inedito – Il giudizio di Antonella Parrocchetti
Il Giudizio
Emma- 1
Emma quella mattina si sentiva, in effetti , un po’ strana. Aveva male, giù, in fondo alla schiena e si sentiva intontita. Il suo corpo come sempre le indicava meglio di ogni riflessione lo stato della sua mente, non solo, della sua anima. Emma era stordita dalla vita, la sua vita. Erano diverse sere che andava a letto devastata, alcol , farmaci e, a volte, un po’ di marjuana. Emma sapeva benissimo che questa era una via pericolosa, la sua amica Sandra a volte arrivava ad insultarla, e lei sapeva che era solo la disperazione a portarla a ciò. Prima aveva provato con parole, con abbracci, con tutto l’affetto che aveva per lei.
Emma soffriva e correva a casa a bere, prendeva le pillole, spesso non le stesse e si copriva il volto con le lenzuola, fino a sparire dal mondo. Emma era una ragazza fragile, lo era sempre stata, fin da bambina. Sempre malata, sempre in forse. Tutti si dimenticavamo di lei, troppo silenziosa, troppo chiusa in se stessa. Crescendo scoprì di essere bella, aveva una dolcezza innata, una sensibilità quasi tangibile, occhi che comprendevano tutto il dolore del mondo. Quello stesso dolore che lei sentiva scivolarle in tutto il corpo, intromettersi e incistarsi in ogni cellula del suo essere. La bellezza le portò nuovi amici, poche amiche, ma Emma si sentiva sola, sola come sempre, sola dentro. Iniziò molto presto a fare l’amore, era il solo momento in cui sentiva il calore di qualcuno arrivare quasi vicino al cuore. Mai davvero al cuore. Ma il freddo gelido che la sua piccola anima a volte non riusciva a tollerare si addolciva per un istante, Emma sapeva che sarebbe stato per poco, sapeva che forse avrebbe portato altri abbandoni, altro dolore. Ma si lasciava prendere, riempire come una vasca di vetro, fragile, ma capiente e costruita appositamente per non perdere nulla di ciò che vi veniva versato. Emma pensava che l’amore fosse questo, questo calore, questo scambio di liquidi e umori. Solo così aveva imparato la vicinanza, lo scambio profondo, la non perdita di sè. Se non ci fossero stati questi scogli, pensava, mi sarei persa cento volte nel grande mare del mio intimo universo, nella profondità dell’acqua di cui sono fatta, nella mia inconsistenza, nella mia incapacità di darmi una definizione e un destino. Ma gli scogli, che avevano nomi e cognomi, sesso e generalità, non appartenevano mai, più di tanto, al suo mondo, che restava popolato di sogni, fantasmi, sensazioni, idee. Ed Emma restava sempre sola, dopo, che lo desiderasse o no. Ma in fondo, dentro, lo desiderava. Non era capace di sentire le persone troppo vicine, la metteva a disagio,la faceva soffocare, le sembrava di avere stretti legacci su tutto il corpo, e immancabile sentiva il desiderio di volare via. Emma faceva spesso un gioco, dentro di sè, definiva se stessa e le persone attorno con le caratteristiche di un animale. Non sempre lo stesso, non nel suo caso. Per alcuni sì, era possibile, esistevano persone che restavano sempre, tragicamente uguali a se stesse, immobili, come acqua stagnante. Quelle, tutt’ora che avevi trovato l’animale giusto, restavano ferme a quella specie, alla faccia di ogni teoria sull’evoluzione. Lei non apparteneva a questo tipo, e non sapeva decidere se questa fosse una buona cosa. Era sempre in movimento, un continuo modificarsi dentro le cellule, un caos costante a cui a volte seguivano atti di meravigliosa creatività, a volte strazianti momenti di annientamento e dissolvimento di ogni gesto creativo. Forse addirittura di ogni gesto solamente umano, di sola, piccola dignità. Eppure era lei, sempre lei, ma sembravano persone diverse che avevano in comune il poco amore che da sempre era stato loro donato. Ora si sentiva una farfalla, il suo animale preferito, leggero, bellissimo, sempre in movimento, fragile e prezioso. Una farfalla che vive solo un giorno, che in quel giorno è più agile e curiosa di un ippopotamo nella sua intera vita, fatta di tanti anni, e che forse cambia, soltanto, qualche volta in tanti anni, lo stagno pieno di melma in cui ama nascondersi al sole, alla luce, alla vita. Emma era una piccola e variopinta farfalla, che continuamente sbatteva sulle cose, sulle persone, che sapeva che breve sarebbe stata la sua vita e non voleva perdere un odore , un colore. Ma questa frenesia la portava troppo spesso a perdere tutto e tutti, e si svegliava sommersa dal suo cuscino, dalle lenzuola, dai cuscini azzurri che tanto amava. Nascosta a tutto, al mondo, alla luce, a se stessa. Un totale isolamento che invocava la perdita di memoria, di interesse, di storia. Era allora che Emma avrebbe dato qualsiasi cosa per essere veramente quella farfalla che aveva i minuti contati, che se ne sarebbe andata come è giusto che sia, senza atti brutali, senza scelte dolorose e strazianti. Se ne andava perchè era giunta la sua ora, perchè la natura le aveva offerto tutto ciò che le spettava e non potevano esserci rivendicazioni. Emma voleva di nuovo stordirsi e non pensare a tutto ciò che nel suo piccolo cuore gridava “no, è ingiusto, non era questo ciò che volevo, è stato un inganno, è stato un errore, io volevo una vita, non una giostra che non riesco a fermare”. Emma riprese le pillole, le ingoiò senza un sorso di acqua, le masticò quasi, dalla rabbia. Ma le sue copiose lacrime, scendendo lente dagli occhi chiusi, le arrivarono alle labbra e l’aiutarono, come sempre, a mandare giù, insieme alla polvere del farmaco, un pò di amarezza e di ricordi, e quel dolore, incrostato dentro al cuore, quel dolore che non permetteva a nessuno di portare un odore diverso e la fresca brezza dell’amore. Oggi la farfalla si era spenta, ma non l’aspettava la giusta fine di una breve, intensa, leggera vita. L’aspettava l’attesa di un nuovo risveglio, dove forse Emma si sarebbe sentita gatto, agile e crudele, profondamente egoista e subdolo arrampicatore sociale, o forse aquila, alta nel cielo, con la vista potente e non un nemico a cui dover soccombere. O forse una mucca, legata al giogo e prosciugata di ogni sua ricchezza da chi aveva imparato ad usare la vita degli altri. Emma sentì il sonno arrivare e ringraziò il cielo, le anime a lei care, la grazia divina, se era lei, a donarle questo nuovo oblio dal mondo. L’ultimo pensiero fu un lupo, un piccolo lupo appena nato e già pronto a cacciare, nutrirsi. Un piccolo lupo la cui madre si esponeva al pericolo per dargli cibo e riparo, la cui madre lo accoglieva nel suo grembo, dove c’erano sicurezza e calore. E il padre, fermo, protettivo,accanto a lei. E il branco, non troppo distante, ma disposto a cerchio, a chiaro sostegno del nuovo arrivato. Emma capì che questo era il suo sogno, ciò che non aveva mai nemmeno potuto sognare, e lo sognò.
