inedito – “La morte” di Antonella Parrocchetti
La morte
Ambra guardava il cielo, stesa sul letto. Non era mai stato facile per lei accontentarsi delle visioni ristrette, guardava spesso il cielo ma lo inseguiva nel mondo intorno, lo cercava nei luoghi a lei cari. Passava ore a guardare il cielo d’inverno, arruffato e sdegnoso, oppure limpido come un’anima sacra. Lo guardava confondersi nel mare, era estasiata dal fondersi armonioso dei colori. Ora lo guardava da lì, dal suo letto. Da mesi, ormai. Eppure il cielo, il suo cielo, quel mondo che lei recepiva colmo di esseri e significati, era sempre diverso, nella sua immodificabilità.
Di questo Ambra era molto grata, alla natura e a chi la stava abitando. Non si annoiava, lo trovava immenso, pur vedendo soltanto quel pezzo fatto ad arco che la finestra le consentiva, contornato dalle foglie che lei stessa nel tempo aveva piantato nella terra e curato, come fossero sue parti vitali. Lo erano e forse ora lo sapeva, ma lo aveva fatto da sempre, seguendo il suo istinto, solo quello. Avrebbe voluto alzarsi, andare in bagno, bagnarsi un po’ il viso, ma lo sforzo sembrava immenso e aveva paura di cadere. Nessuno l’avrebbe aiutata a rialzarsi, non sapeva chi sarebbe arrivato a trovarla, né quando. Poteva passare la notte e parte del giorno. Quel tempo lento, in solitudine totale, le portava i pensieri più ignoti, lontani nel tempo. Aveva scelto così,tanto tempo prima, viveva sola, e credeva fosse davvero ciò che nel profondo voleva. Nemmeno ora, nemmeno la malattia, l’aveva convinta a trovare un altro posto, o qualcuno da tenere con sé. In realtà un sacco di persone passavano dalla sua camera, troppe a volte e tutte insieme, a portarle cibo, libri, qualche imbarazzato sorriso, smascherato da occhi profondamente tristi. E’ questo che suscita la malattia, imbarazzo, per non esserne stati colpiti, tristezza, quando la malattia sembra implacabile. Come se fosse un’ingiustizia a cui si assiste impotenti, ma vederla, toccarla in qualche modo ci rende complici, in qualche modo colpevoli. Ambra sentiva arrivare la morte, la stava aspettando, non in modo chiaro, consapevole, certamente no, ma sapeva che sarebbe arrivata, la sua anima stanca e senza più desideri sapeva che sarebbe giunta, prima o poi. Ma era sicura che avrebbe affrontato quel momento con coraggio, la sua anima antica, che le riportava così spesso immagini ed emozioni di altri tempi e altri luoghi, era in grado di sopportare l’ennesima uscita di scena, con dignità, come una ballerina che ad un tratto si accorge di non poter continuare il suo volteggiare aggraziato sul palcoscenico e non le resta che appendere le scarpette.
Ambra aveva vissuto con grazia e avrebbe lasciato il mondo fisico, il mondo reale, con leggerezza. Aveva accettato con relativa calma la sua malattia, era dolorosa ma le consentiva di riflettere, di tessere tutti i fili della sua vita, di assaporarne i dettagli. Molti sperano in una morte improvvisa, senza dolore, senza inquietudine. Un strappo, violento e improvviso, che consenta il passaggio inconsapevole del dolore della perdita. Anche lei lo aveva pensato, qualche volta. Ma era un altro tempo, un altro stato di consapevolezza. Ora contava il tempo, non per vederlo fuggire veloce e assottigliare così l’attesa e il dolore. Lo voleva vedere scorrere, non troppo lento ma neppure in fuga da tutto ciò che rappresentava la sua vita, dolce e amara come ogni vita, la sua. La stava perdendo ma voleva farlo con la lentezza sufficiente a dipanare ogni nodo, a rivedere ogni istante, a capire cosa le era accaduto, cosa le aveva insegnato. Era questo il compito di questa lunga e a tratti dolorosa malattia. Che poteva durare ancora a lungo, molto più a lungo di quanto lei avrebbe voluto. O la avrebbe lasciata al tempo dovuto, sufficientemente stanca di vivere, di soffrire, ma grata del tempo che le era stato concesso per svolgere il suo compito, concludere il suo cammino. A volte, quando la morfina la portava in uno stato di coscienza rarefatto e al tempo stesso profondo, si vedeva in altri contesti, in altre vite forse, si era vista ragazzo, uomo, molto spesso una donna. Donne molto diverse da lei, non tanto nei tratti somatici, non uguali, certo, ma in qualche modo riconoscibili. Era sempre scura, i capelli folti e neri, i grandi occhi scuri, gli zigomi pronunciati, la bocca carnosa e denti bianchi e perfetti. Il fisico minuto, a volte era più alta, altre aveva il seno più prosperoso e i capelli lisci, altre ricciuti ma sempre tanti, e belli.
