inedito: “Il cavaliere della notte” di Max Meli

Prologo

Jordan Roof atterrò con il suo elicottero privato, nel centro della città del Vaticano. Era stato convocato all’ultimo momento. Odiava quando Clemente XX lo mandava a chiamare con così poco preavviso. Credeva di essere l’unico ad avere degli impegni? In fondo lui era il presidente del più potente stato esistente: L’Unione Americana. Si era formata all’incirca nel 2050, dopo la fusione delle Americhe in un’unica nazione. In soli 20 anni di governo era riuscito a creare una vera e propria utopia. Aveva completamente eliminato la religione e tutte le altre superstizioni, a vantaggio della scienza. Ovviamente il papa non aveva gradito per niente. Lo aveva addirittura scomunicato, ma ormai il suo potere, negli stati di oltreoceano era debole. Soltanto l’Eurasia continuava ad andargli dietro. Nel giro di altri 20 anni avrebbe esteso i suoi domini anche lì.

Scese dall’elicottero grigio metallizzato con passo sicuro. Indossava una camicia nera, pantaloni e giacca blu, con una cravatta dello stesso colore. I capelli corvini, con qualche ciuffo bianco, erano pettinati all’indietro e fissati con la lacca. Si tolse gli occhiali da sole, con la montatura in oro, e li ripose nel taschino. Di solito, li portava sempre ma in Vaticano era perfettamente inutile. Tutti conoscevano la sua vera identità. Aveva due occhi color rubino, che mettevano a disagio chiunque li vedesse. Non sembravano umani e, in effetti, non lo erano.

Oltre ad essere il presidente dell’Unione Americana, Jordan Roof era anche l’ultimo Gran Maestro delle Tenebre. Dall’alba dei tempi (e anche prima), il suo ordine cercava di far sprofondare il mondo nell’oscurità. Peccato che ci fossero gli Illuminati a mettergli i bastoni fra le ruote. Per circa duemila anni, i suoi avversati avevano avuto vita facile. Erano niente poco di meno che la Chiesa Cattolica, l’istituzione più influente al mondo. A nulla erano valsi i tentativi dei suoi predecessori. La religione era diventata inattaccabile. E pure, lui ci era riuscito. Non era stato affatto facile. Aveva dovuto richiamare i quattro cavalieri neri, per screditare l’immagine della Chiesa. La gente era diventata sempre più avida e non aveva più ne tempo ne voglia di preoccuparsi della propria anima. Almeno così avveniva nei suoi domini.

Erano secoli che il leader degli Illuminati non contattava l’Ordine delle tenebre. Evidentemente erano in difficoltà. Forse voleva trattare una tregua. Oppure poteva essere benissimo un’imboscata.

Dall’elicottero scesero dieci uomini vestiti con abiti neri e occhiali da sole, per nascondere gli occhi rossi. Erano tutti armati di mitragliette, ma non erano quelle le uniche armi che avevano, e comunque non sarebbero servite a niente, in quel luogo. Soltanto i poteri arcani potevano servire contro le creature della luce.

Di fronte a loro, stavano dieci guardie svizzere, con le uniformi a righe blu e arancione. Portavano tutti una spada al fianco, ma anche per loro era poco più di un ornamento. Erano guidate da un uomo con una lunga toga nera e un semplice crocifisso di legno: un gesuita.

<<Da quanto tempo non ci incontriamo, padre Vitro>> disse Jordan Roof al gesuita con sarcasmo.

<<Non ho sentito affatto la vostra mancanza.>> rispose padre Vitro.

Il presidente e gli uomini armati cominciarono ad avanzare con passo minaccioso. Le guardie svizzere non persero tempo. Si lanciarono avanti, pronti a combattere. Ci fu un lampo di luce e le guardie cambiarono aspetto. Ora, sulla schiena, avevano delle grandi ali nere, piumate, e le spade in pugno.

<<Fermi!>> gridò padre Vitro, dispiegando le ali nere.

Nel frattempo, il presidente e i suoi accoliti avevano assunto un aspetto terrificante. Gli occhi rossi scintillavano come rubini, e i lineamenti si erano fatti più duri. I canini si erano allungati. Ricordavano vagamente i vampiri dei racconti dell’orrore.

<<Richiama i tuoi arcangeli>> disse Jordan Roof con voce imperiosa.

<<Tornate qui!>> ordinò il gesuita <<È una follia affrontarli senza sua eccellenza.>>.

Gli angeli ubbidirono all’istante. Padre Vitro era noto per essere uno dei migliori guerrieri, tra gli Illuminati. Del resto i gesuiti sono da sempre il braccio combattente della chiesa, non solo in senso metaforico.

<<Vi prego di seguirmi>> disse Padre Vitro, al presidente. <<Sua eminenza vi sta aspettando>>.

<<Facciamo in fretta>> rispose con freddezza <<Ho molti impegni>>.

Jordan Roof seguì il gesuita attraverso le strade del Vaticano. Attorno a loro, le guardie erano tutte sull’attenti. Si aspettavano qualsiasi cosa dall’Ordine delle Tenebre. Attraversarono piazza San Pietro, con velocità sorprendente. Stranamente, quel giorno, non c’era nessuno. Il papa doveva aver fatto evacuare la zona.

Proprio davanti alla basilica, sua eminenza in persona li aspettava. Non avrebbe mai permesso a quei demoni di profanare il più sacro dei luoghi. Clemente XX era un uomo parecchio avanti con gli anni, dall’aspetto apparentemente fragile. Era basso e gracile. La lunga veste bianca sembrava soffocarlo. Era quasi completamente calvo e aveva il volto rugoso. Si reggeva saldamente al bastone, nel tentativo di restare in piedi.

Nonostante l’età, Jordan Roof lo guardava con timore e rispetto. Sapeva che sotto le spoglie di quel vecchietto si nascondeva il suo rivale più temibile. Un flebile bagliore avvolse i due, e sulla schiena del papa apparvero due candide ali bianche. Lasciò cadere il bastone e avanzò verso il presidente. Pareva quasi che la vecchiaia fosse stata spazzata via in un soffio.

<<A cosa devo l’onore della vostra chiamata?>> disse il Maestro delle Tenebre, andando subito al punto. Non era da lui tergiversare.

<<Sempre diretto come al solito>> lo canzonò l’Illuminato.

<<Non ho tempo da perdere.>>

<<Bene. Allora vado subito al dunque.

