inedito: “Jamir l’appeso” di Antonella Parrocchetti
JAMIR
cap.1
Jamir correva nella foresta. Oggi aveva deciso,non sarebbe ritornato nella casa, sarebbe andato lontano. Avrebbe dimostrato a suo padre che era grande, forte, che se la sarebbe cavata da sé. A sua madre forse sarebbe dispiaciuto, forse. Se avesse avuto il tempo di accorgersi della sua fuga, se avesse avuto il tempo di capire che lui, Jamir, non sarebbe più stato uno di loro. Sarebbe riuscita? Con tutto quello che aveva da fare, preparare i pasti, lavare i vestiti, fare funzionare tutto, la grande casa. Ora era il momento del pane, quel pane dolce e profumato che sfornava ogni giorno, per tutti. Ma forse, un attimo,avrebbe pensato che qualcosa,qualcuno mancava nel grande brusio della giornata. Jamir inciampò in un ramo, le lacrime lo accecavano,gli riempivano gli occhi. Sempre l’immagine di sua madre lo sconcertava, lo riempiva di emozione. Se solo avesse potuto, una volta, pensare che lei rivolgeva a lui lo stesso pensiero intenso e adorante. Ma lei Kadija, era troppo impegnata nella vita di tutti i giorni, a fare il pane, a curare la famiglia, quella grande, enorme, ingombrante famiglia. Dove lei non era nessuno, una donna, una donna in Africa centrale. Ma lei era il centro, dove tutto ruotava, e poteva esserlo solo perché nessuno lo sapeva, lo diceva. Jamir si rialzò, guardò il sangue uscire copioso, ma non voleva piangere per questo, era grande, e forte, non avrebbe pianto per questo.
Allora decise che avrebbe pianto per lei,per quel viso dolce e deciso, muto nei momenti di rabbia degli uomini, inflessibile e determinato ogni volta che qualcosa che a lei premeva davvero doveva essere deciso, dolce quando sapeva di poter consolare. Confuso e perso quando guardava lontano, oltre la foresta, quasi ad immaginare il mondo, il mondo fuori, il mondo dopo il passaggio del fiume,dopo le case e i rigogliosi alberi della foresta. Jamir si svegliò di soprassalto, era quasi l’imbrunire, e il tramonto ha colori straordinari ma vita breve in Africa. Si era addormentato, era certo. Ma come aveva potuto dormire con tutta la tensione, con tutto il dolore che aveva provato quel giorno. Voleva tornare a casa, tutti sarebbero stati in pena, forse erano fuori a cercarlo. Pensò a suo padre, che sicuramente stava invocando gli spiriti degli antenati per poterlo ritrovare, per rivederlo in salute. Jamir avrebbe mostrato la ferita nella gamba e avrebbe spiegato che non poteva, davvero, non poteva proprio ritornare prima, che gli dispiaceva, che voleva loro tutto il bene del mondo.
Si incamminò verso casa, sperando di ritrovare la strada e che il buio non potesse inghiottirlo per sempre. Aveva una famiglia e non riusciva ancora a capire come aveva potuto pensare di fare senza, di sopravvivere lontano dal calore rassicurante della lanterna nel patio, dal vociare dei suoi fratelli, dalle corse per il posto migliore sull’amaca in giardino. Lui era il più piccolo e spesso arrivava dopo, arrivava tardi, o non lo facevano arrivare mai. Ma ora, pensava che non aveva alcuna importanza, li voleva, voleva il rumore della sua famiglia intorno, voleva vedere i loro occhi increduli e preoccupati, smarriti dalla paura di averlo perduto per sempre. Jamir arrivò alla casa sul fiume,simbolo di una certa ricchezza in Africa, dove l’acqua era preziosa più del mais, dove una casa, una vera casa fatta con mattoni e calce era un lusso, una casa che non andava ricostruita dopo ogni potente temporale. Si fermò un attimo ad ascoltare il rumore della sua casa. Sembrava tutto a posto, sentiva il vociare dei suoi fratelli, la voce bassa a profonda di suo padre, così bassa eppure la si udiva su tutto, sul rumore e sul profondo silenzio E piano, in sottofondo, la lenta litania di sua madre. Possibile? Si chiese. Possibile che nessuno lo stesse cercando, che nessuno fosse disperatamente alla ricerca di Jamir, il piccolo Jamir, l’ultimo figlio, quello non cercato, non voluto, ma mandato, come gli altri, dagli Dei della natura, della vita? Jamir arrivò piano dentro la casa. Il profumo del cibo era nell’aria, il fuoco era ancora potente e pieno di energia, sopra la casseruola con lo stufato di pollo. Tutti aspettavano con pazienza che lei, Kadija, chiamasse quella folla vociante ad accogliere il cibo. Suo padre fu il primo a vederlo, e chinò il capo in segno di saluto. I suoi fratelli lo guardavano distrattamente, come la paniera chiusa nel fondo della stanza, una cosa che da sempre era sotto i loro occhi, tanto abituale quanto invisibile. Sua madre arrivò dalla stanza dove ardeva il fuoco più grande, ebbe un piccolo sussulto di stupore, i suoi occhi si persero un istante nel vuoto, quasi cercasse di ricordare il suo volto, quando era stato, di recente, nella stanza con lei. Ma poi il trambusto del vociare attorno a lei la riprese da quel piccolo attimo di riflessione e chiamò tutti a consumare il pasto, anche quello, come la casa sul fiume, un regalo dell’Africa a quella famiglia di bocche affamate, di braccia potenti per il lavoro nei campi e nella foresta. Un regalo dove la povertà a la fame erano ancora il più grande nemico della vita. Jamir si sedette al suo posto, in fondo alla stanza. Lo stomaco era chiuso e dolorante, la gamba bruciava ed era ancora macchiata di sangue. Ma nessuno lo aveva notato, nessuno aveva chiesto a Jamir dove era stato, dove aveva vissuto in quelle ore, dove erano la sua voce, il suo odore, la sua presenza. Jamir capì che, per tutti loro, lui era sempre stato lì, come la paniera in fondo alla stanza.