In quei lunghi viaggi fuori dal suo corpo, quello attuale, aveva visto luoghi diversi, che non aveva mai visitato in questa vita, ma erano luoghi conosciuti, in cui sapeva di avere vissuto. Le immagini arrivavano limitate, ma lei sapeva quali paesaggi le contornavano anche se a volte non capiva con precisione il paese, o l’anno in cui si svolgevano.
Ambra indugiò un attimo sul pezzo di cielo che ora aveva a disposizione. Era grigio quella mattina, poi aveva iniziato a piovere, sempre più forte. Era catturata da quel movimento, dal rumore, dalla intensità della pioggia, di quella pioggia. Sembrava voler dire qualcosa. Chissà, pensò tra sé, perchè quando piove , piove così forte. Chissà quali energie ci vengono inviate o semplicemente seguono il torrente di acqua che ci inonda quasi con arroganza….. Ambra sorrise, tra sé. Mai nella vita aveva avuto il tempo di riflettere su queste piccole, inutili, preziosissime cose…. Ma ora aveva tutto il tempo, che aveva preso a scorrere lento, con una dolcezza e un fluire implacabile. Chissà quanto tempo aveva perso in cose “importanti”, tanto importanti che ora….. quali erano queste cose importanti, ora non riusciva bene a ricordarlo, ma sicuramente era l’effetto della morfina, o di quelle pillole che l’aiutavano a non sentire il dolore. Ambra non le voleva, non le avrebbe volute, ma il tempo diveniva troppo pesante e intenso quando il dolore aveva la meglio sui pensieri, tutte le sue energie erano tese ad affrontarlo e allora non c’era più tempo per lei. Aveva imparato ad accettarle, a capirle. Ambra si era sempre curata da sola, con le sue erbe e i suoi attimi di congiunzione profonda con l’universo, ma ora era tutto più difficile e si era arresa. Questa malattia sembrava averle insegnato anche questo, a non essere autosufficiente, ad accettare che qualcosa a lei profondamente estraneo, potesse aiutarla a vivere. Aveva peccato in questa vita, aveva creduto, troppo spesso di bastare a se stessa . Ora aveva bisogno. Aveva bisogno di medicine, di persone, di pensieri ed emozioni che la accudivano, di qualcuno che preparasse per lei cibo e abiti puliti, che le cambiasse le lenzuola. Ambra serbava una particolare attenzione alle lenzuola, la avvolgevano per tanto tempo, la accoglievano nel sonno, quando era completamente abbandonata e inconsapevole. Le voleva pulite, un po’ ruvide, profumate di fresco. Erano state sempre importanti, erano il luogo dove sognava, dove faceva l’amore, dormiva, pensava, piangeva a volte, erano un luogo sacro, di cui aver cura. Ora raccoglievano soltanto il suo dolore, il suo sudore, i suoi incubi. Ma lei desiderava avessero lo stesso profumo, per sentire meno l’odore della morte, della malattia, del disfacimento. Non era più autosufficiente, se mai lo era davvero stata. In realtà lei aveva bisogno della sua autonomia e della sua solitudine, ma per averle aveva sempre avuto bisogno degli altri, solo non lo sapeva. Ora sì,ora era tutto più chiaro. Lei aveva bisogno di loro, come sempre loro avevano sempre avuto bisogno di lei. “ nella prossima vita vorrei essere più umile, meno arrogante, meno solitaria, più disponibile” pensò tra sè. E in quel momento la luna che fino a quel momento si era celata al suo sguardo, si rivelò nella sua pienezza e nel suo splendore….era piena. Colma, luminosa, pulsante. Ambra non seppe mai se era la sua immaginazione o qualcosa che davvero aveva visto, ma le sembrò che il disco luminoso divenisse per un istante più intenso e cangiante.
