e di primavera ed io ho appena preso un caffé al bar di fronte all’edicola. Sono ancora rintronato, però. Come se non bastasse lo stress da lavoro a rendermi la vita difficile, ieri sera un amico mi ha trascinato al Pub della Luna ed è finita che abbiamo fatto le quattro di mattina. Tra chiacchiere, versi dimenticati, musica e bicchieri. Poco male. Un altro caffé, tra un po’, mi aiuterà a fare pace con il mal di testa.
“Mattia, mi fai leggere i giornali? Lo sai che prima delle 11 la redazione non si sveglia. Sono in astinenza da notizie. Fai il bravo”. L’edicolante Mattia mi sorride sbilenco, inarca le sopracciglia e poi, con spirito leggero, mi propina una delle sue battute: “Ma come, l’autorevole erede di Montanelli è a corto di notizie? Impossibile. Questa mattina il tuo giornale è andato a ruba. Guarda, mi sono rimaste due copie”. Vero, due copie soltanto. La notizia dello stato di degrado di Ponte dei Miracoli, il trafficato viadotto d’ingresso alla città, deve aver fatto furore. Mi tuffo sul dorso della Voce dei Campanili che, però, riporta in prima pagina un articolo diverso. “Il sindaco lancia l’allarme: Colle Resistenza sta franando”, è il titolo a caratteri cubitali. Sottotitolo: “Il primo cittadino confessa: colpa degli abusi edilizi di cui siamo responsabili”. Ho le traveggole? No, in testa al pezzo c’è la mia firma per esteso! Un brivido mi percorre la schiena, il giornale mi cade dalle mani. “Che ha la stampa? Si sente poco bene?”, chiede Mattia ironico. Lo guardo ma non lo vedo. Raccolgo il giornale, lentamente. Lo sistemo nello scaffale. Mi tremano le gambe, sento un vuoto alla bocca dello stomaco. “Si è fatto tardi, devo andare in redazione” sussurro. “Dimenticavo di dirti, caro il mio Bocca”, aggiunge Mattia mentre mi allontano, “che la tua notizia ha già fatto il giro della città. E davanti al Municipio stanno protestando con tanto di cartelli e striscioni. Al tuo sindaco vorrebbero quasi fargli la pelle”.
Cosa? Proteste sotto le finestre del sindaco? Ma sbagliano, santo dio, sbagliano. Non è vero niente. Colle Resistenza non sta franando! Il sindaco non lo ha mai detto. Non si sarebbe mai sognato neanche di pensarlo. E poi, come è possibile che ieri sera io abbia messo in pagina il pezzo sbagliato, quello scritto per gioco e che oggi avrei dovuto spedire alla posta elettronica di alcuni miei colleghi per far loro uno scherzo? Come è possibile, mi domando, che la redazione centrale non si sia accorta dell’errore e che da Milano non abbiano chiesto ulteriori informazioni, anche solo per valutare la possibilità di un richiamo in nazionale?
Corro verso il Municipio. Da lontano vedo un gruppo di persone che agita cartelli e striscioni, proprio come mi aveva detto Mattia. Urlano e strepitano, controllati a vista dalla Digos. La rabbia dei manifestanti si specchia nel panico che mi assale. Rallento il passo. Torno indietro. Mi dirigo svelto in redazione.
Un quarto alle 11. Il caposervizio dovrebbe già essere al lavoro. Suono, mi apre: è addirittura raggiante. La corta cravatta color vinaccio è avvolta su un sorriso stantio. Il caposervizio Rosario è fin troppo pieno di sé per avvertire nei miei occhi il terrore. “Hai fatto centro, Tommaso Veri. Una notizia da incorniciare. È incredibile: il sindaco che annuncia un disastro di cui lui stesso si dice colpevole. Le agenzie e i siti l’hanno già rilanciata. Con le dichiarazioni dei tecnici, pronti a giurare che è tutta colpa della nuova megalottizzazione. Abusi edilizi, capisci? Abbiamo per le mani una vera bomba. E si parla anche di mazzette rifilate ai politici in cambio dei permessi. Il caporedattore mi ha chiamato e si è complimentato. Mi ha detto che meriteresti una promozione. Ora, però, mettiti subito al lavoro. Sulla notizia ci dobbiamo tornare. Faremo un’intera pagina, con risvolti e un mucchio di interviste, e il pezzo in nazionale è garantito”.