Il Sogno – 2
Non sapeva per certo,ma questo rumore di tamburi era qualcosa davvero non usuale, era certo però di averlo sentito altre volte. Jamir sapeva che era qualcosa di antico e importante. Da bambino, sì, forse molto piccolo .Il ritmo dei tamburi era dolce e al tempo stesso potente. Il Grande Saggio era lì, con il suo abito bizzarro, eppure composto di mille piccoli oggetti che lo rendevano unico e raro, potente. Ognuno con un significato, con una storia che precedeva generazioni e forse secoli. La famiglia, il villaggio, erano attorno a vigilare, a sostenere quello che era il rito di Hamebe, la vista, la potente vista che attraversa il buio e gli ostacoli. Jamir era colui a cui ridare la vista, era stato strano e inquieto, sembrava posseduto da spiriti malvagi, parlava di andarsene lontano, a vedere il mondo oltre il paese, oltre la città, oltre l’oceano forse. Per il padre era giunto il momento di ridare a lui la vista, la sapienza della sua storia. L’idea era stata di Kadija, ma come ogni donna sa, doveva essere voluta dal padre e lui , non si ricordava come, ad un certo punto l’aveva voluta. L’impasto era fatto di erba, di creta, di polvere e acqua. Per prepararlo sua madre e il Grande Saggio avevano avuto un grande lavoro da fare. Dentro ci sarebbero state le potenti erbe di guarigione, erbe secche che avevano visto Jamir crescere e diventare uomo, polvere lasciata dagli spiriti degli antenati, fango che raccoglieva nel suo essere umido i sentimenti, le emozioni, la spiritualità di chi era passato dalla casa e dal villaggio. Tutto questo sarebbe restato una notte sul cranio rasato e leggermente sfogliato di Jamir, nella stanza della purificazione, dove sassi roventi avrebbero favorito il mischiarsi dei fluidi. In una notte Jamir avrebbe riappreso tutto ciò che il villaggio sapeva, non soltanto questo villaggio, ma quello che lo aveva preceduto, e prima ancora nel tempo, così lontano che nessuno ne aveva memoria. La vista, quella dello spirito, non può fermarsi al quotidiano, alle relazioni che sono qui e ora e spesso hanno il limite dell’egoismo, del proprio insistente bisogno. Questa terra, che racchiudeva la sapienza di questo popolo fino alla sua creazione, avrebbe ridato a Jamir lo spirito antico e la capacità di vedere lontano, oltre, di vedere il nuovo e l’antico, il solo modo di vedere.