Quadri
Quella mattina era stata Maria la prima a presentarsi, Maria con i suoi occhi profondi e tristi, Maria che amava Ambra da quando erano nate, vicine nel tempo e nello spazio, lontane nella loro vita di donne. Diverso il destino e i desideri, ma ora Maria era lì, quasi ogni giorno. Ambra era sempre stata irraggiungibile e misteriosa, troppo particolare e diversa per condividere con lei i piccoli problemi quotidiani, la scuola delle figlie, i litigi col marito, i conti da pagare. Ora Ambra era lì, aveva bisogno, e aveva bisogno di qualcosa che lei era perfettamente in grado di fare. La lavava, le preparava il cibo e prendeva il bucato. Aveva fatto solo questo nella vita e ora sembrava che tutto riprendesse il suo senso. Ora Maria era indispensabile, poteva sdebitarsi per ogni momento in cui solo Ambra sembrava ridarle la fiducia in se stessa, farle ritrovare la sua forza, la sua dignità, frammentata troppo spesso dal carico di una vita ereditata dal desiderio degli altri. Maria voleva fare la ballerina, voleva divertirsi, voleva studiare e avere storie d’amore intense e forse imbarazzanti…..ma aveva sposato il suo vicino di casa, perché era stato voluto così. Non lo sapeva da chi, in realtà nessuno l’aveva costretta, ma era accaduto, e così era stato, senza rimedio e senza sosta, in questa e in diverse altre scelte della sua esistenza. Ma attraverso la vita di Ambra aveva sentito e in parte vissuto la vita che voleva, le era bastato per non sentire la delusione e l’inutilità della sua. Ora Ambra stava morendo e Maria sentiva che la sua parte creativa, immaginaria, certo, ma forse la più vitale, moriva con lei. La avrebbe accompagnata, nonostante la crudeltà di questo cammino che la portava, viva, a vedere e comprendere la morte di una parte di sé. Prima di andarsene le massaggiò la crema sul corpo esile ma ancora ben fatto, un corpo che lei le aveva sempre invidiato, che nulla aveva a che spartire con il suo altalenante sovrappeso, le sue diete improbabili e inutili. Solo che ora quel corpo non poteva suscitare alcuna invidia, si stava spegnendo con nostalgia, con rispetto delle sue belle forme che sfumavano, faceva tenerezza. Era così, Ambra, la sua Dea, le faceva tenerezza. Questo le provocava un dolore cocente, l’invidia di tutta una vita era, adesso, soltanto un enorme senso di perdita, era qualcosa che lei stessa stava perdendo. Raccolse la tuta e le camicie da notte bagnate del sudore, del dolore della sua amica di sempre e pregò Dio, o chi per lui, che tutto questo potesse finire molto presto.