Il Sogno- 2
Emma si era persa,conosceva quel bosco come le sue tasche eppure ora non avrebbe saputo se il sole alto nel cielo era a sud o a ovest. Le sue fughe nel bosco erano tutto quello che, a volte, desiderava per sé. La compagnia dei suoni, i colori, odori di ogni sfumatura. Quello era il luogo da cui proveniva, o dove aveva vissuto, certamente in un’altra vita. In punta di piedi oltrepassò una verde macchia di sottobosco incolto e sbucò in un’ampia radura, leggermente scoscesa, di un verde brillante, strano per quell’altitudine. Emma si guardò intorno, affascinata da quello spettacolo così semplice, eppure di una bellezza struggente. Vide in lontananza qualcosa muoversi, erano piccoli esseri pelosi e si fermò a guardarli. Erano lupi. Alcuni, piccoli e chiari, giocavano tra loro, simulando lotte violente e crudeli, in cui nessuno usciva ferito,ma l’orecchio abbassato significava che qualcuno aveva perduto un po’ di orgoglio,qualcuno era più forte. Forse non per sempre. Attorno il branco vegliava, quei batuffoli agitati erano il loro unico passaggio nell’eternità, il loro futuro. Incerto,eppure antico, esistevano da sempre e sempre sarebbero esistiti. Il loro potere era nel branco, che avrebbe difeso ognuno di loro, ma che avrebbe lasciato ognuno libero di andare a cercare un altro luogo, un altro cielo. L’arrivo di Emma provocò allarme e scompiglio. La bestia a due zampe era imprevedibile, e l’istinto diceva loro di stare lontano.Le madri si posero davanti ai cuccioli, a cui un brevissimo ululato aveva ordinato di raccogliersi. I maschi si mossero a cerchio, i due più forti davanti, altri sui fianchi, allargando lo schema ad ellisse. Emma non aveva paura, era affascinata da quello spettacolo di grande strategia bellica, la cui difesa erano 5 cuccioli di lupo. Pensò agli umani, ai motivi per cui facevano le guerre e provò vergogna, provò paura. Non dei lupi, dell’uomo. Emma pensò velocemente un modo, non per scappare,ma per permettere al branco di proseguire indisturbato il proprio riposo, il gioco, il consueto passare del tempo. Voleva sparire, confondersi nella foresta, non essere vista da loro come non veniva vista dagli umani, un essere diafano e insignificante per i più. Ma sembrava che i lupi avessero una attenzione decisamente maggiore per tutto ciò che entrava nel loro mondo visivo e olfattivo. Emma notò un piccolo cambiamento di posizione nel branco, i due lupi guerrieri si erano seduti, quasi a comunicare ai compagni che quella situazione non era così pericolosa. Le femmine si volsero verso i cuccioli e iniziarono a leccarli, per consolarli della paura che certamente avevano sentito vedendo gli adulti allarmarsi. Il resto del branco si sciolse, qualcuno guardava verso Emma, qualcuno di sdraiò di nuovo a godersi i brevi raggi del sole. Emma sentì un caldo respiro nel cuore. Avevano deciso di tollerarla, non erano più sulle difensive. Il loro atteggiamento sembrava quasi invitarla ad unirsi al branco, i cuccioli avevano ripreso a giocare e due di loro corsero fuori dal luogo sicuro e le vennero incontro, incuriositi, con quegli strani uggiolii che li distinguono dai cuccioli di cane. Emma non sapeva che fare, non era sicura del loro invito, ma era tanta la voglia di avvicinarsi a quella famiglia, a quel gruppo di esseri così belli nella loro quotidianità, che sentì le gambe muoversi, piano, nella loro direzione. Aveva paura, sì,ma di disturbare, di essere uno straniero fastidioso, di interrompere un momento di vita che lei non aveva mai avuto nel mondo degli umani. Ma le sue gambe non sentivano vergogna, imbarazzo e continuarono lentamente il cammino. I cuccioli arrivarono alle sue caviglie e iniziarono a mordicchiarle, un nuovo compagno di giochi era arrivato. Le femmine erano attente, pronte a scattare, ma sembravano immobili come statue. Il lupo più anziano emise un breve ululato e riprese la sua posizione seduta, che diventò supina. Emma poteva entrare. I cuccioli si fecero avanti, circondarono i piedi di Emma e proseguirono tra i suoi piedi il loro eterno gioco. Le femmine si acquietarono, solo le sentinelle ai lati restarono attente. Avevano imparato a riconoscere il pericolo dei predatori, avevano imparato a riconoscere le trappole poste nel bosco, sapevano che l’essere a due zampe non si comporta in questo modo se è venuto per uccidere, ma sapevano che l’essere a due zampe non uccide per fame, o per paura. Più complicati e sconosciuti sono i suoi percorsi mentali, e la sua ferocia. Non sentivano nell’aria l’odore del pericolo, ma ricordavano tanti lupi uccisi per una coda o un dente e questa era una di loro. La osservavano, senza paura. Senza ferocia. Ma il loro sguardo non concedeva alcun margine di errore. Se era un pericolo per il branco, lei era morta. E loro l’avrebbero mangiata.