Jamir si svegliò di soprassalto, si guardò attorno e con sollievo si accorse di essere nella sua casa, fatta di cemento, con un letto a molle e le coperte, come si usa in occidente. Jamir sapeva bene cosa aveva sognato, si chiese perché, inquieto e smarrito. Sognava spesso l’Africa, il suo paese, sua madre, ma questo sogno non era dato dal ricordo a dalla nostalgia. Questo sogno era un presagio, lo stava avvertendo di qualcosa. Qui nel mondo occidentale era solo un sogno, ma lui sapeva….. sì forse sapeva, ma certo era molto più semplice questo mondo, dove ogni cosa è soltanto ciò che si vede, ciò che si spiega, ciò che anche gli altri sanno riconoscere in una semplice definizione. Jamir viveva in occidente da tanto tempo, o almeno così gli sembrava. Non era facile vivere in quella che tutti chiamano civiltà e portarsi l’Africa dentro, con le sue sfumature, i suoi riti e valori così improponibili, poco giustificabili, poco adatti a questo mondo. A volte guardava se stesso, un essere che camminava, lavorava, mangiava, parlava come tutti gli altri, ma lui si sentiva capovolto. La sua mente, il centro dei suoi pensieri ed emozioni era giù, legato alla terra, legato al cordone che lo collegava all’altro mondo, quello da cui proveniva. Dove ogni storia è un modo di vedere quella storia, dove il sacro è nell’aria che si respira, nella terra che nutre, nel calore del sole, nell’acqua che disseta e porta nuova vita. Lui aveva scelto di andarsene, di vedere il mondo, di cercare la civiltà, la ricchezza, il prestigio di appartenere ad un mondo superiore. Non sapeva il perché, ma era certo superiore, era qui che accadevano le cose straordinarie che in Africa erano solo leggenda. Lo sapeva da sempre, questo era il mondo, l’Africa un ripostiglio, di vite, di malattie, di povertà, di ricchezza che altri potevano usare, perché avevano imparato a farlo, perché venivano da un mondo superiore.
Qui sapevano spiegare ogni cosa, costruire ogni cosa, far crescere e morire ogni cosa, senza l’aiuto degli spiriti della terra o degli antenati. Qui contavano altre cose, il denaro, il potere, la residenza. Qui essere schedati e appartenere a un gruppo, ad una famiglia, ad un partito,ad una azienda, ad un padrone era indice di sicurezza, di forza. Ognuno nasceva e cresceva con questa enorme ricchezza, sapeva chi era. E forse chi sarebbe stato, cosa ci si aspettava da lui. Non esistevano persone sconosciute, bambini nati di cui non si conosceva il nome o la provenienza. Solo i clandestini, ma loro non appartenevano a quel mondo, erano ombre. Qui c’era la certezza di sapere la verità, c’era la televisione che diceva cosa era accaduto, nella città, nel paese, persino nel mondo. In Africa ognuno aveva la sua storia, la sua realtà e le sue ragioni, le spiegazioni, che sempre erano spiegazioni irrazionali e legate a culture lontane, incomprensibili ormai per lui. Jamir pensò di dormire ancora un po’, doveva essere efficiente al lavoro. Lì sì, era riconosciuto, ben voluto. Lui lavorava tanto, lavorava bene, lui era Jamir, l’ africano lavoratore, non un pigro e subdolo negro, clandestino. Aveva imparato presto cosa voleva questo popolo. Voleva lavoro, precisione, reddito. Non parlare, non i racconti di un mondo troppo lontano, e forse troppo bello per essere raccontato. Come avrebbe potuto Jamir descrivere il colore del tramonto africano a chi viveva in quella città grigia, il cui cielo aveva dimenticato il senso del colore, del contrasto, della luce potente e del buio profondo.
Non avrebbero capito, non avrebbero saputo comprendere la vera magia di quel cielo e Jamir, ormai, non voleva pensarci più. Ora è qui che vivo, pensò, e non ascoltò quel sottile brivido che il cuore gli mandò.
La caduta – 3
Jamir andò al lavoro, puntuale ed efficiente come al solito. Il responsabile del suo reparto lo guardò arrivare, svelto, pulito, determinato. Era stata una bella sorpresa Jamir, gli Africani del Centro erano sempre più affidabili degli Africani del Nord, ma lui era stato davvero una rivelazione. Sembrava che il lavoro per lui fosse davvero la cosa più importante, quella in cui investire tutte le energie e le risorse. Avrebbe dovuto insegnarlo a tutti gli altri, a suo figlio prima di tutto, ma ragazzi così non se ne trovavano più. Jamir corse al suo posto di lavoro, stavano restaurando un grande palazzo, lavoro duro, lavoro pericoloso e costoso. Per fortuna questa classe operaia era meno pretenziosa di quella italiana. A loro bastava molto meno, ma soprattutto sapevano che molti altri avrebbero accettato quel posto, anche per meno. Era più facile trattare orari non sindacali, mansioni pericolose. Tutto molto più semplice. Oggi qualcuno doveva spingersi al nono piano, sull’impalcatura, lui stesso molto probabilmente. Non aveva paura, non ne aveva da tanto tempo ormai, ma quella notte aveva dormito male, troppe birre quella sera davanti alla partita con gli amici. Jamir arrivò in quel momento, gli occhi vivaci, curiosi, che sembravano chiedere approvazione, sempre, che sembravano desiderare opportunità di crescita, non solo lavoro. Questo lo rendeva veramente diverso dagli altri negri, a cui il lavoro sembrava dare come unica soddisfazione la paga mensile.
