inedito – La scelta di Donnie

“E’ meglio conoscere alcune delle domande che tutte le risposte.”
James Thurber (1894-1961),
economista e filosofo americano.

“Devi liberarla” mormorò stancamente Amelia portandosi una mano diafana ed elegante alla testa “Non menare il can per l’aia, Donnie. Devi liberarla, e tu lo sai.”
“Donnie Donnie Donnie” sbuffò impaziente Gabe “Come puoi pensare di fare una cosa simile?”

Donnie, in mezzo tra Gabe e Amelia, respirava velocemente, lo sguardo perso nel vuoto e la faccia bovina lucida di sudore. Davanti a lui, stesa sul letto, il corto respiro da uccellino che riempiva l’aria di suoni rauchi, una donna se ne stava immobile, gli occhi pieni di supplica e di paura fissi su di lui. Sembrava così piccola e così indifesa…

Amelia tolse la mano dalla fronte e si avvicinò a Donnie: pur rimanendo dietro alla sua spalla sinistra, lasciò che lui intuisse il calore della sua presenza e che assaporasse il suo profumo, delicato ed avvolgente. Donnie girò impercettibilmente il viso nella sua direzione: Amelia inclinò il collo, in modo che lui potesse vedere con la coda dell’occhio il leggero movimento dei suoi lunghi capelli biondi. Peccato che non potesse ammirare la perfetta bellezza del suo viso, pensò fuggevolmente con rassegnata frustrazione.
“Donnie” gli sussurrò all’orecchio “E’ troppo tempo che questa donna soffre: lasciala libera. Lascia che raggiunga la sua pace. Puoi farlo; devi farlo! E’ lei che te lo chiede. Guardala, Donnie. Non vedi nei suoi occhi la supplica?”
“Non farlo, Donnie.”
Anche Gabe si era avvicinato alla spalla destra di Donnie, ed era bastato il suono pacato della sua voce a far girare l’uomo nella sua direzione.
Amelia gli lanciò uno sguardo impaziente: per quanto lo trovasse insopportabile, sapeva di avere a che fare con un osso duro, forse il migliore nel suo campo, e non poteva fare a meno di ammirare il suo inequivocabile stile. E la sua bellezza da togliere il fiato, pensò rapidamente lanciando vagare lo sguardo sulla sua figura armoniosa, sui lunghi e morbidi capelli rossi e su quegli incredibili occhi di turchesi. Gabe sembrò cogliere la sua incertezza e si volse a strizzarle l’occhio, sorridendo irriverente. Immediatamente, Amelia fu a un pelo dall’arrossire: solo la sua indubbia professionalità la trattenne.
“Piantala di distrarti!” pensò allarmata “Non sei autorizzata ad interagire con la concorrenza. Sei una maledetta professionista: convinci questo disgraziato a fare il suo dovere, chiudi la pratica e metti più distanza possibile tra te ed il tuo dannatissimo nemico!”
“Donnie, non puoi lasciarla così” mormorò infondendo nel suono della sua voce quanta più dolcezza possibile “Liberala.”
“Non sei la mano del destino, Donnie” ribatté immediatamente Gabe “Non caricarti di un fardello non tuo.”
Donnie rimaneva immobile davanti al letto, le mani lungo i fianchi, la testa pelata lucida di sudore e il labbro inferiore leggermente tremante.
“Donnie, liberala.” incalzò Amelia con tono di comando.
“Non farlo.”
“Fallo.”
“Non farlo.”
“Fallo!”
E, improvvisamente, fu troppo per Donnie. Venne scosso da un lungo brivido, il suo viso rubizzo si tese in uno spasmo e le sue mani salirono di scatto a coprire le orecchie. Un lungo, sofferto gemito gli uscì dalla gola disperato mentre gli occhi si strizzavano come quelli dei bambini che non vogliono vedere e sentire le brutture del mondo.
“Basta” mormorò con voce liquida di supplica “Basta, basta, basta! Non ne posso più, basta!”
L’anonima porta grigia della stanza si aprì silenziosamente e sulla soglia apparve un’infermiera dal lindo camice impeccabilmente stirato.
“Avvocato Delaney!” sussurrò sorpresa e subito si affrettò premurosamente verso Donnie aiutando la sua figura spezzata a sedersi sulla comoda sedia alle sue spalle. Donnie finalmente iniziò a piangere con lunghi, dolenti singhiozzi che lo agitarono come se fosse in mezzo ad un uragano. Amelia alzò gli occhi al cielo e sbuffò impercettibilmente.