Voglio complimentarvi con voi per i successi ottenuti in questi anni. Fino ad ora, nessun demone era riuscito a metterci in difficoltà. State pur certo, però, che noi non ci arrenderemo tanto facilmente. Presto manderò un esercito di Arcangeli nei vostri territori, nella speranza di liberarli dai demoni. Ho raggiunto un accordo con gli angeli ribelli del resto del mondo (così si riferiva alle altre religioni). In questo momento le nostre divergenze sono il problema minore. Liberare il mondo dalla vostra presenza ha la priorità.>>.

Jordan Roof scoppiò a ridere. <<Credete davvero che basterà qualche angelo a fermarci? Questa volta abbiamo dalla nostra ben più di semplici demoni. Sono riuscito a portare a termine il progetto dei uno dei più illustri membri del nostro ordine: Demostene. A suo tempo non è riuscito a portare a termine le sue ricerche. Sfortunatamente uno dei vostri Illuminati riuscì a fermarlo. Ma ora tutto sarà diverso. La fine del mondo è vicina. Preparatevi.>>

Se sperate che basti così poco a fermarci, siete un povero illuso. Dall’inizio del mondo vi abbiamo combattuto, e siamo ancora qui. Non basterà l’intervento del demonio in persona a fermarci. Rinunciate al vostro folle progetto, e sciogliete quell’abominio del vostro impero.>> si fece passare un giornale da una delle guardie, e glie lo gettò in faccia. <<Guardate. Nella sola Unione Americana, quest’anno, sono stati commessi più di diecimila omicidi. E non voglio nemmeno immaginare gli altri crimini. Credete davvero che la gente resisterà a lungo in queste condizioni?>>.

<<Proprio voi mi fate questa domanda. E si che i vostri predecessori ne hanno fatto una regola di vita. Per millenni avete dominato indisturbati, approfittando dei problemi della gente, che si rivolgeva a voi, in cerca di un’ancora di salvezza. Ora noi stiamo facendo esattamente la stessa cosa.

La gente ha paura degli omicidi, e noi li proteggiamo mandando in giro pattuglie di polizia, facendo sentire protette le persone. Ciò che succede nelle zone più povere serve solo ad aumentare la paura dell’anarchia e a far apprezzare il lavoro del governo.>>

<<Tutto ciò è mostruoso>> commentò il papa disgustato.

<<Suvvia. Per tutto il medioevo la chiesa ha fatto esattamente la stessa cosa.

Ad ogni modo, non intendiamo fermarci qui. Pesto anche l’Eurasia comincerà ad essere colpita da immani catastrofi, e voi non potrete fare niente>> scoppiò a ridere.

<<Lo vedremo>> rispose Clemente XX irato.

<<Avete ragione; lo vedremo, e anche più presto di quanto immaginate.

Se non vi dispiace, ora ho altri impegni. È meglio che vada.>>

<<Non ho motivo per trattenervi oltre, la vostra presenza qui non mi rallegra di certo.>>

<<In tal caso, tolgo il disturbo>>

Si volse e tornò all’elicottero, seguito dalle guardie del corpo. Sembravano l’incarnazione stessa del male e, in un certo senso, lo erano. Indossarono gli occhiali da sole tutti nello stesso momento, come fossero una sola entità, e salirono sul mezzo volante, uno alla volta. Le pale cominciarono a vorticare e l’elicottero grigio metallizzato decollò.

Clemente XX si volse verso padre Vitro e gli sussurrò queste parole all’orecchio: <<Cerca di scoprire tutto quello che puoi su Demostene e i suoi esperimenti. Non ci rimane molto tempo.>>

I Edward

Edward Sheney si svegliò prima che il sole sorgesse, come suo solito. La sera prima era andato a letto presto. Non era uno di quei ragazzi che “divorano la notte”. Preferiva di gran lunga le ore diurne. Si alzò subito dal letto, ansioso di uscire. Si vestì velocemente. Indossò un paio di pantaloni comodi e una camicia nera. Abiti semplici ma eleganti. Decise che si sarebbe fatto una doccia, appena tornato a casa. Andò in bagno e si lavò i denti.

Si guardò allo specchio. Aveva un aspetto terribile. Prese il pettine e cercò di dare ai capelli biondo miele. Non che lei ci badasse, ma gli dava fastidio essere in disordine. La pelle era incredibilmente pallida, senza barba. Molti suoi compagni lo prendevano in giro per questo, ma lui non ci faceva caso. Più tardi avesse cominciato ad avere il volto ruvido, come quello di un barbone, meglio sarebbe stato. Gli occhi erano l’unica cosa di cui andava veramente fiero. Avevano un colore indefinibile: tra il blu e il verde, a seconda della luce. Non si mise il profumo. Avrebbe alterato il suo odore naturale e a Raja questo non piaceva.

Prese il cellulare e uscì di casa, senza fare rumore. A quell’ora sua madre dormiva ancora. Era sicuro che l’avrebbe chiamato appena sveglia, preoccupata. E pure sapeva che andava da Raja quasi tutti i giorni, da quando si erano trasferiti a Seattle, la città di smeraldo, poco più di due anni prima. All’inizio era stato difficile, ma poi aveva incontrato lei e tutto era migliorato. Era come se fossero spiriti affini. Ogni giorno guardavano insieme il Sole che sorgeva. Era l’unica vera amica che fosse riuscita a farsi. Molti la consideravano pericolosa, ma lui sapeva che era di indole buona.

Percorse la Fremont Avenue, dove abitava, con passo spedito. Alla fine della strada, riusciva a scorgere le chiome degli alberi. Girò a destra, lungo la 59° strada, e giunse di fronte al Woodland Park Zoo.

Sopra la sua testa, torreggiavano quattro sculture di animali (una tigre, un leone, un ippopotamo e una scimmia), composte da sezioni piatte, fissate da perni. Sotto l’architrave che sosteneva le statue, stava un uomo sulla cinquantina. Aveva una corta barba bianca, che continuava ad accarezzarsi. I capelli bianchi crescevano in qualche rado ciuffo qua e là. Indossava dei jeans scoloriti e una camicia verde a scacchi, che faceva risaltare il ventre gonfio.

Edward si avvicinò e lo abbracciò. L’uomo gli arrivava poco sotto la spalla. E come meravigliarsi? Il ragazzo era alto più di un metro e novanta. Intorno a loro non c’era nessuno. Il parco avrebbe aperto alcune ore più tardi.