Il capo si preparò a salire, ma un giramento di testa lo fermò a metà dell’operazione di preparazione, si stava imbracando, ma non aveva ancora indossato le protezioni al capo e alla schiena. Jamir lo osservò e capì la sua difficoltà. Oggi, pensò, oggi è il giorno giusto, farò il salto, sarò uno di loro, oggi o mai più. Poche parole di finta discussione e Jamir stava salendo sull’impalcatura, velocemente, come un ghepardo della sua terra. Veloce Jamir, prima che qualcuno ci ripensi,prima che qualcuno prenda il tuo posto e tu resti uno dei tanti, in fondo, a guardare. Tanta era stata la fretta che non aveva messo alcuna protezione, ma oggi Jamir si sentiva fortunato e invincibile, volava sull’impalcatura, non sapeva dentro di sé se ringraziare la buona sorte dell’occidente o lo spirito profondo della terra e degli antenati che gli suggeriva il suo non ancora estinto cuore africano. Ora Jamir, ora sei il primo, tutti guardano te, non sei più e non sarai mai più invisibile come la paniera di casa. Qui hai trovato il tuo posto, un posto importante, dove fai le stesse cose del popolo civile e ti attieni alle sue regole. Dove sei rispettato per quello che fai e non per quello che sei. Dove non sarai l’ultimo solo perché tua madre per ultimo ti ha partorito.
Dopo due ore di lavoro Jamir era ancora pieno di energia. Voleva dire molto per lui essere lì, non avrebbe deluso nessuno, avrebbe fatto tutto ciò che andava fatto, anche meglio. Cercò di prendere un martello che nella fretta di compiere il proprio lavoro aveva lasciato nell’altro quadro dell’impalcatura. Guardò il suo operato. Perfetto, preciso, come doveva essere. Jamir si allungò per recuperare il martello, ancora un paio d’ore e avrebbe finito il nono piano, un gran bel lavoro. Per un attimo gli parve di risentire la voce del padre che ad alta voce esprimeva orgoglio per il lavoro svolto nei campi da Jamad, il fratello più grande. Ora avrebbe potuto avere lo stesso elogio, se mai suo padre avesse potuto vedere, capire quanto il lavoro di Jamir fosse stato più difficile e importante. Ma suo padre, forse, non aveva mai visto qualcosa di tanto esteso, alto, complicato. Jamir mandava a casa con regolarità ossessiva metà dei suoi guadagni, consapevole che quel denaro non era necessario alla sua famiglia. Ma in occidente il denaro significava tutto, era il peso del valore, della capacità di ogni lavoratore, di ogni uomo, forse. Il denaro significava vali, riesci, sei utile e produttivo, sei integrato e hai saputo dare un senso al tuo esistere. Per questo Jamir mandava denaro, perché ognuno di loro sapesse che lui era una persona che era riuscita ad avere valore in un mondo che nessuno di loro poteva immaginare, se non per le poche immagini televisive, per i giornali, per i racconti popolari di chi ritornava, di chi non era riuscito ed andava a vagabondare nei paesi, non potendo sopportare la vergogna. Ancora un ultimo, piccolo sforzo e avrebbe preso il suo martello, l’occhio già rivolto al lavoro da completare. All’improvviso il vuoto sotto di lui, sentiva il suo corpo morto, incapace di reagire al profondo risucchio del cono di vuoto, quasi una forza straordinaria lo stesse chiamando, aspirando quasi. Mentre precipitava Jamir non pensò a se stesso, ai nove piani, alla morte, certa, che lo stava aspettando. Jamir risentì, piano nell’orecchio sinistro la voce calma e lenta di sua madre, la stava accompagnando a raccogliere verdure e frutta nella foresta, compito suo,il figlio piccolo, quello cui non potevano essere affidati compiti di vero valore per la famiglia, che aveva altre braccia forti e menti più evolute per le cose che contano. Kadija indicava le radici, le erbe da raccogliere, cercava di spiegare al suo ultimo figlio che quella raccolta era davvero speciale, lì c’erano le medicine per tutti i mali che necessariamente avrebbero colpito lei ,o il padre, o qualcuno dei fratelli. Jamir era annoiato e stanco, ma fingeva di ascoltarla. Questa, Jamir, questa non raccoglierla mai, è un’erba potente, così potente che fa arrabbiare il grande spirito. Lui solo può toccarla, rende gli uomini troppo arroganti e audaci. Il grande spirito punisce chi osa raccogliere le sue radici, li lascia raggiungere mete elevate e poi li fa precipitare nel grande buco vuoto del nulla, dove nessuno osa guardare, che rende invisibili e nessuno si ricorderà di loro.