Ambra sentì l’auto fermarsi e provò ad immaginare chi stava arrivando, chiuse gli occhi e cercò di vedere con la mente. Il rumore dell’auto, il modo brusco della frenata e il rumore della ghiaia, Francesco, era lui, con la sua immancabile fretta di arrivare, quasi temesse di non vederla più. Poi si adagiava sul letto e la fretta spariva, la frenesia, la collera repressa per vederla ancora lì, in quello stato immodificabile, sfumavano e lui riprendeva il tono dolce di sempre, felice di poterle ancora parlare, a lungo, molto più a lungo di ogni altro momento della loro amicizia, che forse era stato amore, chi può saperlo. Non loro, presi dalle proprie complicate esistenze , che non lasciavano pensare. Solo ora, poteva uscire ogni emozione, perché ora Ambra non aveva nient’altro da fare, era lì, immobile, esposta, ricettiva ad ogni carezza, ogni parola, come un vaso che aspetta un bellissimo mazzo di fiori. E all’improvviso anche lui non aveva molto da fare, aveva la sua vita, la solita vita, colma di mille cose che lì, in quel luogo, scomparivano, dissolvendosi in una dimensione vicina, di cui restava soltanto un lieve brusio. L’avrebbe ritrovata, tutta intera, e solo ora ne vedeva la pochezza, l’inutilità. Il suo eterno muoversi, correre, per cogliere tutto il possibile ora era un insulto alla meraviglia, alla profondità, alla intimità di quel momento. Forse irripetibile, o forse no, ripetibile ma non eterno. Prima o poi sarebbe arrivato e lei sarebbe stata immobile, spenta, senza quel sorriso che resisteva al dolore e alla paura della morte. Come faceva a sorridere……sembrava aspettare qualcosa, qualcosa di eterno, che non la spaventava, che sembrava farle compagnia, come qualcosa di sacro. Qualcosa di profondamente religioso in una donna, lui lo sapeva ,che mai aveva frequentato le chiese se non per ammirarne l’architettura, il quadri, i simboli. Ora il tempo si fermava , Ambra parlava con lui della loro vita, delle cose che avevano fatto e quelle che erano rimaste indietro, di ciò che avevano desiderato e mai vissuto. Tutto quello che mai si erano detti. Sembrava che solo ora, in questo momento che non permetteva che le cose importanti potessero restare sospese, riuscissero a parlare d’amore. Ambra gli chiedeva di continuare, di portare avanti idee e progetti che forse si sarebbero arenati senza la sua caparbietà, “sarò con te” concludeva. Francesco lasciava la casa sul fiume con una sensazione di colmo e di vuoto insieme. Sentiva di essere entrato in una dimensione diversa, più alta, più complessa che lui non comprendeva davvero, che avrebbe perso quando parlare con lei sarebbe stato impossibile. Aveva paura di questo, del vuoto che la sua morte, di cui non parlavano mai, avrebbe lasciato dentro di lui quando, inesorabile, sarebbe giunta. Avrebbe voluto comprendere meglio quegli istanti, fissarli dentro di sé per poterne bere, nutrirsi, quando sarebbe stato solo…solo senza di lei.
Era sera, il cielo si stava colmando dei colori del tramonto….che meraviglia, pensava Ambra, il cielo sfoderava ora tutto il suo fascino e lo faceva per lei, che non aveva altro da vedere. Sorrise a quello splendido regalo, sempre lo aveva guardato, apprezzato, mai come ora, però. Era la sua nuova casa e lei stava cercando di amarla, per sentire meno il dolore di perdere quella attuale, colma delle sue cose, dei ricordi di tutta una vita. Già, i ricordi….. sono il nutrimento, e al tempo stesso piccole spine che ti feriscono, per quello che portano come significato, per quello che non potranno portare più. Ambra restava stupita dal profondo attaccamento che sentiva per oggetti, libri, piante che sarebbero restate in questo mondo, nonostante l’importanza che avevano per lei. Come avrebbero vissuto senza di lei…..chi li avrebbe curati, amati, puliti, nutriti, compresi. Il sorriso diveniva amaro, la perdita delle cose è solo più semplice da affrontare, ciò che non osava affrontare veramente era la perdita delle persone che amava, tante, in modo diverso, con profondità diverse. Lei sarebbe andata sola, era vero ciò che cantava De Andrè, in una delle sue,tante splendide poesie. Quando si muore si muore soli. Nonostante il via vai di quella stanza, nonostante il sincero dolore e rispetto che lei sentiva, nonostante l’amore che sempre aveva donato con generosità , nonostante tutto l’amore che aveva ricevuto. Era abituata a stare sola, ma sapeva che a un cenno, a una parola, la sua solitudine, il suo silenzio potevano essere colmati. Era sempre stata una scelta, consapevole, serena. Ora