<<Finalmente sei arrivato>> disse l’uomo con voce gentile.

<<E come potrei non venire, Mr Bennet?>> rispose con aria malinconica.

<<Raja diventa nervosa, quando ti aspetta. Mi domando come mai tu le piaccia tanto. Forse è perché siete tanto simili.>> il tono si fece più serio <<Se non ci fossi tu, probabilmente si sarebbe lasciata morire molto tempo fa. Non è fatta per la vita di città. Ha bisogno di libertà.>>

Edwar parve non sentirlo. <<Posso andare subito da lei? Tra un ora devo tornare a casa.>>

<<Certo, figliuolo. Certo.>> fece strada, anche se il ragazzo conosceva lo zoo meglio delle sue tasche.

Si diressero verso la zona più appartata del parco, dove erano sicuri di trovare Raja. Al Woodland Park Zoo, infatti, gli animali non vivevano in gabbie. Mr Bennet la trovava una barbaria. Aveva cercato di ricostruire a Seattle un vero e proprio habitat naturale. Accoglieva animali da tutto il resto del mondo, nella speranza di poterli reinserire in natura. Raja era uno dei casi più difficili che gli fossero mai capitato. Sembrava fosse caduta in depressione. Era sempre stata così fin da cucciola. Poi, un giorno, un ragazzino di quindici anni si era avvicinato a lei, e le aveva ridonato la vita, come fosse un angelo. Quel ragazzo era Edward. Ora aveva diciassette anni, ma sembrava non fosse cambiato mai. Da circa due anni veniva lì ogni giorno, a guardare l’alba con Raja, e poi andava a scuola. Da quel poco che era riuscito a capire la sua vita era studio e libri, eccezion fatta per quelle escursioni mattutine allo zoo. Il ragazzo non amava parlare di se, o forse non aveva nulla da dire. Ormai aveva imparato a non fargli domande. Forse col tempo sarebbe diventato più sicuro di se.

Giunsero di fronte ad una grata con un cancello. Certi animali non potevano stare a contatto con gli altri. In fondo era sempre uno zoo. I predatori non possono vivere pacificamente con le prede. Mr Bennet aprì il catenaccio che teneva chiuso il cancello, e fece cenno al ragazzo di entrare.

<<Sai bene anche tu che per me sarebbe troppo rischioso>> disse. In effetti Raja era aggressiva con tutti. Solo Edward faceva eccezione.

<<Certo. Certo.>> disse il ragazzo, senza prestargli troppa attenzione.

Varcò il cancello ed entrò. Subito un ruggito si levò dal fitto degli alberi. Sentì che qualcosa si muoveva tra gli alberi. Probabilmente Raja stava controllando per vedere di chi si trattava. Un altro ruggito lo fece sobbalzare. Proveniva proprio dalle sue spalle. All’improvviso una gigantesca tigre bianca saltò fuori dal fitto della vegetazione e cominciò a correre verso Edward, ruggendo. Si fermò proprio davanti a lui, alzandosi sulle zampe posteriori. Era davvero enorme. Nonostante il ragazzo superasse il metro e novanta, la tigre torreggiava su di lui. Gli appoggiò le zampe anteriori sulle spalle, spingendolo a terra, e si rimise a quattro zampe. Era proprio sopra di lui. Spalancò le fauci e abbassò il capo.

<<Ferma!>> urlò Mr Bennet.

Troppo tardi. Le ristate di Edward risuonarono per tutto il parco. La tigre aveva cominciato a leccarlo in faccia. Faceva sempre così. Il guardiano non ci si sarebbe abituato mai. Il timore che un giorno o l’altro potesse sbranarlo era troppo grande.

<<Basta Raja! Smettila! Mi stai sbavando tutto>> disse ridendo di gusto. Quando quei due erano insieme, smettevano di essere malinconici.

Mai Ronald Bennet avrebbe immaginato che quella tigre tanto feroce potesse comportarsi così. Sembrava quasi un gatto troppo cresciuto. Edward si mise a sedere, nonostante Raja continuasse a leccarlo. Le teneva il capo lontano, con le mani. Un’altra persona non ci sarebbe riuscita, ma la tigre si faceva fare qualsiasi cosa da lui. Smise di leccarlo.

Edward la fissò attentamente. Aveva il pelo candido come la neve, solcato da strisce nere. Lunghi baffi bianchi gli solleticavano il viso, ma ciò che lo incantava erano gli occhi: erano di un azzurro incredibile, tanto che, in certi momenti, gli sembrava di poter scorgervi dei cristalli di ghiaccio.

Quella era la sua unica vera amica. Molto meglio dei ragazzi di Seattle, che pensavano solo ai vestiti firmati e altre cose del genere. Non riusciva proprio a sopportare la gente frivola. Era più forte di lui. Soltanto con Raja poteva sentirsi se stesso. Le gettò le braccia attorno al collo, abbracciandola.

La tigre apprezzò molto il gesto d’affetto. Sentiva in quel giovane uno spirito affine. Probabilmente una cosa del genere era più unica che rara, tanto più se si parla di una tigre siberiana. Lasciò che affondasse il volto nel suo pelo. Emise un lieve brontolio. Sembrava che stesse facendo le fusa, proprio come un gatto.

Ronald li guardava estasiato. Ogni giorno di più si commuoveva di fronte a quella scena. C’era qualcosa di semplicemente magico in tutto ciò. Durante la sua carriera aveva visto tanti animali feroci comportarsi in modo tanto docile, ma Raja era un’eccezione. Lei era così solamente con Edward. Fosse entrato lui nel recinto, sarebbe stato sicuramente sbranato. Peccato che il ragazzo non potesse venire più spesso a fargli visita. Gli sarebbe piaciuto averlo nel suo staff, ma non voleva che si vanisse a sapere del suo rapporto speciale con la tigre. I giornalisti ne avrebbero approfittato per trasformarli in un fenomeno da baraccone e, nel giro di poco, quei due sarebbero tornati ad essere tristi e malinconici.

Edward si alzò ed entrò nel fitto del bosco. Poco più in là, dove Mr Bennet non poteva vederli, c’era uno sperone roccioso, da cui si poteva vedere benissimo l’alba. Cominciò a camminare, mentre Raja procedeva al suo fianco. Sembravano due anime in pena. Il silenzio regnava sovrano. Tra di loro non c’era e non ci sarebbe mai stato bisogno di parole. Si capivano al volo. Gli bastava un semplice sguardo, per comunicare.