Così il grande spirito punisce l’arroganza degli uomini, con la scomparsa del loro ricordo sulla terra. Jamir guardava la radice, sapeva che la voleva, a tutti i costi la voleva….. lo avrebbe mostrato al mondo, non sarebbe più stato piccolo e invisibile per nessuno. Ma gli occhi di Kadija non si staccarono un attimo da lui, lo accompagnarono fermi e severi fino alla casa sul fiume. Kadija sperava che il piccolo non avrebbe potuto ritrovare la strada. Ma se lo avesse fatto, non avrebbe rischiato davvero la furia degli Dei. Era una storia che le donne raccontavano in Africa, ma solo perché gli uomini potessero non perdere mai il senso della misura.
Il Risveglio – 4
Jamir si svegliò lentamente, come se le piccole cellule che componevano il grande e forte corpo avessero bisogno di accendersi una ad una. Provò a muovere la mano, poi il piede. Non obbedivano come sempre,ma si muovevano. Cercava di ricordare, ma non riusciva a mettere in fila i pensieri, i ricordi. Il martello, sì, poi sua madre. Non poteva essere, non ci poteva essere sua madre lì con lui, non aveva mai fatto il viaggio, per quanto Jamir pensava che nel profondo, dentro di sé,lo avrebbe voluto, desiderato. Ma Kadija avrebbe tenuto per sé quel desiderio, la sua vita era là, vicino al fiume,dove ogni giorno si ripete nella sua tragica, grigia, riposante, meravigliosa continuità. Dove si conosce la vita e le sue radici, dove si aspetta la morte senza temerla, dove ogni morte non porta via nulla che non possa essere ricostruito, rivissuto. In Africa la morte è quanto di più vicino ci sia alla vita, non è temuta, fuggita, offesa. La morte è qualcosa di tanto comune e presente., nei luoghi,nelle case, nei villaggi, nelle città……. è una delle poche certezze in Africa, non può essere solo una perdita, un dolore. Ogni Africano sa che la incontrerà, nel luogo e nel modo che è deciso per lui. E spesso molto, molto presto.
Jamir fece uno sforzo immane per capire cosa era successo, perché era lì,in quel letto bianco, in quella stanza bianca, dove aleggiava un odore frastornante che, forse, era un detersivo. Jamir conosceva quell’odore, anche se mai lo aveva sentito così potente. Jamir teneva pulita la sua piccola casa, cucinava il cibo, lavava i vestiti che il suo lavoro riduceva a stracci maleodoranti. Jamir voleva essere accettato e quelli erano gesti importanti in occidente, dove chi si avvicinava sembrava voler sentire l’odore della miseria, del posto selvaggio e sporco da cui provieni. Jamir pensando alla propria terra aveva in mente molti odori, la cui intensità era proporzionale alla bellezza dei colori e dei sapori. Poco alla volta riuscì a muovere la mano, ad alzarla. Si toccò il petto, poi il viso,gli occhi, la testa. C’erano bende intorno al suo capo, che doleva e sembrava sentire come un macigno il tocco della sua mano. Si guardò attorno, una strana macchina vicino mandava luci e suoni. Un pò spaventato richiuse gli occhi e si addormentò.
Jamir capì presto cosa era accaduto, i compagni di lavoro lo salutavano con gioia, rispetto quasi. Jamir era un uomo fortunato, era stato protetto dalla caduta, aveva osato e aveva vinto. Tra breve, dicevano i dottori, sarebbe stato di nuovo in grado di ritornare alla sua vita. Jamir era costretto in un letto, attorno il silenzio,non quello caldo e frusciante della foresta,non il vociare conosciuto della sua casa, la voce lenta e cadenzata di sua madre. Un silenzio composto da strutture metalliche che si scontravano, campanelli che trillavano. Il silenzio più grande era dentro di lui. Non era solo, i compagni, il datore di lavoro, qualche amico. Qui si chiamano così quelli che a volte frequentano la tua casa, che ti accompagnano nelle sere, nelle lunghe passeggiate dentro la città. No, Jamir non era solo, ma il silenzio dentro di lui era assordante. Steso sul letto,senza muoversi, aveva tempo, tanto tempo e Jamir a questo non era più abituato. Da anni le sue giornate erano piene di lavoro,di incontri, di interessi. E quando arrivavano pensieri oscuri, pensieri di angoscia, il mondo fuori con i suoi rumori, i forti odori, il movimento ininterrotto della gente lo distraeva, lo riportava a se stesso. Ma ora, qui, l’immobilità, il tempo improvvisamente lento, inesorabile nel trattenere i pensieri, lo inchiodava ad un