diventava una necessità, e questo la inquietava un po’. Non così tanto, in fondo, con chi avrebbe voluto condividere l’ultimo viaggio? Lei non credeva di volere davvero qualcuno con lei. Sarebbe stato uno dei suoi tanti viaggi nel bosco. Forse. Ad un tratto sentì un dolore nuovo, che non proveniva dal suo corpo. Era l’assenza, il non esserci di qualcuno che lei stava aspettando. Lo aveva amato, così tanto che aveva creduto possibile essere felice, a tratti, ma felice. Ma lui non era lì a vedere quel tramonto, non era con lei a sentire il suo commiato dal mondo. Forse la amava e non riusciva a sopportare tutto questo. Forse non la amava abbastanza e non riusciva a sopportare tutto questo. Come si comporta l’amore di fronte alla morte…questo sì è un mistero, anzi è il senso profondo di ciò che ognuno ha dentro di sé. Tutto il tuo essere può fare la differenza, starci o non starci, e il tuo modo di farlo……. è quello che solo tu riesci a trovare. Non le parole giuste, non necessariamente le parole, ma la presenza fisica,sì, questa sì, a volte è l’unica cosa importante. Portare se stessi, pur nella impossibilità, incapacità di dire qualcosa, di trovare le parole. Portare se stessi, con un fiore, una lettera, parole scritte o inviate con immagini, portare la presenza, oppure…….oppure fuggire, dal dolore, dalla propria paura. Poi d’improvviso la malinconia di Ambra sembrò svanire. Ora, qui, a pochi metri dall’eterno, nulla poteva avere tanta importanza, solo un po’ di smarrimento.
Ambra si svegliò lentamente, era mattina,una tarda mattina e il sole stava lottando con le ultime nubi e sembrava potesse avere la meglio, o almeno lo si poteva intuire vedendo gli squarci di luce che prepotenti sfuggivano al grigiore del cielo. Sentiva un leggero movimento nell’altra stanza, forse era suo figlio, certamente era suo figlio e lei non l’aveva sentito arrivare, non aveva sentito nulla. Ma lui sì, la stava ascoltando, aveva sentito subito il suo lieve risveglio ed era lì. Era sempre stato così tra di loro, si sentivano, nel silenzio, nella distanza, nel mondo. Luca si era già sdraiato sul letto e la stava accarezzando, lentamente, quasi avesse paura di romperla. Ambra voleva essere stretta forte, come quando era davvero viva,sentire anche un po’ di dolore, ma sentire tutto il suo amore nella carne, non solo nell’anima. Avrebbe voluto dirgli di osare, di non avere paura a toccarla, lei poteva reggere tutto il suo amore,lo aveva sempre fatto, in ogni momento. Voleva portarlo con sé, nel suo viaggio interiore, sentire bene il suo odore, per essere sicura che ancora, nella prossima vita, lo avrebbe ritrovato e amato, come sempre era accaduto, nei secoli. Era certa di questo, le loro erano anime antiche, mai troppo lontane nel cerchio del mondo. Luca restava vicino, in silenzio. E in quel silenzio Ambra ascoltava, era tutto lì e nulla poteva essere aggiunto dalle parole. Le stava dicendo “non lasciarmi, tu sei stato il faro della mia vita, lo scoglio a cui guardare nella tempesta, quella che mi ha amato, come sono, in tutti i miei aspetti, in ogni sfumatura. Non andare,è ancora troppo presto, io non posso continuare da solo, senza di te, ho ancora bisogno dei tuoi occhi, delle tue carezze, delle parole e dei tuoi silenzi, anche di quelli”. E lei, in silenzio “ devo andare, cucciolo, ma non vado lontano, lo sai, ti ho insegnato tutto quello che so e molto lo abbiamo imparato insieme. Mi sentirai ogni volta che mi cercherai, ti accarezzerò con altre mani, mi sentirai nei sapori e negli odori del mondo, mi riconoscerai quando la luna si affaccerà al tuo cielo. Ti aspetterò, come ho sempre fatto. Non avere fretta di raggiungermi, dove vado il tempo non ha fretta, è un amico paziente che ricarica la nostra anima. Non fuggo da te, ma il mio compito è finito, ora devo prepararmi ad un nuovo viaggio, che faremo insieme. Ci incontreremo, e saremo dalla stessa parte, come sempre. Accompagnami ora, devo solo trovare il coraggio di perdere un mondo, di trovarne un altro. Devo trovare il coraggio di lasciare tutto quello che questa vita ha saputo darmi. Tanto, cucciolo, tanta vita, tanto amore e te, sempre con me” Luca guardò sua madre e non seppe come, né perché, ma capì che era già in viaggio, che tutto il suo amore non poteva salvarla, neppure soltanto fermarla. Ma poteva ritrovarla, i suoi occhi , li avrebbe tenuti con sé, nella memoria profonda. Era un dolore lancinante,ma lei aveva bisogno di andare serena e allora le sorrise. A presto, Ambra, madre mia.