Sono disperato. Mentre rientra nella sua stanza, la mia voce urla: “Rosario, ti prego, vieni qua e ascoltami. Non è vero… Non è vera questa notizia… Ascoltami: è un pezzo scritto per gioco, lo capisci? Chi ha impaginato l’articolo e lo ha mandato in stampa, fosse stato il direttore in persona, ha commesso un errore e passerà qualche guaio. Ti dico che bisogna fermarla questa notizia. Subito”.
Silenzio. Il capo è rientrato nella sua stanza e, dunque, non assisto alla sua reazione. Ma immagino che l’annuncio lo abbia perlomeno scosso e che ora scoppierà in un urlo. Sento un sibilo provenire dalla stanza, un sibilo quasi animalesco. Altri secondi di silenzio, poi Rosario esplode in una risata che mi fa tremare i polsi. Torna da me. Gli occhi gli si illuminano su quel sorriso stantio e giallastro. “Tommaso, credevi forse che avrei messo in pagina quello stupido pezzo su Ponte dei Miracoli da ristrutturare? Un pezzo noioso fino alla morte. Converrai con me che era molto meglio l’articolo che avevi lasciato sul desktop del tuo computer. La tua indagine, vera o falsa che sia, adesso è la notizia del giorno. I residenti della nuova lottizzazione hanno abbandonato le loro case e sono scesi in strada a protestare. Sta nascendo un comitato. E la magistratura è al lavoro sulla nostra notizia di reato. Il sindaco, mi dicono, rischia l’arresto. Vuoi forse che domani usciamo con l’annuncio che è stato tutto uno scherzo? Suvvia, Tommaso, sii serio. Fammi un piacere: fai finta che la notizia sia vera e datti da fare. Con questa storia abbiamo dato il buco a tutti i colleghi e ci camperemo per un paio di mesi”.
Sono stupefatto dalle sue considerazioni ma la conversazione è terminata, almeno per il momento. Accendo il telefonino, mi aspetto una valanga di messaggi. E invece niente. Bip, bip. Due chiamate dall’ufficio del sindaco e una dal coordinatore dell’opposizione. Lo immaginavo. Richiamo il sindaco al telefonino. “Buongiorno, come va?” azzardo io. Non ho il tempo di continuare. Mi aggredisce, vomitandomi addosso tutto il disprezzo di cui è capace: “Tommaso Veri, lei è un delinquente! Si rende conto, perdio, di cosa ha combinato? Non so chi le abbia dato quelle informazioni, ma io non sono stato di certo. L’ufficio stampa sta preparando la smentita ed io ho già contattato personalmente i miei avvocati. Questo è un complotto suggerito dalla minoranza e io, giuro, la trascinerò in tribunale”. Poi aggiunge, con voce trasformata dalla collera: “Lo sa quante persone hanno acquistato casa nella nuova lottizzazione di Colle Resistenza? E sa anche che vogliamo costruire lì il nuovo ospedale, vero? Si rende conto che ora l’intero affare rischia di saltare per colpa sua? Gliela faro pagare, giuro”. “Sindaco, io…”. Click. Fine della conversazione.
Accendo il computer. Mi collego alle agenzie. Forse Rosario sta esagerando, forse c’è qualche voce fuori dal coro che potrebbe invitare tutti a ragionare e aiutarci a smorzare l’eco dilagante di questo pasticcio. Sorpresa: ci sono addirittura cinque lanci. Il primo è delle 10 e 5: è un breve resoconto della protesta sotto il municipio con le dichiarazioni di un portavoce del nascente comitato. Il secondo, pochi minuti dopo, racconta come è nata l’idea di lottizzare Colle Resistenza e costruire nelle vicinanze il nuovo ospedale. Il terzo, a distanza di un quarto d’ora, riporta l’intervista all’esperto di turno, guarda caso militante qualche anno fa nelle file dell’opposizione, il quale conferma piccoli smottamenti e lesioni agli edifici appena costruiti. Seguono due lanci recentissimi: uno accredita l’ipotesi che la magistratura sia già al lavoro per indagare amministratori e tecnici sospettati di corruzione, l’altro annuncia la convocazione di una riunione urgente in prefettura con gli organi preposti ai controlli di rito.