altro se stesso, di nuovo capovolto, dove tutto ciò che era stato importante e vitale era improvvisamente scomparso. Ora Jamir aveva solo se stesso, ciò che era rimasto. E quello che sentiva, che scopriva, lo inquietava, lo spaventava così tanto da provare la strana tentazione di andarsene, lasciando lì il suo corpo malato e inutile. Il suo corpo, quella macchina perfetta per il lavoro, per la fatica, per l’amore. Aveva avuto un paio di storie,ragazze graziose, con cui era bello fare l’amore, accarezzarsi, condividere un po’ di tempo, di solitudine. Le ragazze bianche erano fortemente attratte dal suo corpo flessuoso, dalla lentezza dei suoi movimenti, dalla sua capacità di vivere con dolcezza e lentezza i momenti dell’amore. Sembravano stupite, grate per questo modo di offrirsi che in Africa era il modo di fare ogni cosa. Ma poi Jamir parlava della sua famiglia, dei suoi sette fratelli, di quanti figli avrebbe voluto. Qui le donne non volevano tanti figli, volevano lavorare, essere forti e libere come un uomo. Jamir questo poteva accettarlo, non voleva essere come suo padre, silenzioso e assoluto nelle sue posizioni. Ma i figli erano qualcosa a cui non poteva rinunciare, tanti figli attorno, ad ascoltarlo quando avrebbe raccontato loro i colori dell’Africa. Allora sì, poteva ritornare a casa, poco tempo, abbastanza per farli conoscere a sua madre, ai suoi fratelli, al villaggio. Perché i figli erano la vera eternità, ciò che da valore ad un uomo. Molti ne avrebbe voluti, perché qualcuno sarebbe certamente morto. A questo punto, loro se ne andavano, sparivano, dimenticavano ogni tenerezza. Si dissolvevano come fa la neve al sole, Jamir aveva visto solo qui questo miracolo, forse questo fatto così straordinario si rifletteva sull’animo della gente, delle persone, certamente delle donne che aveva incontrato.
L’ intreccio – 5
Jamir era guarito, da tempo ormai si muoveva con coordinazione e leggerezza. Non capiva bene perché non poteva ritornare al lavoro, per quali dinamiche incomprensibili lui doveva restare inoperoso e fermo, senza poter di nuovo sentirsi utile e potente. Jamir aveva paura, paura di dover ritornare in Africa da perdente, da malato, come i tanti che erano ritornati sconfitti, come chi non ha raggiunto il suo sogno. Alcuni episodi, alcuni malori lo avevano effettivamente preoccupato. Era stato molto male, e non aveva capito perché. La cosa che lo preoccupava di più era che non era certo che lo avessero capito i dottori, non era certo di nulla, non più. Aveva paura e questa era una sensazione davvero nuova per lui. Voleva lavorare, voleva mandare a casa i soldi del suo lavoro, non per bisogno, non per miseria, no. A casa nessuno aveva bisogno di quel denaro, ma era vitale per lui, per il significato che aveva voluto dare a se stesso. Quel denaro diceva io sono, io vivo, io sono importante e completo, io sono felice. Io posso dare qualcosa di me, io ho molto più di quello che è il mio bisogno. Poche persone, in Africa avevano più del loro bisogno, spesso si moriva per l’assenza del necessario. Avrebbe voluto aprire, di nuovo, la sua testa, il suo cranio e permettere a quegli strani pensieri fumosi e contorti di uscire. Avrebbe voluto poter posare sulla sua testa tutto il potere della terra, la sua terra, quella che gli avrebbe riportato la vista, la capacità di andare oltre con il pensiero e con i sensi, per poter uscire dalla confusione, dalla limitatezza del suo attuale orizzonte. Avrebbe voluto mettere la sua testa, capovolta, sul ventre della madre terra, sentire il suo respiro, la sua tenerezza, il suo calore. Per poter guarire lo mandavano da una donna, un medico, a parlare, a raccontare di sé, della caduta, dei suoi disturbi nuovi e fino ad allora sconosciuti. Jamir si sentiva spezzato, diviso in due diverse persone. Jamir l’Africano, non sapeva che dire del suo male. Avrebbe capito, la dottoressa, così affabile, gentile, che forse lui, Jamir, semplicemente non avrebbe dovuto ritornare nel bosco e raccogliere la radice proibita, quella che era maledetta dal Grande Spirito…..Lei voleva parlare dei pensieri cupi, dei tremori improvvisi, del suo nuovo mondo di dolore. Ma quel mondo di dolore aveva radici lontane, troppo lontane e antiche perchè la giovane dottoressa potesse sentirne l’odore.