Ora sentiva prepotente il profumo dei fiori, era arrivata Rosa, non poteva che essere lei. Rosa, che la trattava senza compassione, come se quel persistere stesa nel letto fosse soltanto un incidente di percorso, come se d’improvviso tutto potesse finire, lei sarebbe guarita, avrebbero ripreso le gite a cavallo, le lunghe passeggiate sul fiume. Come se lei fosse stata in grado, come sempre, di ascoltare tutti i suoi tormenti. Rosa parlava, parlava troppo, senza aspettare le risposte che non potevano arrivare. Era faticoso parlare, ma non necessario. Rosa faceva tutto da sé. Ambra la guardava, serena, sembrava un piccolo cardellino che strillava e si muoveva all’impazzata in una piccola gabbia. Sentiva la sua fatica, comprendeva tutto quel rumore il cui unico fine era non sentire il silenzio, ciò che restava, ora, di tutto quel mondo di parole e risate che avevano condiviso.Ora tutto questo non c’era più, non ci sarebbe più stato e se Rosa l’avesse davvero compreso, sarebbe impazzita all’idea. Ambra avrebbe voluto fermarla, farla sdraiare sul suo letto, raccontarle ciò che pensava, che sentiva, dirle che non era poi così terribile, avrebbe voluto salutarla. Avrebbe voluto che piangesse, ora che lei era ancora lì a consolarla, come accadeva da sempre. “piangi, mia piccola Rosa,piangi ora, ora che sono ancora qui, che posso dirti che ti voglio bene, che sarò sempre con te, che ti consolerò ancora, con altri sensi” Rosa stava raccontando la sua ultima storia d’amore, questa era quella giusta lo sapeva, questa volta lui era l’uomo che stava da sempre aspettando. Lo conoscerai Ambra, quando sarai guarita lo porterò qui, sotto la tua quercia e anche se tu vedrai in lui tutti i difetti del mondo ti conquisterà……. Rosa si volse, Ambra dormiva. La terapia stava lavorando e lei si era d’improvviso addormentata. Il sorriso di Rosa scomparve, e solo allora si sdraiò accanto alla sua amica, le prese la mano e iniziò un pianto dirotto, straziato, senza conforto. Non era capace, quando Ambra la guardava aveva un assoluto bisogno di negare tutto, l’evidenza, non era capace di salutarla per sempre. Le aveva sempre imposto le sue lacrime, per tutti i suoi infiniti tormenti…banali, stupidi, ora davvero dissolti nel nulla. Ora tutto ciò per cui aveva pensato di aver sofferto era davvero nulla. E queste lacrime, le più vere, le sole autentiche, queste…non era capace, queste le avrebbe tenute per sé. Era il suo ultimo regalo.
Rosa le scostò i capelli dal viso, e piano, in silenzio, nel modo che solo ora aveva imparato, dolcemente la baciò. Ciao Ambra, non lo so dire, ma ti accompagnerò.