All’improvviso mi sento sollevato. La mia notizia è falsa ma, miracolosamente, potrei aver scoperchiato una pentola che bolliva da tempo. Chiamo il coordinatore dell’opposizione, ovviamente soddisfatto di come stanno andando le cose. “Ottimo lavoro, Tommaso”, esordisce, “hai fatto davvero un ottimo lavoro”. “Già, già”, gli rispondo, “ma io non lavoro per voi. Dimmi, piuttosto, avete già un dossier su questa lottizzazione? Dico, documenti che possono confermare le ipotesi…”. “Tommaso, stai scherzando? Di quale ipotesi parli? Le tue, da quello che ho letto, sono certezze e non ipotesi. Non sappiamo nulla degli abusi. Il dossier, semmai, lo chiediamo noi a te…”. “Va bene, va bene. Ti saluto, a presto…”. Riattacco, ma solo per la necessità di governare il panico che ancora una volta mi assale. Di là il caposervizio è al telefono: come un forsennato celebra l’ultimo successo del giornale con colleghi, amici e parenti. Siamo entrambi dannati. Lui ha pubblicato una notizia falsa che io, maledetto, ho scritto per gioco. Esco, ho il cervello in frantumi.
Il pezzo del giorno dopo è facile. Certi pezzi si scrivono a tavolino. Con cinque lanci di agenzia e il comunicato di smentita del sindaco, al quale difficilmente crederà qualcuno, potrei riempire da solo due pagine. Compreso un ampio risvolto sulle indagini avviate dalla magistratura. Vorrei capire se esiste una via di uscita.
In ogni caso parlare adesso non servirebbe a niente: sarei scambiato per un pazzo. E il caposervizio, per tutelarsi, sarebbe capace di smentirmi. Rischierei di essere allontanato dal giornale. Calma, calma. In fondo ho il tempo di scoprire qualcosa di interessante, un fondo di verità per un atterraggio morbido sul mondo reale. Studio. Da solo. Lontano dalla redazione, dove mi attendono per la stesura della seconda puntata di questo incredibile falso.
In Municipio, grazie ad un amico, ho fotocopiato l’intero fascicolo relativo alla lottizzazione di Colle Resistenza. Poi ho fatto un salto lì, tra le nuove costruzioni, per accertarmi di persona della situazione. Ho parlato con alcune famiglie, ho dato un’occhiata ai terreni e alle case. Nessuna lesione evidente, nessun rischio immaginabile. Nel frattempo, ho ricevuto persino i complimenti di alcuni colleghi, meravigliati di come il sindaco abbia potuto esporsi fino al punto di rilasciare al mio giornale la lunga intervista-confessione. “Semplice, è tutto frutto della mia invenzione”, avrei potuto rispondere. Non l’ho fatto. A cosa sarebbe servito?