Kadija era seduta nella cucina della sua casa. Quasi vuota in quel momento, i figli, i due rimasti erano al lavoro nella vicina cittadina. Le loro mogli, con i figli, erano andate a raccogliere frutti e mais per il grande granaio. Altri figli, con mogli e bambini, erano nelle loro case, non lontano da lì. Era inquieta Kadija, pensava a quel figlio lontano,molto malato, così credeva di aver capito, solo, in un mondo che lei non aveva mai visto. Quel figlio era strano, lo era sempre stato. Lei lo aveva amato tanto e profondamente, era il piccolo, era , con il favore del Grande Spirito e della sua Sposa, la Madre Terra, l’ultimo. Invisibile agli altri, e lei non poteva lasciar trasparire tanto amore, non era consentito, la struttura della famiglia era una cosa che apparteneva al tempo, le priorità, i ruoli, tutto era già nella tradizione da secoli. E lei Kadija, non aveva mai infranto le regole, aveva i suoi modi per ottenere ciò che voleva, era come l’acqua cheta, avrebbe potuto trasformare il corso del grande fiume senza che l’occhio accorto del marito potesse vedere. Kadija uscì nel caldo pomeriggio e si avviò nella foresta. Avrebbe fatto una marmellata di erbe, raccolto il corno di un rinoceronte ferito e ne avrebbe fatto un amuleto, li avrebbe nascosti in piccoli, inutili utensili che avrebbe mandato a Jamir e nel punto più a sud del fiume avrebbe invocato la Madre Terra, Madre di tutte le Madri, perché i suoi doni potessero curare le ferite del figlio. Non le ferite del corpo, quelle ferite avrebbero nel tempo trovato una loro giustificazione, un loro decorso. Erano le ferite del profondo dell’anima che la inquietavano, perché quelle erano i soli,veri ostacoli al ritorno alla vita, dopo aver avuto l’arroganza di sfidarla fino al confine della morte.
Jamir guardò con stupore la dottoressa, il foglio che stringeva in mano e sembrava bruciarle tra le dita.
Sembrava imbarazzata, teneva il foglio come scottasse, come se nascondesse un animale. Con parole difficili, molto più complesse di quelle che usava di solito. Parole che Jamir, dopo il primo momento di buio e incomprensione, iniziava a trovare piacevoli, lo facevano riflettere e comprendere meglio il mondo e la vita cui aveva scelto di appartenere. Parole che ora sembravano essere volutamente difficili. O forse era lui, Jamir che non riusciva a capirle, che non trovava il senso di quelle parole. Non avrebbe più lavorato, lui, Jamir il lavoratore bravo, onesto, preciso e coraggioso. Lo avrebbero pagato, molto poco, ma per non lavorare più. Jamir vide se stesso, inutile,non più in grado di mandare a casa i soldi, Jamir che non esisteva, che non era più felice, importante, in grado di dare il superfluo, che aveva inseguito e raggiunto il sogno. Forse poteva guadagnare, vendere oggetti senza valore a quel popolo così ghiotto di oggetti tutti uguali e inutili. Diventare di nuovo un negro, che si nascondeva alla polizia, che frequentava i ghetti dei suoi simili. Jamir si sentiva di nuovo precipitare nel vuoto, e si rivide, nella casa, invisibile come la paniera in fondo alla stanza.
Il ritorno – 6
Jamir era sveglio,la notte era buia, molto lunga senza il ristoro del sonno che placava anche solo un poco, un piccolo istante, il martellare incessante che sentiva dentro la testa. Jamir cercò di rivedere i suoi passi, il suo cammino, negli anni e nel tempo. Si rivide, piccolo, sempre l’ultimo. Aveva studiato, tanto e bene, così da poter fuggire dalla sua terra per cercare un sogno. Nessuno sembrava aver notato che era stato il più bravo dei suoi sette fratelli. Jamir aveva cercato un altro modo per essere il primo, per mostrarsi non solo al cuore di sua madre, ma agli occhi e all’orgoglio di suo padre. Aveva, un giorno, capovolto il suo mondo ed ora si ritrovava scaraventato indietro, capovolto di nuovo. Ora sarebbe stato importante essere, non avere. Ora che l’avere non poteva dimostrare più nulla. Ora sarebbe stato importante sentire di appartenere ad un mondo, un posto, il suo. Quel mondo che lui stesso aveva perduto, attratto dal bagliore della civiltà, e che allora gli era sembrato spietato e senza speranza. Jamir non sapeva,allora, che anche questo mondo è selvaggio e crudele come l’Africa, anche qui la gazzella che non corre veloce è preda del prossimo leone. Come unica,sola differenza, questo è un gioco diverso, sconosciuto, con altre regole, altri linguaggi per capire chi vince. Jamir ricordava i giochi,le prove di coraggio,di valore, quel modo di comunicare con il corpo, dove riconoscersi nelle parole, nei gesti, nei suoni dei tamburi e delle danze, nei colori del cielo, arroganti di bellezza e orgoglio. Quasi a dire siamo qui, forse è tutto ciò che avete, ma ci siamo, prorompenti, unici, ineguagliabili. Jamir invocava il sonno e l’oblio, soprattutto l’oblio, da se stesso, dal mondo fuori, dai ricordi, dai rimpianti. Qual’era stato il momento, lui, almeno questo, avrebbe voluto ricordarlo. Quando aveva sbagliato a capire, a dare valore alle cose, a cercare fuori da sé il sogno, senza guardare attentamente dentro ai cassetti della sua mente, dei suoi pensieri. Quando si era sentito così solo da credere, davvero, che il crudo mondo occidentale lo avrebbe accolto, lo avrebbe nutrito, lo avrebbe sfamato dalla fame più potente, quella che buca l’anima e non sente conforto. Si voleva fare male, ancora tanto male, voleva arrivare in fondo al precipizio. Non quello da cui casualmente si era salvato, l’altro, quello della sua anima, un’anima arida, che aveva creduto davvero che quello che otteneva dal suo duro lavoro, che tanto denaro, troppo per un africano, bastasse ad essere sazi, soddisfatti, felici. Jamir avrebbe voluto aprire la sua testa perché tutti quei pensieri potessero volare come corvi nella notte, lasciandolo riposare con un solo battito d’ali. Ma forse era il suo petto, il suo cuore che avrebbe dovuto spalancare, era quello il posto dove sentiva il dolore potente del rimorso, dove non trovava perdono.