“Maledizione.” ringhiò fra i denti, senza riuscire a trattenersi. Gabe invece mantenne il viso inespressivo con un mezzo sorriso enigmatico stampato sul bel viso.
“Avvocato, suvvia, si calmi.” diceva intanto l’infermiera con voce pratica e professionale.
“Non ce la faccio più” sospirò Donnie esausto “Non posso vederla così!”
Alzò gli occhi appannati sulla figura nel letto: distesa immobile tra le lenzuola candide c’era una vecchietta rinsecchita praticamente sommersa da tubicini e macchinari dal discreto ronzio.
“Mia madre non avrebbe mai voluto finire così” gorgogliò Donnie distogliendo dolorosamente lo sguardo “Era una donna così attiva! Come posso lasciarla in balia di tutto questo?”
“Lei ha fatto tutto il possibile per alleviare le sofferenze di sua madre.” tentò di consolarlo l’infermiera.
Normalmente sarebbe stata più lapidaria, ma l’avvocato Delaney era un personaggio piuttosto famoso ed influente e non le andava di fare brutta figura con lui.
“No, non ho fatto tutto il possibile” confessò Donnie quasi a se stesso “Lei vorrebbe che io facessi di più. Lei…vorrebbe che io la liberassi da queste sofferenze!”
“Donnie, no!” gemette Amelia stringendo i pugni frustrata.
Gabe fece un risolino discreto, a metà tra lo scherno e la comprensione, ma non commentò.
“Avvocato Delaney, ma cosa dice!” si scandalizzò l’infermiera rizzando la schiena “Non si faccia venire idee assurde! Sua madre è in quelle condizioni solo perché è molto vecchia e sono certa che l’ultimo suo desiderio sia che lei non si macchi di una colpa così grave come…guardi, non è nemmeno il caso di parlarne!”
Donnie pianse ancora più forte, solo che questa volta, oltre che di dolore, c’erano anche lacrime di sollievo.
“Sì, lei…ha ragione, certo…come ho potuto pensare…queste voci nella mia testa…”
“Su, su, non si preoccupi” rispose l’infermiera, ammansita “Lei è solo sconvolto. Capita a tutti di pensare certe assurdità. E’ la tensione. Lo stress.”
“Stress. Certo…” piagnucolò Donnie, quasi convinto.
“Merda.” sibilò Amelia facendo un vago gesto irritato con la mano.
Ormai non c’erano dubbi: aveva perso la partita.
* * *
L’idea di uccidere la madre si allontanava sempre di più da Donnie: poteva quasi vedere la nube violacea della colpa e del rimorso che si allontanava da lui, lasciando il posto ad una cupa rassegnazione. Gabe scelse quel momento per rizzare la schiena e rivolgere un aperto e luminoso sorriso ad Amelia.
“Direi che è finita” la informò con voce musicale “Delaney non ammazzerà sua madre e rimarrà dalla parte dei giusti. Almeno per un po’.”
“Bella stupidaggine quella del libero arbitrio” sospirò Amelia corrucciata “Tanta fatica sprecata a sussurrare e blandire e convincere…poi, arriva niente popò di meno che l’Arcangelo Gabriele e tanti saluti a tutti!”
“Che devo dirti” chiocciò Gabe inopportunamente allegro “Non le ho fatte io le regole.”
“Tu e i tuoi degni fratelli non avete giocato lealmente” ribatté Amelia alzando altezzosa il mento “Siete andati giù duri con le munizioni pesanti. Di solito mandate angelucci di terza categoria a trattare con me. Io sono solo un semplice demone mentre tu… Andiamo, era una guerra persa in partenza.”
Gabe si strinse nelle spalle senza smettere di sorridere.
“E’ successo per caso” le confidò “Dio non aveva richiesto espressamente un arcangelo, ma gli angelucci di cui parli erano già tutti occupati…” le strizzò l’occhio di nuovo, irriverente “Abbiamo tirato a sorte, io e i miei degni fratelli arcangeli, come li chiami tu. Io ho perso. Sono qui solo per eseguire gli ordini.”
“Stessa cosa per me, fratello” berciò Amelia scrollando la splendida chioma di capelli color oro “Mi mancava tanto così per passare di grado. Adesso, dannazione, con questo sgobbo tornerò a pulire le latrine del Settimo Girone. Come sai, Lucy non è propensa ad adottare la vostra teoria del perdono.”