Trascorro il primo pomeriggio a leggere le carte. Non c’è niente di irregolare, a parte l’esposto di un consigliere di opposizione (cugino, guarda caso, del tecnico intervistato dalle agenzie) che denuncia l’illegittimità dell’esproprio che ha subito per la costruzione del futuro ospedale. L’esposto, presentato alcuni giorni fa in procura e inviato per conoscenza al sindaco, non parla né di abusi edilizi né di rischi ambientali. Nel resoconto in allegato, tuttavia, si fa riferimento ad un vecchio progetto che l’amministrazione avrebbe colpevolmente dimenticato nel cassetto. Il progetto, vincitore di un concorso nazionale indetto dal Comune cinque anni fa, quando a governare era l’opposizione, prevedeva la realizzazione dell’ospedale in una zona in pianura situata dalla parte opposta di Colle Resistenza. Un’area che, lo sospetto da tempo, rientra grazie ad un prestanome nei beni di famiglia del procuratore capo. Comincio a capire. Se è vero che per il futuro ospedale bisognerà cercare un’altra sede, va da sé che i terreni del procuratore saranno i favoriti. Con il beneplacito degli avversari politici del sindaco, ai quali la mia notizia ha fornito un formidabile assist. Manca dunque solo l’ultimo tassello: l’intervento diretto della procura, che potrebbe tirare in ballo la testimonianza di qualche pregiudicato disposto a tutto. Ho una fantasia fervida e maliziosa. Ma la realtà è peggiore dei miei cattivi pensieri. Così, come nei film, accade che la procura abbia già confermato i nomi degli indagati quando, alle 17 in punto, torno in redazione. Avviso di garanzia per sindaco, assessori e vari tecnici e ingegneri delle Opere pubbliche, tutti sospettati di aver falsificato atti e perizie in cambio di favori o soldi.
La commedia dell’assurdo mi assegna un pezzo facile da scrivere. Le informazioni delle agenzie sono già finite copia e incolla nei notiziari del pomeriggio e nei siti Internet. E domani gli avvisi di garanzia saranno l’apertura di tutti i giornali che, per recuperare la notizia bucata il giorno prima, calcheranno la mano sui resoconti con ampi risvolti nelle edizioni locali e richiami nelle pagine regionali e nazionali. “Tommaso, presto, hai il pezzo per il nazionale da fare” urla Rosario dall’altra stanza. Ho le lacrime agli occhi e le mani fanno fatica a muoversi sulla tastiera. Non mi sono mai sentito così in colpa prima d’ora, ma scrivere è l’unico modo per fingere di avere ancora il controllo della situazione.
Una notte di incubi sognati ad occhi aperti: non ho dormito neanche un’ora. In compenso ho preso una decisione. Andrò dal prefetto, gli confesserò tutto e lo implorerò di intervenire.
Alle 9 sono già da Mattia ad ammirare le locandine del mio disastro: “Abusi edilizi e mazzette, Comune sotto inchiesta” recita la Gazzetta lombarda; “La collina frana, sindaco e amministratori indagati” è il titolo del Corriere del Nord; “Abusi in collina, il Comune trema” strilla il mio giornale. È come vivere in piena irrealtà.
“Mattia, ti prometto che risolverò il caso” annuncio con la voce che mi trema all’amico edicolante. “Sei grande Tommaso, io sto qui a vendere notizie mentre tu scrivi la storia”. Falsa. Una storia falsa, Mattia. Ma non ho la forza di spiegare in quale baratro di bassezza ho trascinato un’intera città. E non c’è verso di tornare indietro. Almeno per ora. Entro nel bar di fronte e ordino un caffé corretto. È la prima volta che mi accade di bere di mattina. Eppure ne ho bisogno. L’alcol mi rilassa ma amplifica la paure. Secondo giro, secondo caffé corretto. Il barista non esita a servirlo ma, per la prima volta, mi osserva con uno sguardo a metà tra lo stupore e la pena. Ne voglio un altro, ma questa volta prendo direttamente uno Stravecchio. L’ultimo sorso di quel buon liquido caldo mi ubriaca. La testa mi gira, sento le gambe pesanti. Infilo i Rayban, pago e ed esco lentamente. Barcollando.