Emma si svegliò di malavoglia. Stava facendo un sogno bellissimo, era con loro, nel branco e si sentiva finalmente accolta, visibile e parte di un tutto. Ma il risveglio, per quanto rallentato, non avrebbe impedito ai pensieri reali di sovrapporsi alle sensazioni del sogno, gettandola di nuovo nella più tetra disperazione. Il suo gruppo era formato dai rifiuti della società, tossicodipendenti, prostitute, delinquenti di ogni sorta e grado. Questo era il branco che l’aveva accolta, l’unico disposto a farlo. Emma non li disprezzava, non li giudicava. Ognuno apparteneva alla sua storia di dolore e violenza, inferta o subita, che troppo spesso erano intimamente legate tra loro. Loro la avevano solo accompagnata a fare ciò che faceva, le avevano mostrato una via che lei avrebbe comunque trovato, così sofferente e sola, priva di altre possibilità. Era proprio vero? Non aveva altre possibilità? Forse non era davvero così, ma lei comunque non le aveva viste, non aveva avuto la forza o il coraggio di cercarle davvero. Si era trovata sola nella strada, poi nella strada ma non più sola e questo le era sembrato già un grande regalo della vita. Come si riducono i sogni, le aspettative quando il nostro essere fragile e malato non riesce a ricordare, a ricondurci alla fonte di ciò che eravamo, credevamo, desideravamo per noi. In alcuni momenti appartenere ad un insieme, ad un mondo definito, è ciò che ci consente si non disintegrarci nel nulla, ed Emma aveva scelto di vivere, comunque, a qualunque costo. Nel cuore si sentiva farfalla e sarebbe giunto il momento in cui avrebbe compiuto il suo volo. Forse quella vita la avrebbe condotta velocemente alla sua meta. Emma si ributtò addosso le coperte, quasi fossero braccia amorevoli in grado di consolarla. Sarebbe arrivato quel giorno e lei sarebbe stata pronta a cadere, con la grazia di una farfalla.
La culla -3
Il sole era appena nato nel cielo, sembrava un cucciolo di leone,con colori vivaci, di tutte le tonalità del giallo. Il rosso e l’arancione si erano già ritirati di buon grado, giallo ora era il colore della luce, della vita. Emma era piccola, giocava nel campo sotto il fienile di sua nonna, attorno tutti gli animali del podere sembrano sorridere alle capriole di quella bambina leggera, magrissima eppure piena di vita,di energia. Emma giocava con tutti, galline e anatre, anche con Sara e Gina, le due oche chiacchierone, scontrose e aggressive con tutti, non con lei. La seguivano ovunque, guardie del suo corpicino ossuto ma flessibile, come un piccolo gatto selvatico. Emma non aveva fratelli, ne soffriva. Era una bambina strana, timida, poco incline all’amicizia con altri bambini. Dentro di sé pensava che i fratelli sarebbero stati un regalo, una certa compagnia, un salvagente alla sua insicurezza e solitudine. Ma nessuno le chiedeva parere, e se lei sollevava il discorso, questo moriva nel nulla. E lei se lo tenne per sé. Aveva deciso che la sua famiglia era composta dalle due zie brontolone ma attente, Sara e Gina, da Buk, un cane da caccia orribile di aspetto, ma dolce come le more di gelso e sempre pronto a giocare, a baciarla con la sua saliva odorosa, a chiudere gli occhi in un atto di vero godimento per ogni piccola attenzione. Poi c’era Lola, la mamma, una mucca grassa, sempre gravida e con tanto latte, latte buono e saporito che Emma beveva di nascosto da tutti. Infine Matteo, il fratello maggiore,il maiale. Correva con lei nei prati,si ruzzolava come un cane e le strofinava il suo bel musetto simpatico ogni volta che la vedeva un po’ triste. Infine c’erano Tuono e Piedone, il toro e il cavallo, ed Emma non era sicura di chi fosse suo padre, erano entrambi qualcuno che lei desiderava fortemente, si accoccolava tra le loro zampe e si sentiva al sicuro. Piedone era più scherzoso, le dava colpi col muso per distoglierla dai suoi momenti di malinconia, Tuono sembrava ritrovare con lei la dolcezza che a nessun toro è concesso avere. I suoi occhi, per tutti somiglianti a carboni ardenti, si addolcivano per lei e la chiamava a sé, quasi godesse ascoltando quella voce sottile e appena sussurrata.