Arrivarono in uno spiazzo roccioso, senza alberi, da cui si vedeva l’orizzonte. La tigre si sdraiò e il ragazzo si sedette, appoggiandosi al suo fianco. Era morbidissima. Gli piaceva immergere le dita nel suo pelo folto.

Restarono così per più di mezz’ora, osservando il sole che rischiarava il cielo plumbeo del mattino. Era uno spettacolo incredibile. La sfera infuocata si rifletteva sulla superficie del Green Lake, con mille riflessi d’oro e rubino. Cominciarono a sentire i raggi scioglievano il freddo mattutino battere sulla loro pelle. Era una splendida giornata di Marzo, come se ne vedono poche. Stranamente in quei giorni non era caduta una sola goccia di pioggia.

Venne, in fine, il momento di salutarsi. Nessuno dei due voleva che succedesse. Raja cominciò a brontolare. E il ragazzo divenne triste. Fosse stato per lui, sarebbe rimasto lì per sempre, ma a sua madre sarebbe venuto come minimo un infarto.

<<Non rendermi le cose ancora più difficili>> la supplicò.

La tigre continuò a brontolare.

Edward le gettò le braccia al collo e cominciò a piangere. Rimasero così per alcuni minuti, poi dovette allontanarsi e tornare a casa. Aveva ancora un paio d’ore prima che iniziasse la scuola.

Edward non ebbe neanche il tempo di girare la chiave nella porta di casa, che sua madre cominciò a sbraitare.

<<Ed, santo cielo. Si può sapere dove sei stato? Mi hai fatto prendere un colpo>> disse, togliendo la sigaretta di bocca.

Era una donna alta e snella. Aveva poco più di quarant’anni, assai più giovane delle altre donne con figli quasi maggiorenni. Portava i capelli a caschetto, anche se erano cresciuti troppo. Da più di un mese non andava dal parrucchiere, e si vedeva chiaramente qualche capello bianco qua e là.

<<Ero allo zoo a lavorare, come ogni mattina da due anni a questa parte.>> rispose con voce gelida.

<<Ma non puoi andarci in altri orari?>> aspirò una boccata di fumo <<E poi preferirei che ti trovassi degli amici. Mi dispiace vederti solo…>>.

<<Si. Sarebbe una buona idea.>> ormai non la stava neanche più ascoltando.

Rebecca Sheney si alzò in piedi. Era alta un po’ più di un metro e ottanta, ma arrivava appena alla spalla del figlio. <<Ascoltami. Ti prego. Lo dico per te.>> era sincera <<Cosa hanno che non va i ragazzi che ti ho presentato? Sono di ottima famiglia>>.

Troppo tardi. Edward era già entrato nella sua stanza, senza degnarla di uno sguardo. Chiuse la porta e si distese sul letto per qualche secondo, tenendo gli occhi chiusi. Aspettava che sua madre si facesse passare l’attacco di loquacità mattutina, poi sarebbe andato a farsi una doccia.

Appena sentì che Rebecca si allontanava, uscì velocemente e andò in bagno. Si spogliò e si mise sotto il getto dell’acqua. I capelli gli ricaddero sugli occhi, in una cascata d’oro. La pelle, era anche più bianca del solito. Forse era perché gli mancava già Raja. Si lavò velocemente e chiuse l’acqua.

Afferrò una asciugamano, li vicino, e se lo avvolse attorno alla vita. Poi prese il fon e cominciò ad asciugarsi i capelli, aiutandosi col pettine. Quando ebbe finito, si spruzzò una modesta quantità di profumo e uscì dal bagno.

Indossò un paio di pantaloni neri e una camicia bianca, che lo faceva sembrare più pallido di quanto già non fosse. Non mise il maglione, visto che faceva abbastanza caldo, per i suoi gusti. Prese il giaccone grigio argento e uscì di corsa.

<<Hai fatto colazione?>> chiese Rebecca.

Non ebbe alcuna risposta.

Percorse la strada fino all’incrocio con la 61° strada e girò a sinistra. Poi prese la Aurora Avenue e la percorse fino al punto in cui incontrava la costa. Proprio da lì partiva il traghetto che attraversava tutto Green Lake. Si imbarcò, facendosi strada tra la gente che passeggiava, in riva al lago. Se lo avesse perso, avrebbe dovuto aspettare il successivo. Ci sarebbe voluta almeno mezz’ora e non aveva alcuna intenzione di far tardi.

La traversata richiese circa dieci minuti. Peccato non durasse di più. Si mise sulla cima del battello, seduto sulla ringhiera, tenendosi con i piedi per non cadere. Gli piaceva sentire il vento tra i capelli. La cosa più bella, poi, era ascoltarlo sussurrare. Sembrava quasi che parlasse. Una volta aveva avuto la pessima idea di raccontarlo a quello che credeva il suo migliore amico. Inutile dire che lo aveva preso in giro per giorni, fino a quando Edward aveva smesso di considerarlo.

Il traghetto cominciò a rallentare. Davanti a loro, si ergeva il Greenlake Community Center: un complesso di palazzi a dieci piani, dove avevano sede uffici pubblici e persino due scuole. Il vecchio Community Center era stato abbattuto da una bomba, quasi vent’anni prima, durante l’unificazione dell’Unione Americana. Il presidente continuava a ripetere che le perdite erano state necessarie. Aspettò che tutti gli altri passeggeri scendessero, prima di mettere piede a terra. Odiava la calca.

Entrò nell’edificio con passo lento e sinuoso. Seguì i cartelli che indicavano “Roof Letter Highschool”, fondata dal presidente in persona. Un altro esempio di egocentrismo.

Attorno a lui, i compagni di scuola camminavano avanti e indietro per i corridoi, senza degnarlo di uno sguardo. La cosa non gli dava affatto fastidio. Anzi. Odiava essere al centro dell’attenzione. Quando si era appena trasferito da Brighton, capitava spesso, ma ora sembrava che fosse uno spettro. Nessuno si accorgeva di lui.

