inedito: “L’appuntamento” di Alessandro Magnifici

Sì. Era proprio lui davanti a quello specchio.

«Barba Matta» – questo era il suo soprannome nel paese – si stava ormai osservando da qualche minuto.

Aveva la faccia di un uomo che era compiaciuto di se stesso.

Una voce femminile, intanto, riempiva la casa. La melodia che ne usciva fuori attraversava le camere della casa, correva lungo i corridoi andando a sbattere contro i muri, facendo muovere leggermente le tende.

La donna all’improvviso smise di canticchiare. «Ehi pelandrone sbrigati! Siamo in ritardo!» si sentì dire all’improvviso l’uomo che si trovava ancora davanti allo specchio.

Lui sorrise e piegò leggermente la testa, come se la donna potesse vederlo.

Un vestito blu nuovo di zecca incorniciava il suo corpo, non proprio statuario, ma per la sua età era ancora un uomo gradevole. Per la verità il vestito non era proprio nuovo di zecca. Gli era stato donato da una delle sue ammiratrici due anni prima. Lui l’aveva soppesato, valutato e poi con un gran sorriso aveva piegato gentilmente la testa in segno d’assenso. E poi se ne era andato, lasciando la poveretta lì, addosso alla ringhiera del parco come una ragazzina innamorata.

Fuori c’era la guerra.

Ora quell’uomo si stava ammirando prima di andare all’appuntamento.

La finestra dietro di lui era aperta. Stava piovendo, anche se c’era il sole. Inarcò la testa per guardare meglio le gocce d’acqua che cadevano alle sue spalle. Lì fuori!

Si accarezzò i capelli lunghi e un pò grigi e sorrise di gusto. La pioggia lo metteva sempre di buon umore. Sempre.

Si rigirò di scatto dando le spalle alla sua immagine e allo specchio che aveva smesso di dare spettacolo. Percorse lentamente la camera passando le dita sul tavolo impolverato e si appoggiò sulla finestra. Lo spettacolo della pioggia non poteva proprio perderselo.

Si appoggiò agli infissi vecchi e logori e cominciò ad accarezzarsi la barba. Lo chiamavano «Barba Matta» perchè un pò toccato lo era davvero. Un pizzico di pazzia e l’immancabile peluria sul viso erano le sue uniche compagne. Ecco il perchè del soprannome che anche lui amava tanto.

Sentì canticchiare nuovamente la sua donna. La canzone proveniva dalla porta accanto. La voce era dolce e armoniosa. Anche lei era felice quanto indaffarata. Poi sentì la cantilena allontanarsi lentamente. «Barba Matta» si rigirò di scatto, ma non vide nessuno.

Sorrise.

La sua mente allora andò ad un anno prima. Pioveva anche quel giorno e sempre la pioggia si portò via la sua compagna. Le lacrime si mischiarono al dolore e alla sorpresa di vedere un corpo dissolversi all’improvviso.

«Maledetta guerra. Maledetta vita!» sussurrò con rabbia «Barba Matta.»

La voce della donna nella porta accanto distolse barba matta dal lago dei ricordi che lo stava ospitando. Si rigirò di scatto sorridente e vide in lontananza la sua sagoma riflessa nello specchio. Era proprio bello quel giorno.

«Amore, siamo in ritardo dobbiamo sbrigarci. Ci stanno aspettando! Non te lo ripeto più!»

Chi li stava aspettando?

Era un giorno particolare quello. Lo capì quando guardò il viso di una donna in una foto accanto al letto. Al centro del viso della bella ragazza la carta della fotografia era ondeggiante. A forza di baciarla l’umidità della saliva delle sue labbra aveva rischiato di rovinare quella donna bellissima ritratta. La guardò intensamente. Era un anno che l’aveva persa, almeno per questa vita.

La gente da quel giorno lo aveva allontanato. Dicevano che era impazzito del tutto, ma lui i fantasmi nella sua casa li vedeva veramente da quando aveva perso l’amore.

«Barba Matta» allora si riavvicinò allo specchio sudato. Le sue mani – prima ferme – ora aggiustavano il nodo dell’elegante cravatta nervosamente.

Sentì la voce femminile sussurrarli «Mi manchi», ma non vide nessuno.

Si rigirò quasi facendo una piroetta su se stesso. Fissò la finestra ancora aperta e si mise a correre.

Quello che ricordo io – che sono solo uno specchio – è solo di aver visto un uomo che, allargando le braccia, scompariva dalla mia visuale. Ho visto il vestito blu gonfiarsi e poi nuovamente il sole e la pioggia che cadeva come piccoli cristalli dal cielo. Poi il rumore di una macchina che frena all’improvviso e delle grida provenire dalla strada ancora bagnata.

Poi nuovamente la voce di quella donna. Era felice. Aveva smesso di canticchiare e ora stava parlando allegra ad alta voce.

«Sei bellissimo, sai.»

«Solo per te.»

«Mi sei mancato, ma non c’è stato neanche un momento in cui io mi sia allontanata da te».

«Lo so. Andiamo.»

Le due voci passarono davanti a me senza riflettere e si allontanarono.

La casa rimase vuota nuovamente.

Solo una finestra aperta a farmi compagnia. Lei con le migliaia di voce, passi e fantasmi lì sotto.

Dati personali dell’autore

  • Nome: Alessandro
  • Cognome: Magnifici
  • Regione di residenza: Lazio
  • Email: alexepoc@hotmail.com

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