Emma era nata in una famiglia che si era costruita per l’occasione. Poteva essere il collante di questa unione, invece sembrava che ognuno dei genitori rivedesse in lei un proprio errore, una svista, un ostacolo a ciò che la vita poteva offrire. Nei momenti, frequenti, di disarmonia familiare venivano dette parole che chiarivano oltremodo questi pensieri, Emma le ascoltava da quando aveva imparato ad ascoltare. Poi volle smettere di ascoltarle, ma non era più necessario. Il fastidio nei suoi confronti permeava i gesti, gli sguardi, ogni aspetto comunicativo tra i genitori e quelli che più o meno a pieno titolo facevano parte della famiglia. Non erano molti e ognuno di essi era fortemente arrabbiato con qualcuno. Che a sua volta aveva conti in sospeso con altri e così via…
Emma immaginava il branco di lupi e piangeva. Forse questo era una branco di iene, ma in realtà lei non sapeva se veramente le iene erano così. Forse era solo un modo di dire.Il fatto grave, che la faceva soffrire, è che in questo gruppo di esseri senza amore e senza speranza era nata lei, fragile pianta, dolcissimo fiore, ed era destinata a morire di sete. Non osava cercare nel mondo, quale mondo l’avrebbe amata se non era riuscita a farsi accettare da coloro che l’avevano,forse per sbaglio, forse per una svista del destino, generata? Chi la abbracciava lo faceva per il proprio piacere, e nel tempo Emma pensò che fosse il solo modo, a volte gradevole, di sentire un calore capace di interrompere quella fredda corrente di gelo. Piano piano divenne un’abitudine, poi, per necessità di sopravvivenza, un lavoro. Emma andava spesso a trovare la sua famiglia, che si stava via via assottigliando. Quando anche Tuono era stato portato al macello perché vecchio e zoppo Emma capì che non le restava più nulla della sua infanzia, nulla che le ricordasse di avere ricevuto amore incondizionato e profondo. E, semplicemente, se ne andò, senza rumore, senza incertezza, senza pensare al ritorno. Tutto ciò che aveva amato era stato distrutto, mangiato, ucciso perché non più utile. Se ne andò prima che questo capitasse a lei, altrettanto inutile per tutti coloro a cui, per ragioni di sangue, apparteneva. Tutto coloro a cui mai era appartenuta davvero. Era giovane, troppo giovane per curare se stessa, ma ciò parve non disturbare nessuno e nessuno la cercò. In quel momento si sentì un anatroccolo, un brutto anatroccolo che nessuno aveva riconosciuto parte del gruppo e cercò nel mondo qualcuno disposto a guardarla per ciò che era. Chissà forse un giorno sarebbe diventata un bellissimo cigno, tutti avrebbero ammirato la sua grazia innata nei movimenti e il suo collo lungo e delicato, il bianco perfetto delle sue piume e allora qualcuno la avrebbe desiderata e voluta per sé, per la sua intima bellezza. Forse, si disse Emma. Ora doveva pensare a cose più banali e concrete, a sopravvivere. Trovò una casa, trovò gente con cui passare il tempo e interrompere i suoi sogni. Non c’era spazio per i sogni nel mondo che aveva trovato. Ma aveva trovato il modo per non desiderarli più, si imbottiva di farmaci, alcol, droga e dopo tutto era più facile, andare in strada, trovare clienti, vendere bustine a qualcuno disperato come lei. Il suo corpo diveniva sempre più bello, stava maturando, stava prendendo forme da donna, una bella donna. I suoi occhi grigi erano sempre più chiari,trasparenti quasi. Sembrava non volessero trattenere nulla di ciò che quotidianamente vedeva, comprendeva, nei momenti di lucidità. I suoi occhi restavano trasparenti, per paura o forse per difendersi. Emma cercava di buttare via ogni viso, ogni espressione, ogni odore. Guardava i suoi chiari occhi e per un istante pensava che quella era lei, acqua e cielo insieme, senza contaminazione umana. Occhi di lupo, occhi selvaggi e fieri. Occhi senza arroganza e senza paura. E ogni mattina, quando il dolore di esistere era più forte e meno anestetizzato, li guardava subito, li guardava per ritrovare, almeno per un attimo,il fondo chiaro della sua anima. E ogni sera, quando tutto era finito, Emma pregava, pregava per la sua famiglia ormai sterminata, e piangeva a lungo. Perché i suoi occhi potessero lavarsi da ogni contagio, per ritrovarli, il giorno seguente, chiari e trasparenti.