Ora il respiro si era fatto più faticoso, la vista era annebbiata. Ambra guardava il suo medico, suo amico, suo fratello. Era difficile per lui, lei lo capiva. Cosa succede ad un dottore che aspetta e accompagna, con grande empatia, ogni paziente che muore, quando a morire è una persona che si ama ?. Una persona importante nella propria vita, una compagna di viaggio, qualcuno che ha condiviso esperienze, allegria, inquietudini, pensieri, fantasia, progetti………oggi, lui lo sapeva, stava morendo con Ambra una parte di sé. Una delle migliori, e lui, ciò nonostante, doveva aiutarla. Avrebbe voluto urlare, opporsi, fare tutto quello che la medicina può fare per ritardare il momento. Ma non era ciò che lei voleva e lui lo sapeva. Doveva solo aiutarla. Ma chi avrebbe aiutato lui? Che ne sarebbe stato di quel leggero filo di profonda consapevolezza di essere amato e compreso che Ambra era per lui? Come si lascia andare un compagno dell’anima? Improvvisamente odiava ciò che il suo lavoro gli aveva insegnato, accompagnare le persone a morire. Non potere guarire, nemmeno volendolo profondamente. La guardò negli occhi. “vai,dolce amica, ma ti tengo qui con me, nel mio cuore immenso”. Ambra chiuse i suoi grandi occhi. Era ciò che voleva sentire. Non era andarsene la cosa peggiore della malattia, della morte. Era la sensazione di scoprire, proprio lì, in quel momento, tutto quello che ti apparteneva, profondamente, così tanto da essere te. Lasciare se stessi nel cuore di chi ti ha amato davvero era la cosa più dolorosa. Per questo il dolore fisico, per questo la voglia che tutto finisse e giungesse il sonno, questo era il suo senso profondo, celare un dolore infinitamente più grande, sordo,insopportabile. Sono pronta , pensò. Pronta ad andare, ovunque sia il mio destino. Pronta ad avere, dopo la quiete che soltanto la morte sa dare, una nuova possibilità, un’altra vita. E saprò scegliere il mio mondo, i miei compagni di viaggio. Li ritroverò, perché li ho amati e solo questo non cambia, nel corso dell’universo, nel ciclo infinito della vita. Imparerò ciò che non ho saputo imparare, insegnerò tutto ciò che so. Comprendo davvero,ora il senso di tutto , della vita ,del dolore, dell’amore. Della morte.
E infine
Quella mattina Ambra fu svegliata da un brusio lontano. Strano, tutta quella gente…. che giorno era quello e perché tutti insieme, lo aveva chiesto mille volte, non tanti insieme, le creavano confusione, si accentuava il mal di testa. Nessuno le parlava, tutti chiacchieravano tra sé, compagni, amici, quasi fossero ad un ritrovo estivo, ad una festa. Una situazione abituale nella sua casa, in estate sopratutto e in altri tempi .Qualcuno aveva gli occhi rossi, ma sorrideva. Luca parlava e piangeva, al tempo stesso. Sembrava fosse lui il protagonista di quella festa. Per un istante Ambra pensò a una visione, forse la morfina o uno di quei momenti, sempre più frequenti , in cui vedeva un altro mondo. Ma questo era il suo mondo, quello che stava vivendo ora, i visi erano i visi di sempre. Tra di essi alcuni le erano soltanto sgradevoli, altri soltanto familiari. Alcuni erano i suoi visi, quelli della sua vita, quelli che amava. Erano un gruppo compatto, anche se sparsi tra gli altri. Una luce diversa li accompagnava, si cercavano spesso con lo sguardo, si sfioravano un istante quando la distanza lo consentiva. Ambra sentì la musica al piano inferiore, riconobbe le sue canzoni e chi cantava aveva voci conosciute. Si alzò, senza alcuno sforzo, e vide se stessa, vestita di bianco, composta nel letto, sembrava una Madonna, una statua greca, una Sacerdotessa di un tempo antico. Vide il suo viso disteso, un incerto sorriso, la pelle più chiara del consueto. Sandra, la sua tenera e fedele amica di sempre, aveva messo un velo chiaro di rossetto, le aveva colorito le guance. Qualcuno aveva messo al suo fianco dei fiori, bianchi, blu, altri colorati