Andò all’armadietto e prese i libri per la lezione di letteratura inglese. Quel giorno avrebbero parlato di Orwell, il suo autore preferito. Aveva letto 1984 più di tre volte. Sarebbe stata la solita lezione noiosa. Mr Peterson aveva una dote innata: era in grado di distruggere tutti i capolavori della letteratura. Spesso capitava che i suoi compagni gli chiedessero di aiutarli a studiare, visto che non riuscivano a capire una parola delle lezioni. Era opinione comune che Edward ne sapesse più del professore.

Entrò in classe e si sedette all’ultimo banco. Per fortuna si era portato da leggere: un libro sulla magia, uno dei pochi che ancora si trovavano. Nel 2050, la fantasia era quasi scomparsa. Ad ogni modo, lui era un vero appassionato. Gli piaceva credere che potesse esistere qualcosa di inspiegabile, dovuto ai poteri arcani.

<<Ciao>> lo salutò una voce femminile, facendolo sobbalzare.

Si girò di scatto. Una ragazza dai lunghi capelli biondi e gli occhi azzurri lo fissava sorridendo.

<<Scusa. Non volevo spaventarti.>>

<<Non fa niente>> rispose Edward freddamente.

<<Oggi sei ancora più loquace del solito>> prese una sedia e si sedette accanto a lui.

Il ragazzo non rispose. Detestava quando qualcuno faceva il carino con lui, solo perché gli faceva pena vederlo solo. <<Hai visto che bella giornata che c’è oggi?>>

<<Non ci ho fatto caso>> mentì.

<<Ti do fastidio?>>

<<No>> mentì ancora. Ne avesse avuto la forza, le avrebbe detto di andarsene all’istante.

<<Ti dispiace se mi metto qui, per oggi?>>

<<Ormai ti sei seduta…>>

Gli prese delicatamente la mano, per richiamare la sua attenzione su di lei, poi la mollò di scatto <<mamma mia che mano fredda!>> commentò.

Il ragazzo non disse nulla, ma avrebbe voluto chiederle se le dava tanto fastidio non essere al centro dell’attenzione, per una volta.

<<Ti dispiace se ti chiamo Ed?>> domandò <<…Forse Eddie è meglio>>.

<<Edward va benissimo>>

<<Ok. Come preferisci>> non sapeva più cosa dire.

Fece per aprire bocca, ma il ragazzo la interruppe bruscamente. <<Shh! È arrivato Peterson. Non vorrai che ci interroghi perché chiacchieriamo?>>

<<Va bene. Se c’è qualcosa che non capisco, posso chiedere a te?>>

<<Certo.>> abbassò lo sguardo. <<Dovevo immaginarlo che ti fossi seduta qui per questo>>.

<<Si può sapere che hai?>> domandò <<Trovi tanto strano che qualcuno possa desiderare essere tuo amico>>.

<<Sappiamo tutti e due che non è questo il tuo caso. Vero Susy?>> il suo tono si era fatto glaciale.

Il resto della mattinata proseguì in relativa tranquillità. Susy cercò di attaccar bottone sia durante l’ora di letteratura che quella di biologia, ma fu pietrificata dalle occhiate Edward. Era evidente che non gradiva la sua compagnia. La considerava come una qualsiasi scocciatrice. Per lui esisteva soltanto Raja e nessun altro.

A pranzo mangiò da solo, come sempre, seduto sul prato, attorno al Community Center. I suoi compagni non riuscivano ad apprezzare cose del genere: il profumo dell’erba, il vento tra i capelli e le onde del Green Lake che sbattevano contro la banchina. Nei giorni di pioggia, abbastanza frequenti a Seattle, si riparava sotto una tettoia di legno.

Quando giunse finalmente la fine delle lezioni, uscì dall’edificio, stando alla larga dagli altri ragazzi. Non aveva alcuna voglia di tornare a casa, quel giorno. Di studiare non se ne parlava nemmeno. Di solito, dedicava la sera a queste cose.

Decise che avrebbe fatto un salto in biblioteca, per vedere se c’era qualche libro interessante. Visto che non aveva alcuna fretta, optò per una lunga passeggiata. Camminare sul bordo del lago lo metteva sempre di buon umore. Percorse tutta la Green Lake, respirando a pieni polmoni il vento che soffiava dal lago. Qua e la, qualche gabbiano sfrecciava nel cielo, emettendo i versi buffi che tanto piacevano ad Edward.

All’incrocio con l’Ottantesima Strada, girò a sinistra, fino a quando non incontrò la Greenwood Avenue. Proprio in quell’angolo, sorgeva un edificio in lucidi mattoni rossi, con molte vetrate: la sede della Greenwood Public Librery. Entrò e sia andò ad appoggiare lo zaino, su una delle sedie libere. Cominciò a girare tra gli scaffali, in cerca di qualcosa che potesse attirarlo. Aveva già letto quasi tutti i libri che c’erano. Poi gli cadde l’occhio un antico volume, rilegato in pelle, che non aveva mai visto prima.

II L’eredità di Aristotele

Padre Vitro si recò immediatamente agli archivi vaticani. Doveva assolutamente scoprire qualcosa su Demostene. Era una questione della massima importanza. Da lui, ora, dipendeva il destino degli Illuminati e delle forze del bene.

Scese nelle profondità della basilica di San Pietro, ancora sconosciute al resto del mondo. Tirò un candelabro e la parete, alla sua sinistra, ruotò, permettendogli il passaggio. Davanti a lui, si aprì una serie sconfinata di scaffali in legno, ricolmi di libri di ogni genere. Sin dall’inizio dei tempi, una copia di ogni opera mai pubblicata e non era stata depositata nell’archivio. Non c’erano testi antichissimi che minacciavano di sbriciolarsi da un momento all’altro, come molti pensavano. Quelli erano custoditi nella sala di conservazione. L’antico ordine degli Amanuensi aveva provveduto a ricopiarli, nel corso dei secoli. Con l’avvento del computer, tutto era diventato più facile. Ora bastava batterli a macchina una sola volta e poi era possibile stampare un qualsiasi numero di copie, in ogni momento. Da decenni la chiesa si serviva dei prodotti della scienza per migliorare le condizioni di lavoro. Peccato che la gente avesse completamente frainteso i suoi avvertimenti. Non era alla scienza che erano contrari, cercavano solo di mettere in guardia le persone dagli scienziati che utilizzavano le loro teorie per contrastare l’esistenza di Dio (molti di loro appartenevano all’Ordine delle Tenebre).