La Strada – 4
Emma stava rientrando, la notte era finita ormai, le creature che la abitavano erano svanite,ognuna nel proprio rifugio, nel guscio che le avrebbe trattenute fino ad un nuovo giorno, accecante e sofferto, ma necessaria via che li avrebbe portati alla prossima notte. Era un mondo a parte quello della notte, crudele e intimo, piccolo e immenso, futile e profondo. E pericoloso, immensamente pericoloso. Aveva lavorato molto, tanti clienti questa notte, era stanca e come sempre vuota, sempre più vuota. Emma rifletteva spesso su questo, era cambiata e soprattutto era cambiato qualcosa di profondo dentro di lei. Il calore umano che tanto aveva cercato e che aveva sperato di ottenere stringendo corpi sconosciuti e desiderosi di lei sembrava dissolto come neve al sole. O forse non c’era mai stato, era stato soltanto un abbaglio, una trappola nella quale lei stessa si era calata. Ora voleva andare a casa, lavarsi, lavare quella sensazione di essere ricoperta di ogni peggiore sporcizia. Ogni notte scendeva un gradino, ogni giorno credeva di essere ormai in fondo, sotto ad ogni possibile condizione di sopravvivenza psichica. Ma non era vero, continuava a scendere e non riusciva a vedere la fine. Ciò che la feriva di più era la certezza di aver perduto, forse per sempre, quella sensazione fragile, sottile, ma ancora ombreggiata nei suoi ricordi che fare l’amore fosse un gesto gentile. Certo non proprio amore, forse soltanto un movimento del corpo e dei sensi, ma con dentro una inevitabile tenerezza. Emma aveva perduto questo, la tenerezza, per sé, per qualunque creatura. Non aveva nemmeno un gatto a casa ad attenderla, lei, cresciuta con animali, figlia di animali. Non voleva nessuno vicino, da amare, da perdere. Ad un tratto fu distratta dai suoi pensieri da un allegro vociare, un gruppo di persone si stava avvicinando. Le regole della strada sono chiare, nascondersi al più presto, può accadere qualsiasi cosa a una donna sola, più probabile ad una come lei, senza un posto nel mondo, senza qualcuno disposto a proteggerla, forse a reclamarne il corpo. Poteva sparire nel nulla, come viveva nel nulla. Gli abitanti della strada, sì ,la avrebbero aspettata , forse cercata per qualche giorno, poi si sarebbero rassegati ad un’altra perdita, perchè la strada abitua ad ogni cosa. Emma ,curiosa, guardò prima di fuggire e quello che vide fu qualcosa che lei non si aspettava, un gruppo di persone e con loro un’aria di festa, semplici, comuni gesti e complici sorrisi, come accade in una grande, amorosa famiglia.
Non che lei potesse sapere con certezza com’è una famiglia, ma forse nei suoi pensieri c’era un sogno, o un ricordo lontano, di una vita diversa e antica. E in quel sogno o in quel ricordo questa era una famiglia. Il gruppo era formato da strane persone, vestite in modo semplice, ma con grazia e buon gusto. Le voci che si levavano erano leggere e cordiali, il tono gioioso. I volti e la loro espressione furono quello che davvero la colpì, sembravano felici ed Emma non vedeva quella espressione sui volti conosciuti da tanto, troppo tempo. Aveva pensato che non esistesse proprio, che fosse solo un abbaglio del mondo irreale della televisione, dei giornali, dei film intravisti a notte fonda. Quelle strane persone non solo parlavano e ridevano tra loro, sembravano recitare, provare pose o frasi, senza rispettare alcun copione e scoppiavano in violente e interminabili risate quando un gesto, un tono non era in sintonia con il resto. Emma era immobile, ipnotizzata da quello spettacolo inusuale, e non sentiva paura. Erano artisti, qualcuno li avrebbe chiamati pezzenti, o barboni. Ma erano artisti di strada, senza camerini, senza champagne sul tavolo damascato, senza enormi, sfacciati, costosi mazzi di fiori ad attenderli. C’era un mimo, poi un improbabile tenore e una dama con selvaggi capelli rossi. Parlavano insieme, uno sull’altro, come se tutto quello che avevano da dirsi non potesse attendere oltre, non potesse mettersi in fila. Poi un anziano signore distinto, che parlava con voce profonda e potente, e un bambino, Emma non credeva ai propri occhi, un bambino che saltellava nel gruppo. Poi vide ancora due donne, anziane forse, oppure non anziane, solo con un viso intenso e vissuto. In ultimo un gruppo di ragazzi, due giovani donne e tre uomini, che discutevano su frasi o figure, lei non riusciva a capire bene. Ad un tratto il bambino le corse incontro e si buttò sulle sue gambe, quasi nude ed espressione chiara di quale fosse il loro ruolo in quel corpo minuto, ma ben fatto, mostrato per essere desiderato. Emma sentì imbarazzo,per la prima volta dopo tanto tempo sentì un profondo, sgradevole imbarazzo, per ciò che era, che faceva, che rappresentava. Avrebbe voluto sparire in un momento e riapparire come era un tempo, con la pelle pulita e addosso un paio di jeans, con i capelli del suo colore, un castano scuro con riflessi più chiari in estate, e nel volto la sua eterna tristezza, ma più dolce, quella di chi è stata percossa dalla vita, ma non ha ancora perso la speranza. Ma era lì, ora, e addosso a lei i vestiti erano solo stracci,costosi stracci che avevano un unico messaggio da dare al mondo, comprami, sono in vendita. E i suoi occhi, grigi come il cielo d’inverno, erano muti. Per un istante pensò che avrebbe voluto cambiare, non ora, non oggi, avrebbe voluto essere altro da ciò che era diventata, avrebbe voluto avere avuto una scelta ed avere avuto la forza, il coraggio di farla. Ma lei non aveva avuto una scelta, aveva percorso un cammino, l’unico possibile. Ed ora riteneva ingiusto avere davanti un quadro di vita simile, riteneva che fosse un’altra ,inutile, oltraggiosa ferita che il destino le voleva infliggere. Non solo miseria, non solo solitudine, non solo annientamento della sua personalità, del rispetto, della fiducia in se stessa. Non solo l’abbrutimento che prima o poi ti coglie quando vendi ciò che sei, che hai di più profondo e intimo, quando per sopportare la vita non puoi che stordirti e dimenticarti di essa. Ma ora la beffa di cogliere, in perfetti sconosciuti, passanti, quel fuoco, quella sensazione di vita che avevi sempre cercato, voluto, sognato,fino a convincerti che non esisteva, era una stupida illusione, non era possibile. Non solo per te, che forse avevi sbagliato ad essere, a nascere, ma era chimera per ognuno, e solo questo poteva rendere la tua miseria più sopportabile, solo questo, perché sarebbe stata condivisibile con il resto della piccola, fragile umanità. Emma sentì tutto questo in un secondo, ma sorrise al bambino che le accarezzava le gambe e si emozionò, pensò che quel tocco, quel sorriso erano qualcosa che non le apparteneva più da tanto tempo, così trasparente e pulito. E la sua rabbia svanì, accogliendo con la parte del cuore che ancora sentiva l’amore, quel regalo inaspettato, quello sguardo privo di calcolo e cupidigia, quel sorriso disarmante e colmo di tenerezza. Era un bambino, forse era giusto che potesse essere ancora così. Emma alzò gli occhi e vide sguardi sereni, un poco curiosi forse, ma privi di rimprovero, privi di giudizio, di riprovazione. Sembravano fare solo un saluto, accogliente, come se lei avesse avuto davvero i suoi vecchi jeans e i capelli di un colore decente. Emma sorrise, mentre una lacrima scendeva dai suoi occhi grigi come il ghiaccio, dove una piccola incrinatura era giunta, e il calore aveva sciolto una minuscola breccia lasciando che un pezzo di luce scaldasse il suo sguardo. “ Mi chiamo Emma” si senti dire. Io sono Emma. Si rese conto, in quell’istante, che erano anni che non diceva il suo nome.