Jamir si svegliò, il sole era alto nel cielo, aveva dormito, profondamente anche. Aveva sognato, ne era certo, ma ora le immagini erano troppo sovrapposte e confuse . Decise di uscire, di camminare, di muovere i suoi muscoli, di muovere i suoi pensieri. Troppo pesanti, troppo insistenti. Forse la dottoressa aveva ragione, forse davvero lui, Jamir il forte, era malato. Quello che doveva fare cominciava a delinearsi nella mente. Doveva di nuovo scalare l’impalcatura, doveva salire e arrivare lassù, in alto. Ma questa volta avrebbe cambiato impalcatura, questa era capovolta, e andava dentro a tutto il suo essere, dentro ai suoi desideri, a ciò che aveva imparato e perso nel suo cammino verso quel sole grigio e malato. Qualcosa si era spezzato, qualcosa aveva improvvisamente cambiato direzione, come il vento caldo e forte che lui ricordava. Come un potente temporale, quella rabbia improvvisa del cielo che lasciava stupiti a guardare, che per molti significava perdere tutto, la casa, la terra e il suo misero raccolto. Eppure, il giorno dopo, il cielo ripagava di ogni dolore, aprendosi, offrendo ad ognuno che aveva voglia di guardarlo la sua profondità, il suo indescrivibile colore, il calore di un nuovo risveglio e con lui, nuove, sconosciute possibilità. Ricordò un vecchio detto Africano, e sorrise nel suo cuore. “ Quando la notte è davvero buia, quando sono andati a fuoco i granai, solo allora si possono ammirare le stelle” Forse era questo il senso, l’unica cosa che resta quando hai perso tutto, puoi guardare oltre a ciò che eri, che avevi. Ciò che era dimenticato, nascosto da tanto rumore, da tanto splendore. Quando hai perso ciò che hai, resta ciò che sei. Jamir alzò la testa e respirò profondamente. Era quello l’odore che voleva sentire? E il colore del cielo….quale colore, Jamir, di quale colore stai parlando? Guardò dentro, nel buio della sua anima e vide il sole che stava sorgendo, giallo ocra, quasi rosso. E’ questo il colore Jamir, questo è colore. Dentro di sé rivide il verde intenso delle foreste, accecante dopo le piogge, velato durante la siccità. Ma grigio mai, non c’era il grigio nel suo villaggio, solo gli elefanti, solo i rinoceronti, solo gli ippopotami. Erano grigi, ma vivi. Jamir camminava di nuovo veloce, guardando diritto davanti a sé. Guardava il brulicare della città, tutto quel movimento incessante e forsennato, quella corsa continua… per arrivare dove, si chiese, a quale altezza, a quale meta? Jamir sentiva il suo passo diventare sempre più veloce, si sentiva un ghepardo nella giungla, annusava la polvere di quel luogo, sentiva l’odore della paura, della vendetta, dell’inquietudine, della corsa al successo, alla supremazia. Sorrise, e questa volta il sorriso arrivò al cuore. Non sarebbe più andato nella foresta a cercare la radice dell’arroganza. Ancora non aveva deciso che fare, ma aveva ritrovato se stesso, la dignità di appartenere ad un mondo diverso, più semplice eppure così complesso, pieno di saggezza, di speranza. Perchè chi ha perso, chi non ha nulla da perdere, può iniziare sperare, può ricominciare. Quando tutto il granaio è bruciato, solo allora, Jamir, puoi ammirare le stelle.
Parrocchetti Antonella
Sestola (MO)
2007
Questo articolo è stato scritto da Antonella Parrocchetti il 25 ottobre 2010
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