Attraversò tutta la sala, dirigendosi verso la grande scrivania di rovere, dove stava un computer portatile. Quel semplice strumento, come altri nella sala, era collegato alla banca dati vaticana. Un modo veloce per svolgere ricerche che avrebbero richiesto anni. Si sedette sulla comoda poltrona imbottita e accese il pc. Ci mise un po’ a partire, ma era perfettamente normale. Apparve una pagina con una gigantesca croce scarlatta. C’era una scritta che diceva: “Oggetto della ricerca”. Sotto, in una casella bianca, andava scrivere cosa si voleva cercare.

Scrisse “Demostene” e schiacciò Invio. Apparve una clessidra che cominciò a girare su se stessa. L’unico inconveniente dell’archivio vaticano era che impiegava moltissimo tempo a trovare tutte le informazioni. In fondo c’erano persino più dati che in internet. La clessidra smise di girare, e apparve una pagina. In cima c’era scritto: “Risultati per Demostene”. Lesse attentamente tutte le informazioni.

Demostene (Atene, 384 A.C. – Caluria, 322 A.C.):

Figlio di un agiato armaiolo, morto nel 37, ebbe per tutori Afobo e Onetore, che gli sottrassero il patrimonio paterno. La sua prima causa fu proprio contro di loro ma, sfortunatamente, non riuscì a recuperare tutti i possedimenti del padre. Per sopravvivere, allora, dovette sfruttare l’abilità oratoria, scoperta in tale circostanza, e lavorare come logografo.

Ben presto, entrò in politica e raggiunse la carica di trierarco (amministratore navale) nel 360 A.C. La sua carriera politica si svolse proprio nel periodo della “guerra sociale” (357-355) in cui gli alleati si ribellarono ad Atene. In questo panorama, Demostene comprese la pericolosità di Filippo II di Macedonia, definendolo nemico della libertà greca.

Nel 388, Demostene prese parte alla battaglia di Cheronea, che però vide vincitore Filippo di Macedonia, che venne nominato capo della lega panellenica, contro i Persiani.

Alla morte di Filippo, il suo successore, Alessandro Magno, scoprì che mancava una grossa somma dalle casse reali, non ci volle molto perché accusasse ingiustamente Demostene (in realtà, il tesoriere Artalo aveva portato con se in Asia). L’oratore, allora, dovette fuggire a Trezene.

Fu richiamato in patria solo alla morte di Alessandro, per capeggiare la resistenza antimacedone, insieme ad Iperiade. Il partito filomacedone, però, ebbe la meglio, sconfiggendo le forze di Demostene a Cannone.

L’autore delle celebri filippiche, in fine, fu costretto ad assumere un veleno nel tempio di Poseidone, nell’ottobre del 322.

Questo era quanto diceva la pagina principale. Più in basso, c’era una biografia completa, anno per anno, e un elenco di tutte le sue opere. Non diceva niente di particolare rilevanza per la sua ricerca. Evidentemente, per quanto ne sapevano gli Illuminati, non aveva mai fatto parte dell’ordine delle tenebre. E pure, se Jordan Roof lo aveva riconosciuto come tale, doveva esserci un motivo. Le sue parole erano state: “. Sono riuscito a portare a termine il progetto dei uno dei più illustri membri del nostro ordine: Demostene. A suo tempo non è riuscito a portare a termine le sue ricerche. Sfortunatamente uno dei vostri Illuminati riuscì a fermarlo”. A qualunque cosa facesse riferimento, doveva essere sicuramente molto importante.

Si fermò a fermare per qualche minuto. Se un Illuminato era riuscito a fermarlo, dovevano esserci delle informazioni a riguardo. Chi poteva essere? Molto probabilmente si trattava di un Maestro della Luce, o almeno così sperava. Sarebbe stato più facile trovarlo.

Tornò alla schermata iniziale e scrisse: “384-322 A.C., maestri della luce”. Ciccò Invio. La clessidra cominciò a girare. Questa volta ci mise molto più di prima. Doveva aver trovato molte informazioni. Ci volle quasi mezz’ora perché smettesse.

Quando smise, apparve il nome di uno degli uomini più illustri mai esistiti. Come aveva fatto a non pensarci prima? Doveva essere per forza la persona che stava cercando. C’era scritto:

Aristotele (384, Stagira – 322, Calciade)

Era nato e morto negli stessi anni di Demostene. Troppo strano perché fosse solo una coincidenza. Doveva essere lui la persona che cercava. Scorse la pagina in cerca di altre informazioni. Trovò tutte le teorie del più celebre filosofo dell’antica Grecia. In particolare, tutto ciò che si riferiva alla teoria geocentrica.

Andando più avanti trovò uno strano simbolo. Assomigliava ad un pentacolo capovolto. All’estremità di ogni punta c’era un simbolo: una fiammella, una foglia, un’ala, una conchiglia e un diamante. Rappresentavano gli elementi della natura (Aria, Acqua, Fuoco, Terra e Etere). Il filosofo sosteneva che erano alla base della cosmologia. I primi quattro, sulla terra, davano origine a tutte le cose, mentre il quinto costituiva le calotte su cui stavano incastonati i pianeti. Più giù c’era un testo con un titolo bizzarro.

I guardiani degli elementi

Il gesuita andò avanti a leggere. Diceva che il filosofo era riuscito a manipolare l’energia presente in tutte le cose per creare degli artefatti magici, che avrebbero sconfitto le forze del male. Ognuno di questi oggetti possedeva il potere di uno dei quattro elementi. Solo l’etere non era citato. Quando il filosofo aveva scritto che sulla terra regnavano acqua, aria, terra e fuoco, aveva voluto dire ben più di quanto si era capito.

Sempre secondo il testo, queste armi erano state impugnate da quattro cavalieri che affrontarono i campioni del male in un’epica battaglia, chiamata col nome di Armageddon. C’era persino una mappa che diceva dove trovare gli artefatti. La stampò.

C’era ancora qualcosa che non gli era chiaro. Forse le armi create da Aristotele erano quello che stavano cercando, ma come avrebbero fatte ad usarle? Sempre secondo quanto c’era scritto, ci volevano dei cavalieri, ma non diceva come trovarli.

Come un lampo, gli tornò in mente quanto aveva letto prima su Demostene.

L’autore delle celebri filippiche, in fine, fu costretto ad assumere un veleno nel tempio di Poseidone, nell’ottobre del 322.