L’ incontro- 5
Erano passati mesi da quella sera. Emma ripensava spesso a quell’incontro che aveva profondamente cambiato la sua vita. Aveva avuto una scelta e lei era pronta, aveva capito, aveva avuto coraggio, incoscienza, forse solo fortuna, ma era pronta a rinascere. Semplicemente, era morta e risorta dalle sue ceneri, come l’araba fenice. Emma sorrise, pensando a quella notte, mattina ormai, in cui si era fermata e lasciata avvolgere da quello strano gruppo di esseri, sconosciuti e al tempo stesso a lei così familiari e intimi. A loro aveva detto il suo nome, a loro aveva donato l’unica lacrima colma di emozione che era riuscita a versare in tanti anni di dolore. Emma in un attimo capì di avere trovato i suoi fratelli, ciò che aveva desiderato da sempre, per essere salvata dalla sua fragilità,dalla sua solitudine. Emma sentì che la vita, a volte, veramente coglie di sorpresa, può decidere in ogni istante di darti ciò che desideri profondamente, ma non nel modo, o nei tempi che tu hai ritenuto giusti, o possibili. La vita ti prova, ti apre e ti chiude strade, ti offre possibilità e ti chiede il conto. Ora,dopo anni, Emma si sentiva in credito. Aveva trovato il suo branco, viveva il suo sogno. Emma non aveva lasciato la strada, era partita con gli artisti di strada. Lei non sapeva fare nulla, ma avrebbe imparato. Non era nata prostituta, aveva imparato. Poteva imparare altro. Forse davvero la strada era nel suo destino, ma lei aveva confuso il suo compito, o il suo sogno, o il suo valore. Aveva imparato che la provvisorietà è un’impressione, un modo di sentire, e può essere un luogo di rifugio e di certezza. Era tutto scritto…. Veramente? Lei sperava di sì. Li aveva cercati, li aveva sognati, li aspettava da sempre. Ed erano arrivati, quando ormai non sperava più. Anche Giorgio, l’improbabile tenore, era stato raccolto dal gruppo, quando omai aveva pensato di morire in un cartone alla stazione. E Francesco, uno dei giovani artisti, la cui voce dava brividi ad ogni cuore, stava andando al suo lavoro,in banca, in un giorno pieno di sole. Era un lavoro sicuro, ben pagato, in un mondo in cui questo sembrava il vero, solo obiettivo di una vita. Come suo padre, come suo fratello. Ma la sua anima si stava lentamente spegnendo, aveva già avuto un infarto, il suo cuore era affaticato e triste. Ma prima di morire, quel giorno li seguì. E Greta, la rossa, li aveva incontrati in un giorno che poteva essere l’ultimo della sua vita. Il teatro era stata una profonda passione, ma l’aveva lasciato per accudire ed amare un uomo normale, che desiderava una moglie normale, che provasse passione e desiderio solo per lui, e questa rinuncia le aveva appannato gli occhi e spento l’ardore. Un uomo che l’aveva lasciata, al suo quarantesimo anno e davanti alle prime rughe, per una donna più giovane, che provava passione e desiderio solo per lui. E Anna, giovane e bella, con un bambino nato per sbaglio, ma amato e voluto dal primo impercettibile movimento nel suo ventre. Anna, abbandonata, giudicata, ma forte del suo amore per il suo cucciolo, pronta a difenderlo, a nutrirlo, a educarlo ad un mondo diverso. Anna, capace di suonare il suo violino come un atto d’amore, che con passione si era innamorata di nuovo, perché nessun dolore, nessun rifiuto,nessun inganno, può essere così grande da impedirci di amare ancora. Paolo era il suo amore, ora. Paolo che faceva da anni vita di strada, suonando mille strumenti e incapace di trovare un luogo che, da solo, potesse contenere tutto il suo cielo. Paolo, che aveva trovato il suo cielo negli occhi di questa donna, che lo aveva seguito, lo aveva amato senza costringerlo a cambiare nulla di sé. Ognuno aveva una propria storia, intensa, particolare, segnata da rinunce, errori, improvvisi sconvolgimenti , potenti lampi di tuono, sfolgoranti raggi di sole. Insieme erano una famiglia, una improbabile famiglia il cui legame sembrava essere solo un desiderio profondo e irrinunciabile di seguire il vento, di essere liberi senza per questo rinunciare al tepore di un focolare, pur incerto e sempre in movimento. Emma li ascoltava, rapita. Ripensava al branco di lupi , nel suo sogno, e in un attimo aveva capito che se c’era un posto per lei, il suo posto era lì. Quella notte li aveva portati nella sua casa, un regalo per loro dormire in un luogo sicuro e caldo, con un bagno, una cucina. Emma si era lavata a lungo, aveva indossato i suoi jeans, preparato una borsa con le cose importanti, e con stupore scoprì che stava tutto in quella borsa. Marta, mille uomini e mille mestieri prima di partire per il suo attuale viaggio, le tagliò i capelli, cortissimi. Sarebbero ricresciuti del giusto colore. Prima di uscire Emma gettò nel water le pillole e le bustine. Non c’era posto nella sua borsa. Prese solo una foto, lei era piccola e