Lanciò un lungo sguardo in tralice all’arcangelo, spiandone la reazione: dopotutto, Lucy era una di loro prima di venire scaraventata giù dal Paradiso, no? E lei, Gabe, Mike e Rafe erano gli Arcangeli prediletti, i quattro moschettieri di Dio… quando Lucy raccontava dei bei tempi andati e parlava di loro, lo faceva sempre a denti stretti. Qualcosa le era rimasto sul gozzo, evidentemente. Se lo stesso era per Gabe, però, lui non lo diede a vedere, non battendo ciglio.
“Già” commentò infatti asciutto “Comunque Lucy dovrebbe ricordare le regole, visto che si impegna sempre per infrangerle.”
“Alla fine della fiera, chi ci rimette sarò solo io che dovrò scendere fin laggiù per riferirle che ho perso un’anima. E non una qualsiasi: niente popò di meno che l’anima del suo avvocato preferito! Diamine, mi scuoierà viva.”
“Che peccato” mormorò Gabe con gli occhi turchini scintillanti “Una così bella pelle.”
Amelia gli lanciò un lungo sguardo tra le ciglia socchiuse.
“E’ un complimento.” disse lentamente a voce molto bassa: non era una domanda, era piuttosto una stupita affermazione.
Non aveva più senso stare lì. La trattativa era finita, il bene aveva vinto e il male aveva perso, fine dei giochi: le regole dicevano che doveva raccogliere i cocci, farsi un bel cratere fumoso per terra e sparire giù negli Inferi. Eppure rimase immobile, ritta in piedi davanti a Gabe aspettando una risposta a una domanda che non c’era. Lui si strinse nelle spalle: era appoggiato allo stipite della porta, le belle ali candide compostamente raccolte dietro la schiena e l’aria serafica di chi può stare lì all’infinito.
Apparenza. Nemmeno l’arcangelo Gabriele poteva permettersi il lusso di perder tempo con un demone qualsiasi, Amelia lo sapeva bene.
E allora…?
“Sono un angelo” si decise a rispondere Gabe dopo un po’ “E’ nella mia natura essere gentile.”
“Non con i demoni.” mormorò Amelia sottovoce, come per paura di essere contraddetta.
“Non hai affatto l’aspetto di un demone” spiegò Gabe lasciando che quei suoi dannatissimi occhi celesti vagassero sulla sua figura snella “Lucy ha fatto un ottimo lavoro con te. Sei bella quasi quanto lei.”
Un lento, vergognoso brivido percorse la schiena di Amelia lasciandola sorprendentemente senza fiato. Con orrore, sentì le guance scaldarsi e la perfetta porcellana bianca del suo incarnato farsi rosata.
“Devo andare.” si affrettò a balbettare senza però riuscire a muovere un muscolo.
Il sorriso di Gabe sembrò smorzarsi vagamente, come fumo davanti al sole.
“A rivederci, Amelia.” disse sottovoce, anche lui senza muoversi.
Rimasero immobili a guardarsi, muti, seri, stranamente indifesi.
* * *
Delaney smise di piangiucchiare e l’infermiera lo aiutò a bere acqua da un bicchierino di plastica. Si sorrisero. Stranamente, erano entrambi vagamente eccitati, come se nell’aria ci fosse stato qualcosa di afrodisiaco, come di rose e mele… Nessuno dei due, ovviamente, si rendeva conto della presenza dell’Angelo appoggiato allo stipite della porta e del Demone al centro della stanza che continuavano a rimanere immobili, sfidando leggi più antiche di qualsiasi mondo.
* * *
“Addio, Gabe” mormorò ad un tratto Amelia girandogli le spalle “E’ stato un piacere.”
Sparì nel tempo di un battito di ciglia, lasciandosi dietro un vago sentore di zolfo.
L’arcangelo rimase immobile ancora per qualche secondo, il bel viso stranamente privo del solito, serafico sorriso. Poi, le maestose ali candide si spiegarono e in un battito leggero che smosse appena l’aria profumandola di Paradiso, sparì.
* * *
Odore di rose e mele… Via, che idea assurda! Intorno c’era solo il vago sentore di medicinali e urina tipico degli ospedali. L’infermiera si alzò sbrigativa dalla sedia, fece un sorriso di circostanza a Delaney ed uscì discretamente dalla porta. Donnie bevve ancor un po’ d’acqua.
Alzò lo sguardo sul letto davanti a sé, dove la madre lottava per liberarsi di tutti quegli inutili tubi che la tenevano ancorata ad una vita che non era più sua. Il cuore gli si strinse in una morsa dolorosa.
“Donnie” sospirò una voce suadente al suo orecchio, leggera come un alito di vento “Donnie, liberala…”

FINE

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