Poseidone, il dio del mare. Guardò la cartina che aveva appena stampato. Il tempio era uno dei luoghi segnati. Lì si trovava l’artefatto con i poteri dell’acqua. Evidentemente Demostene doveva essere stato sconfitto e ucciso dai cavalieri di Aristotele. Restava un solo dubbio: se era stato sconfitto, dovevano esserci delle informazioni anche sui campioni del male. Quelle erano di fondamentale importanza. Tornò ancora una volta alla pagina iniziale e ordinò al computer di cercare informazioni sulle guerre avvenute nel 322 A.C. La clessidra ricominciò a girare. Questa volta ci mise molto meno del solito.

Battaglia delle Forche Caudine

La scritta si stagliava chiaramente davanti agli occhi del gesuita. Si domandò cosa potesse avere a che fare con Aristotele e Demostene. Apparentemente i conflitti tra romani a sanniti non c’entravano niente. Molto probabilmente la battaglia tra bene e male, avvenuta nell’antica Grecia, non era mai avvenuta. Fece per spegnere il pc. Almeno era riuscito a trovare qualcosa. Clemente XX ne sarebbe stato contento, poi gli cadde l’occhio su una frase, apparentemente irrilevante.

Stando a quanto dice Tito Livio, non è mai avvenuta.

Per molti quella semplice frase poteva non avere alcun significato ma, per un gesuita, era tutta un’altra cosa. Proprio come Aristotele, Tito Livio, era stato un Illuminato di grande importanza. Se diceva che la battaglia non era mai avvenuta, doveva essere vero.

Ordinò al computer di svolgere una ricerca incrociata tra Tito Livio e le Forche Caudine. Forse era riuscito a trovare quello che cercava.

La clessidra riprese a girare.

Quando smise di girare, apparve un piccolo testo, sullo schermo. Padre Vitro non si aspettava niente del genere. Non era ne un testo storico, ne un riferimento ai campioni del male. Solo una semplice poesia, in latino. Cercò di tradurla e la trascrisse su un foglio di carta.

Quattro sono le piaghe dell’umanità:

Guerra, che d’onor si maschera,

Fame, che il popolo attanaglia,

Peste, che interi popoli ha sterminato,

e Morte, che ogn’om attende.

III Andrew

Andrew cominciò a svegliarsi. Scattò subito in piedi e guardò fuori dalla finestra. Il Sole era ormai tramontato e la notte regnava sovrana. Si vestì in fretta. Era ora di andare. Il maestro lo stava sicuramente aspettando. I loro incontri notturni erano la cosa migliore che gli fosse mai capitata. Da oltre due anni aveva preso a frequentarlo, e aveva imparato cose che non avrebbe mai immaginato.

Indosso una maglietta nera, con un dragone disegnato sopra, e dei pantaloni grigi, di cotone, scivolati un po’ sotto il punto vita, che lasciavano vedere chiaramente l’elastico dei boxer neri. Prese anche il giaccone e lo zaino. Sarebbe stata una lunga notte, ma i suoi genitori non l’avrebbero mai saputo.

Aprì la finestra, respirando a pieni polmoni l’aria della sera. Si passò una mano tra i capelli d’oro, che gli ricaddero sul volto cinereo. Si preparò ad uscire di casa, di nascosto, come aveva sempre fatto. Mise un piede sul davanzale e salì sul cornicione. Alcuni metri sotto di lui, c’era il marciapiede. Inspirò profondamente e saltò. Fece un paio di avvitamenti, in aria, e atterrò con al suolo, piegandosi sulle ginocchia.

Si volse a guardare la finestra della sua stanza, quattro piani più in alto, con soddisfazione. Aveva proprio l’agilità di un gatto. Gli ci erano voluti meno di tre mesi per imparare. Il maestro ripeteva sempre che era il suo miglior allievo.

Si alzò in piedi. Adesso aveva bisogno di un mezzo di trasporto per raggiungere il maestro. Fate tutta la strada a piedi avrebbe richiesto troppo tempo. L’occhio gli cadde su di una Labmorghini nera. Resistere fu impossibile. Le sia avvicinò ed estrasse un filo di ferro, che usava sempre in queste occasioni. Gli ci vollero pochi istanti per aprire la portiera.

Mise in moto la macchina collegano i fili, e il mezzo rispose con un rombo. Sorrise. Era bello cambiare macchina ogni sera. Peccato che poi dovesse buttarle nel lago. Chi sa come mai la polizia non se ne era ancora accorta? Certo che non avevano proprio voglia di lavorare.

Spinse il pedale dell’acceleratore fino in fondo e partì a gran velocità. A quell’ora non c’era quasi nessuno. Andare sopra i cento chilometri orari, in città, gli dava un brivido indescrivibile. Lasciò il volante e mise una mano in tasca. Prese un pacchetto di sigarette e ne estrasse una, poi l’accese. Fumare non gli piaceva quanto guidare. Anzi, non gli piaceva affatto, però lo faceva sembrare più…figo. Questo era l’importante.

Percorse la 15° Avenue sfrecciando, e inchiodò davanti all’Interby Golf Center. Naturalmente a quell’ora era chiuso, ma non rappresentava un problema. Scese dalla macchina e scavalcò il cancello, alto più di quattro metri, con agilità felina.

Si diresse a passo spedito vero la buca 1. Sentiva già la musica e le grida degli altri.

<<Drew!>> gridò un uomo anziano, davanti a lui.

<<Maestro Lee>> lo salutò freddamente.

<<Temevo che non venissi più. Mi hai fatto preoccupare.>>

<<Sai meglio di chiunque altro che so badare a me stesso.>> ghignò.

<<Hai ragione. Ormai hai superato il tuo vecchio maestro.>>

<<Chi devo affrontare stasera>> chiese senza altri indugi.

L’anziano gli si avvicinò e lo prese per un braccio, cominciando a camminare. Per lui Andrew era come un figlio, anzi meglio. Nessuno aveva la sua stessa determinazione. Qualunque cosa desiderasse, semplicemente, la prendeva.

Arrivarono sul pat della buca uno, dove erano radunati decine e decine di ragazzi. C’era chi scommetteva e chi si riscaldava per i combattimenti.

<<Centocinquanta su Bhoros>> disse uno. <<Anzi duecento>>.

<<Deve essere forte il mio avversario>> commentò Andrew.