come l’arcobaleno. Chi aveva portato i fiori la conosceva bene, erano fiori suoi, appartenevano alle sue visioni. Ambra si spinse al piano inferiore, nessuno la vedeva,ma lei questo ormai lo aveva capito. Nessuno avrebbe più visto il suo sorriso, né le smorfie di dolore. Fu un sollievo, e dentro di sé sperò che i suoi sorrisi, durati a lungo negli anni, potessero far dimenticare per sempre il suo viso contratto dagli spasmi. Luca aveva scelto la foto da distribuire, come si conviene. Non avrebbe voluto, ma sua nonna, mia madre, rifletté Ambra tra sé, non aveva voluto sentire ragioni. Come sempre, del resto. A volte nemmeno la morte cambia le persone. Però la foto era bella e lei stava sorridendo felice. Non era quella la sua vera immagine, lei aveva pianto nella sua vita, aveva guardato spesso nel vuoto, era stata malinconica, triste, aveva sorriso e riso, questo sì, aveva parlato e baciato, a lungo, con passione. Ma non ci stava tutto questo in una foto, quell’immagine non era certo la più giusta, ma era quello che avrebbe voluto lasciare di sé. Poteva andare. Vide i suoi figli, tutti, arrivati da ogni angolo del mondo. Non erano davvero suoi figli, ma erano parte della sua vita, e lei della loro, in modo totale e profondo. Ora erano tutti lì. Lei poteva , da quel momento seguirli nel loro cammino futuro e sarebbe stata pronta ad accoglierli,alla fine del loro viaggio. Ambra sorrise,finalmente sorrise. Tutto tornava, come in un puzzle complesso e incomprensibile durante la costruzione, ma che una volta composto, una volta che ogni singolo pezzo trovava il suo posto, restituiva un’immagine perfettamente identica a quella che si ci era posti come obiettivo. La sua morte avrebbe portato dolore in alcuni, scompiglio in altri, poi sollievo, indifferenza, curiosità. Qualcuno avrebbe pensato che in fondo ogni morte è uguale, non importa quanto tu sia stato particolare, speciale in vita. Ambra era stata una donna diversa e straniera, anche tra loro. Ora era solo morta, e tutto riprendeva il suo equilibrio. Ma il canto straziato che proveniva dalla cucina dove qualcuno mangiava , beveva, le mani sudate dei suoi tanti figli, lo sguardo profondo a tratti smarrito di chi era stato davvero nel suo mondo portavano dentro l’immagine di quella particolare luce che ancora aleggiava nelle stanze. Ambra era morta,come tanti, come tutti muoiono. Ambra era ancora lì, e alcuni lo sapevano bene. Qualcuno se ne stava andando, avrebbe raccontato la stranezza del vestito, l’incongruenza di vedere gente cantare e bere davanti alla defunta. Poco rispetto, davanti alla tragedia della morte. Molti sarebbero restati, cercando di aiutare quello spirito silenzioso ad accomiatarsi con leggerezza, come aveva vissuto e avrebbero alzato il bicchiere, avrebbero sorriso per riuscire a darle questo ultimo regalo. Poi sarebbero restati i pochi, quelli che una luce suffusa continuava a rischiarare, si sarebbero presi per mano e avrebbero chiesto, a quello spirito buono, e saggio, di non abbandonarli mai. Ambra sorrise, ora davvero assomigliava alla foto che le era stata assegnata per essere ricordata, per poco tempo, nel mondo dei vivi. Chi la avrebbe ricordata per sempre l’avrebbe avuta dentro, meno sorridente, più intensa, più dolce. Avrebbe sentito il suo odore, riconosciuto la sua luce, riposto ogni suo frammento di vita, ogni parola nel profondo del cuore, così da potere, un giorno, riconoscerla in un attimo, qualunque forma la sua anima volesse prendere, qualunque corpo la avesse di nuovo racchiusa.
Questo articolo è stato scritto da Redazione il 24 gennaio 2009
2 commenti
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Io scrivo, pero, in brasiliano,
Ho una malatia i queste testo mi ha colpito..
Abito in Reggio Calabria e presto penso in publicare anche mio libro.
Vi saluto,
La morte come occasione di vita.
Mi ha commosso ma non intristito. Grazie