correva nell’aia, in mezzo a due grandi oche, un cane la inseguiva gioioso e un piccolo maiale sembrava sorridere col suo buffo musetto. Piedone, Tuono e Lola non si vedevano, ma erano impressi a fuoco nella sua anima. Emma si raccolse in preghiera, cercò di collegarsi con la mente al mondo invisibile, dove certamente si trovavano i suoi cari. Voleva chiamarli a sé, voleva condividere quel momento, chiedere consiglio, approvazione, consenso. Erano la sola fonte cui rivolgersi. Piano piano le immagini si definirono nella sua mente, Emma riconobbe il loro sorriso, la loro dolcezza. Capì che era quella la strada, e senza pensarci di nuovo, la seguì. Seguì le voci, scherzose e calde, seguì il calore di quelle strane persone, che avevano sorriso e non riso di lei. Che l’avevano accolta senza incertezze, senza spiegazioni. Soprattutto non l’avevano rifiutata. Questo era stato un regalo, un dono prezioso alla sua anima e, lei credeva, un regalo che non avrebbe ricevuto mai. Seguì il suo destino, ancora sconosciuto, ma che aveva il profumo del pane appena sfornato, del latte appena munto di Lola. Negli occhi la sua nuova immagine, scorsa di sfuggita nel lungo specchio del soggiorno, dove la sera controllava la sua figura, per sembrare più grande,desiderabile e bella, per chiamare i clienti a sé. Ora, con i capelli rasati e senza trucco, sembrava una bambina, fragile, con grandi occhi grigi, occhi che avevano visto l’orrore e guardavano lontano, l’orizzonte infinito.
Emma sorrise, erano passati mesi da quella notte. Una vita intera, che sembrava avere inghiottito anni di buio, di giorni e notti consumati nel più profondo dolore. Emma non riusciva a capire se la sua mente aveva davvero dimenticato o se era soltanto una reazione momentanea, un bisogno profondo di fare pulizia, di ricominciare da capo. Non possono svanire davvero i ricordi, scomparire come neve al sole. Ritorneranno , pensò Emma, forse stanno solo aspettando che io possa sopportarli, rivedere ogni cosa con uno sguardo nuovo, riconciliarmi con tanto smarrimento,tanta angoscia. Ritorneranno, ma io sarò pronta e non sarò sola.
La rinascita- 6
Emma guardava il mare, la sconfinata distesa scintillante che sembrava abbracciare il cielo. I suoi occhi grigi avevano bagliori celesti, sembravano riempirsi gradatamente di colore, quasi fosse per sempre cessata la necessità di tenere fuori tutto, tutto lo sporco,tutto il mondo. Il silenzio era colmo di piccole grida di gabbiani, la brezza leggera portava un tenue frusciare di foglie. Erano arrivati da poco e lei era corsa a salutare il mare, a riempire il corpo del suo odore, gli occhi della sua semplice, smagliante bellezza. Era ottobre, le città del nord avevano già l’odore dell’inverno, nella notte si avvertiva la bruma che annunciava il freddo umido che presto le avrebbe avvolte e nascoste allo sguardo del cielo. Era tempo, per gli artisti di strada, di spostarsi al sud, dove sarebbe stato ancora caldo, dove il tepore avrebbe permesso loro di vivere nella loro unica casa. La roulotte era solo un luogo di riparo, utile,ma nulla poteva eguagliare l’ampiezza del cielo. Spesso dormivano in camere d’albergo, a volte qualcuno preferiva il cielo stellato.Emma aveva imparato, aveva cambiato il suo modo di essere, di sentire, di vedere. Aveva imparato a danzare, a restare immobile per ore, con improbabili trucchi di scena. Sapeva toccare e battere con forza i tamburi. Tra le tante cose, aveva imparato che nessuno sa fare soltanto una cosa, che ogni cosa può essere, con passione, appresa. Troppo spesso, pensava, costruiamo gabbie mentali e vi restiamo intrappolati,per paura, per incertezza, per pigrizia. O perché non sappiamo cadere e rinascere. Emma sentiva di nuovo il corpo come un tutt’uno con l’anima e il cuore. Il corpo rideva,piangeva, era triste o felice. E sapeva trasmettere ognuna di queste emozioni. Il suo corpo straziato, usato, troppo spesso trattato come merce da vendere, era ritornato suo,come un oggetto di valore dato al banco dei pegni, per leggerezza o necessità, che era stato riscattato e riportato al suo posto, alla sua vera natura. La sua pelle ora ascoltava, i suoi occhi comprendevano, le sue mani vedevano, la sua mente era un animale curioso e ghiotto di vita, la sua bocca, bella e sensuale, si apriva sempre più facilmente al sorriso, al saluto. Una sera scoppiò in una fragorosa risata, era la prima volta da che ricordava. Le doleva lo stomaco, le dolevano le guance, i tendini del collo. Il suo corpo stava riappropriandosi di sé. Accolse quel dolore come un regalo, come un segno del cielo, imparò a ridere e pregò il mondo invisibile di non dimenticarlo più. Il tempo correva veloce, non restavano mai tanto a lungo in un luogo da affezionarsi ad esso. Ma non erano i luoghi, o le cose che comprava o trovava a darle