<<Nulla di speciale per te, Drew.>>

Raggiunsero gli altri, sul pat. C’erano decine di ragazzi e ragazze, radunati in cerchio, che urlavano e sghignazzavano. Al centro, due ragazze, una mora e l’altra rossa, si picchiavano ferocemente. Sembravano proprio delle iene. Un uomo sulla quarantina si aggirava raccogliendo scommesse.

<<300 su Drew>> disse il maestro Lee.

<<Bhoros è il favorito.>> rispose l’uomo.

<<Drew>> ribadì.

<<Ok. Ok. Faccio solo il mio lavoro>>

Ci fu un urlo improvviso. Una delle due ragazze doveva aver vinto. Si trattava della rossa.

Era alta più di un metro e settantacinque. Aveva un fisico snello e atletico e gli occhi color del cielo.

<<Adesso avremo lo scontro tra Bhoros e Drew.>> cominciò l’uomo sulla quarantina. <<Bhoros dovreste conoscerlo bene. È un veterano. In cinque anni, nessuno è mai riuscito a batterlo.>>

Bhoros era un energumeno, sui venticinque anni, con i capelli rasati a zero. Era alto più di due metri, e ogni suo braccio era grosso come una gamba di Andrew. Bisognava ammettere che, dal punto di vista fisico, era un avversario temibile, ma Drew era abituato a tipi del genere.

<<L’altro, invece, è un novellino. Ha combattuto si e no un paio di incontri, ma ha già dato prova di grande abilità.>> fece una pausa. <<Senza ulteriori indugi, darei il via alla sfida.>>.

La ragazza rossa, che aveva vinto l’incontro precedente, si avvicinò e lo aiutò a sfilarsi il giaccone nero. Gli passò un braccio intorno al collo e lo guardò negli occhi. Poi lo baciò.

<<Buona fortuna>> disse.

<<Grazie.>> rispose. Non l’aveva mai vista prima di allora. In fondo, all’Interby Golf Center, di notte, era pieno di ragazze come quella, in cerca di “divertimento”. Non facevano per lui, ma si divertiva a dargli corda. Ricambiò il bacio.

<<Quando finisci, possiamo andare a fare un giro in macchina>> propose la rossa.

<<Mi sembra una buona idea>> rispose ghignando.

Sul pat, Bhoros lo stava aspettando, crocchiandosi le dita. Evidentemente fremeva dalla voglia di fare a botte. Peggio per lui. Molto probabilmente non aveva neanche mai appreso un minimo di arti marziali. Sembrava uno che si affida solo alla forza fisica. Meglio così. Sarebbe stato ancora più facile.

Si fece largo tra la folla, spostando chiunque non era abbastanza veloce, rudemente. Appena lo vide, Bhoros cominciò a sfregarsi le mani. Cercava di avere un aspetto minaccioso. Drew non ci fece neanche caso. Si stirò le dita e anche le spalle, con un agghiacciante scricchiolio di ossa. Dopo essersi passato una mano tra i capelli biondi, si mise in guardia, pronto a combattere.

L’energumeno si lanciò all’attacco, caricandolo come un toro. Andrew si spostò agilmente, facendogli lo sgambetto. Il suo avversario ruzzolò a terra, goffamente. Tutti gli spettatori scoppiarono a ridere.

Bhoros si alzò, furioso. Era tutto rosso in volto. Odiava fare la figura dell’idiota (gli capitava piuttosto spesso, fuori dal ring). <<Vieni qui e combatti!>> gridò. <<Smettila di fare la cavalletta.>>.

Drew lo accontentò. Si avvicinò con passo felino, e spiccò un salto di quasi due metri, colpendo l’avversario con un calcio in piena faccia. L’energumeno barcollò, ma riuscì a recuperare l’equilibrio. Il ragazzo lo colpì con un secondo e un terzo calcio, poi gli diede una ginocchiata all’inguine. Bhoros sembrava una colonna di marmo. I colpi di Andrew non gli facevano alcun effetto.

Il ragazzo si passò, ancora una volta, la mano bianchissima tra i capelli, spostandosi un ciuffo che gli ricadeva davanti agli occhi. Il suo avversario approfittò di quel momento di distrazione, per contrattaccare con un altro pugno. Peccato che Drew non avesse affatto abbassato la guardia. Era solo un modo come un altro per ingannare indurlo ad attaccare. Afferrò il braccio di Bhoros e sfruttò la sua stessa forza per scaraventarlo a terra. Una delle prime cose che il maestro Lee gli aveva insegnato.

Atterrò a terra con un tonfo sordo. Per poco, i suoi centocinquanta chili non fecero tremare il terreno. ovviamente non fu necessario questo a fermarlo. Drew dovette tenergli in leva la mano e, facendo perno sul ginocchio, gli slogò la spalla.

Bhoros urlò di dolore. Il ragazzo non sopportava quando i suoi avversari urlavano. Lo colpì col taglio della mano, proprio in piena gola. La voce gli venne meno, ma continuò ad agitarsi. Lo mise pancia all’aria e gli salì sullo stomaco con entrambi i piedi, levando le dita aperte a V, in segno di vittoria.

Tutti si misero ad applaudire. Soprattutto il maestro Lee. Era entusiasta del suo allievo. Aveva battuto quell’energumeno, senza il minimo sforzo. Andò dall’uomo che si occupava delle scommesse, per ritirare il premio. Non riusciva a capire perché il ragazzo non facesse come lui, per guadagnare un po’ di soldi.

Trascorse ancora una mezz’oretta al campo da golf, guardando gli incontri e ascoltando musica. Si fumò anche qualche sigaretta. Non aveva la ben che minima voglia di andare a dormire. Era una di quelle poche persone che vivono di notte. Il giorno non faceva proprio per lui.

Quando mancarono solo poche ore all’alba, salutò il maestro e tornò alla macchina. Sfrecciò per le strade di Seattle. Davanti a lui, il lago si avvicinava velocemente. La macchina uscì di strada, puntando dritta verso l’acqua. Proprio che finisse nel lago, Drew aprì la portiera e saltò giù, atterrando ben dritto sui piedi. Peccato. Un altro gioiellino andato sprecato. In fondo gli sarebbe piaciuto poterla tenere (ovviamente era impossibile).

Così si concluse un’altra di quelle notti indimenticabili, di cui i suoi genitori non avrebbero mai saputo.

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