Il poliziotto di guardia all’ingresso della Prefettura intuisce immediatamente che ho un comportamento strano. “Non si sente bene?” chiede. “Mi sento bene” rispondo, nascondendo gli occhi strabici di alcol sotto gli occhiali da sole. Affinché si tranquillizzi, però, devo esibire il mio tesserino da professionista. Alza la cornetta, chiede alla segreteria l’autorizzazione a lasciarmi passare. Un minuto di attesa. Il prefetto, evidentemente, non si aspetta una mia visita. Mi inerpico lungo le scale. Inciampo, scivolo e cado. È una fortuna che il guardiano non se ne accorga. Continuo la mia ascesa. Ancora un piano, il corridoio e sono in segreteria. “Sono Tommaso Veri, ho un appuntamento con Sua Eccellenza” biascico. Il capo dell’ufficio di gabinetto non fa una piega e, con odiosa formalità, mi invita ad accomodarmi. Mi chiamerà lui. Sprofondo sul sofà e quasi mi addormento nell’attesa. Sogno di detestabili lacché in doppiopetto che, piroettando in stanze arabescate, ripetono frasi senza senso. Il lacché autentico mi sveglia. “Signor Veri, si può accomodare, il prefetto la attende”. Mi tolgo gli occhiali, osservo per un attimo i miei occhi pesti riflessi nello specchio. Entro nella stanza, dalla quale escono – sorpresa! – il procuratore capo e il coordinatore dell’opposizione. Capisco di aver fatto male i mie calcoli: il prefetto potrebbe essere connivente con giudice e amministratori. Vacillo, sono confuso, non ho però la forza di tornare indietro. “Caro Veri, che cosa la porta da me?” ammicca il prefetto, sporgendo in avanti i denti affilati e luccicanti. “Eccellenza, avrei… insomma, ho una storia da raccontarle”. Le parole mi muoiono in bocca. Riprovo: “Prefetto, mi ascolti, le voglio raccontare in verità come è nata questa storia”. Lui intanto si avvicina, lisciandosi i baffi. Mi scruta, avverte subito il forte odore di alcol e sorride. Batte la mano destra sul panciotto, volge gli occhi da porcospino in basso e quindi parla: “Tommaso Veri, lei è molto provato, lo immagino, da questo sforzo compiuto per raccontare come stanno realmente le cose. La città deve esserle grata, lei è una specie di eroe. Ha evitato che si potessero commettere altri illeciti ai danni della collettività. Le annuncio che, nel mio piccolo, l’ho proposta questa mattina come candidato al premio in palio per il giornalista dell’anno. Sa, il premio che il circolo presieduto dalla mia consorte assegna ogni anno ai cronisti della città. Spero vivamente che sia lei il prescelto”.
Sogno, sogno ad occhi aperti una città diversa. Governata dai filosofi e resa magica dai poeti e dagli artisti visionari. La sogno mentre il prefetto dai denti affilati mi invita a degustare un brandy d’annata. Sono le 11, in redazione mi aspettano ma io sono completamente ubriaco. Sprofondato nel sofà di Sua Eccellenza, il quale mi parla della moglie e dei suoi progetti di costruire un orfanotrofio nella piana situata dalla parte opposta a Colle Resistenza. Sì, proprio lì. Lì dove, secondo il progetto originario pensato dall’opposizione e sostenuto nell’ombra dal procuratore, sarebbe dovuto sorgere anche il nuovo ospedale. Che orrore! Sull’onda delle agghiaccianti rivelazioni del prefetto, i mie sospetti trovano subito conferma. “Non le nascondo, Veri, che fui io suggerire l’idoneità di questa bella area in pianura ad ospitare nosocomio ed orfanotrofio. Una proposta nata quando ad amministrare la città c’erano uomini più lungimiranti e avveduti, ovviamente. Veri, mi ascolta?”.
Non lo ascolto più. Il mio cellulare squilla. La redazione, ne sono sicuro. No, è il sindaco. “Tommaso, dimentichi ciò che le ho detto al telefono. Ora è importante che ci incontriamo. Ho scoperto delle cose che il suo giornale non potrà ignorare. Non per telefono, per carità. Vediamoci, la prego, al Caffé delle Anime. Mi aspetti tra dieci minuti all’ingresso del Municipio. Ci andremo insieme”. Sono pronto. Ecco la via di uscita.