affetto, equilibrio, serenità. Era dentro, ora, il luogo dell’anima, in fondo ai suoi occhi, ai suoi visceri. Tenuto caldo e protetto dal luogo dell’amore, composto da un gruppo di esseri che insieme avevano trovato il senso profondo di esistere. Marta era rimasta in una città del nord, aveva incontrato un amore, ed era restata ad inseguire il suo sogno. Ognuno di loro l’aveva baciata, abbracciata, le aveva lasciato qualcosa di sé. E la promessa di essere sempre al suo fianco, di mantenere, inalterato, un posto caldo per lei, nel cuore e sotto al cielo, se avesse avuto bisogno. E la speranza che non sarebbe stato necessario, perché lei potesse restare, felice, nel suo sogno. Emma pianse per Marta, sentì lo strappo doloroso di avere, di nuovo, perso qualcuno amato profondamente. Ma imparò, di nuovo imparò che l’amore non può soffocare il volo dell’anima, che l’ amore sa comprendere e accogliere le ragioni di ognuno. Mise nella sua borsa una foto di Marta, erano abbracciate e sorridevano, nel fondo uno scoglio sul mare. Sarebbe bastato, doveva bastare. Emma sentì una mano che accarezzava il suo viso. Questo era il nuovo senso della sua vita. In ogni luogo, davanti ad ogni orizzonte, così come davanti ad ogni momento felice o difficile, una mano accarezzava il suo volto. Poteva essere tremolante, Giorgio, la cui salute e la cui età rendevano ogni giorno più simile a una foglia. Poteva essere Luca, giovane e bello, occhi profondi e pieni di passione,spesso suo compagno nella raffigurazione di statue viventi, il cui alito caldo le regalava brividi dimenticati, forse mai davvero conosciuti. Poteva essere Greta, dolce e attenta, materna con tutti loro come una chioccia. Greta, la cui voce aveva ritrovato la grazia e la forza della passione, che trasformava le parole di ogni scritto, di ogni poesia in qualcosa di così potente da sembrare un tuono del cielo. Poteva essere Anna, piena di grazia e di dolcezza, seguita passo passo dal suo bambino, che come il cucciolo di lupo l’aveva accolta per primo, cambiando per sempre il suo destino. Emma si voltò lentamente, la luce del tramonto era dentro ai suoi occhi chiari. Era Duilio, il vecchio attore, che un tempo aveva calcato scene prestigiose,inutile ormai per le pièce dei teatri, ma indispensabile per tutti loro che pendevano dalle sue labbra, incantati dai suoi vivi racconti, dai toni sommessi della sua voce, dalla sua saggezza antica. Non era riuscito ad entrare nel giro giusto, forse la sua anima pura non lo aveva permesso. Era rimasto solo al mondo, precario, viveva della carità di un ospizio religioso per indigenti. Poi un giorno il vento era cambiato, gli aveva portato le note di un violino, e lui, vecchio, inutile vecchio solo, le aveva seguite con la leggerezza di un bambino,ed era ritornato alla vita. Emma sorrise, sempre vedeva, dentro a quegli occhi buoni e colmi di affetto, gli occhi di buck, il suo dolcissimo cane. Emma comprese che tutto era scritto nel suo destino, soltanto ogni cosa si era svolta seguendo una strada tortuosa, incomprensibile. Ora era tutto lì, tutto ciò che aveva desiderato era lì, non come avrebbe voluto, non come aveva pensato, ma alla fine era giunto il Giudizio, quella forza divina e potente che riporta giustizia e armonia. Emma non conosceva il nome del suo Dio, non lo aveva trovato nel mondo degli uomini, nella chiesa e in coloro che vantavano di conoscere Dio. Ma lo aveva trovato nelle strade, nell’amore degli animali, nei suoi compagni di viaggio. Nel mare, che ora scintillava di mille piccole luci. Qui, nel mondo che ora guardava, sentiva, ascoltava con il cuore, nella carezza di Duilio, qui era il suo Dio. Emma si voltò lentamente, prese sottobraccio il vecchio amico e insieme si avviarono verso il chiosco dove gli altri stavano aspettando il cibo, un momento di intimità tra loro prima di affrontare insieme una nuova notte di lavoro.Emma era ancora una creatura della notte. Ma aveva dimenticato la paura, la voglia di morire, di essere farfalla. Il vento era cambiato, ora era un cigno, uno splendido cigno, le movenze lente ed aggraziate, piume bianche e un lungo collo. E avrebbe fatto l’amore, finalmente avrebbe fatto l’amore, con tenerezza. Emma guardò la sua famiglia, il vociare allegro e confuso che l’aveva ammaliata quella notte lontana, nell’altra vita. Ora ricordava, ogni cosa ricordava, ma tutto apparteneva all’altra vita. Era rinata, aveva avuto un’altra possibilità. Ognuno dovrebbe avere un’altra possibilità. Sentì gli occhi di Luca caldi sul suo viso. Sorrise, pensando che forse, una notte, lo avrebbe portato in riva al mare, avrebbe chiuso di nuovo gli occhi e avrebbe fatto l’amore,per la prima volta, con tenerezza, avrebbe fatto l’amore.
Questo articolo è stato scritto da Redazione il 16 gennaio 2009
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