inedito: “IKEA” di Francesco Scardone

Moderni mattatoi. IKEA. Frecce sbiadite sul parquet ad incastro. Tundra esotica color malva 03. Che ti indicano ben bene dove spiaccicare il tuo prossimo passo. Di quanti gradi voltarti per passare al prossimo stand. Famiglie felici della domenica mattina. Bimbetti dal bel sorriso che si rincorrono fra i mobili ultraleggeri in legno d’acacia. Mamme nevrotiche che gridano il nome delle proprie bimbe immaginando un losco figuro che, al primo passo, le farà prigioniere del suo nero mantello.

Norrsten. Mobile. Un’anziana signora sbircia dentro ad un cassetto e passa un dito sul ripiano superiore per verificare quanta polvere si sia accumulata dall’ultima volta che è passata di lì. 399 euro. Jamsunda. Tavolo. Due bimbe di nemmeno dieci anni fingono di prendere il tè delle cinque con i loro amici folletti immaginari. 349 euro.

Moderni mattatoi. IKEA.

Grimle. Erserud. Nisse. Norden.

Migliaia di mucche, tutte in fila, che aspettano il loro personale colpo di fucile ad aria compressa.

Jansjo. Utby. Bjursta.

Il fucile poggiato sul capo. Un tonfo attutito. Lontano. Il corpo della mucca che frana su se stesso.

Henriksdal. Melltorp.

Non è questo il momento per fare gli eroi. Per cominciare a vivere. Per alzare il capo. Segui la freccia. Questo basta.

Non è il modo in cui decidi di scendere a compromessi con la vita. E’ il modo in cui te la neghi, la vita.

Cammino lentamente fra gli scaffali. Cercando luce fra gli interspizi delle moderne librerie. Osservando il mio riflesso nello schermo a cristalli liquidi del gigantesco televisore appeso nel soggiorno-simulato.

Un paio di bambini si tuffano su un materasso in lattice. Sprofondano letteralmente fra le fodere. Stanno annegando, penso.

Moderni mattatoi. Migliaia di persone, in fila, che aspettano il proprio personale acquisto conveniente. La super-offerta del giorno. Il loro personale colpo di fucile ad aria compressa.

I nomi di alcuni articoli sono talmente nordici che ispirano freddo. Rabbrividisci al solo pronunciarli.

Ci saranno un milione di modi per togliersi la vita, penso. Almeno un milione.

Non so perchè sono qui. Ci sono capitato, potrei dire. Ci sono capitato come sono capitato in questo squallidissimo mondo. Come sono capitato in questa fottuta vita. Sono qui per caso. Sono qui perchè essere altrove farebbe lo stesso. Sono qui perchè non ho più scampo. Non ne ho mai avuto.

Una vecchietta si è addormentata su una sedia a dondolo.

Dò un’occhiata al ristorante e lì ci sono centinaia di famiglie che si mettono in fila per accaparrarsi la propria personale porzione di polpette svedesi. Di renna, così almeno ho sentito dire.

Ci sono troppe persone, questo è il punto. Troppi esistenti. A volte trovo sollievo nel ridurre tutta la questione ad un problema di quantità. Troppi, questo è il punto!

Una casalinga resta imbambolata sull’oblò di una lavatrice a vedere come i vestiti girino velocemente nella centrifuga pulita.

Passeggio distrattamente nel nuovissimo soggiorno-simulato Stycke. Fra i cassettoni della modernissima cameretta-simulata Trondheim. Mi avvicino ad uno scaffale dove bellissimi libri rilegati in multicolore fanno risplendere la luce. Ne apro uno. Osservo le pagine bianche della letteratura-simulata.

Penso che anche il legno sa di plastica qui. Persino l’acciaio.

Sono qui per caso, dicevo, e per giunta anche costretto a rimanerci. Ma tanto, dicevo anche questo, essere altrove non farebbe alcuna differenza. Lavoro qui da un paio di anni. Custode. In pratica resto qui per un tot di ore al giorno e mi assicuro che nessuno si ficchi sotto l’impermeabile la lampada a muro Besta Norum. Che a nessuno venga in mente, durante la notte, di venire a rubare una catasta di scatole per scarpe Jokkmokk. Di bicchieri da grappa Diod.

A volte, molto spesso oramai, mi chiedo il perchè. Perchè continuare ad andare avanti in tutto questo. Spingersi oltre. Continuare. Sporgersi continuamente oltre il parapetto. Compromettersi. Proseguire. Continuare. A vivere.

In fin dei conti so benissimo che la morte arriverà anche per me. So bene che non dovrò continuare per sempre. Dritto. Lungo la freccia gialla. Non lo dovrò fare per sempre. Un giorno, e non hai idea di quanto sia fasulla questa definizione “un giorno”, io potrò fermarmi. Stop. Il mio cammino finisce qui. Niente più frecce colorate. Niente percorsi illuminati.

Sono dappertutto. Le frecce, voglio dire. Dappertutto. Ce n’è una, ogni mattina, che mi obbliga ad alzarmi dal letto e ad aprire gli occhi. Una che mi costringe a inzuppare qualche biscotto ipercalorico nella tazza colma di latte. Ce n’è una tratteggiata sul volto dei miei simili che mi obbliga a dare loro la mano. A chiedere scusa, perfavore, grazie, arrivederci, prego, è un piacere, ti amo, non ho più niente a che vedere con te, sarà per la prossima volta. Ce n’è una persino fra le cosce della mia donna che mi obbliga a penetrarla per dare temporaneo sollievo ai miei focosi bollori. Ci sono frecce dappertutto. In ogni luogo. Ad ogni passo. Frecce. Frecce. Frecce.

Ma poi, a volte, quando sono solo di notte a rigirarmi nel mio letto, comincio a pensare a quando tutto questo avrà termine. Non mi interessa poi tanto, almeno in quei momenti, se avrà termine sul serio o si protrarrà per sempre. Nell’eternità. Mi soffermo solo sull’ipotesi che finirà. Qualcosa devasterà la mia contingenza. La freccia sbiadita si cancellerà completamente dal mio viso ed io… io… io mi annullerò. E niente sarà di me. Niente resterà. Stop. E’ in quei momenti che ho paura. Un terrore che non saprei spiegare. Non ho paura della morte. Ho solo paura di non esserci più. Scomparso. Volatilizzato nel nulla.

Due signori di mezz’età stanno discutendo sulla robustezza di Kajsa Trad 56×24. Mensola. 85 euro. Uno ha i baffi e dice all’altro che mensole del genere non reggono nemmeno un paio di peluche. L’altro, glabro in viso, annuisce. Sembra pensieroso.

Giro lentamente, goffamente, cercando di non calpestare la freccia sul pavimento. Cerco di farmi spazio fra le mattonelle bianche, negli spazi dove il pavimento non mostra nessuna indicazione sulla via da seguire per non perdersi nel gigantesco centro commerciale. Eppure, nonostante i miei sforzi, ritorno sempre sulla tundra esotica. Malva 03. Sono condannato ad esistere!

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