Non credo di aver salutato il prefetto, ma poco importa. È impegnato nel declamare le odi di Orazio al centralinista. “Nunc est bibendum, nunc pede libero pulsanda tellus…”, recita con ubriaca follia. Fuggo via dal Palazzo. Fuggo inseguito dal terrore. Ho ancora la testa ottenebrata, ma la speranza di uscire da questo incubo mi ha placato. Scriverò la notizia, quella vera, e denuncerò i responsabili di questo orrendo complotto. Me compreso, l’inconsapevole (ma ugualmente colpevole!) strumento. Sì, certo, sono disposto a pagare un prezzo alto pur di salvare l’anima. Che importa se non riuscirò a giustificare in alcuni passaggi il mio comportamento? Che importa se il giornale e i politici mi smentiranno pur di evitare le responsabilità? La verità, la mia verità, verrà a galla. E sarà più forte delle loro bugie, perché io urlerò la mia notizia al mondo intero. E non sarò il solo. Non sarò solo… Ah ah ah! Ah ah ah ah ah ah…! Rido, finalmente rido! Ho trovato la via di uscita. Corro verso il municipio. Vedo da lontano il sindaco. È nervoso, fuma, non riesce a stare fermo. Ha un fascicolo sotto il braccio, probabilmente le prove con cui spera di essere scagionato dalle false accuse. Sorrido, sono vicino alla soluzione. Agito la mano in alto, lo saluto. Lui si gira verso di me e non si accorge che qualcun altro sta correndo verso di lui dal lato opposto della piazza. È un ometto piccolo, un imprenditore noto in provincia. Digrigna i denti, è sconvolto. In mano ha un coltello. “Fermati, fermati” grido io. “Maledetto sindaco, mi avevi promesso l’appalto dell’ospedale, maledetto. La mia azienda sta per fallire, tu avevi giurato di aiutarmi. Crepa!” urla come un pazzo. Il sindaco strabuzza gli occhi dallo spavento ma non è capace di reagire. Si piega, cerca scampo proteggendosi con il braccio. Quello, come una tigre, gli affonda con violenza la lama nella spalla e lo fa cadere a terra. Poi giù, altri colpi terribili al torace e allo stomaco mentre lo insulta: “Maiale, non ti sono bastati i soldi che mi hai estorto per la tua maledetta campagna elettorale? Ora mi vuoi mandare anche in rovina? Vai all’inferno, tu e i tuoi compari”. Impietrito assisto alla scena, che si svolge con una rapidità e con una violenza raggelanti. Mi accorgo che, nel frattempo, sono intervenuti due poliziotti a bloccare l’omicida. Mi muovo meccanicamente verso il corpo a terra del sindaco, ora immobile. Lo scuoto, lo chiamo per nome. Non mi risponde, è coperto di sangue dappertutto. Il sangue si mescola con l’asfalto. Ho la nausea. Mi viene da vomitare. Qualcuno grida che il sindaco è morto, altri urlano che serve un’ambulanza. Adesso ci sono tante persone intorno. Avverto le sirene in lontananza. Il sindaco, con un filo di voce, chiede di essere aiutato. Poi non si muove più. Sembra davvero morto. Accanto a lui il fascicolo, imbrattato di sangue. Faccio per afferrare il dossier ma una mano, quella di un uomo in uniforme, è più svelta di me. “Questi documenti sono sequestrati. Ordine della procura”. Mi alzo in piedi, mentre l’uomo in uniforme scompare dentro un’auto blu che si allontana come un razzo. Il cielo si fa inferno. Tutto si tramuta in nero. E il buio vomita le colpe della città su Ponte dei Miracoli che, all’improvviso, nella verità che s’intravede chiara in lontananza, al di là della piazza, in una luce soprannaturale e verdastra, io vedo molto chiaramente sussultare e poi scomporsi e ancora tremare, scaraventando nel vuoto centinaia di auto e persone, e, infine, crollare miseramente su se stesso come un giocattolo.
Autore: Nicola Catenaro
Titolo: La notizia (racconto)
Nome: Nicola
Cognome: Catenaro
Regione di residenza: Abruzzo
Email: nicola.catenaro@tin.it
Questo articolo è stato scritto da Redazione il 29 ottobre 2008
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