inedito – L’orologio a cucù di Lucio Panozzo

L’OROLOGIO A CUCU’ Adesso è un po’ diverso, ma ci fu un tempo in cui la Svizzera era famosa solamente per il cioccolato e gli orologi a cucù. Fu allora, ma non ricordo quanti anni siano passati, che in un piccolo paesino dell’Oberland bernese accadde… Franz, vecchissimo orologiaio, si ostinava a lavorare fino a tardi dentro al suo bugigattolo, nonostante il medico gli avesse caldamente consigliato di non forzare la vista oltre certi limiti. Capirete, nella confusione di minuscoli rotismi, vitine, pernetti, ruotine dentate, mollettine che c’è dentro a un orologio, se uno non ha occhi buoni c’è di che

L’OROLOGIO A CUCU’

Adesso è un po’ diverso, ma ci fu un tempo in cui la Svizzera era famosa solamente per il cioccolato e gli orologi a cucù. Fu allora, ma non ricordo quanti anni siano passati, che in un piccolo paesino dell’Oberland bernese accadde…

Franz, vecchissimo orologiaio, si ostinava a lavorare fino a tardi dentro al suo bugigattolo, nonostante il medico gli avesse caldamente consigliato di non forzare la vista oltre certi limiti. Capirete, nella confusione di minuscoli rotismi, vitine, pernetti, ruotine dentate, mollettine che c’è dentro a un orologio, se uno non ha occhi buoni c’è di che giocarsi l’ultimo avanzo di vista e anche la clientela. Franz per fortuna non era ancora arrivato a questo punto; accontentava la clientela e sapeva così tenersela saldamente in pugno. Era bravo, puntuale nelle consegne, pignolissimo nel regolare al minuto secondo tutti gli orologi che gli passavano per le mani e, se capitava che al posto dei pochi franchi che chiedeva gli portassero un pollo o una fettona di groviera, beh, pazienza, accettava anche quei pagamenti in natura. Altre volte, con qualche montanaro, di quelli che scendevano una volta l’anno dai pascoli alti, se si trattava di aspettare il pagamento da un anno per l’altro, beh, ancora pazienza, non si poteva certo negare a questa povera gente di saper l’ora al momento giusto. Non avrebbe mai voluto, Franz, che per colpa sua qualche vacca fosse munta con un’ora di ritardo: guai, l’economia svizzera ne avrebbe sofferto assai.
Alle prese con una vitina che si era incastrata tra la cassa e il bilanciere di un elegante orologio da tasca, roba da signori, gli scappò un:
“Ohibò, vite della malora, vieni o non vieni? Mica voglio star qua fino a notte per te, io.”
E tra l’armeggiare e il colpetto di nervi, (ai vecchietti ogni tanto capita), non si era accorto che la porta si era aperta e richiusa, e una persona era entrata nel negozio. Che fosse anche un tantino sordo non era escluso, ma in questo caso era anche successo che il cliente che era uscito una mezz’oretta prima aveva fatto cadere inavvertitamente il campanellino che suonava ogni volta che la porta si apriva. Fu così che Franz, alzando la testa per riposare il collo che teneva chinato da più di un quarto d’ora sul suo lavoro, si trovò di fronte una figura di donna, vecchia come lui, che lo fissava con tanta dolcezza.
“Greta.” Il nome gli sfuggì prima che i suoi sensi l’avessero riconosciuta. Ma come avrebbe potuto riconoscerla? Quanti anni erano passati?
“Franz,” rispose lei dolcemente.
I due si guardarono ancora a lungo, senza parlare; e ce n’era bisogno? Franz osservò quel volto tanto sognato, ora carezzato dalle rughe che parlavano di un’antica bellezza. Notò i capelli folti e bianchi, la compostezza della persona, la povera ma dignitosa eleganza. Notò ancora che, ritta in piedi, la donna teneva tra le mani un pacco avvolto con carta di giornale, vicino al petto, come cosa cara.
Greta vide invece un uomo solo, disordinato, anzi, immerso nel disordine come sanno esserlo solamente gli uomini soli: qualche macchia sul vestito, qualche rattoppo magistralmente imperfetto, come solo gli scapoli sanno eseguire. Gli occhi miopi dietro le lenti spesse, i pochi capelli, le mani magre che ancora tenevano la pinzetta che serve a recuperare le vitine ribelli che s’infilano tra i rotismi.
“Greta,” disse di nuovo lui, questa volta realizzando ciò che diceva e collegando il nome alla persona.
“Franz,” ripeté ancora dolcemente la donna.
Poi l’uomo scattò in piedi, rimproverandosi di avere per un attimo dimenticato le buone maniere. Porse rispettosamente la mano, la donna la strinse a lungo. E venne fatto a Greta di ripensare in quel momento all’ultima volta che aveva stretto quella mano, tanti anni prima, alla stazione. Treni, maledetti treni, sempre ti portano via qualcuno che ami, o ti portano lontano da lui. Sempre dividono chi dovrebbe stare insieme. Le mani, allora, non erano così rinsecchite come ora, erano mani giovani, vigorose, forti, belle. Con una punta d’ironia Greta confrontò il giovane di allora col vecchietto che le stava davanti, tanto vecchio da ispirare tenerezza. D’altra parte, pensò ancora la donna, la stessa sorte non aveva colpito anche lei? E se anche Franz fosse stato in vena di confronti? Lo era, lo era e come, Franz. Ma non fu un confronto sul piano fisico: ne avrebbe perso molto, Greta, in questo caso. Si sa, generalmente l’uomo resta sempre più “presentabile” della donna, in tarda età. Franz la vide semplicemente con gli occhi dell’affetto, di quell’affetto che non aveva fatto a tempo a chiamare amore, perché il Tempo, padrone di ogni cosa, aveva deciso diversamente. Le sapeva, Franz, queste cose: non era forse sacerdote del Tempo, lui?
Franz non vide il volto di Greta, vide la “sua” Greta, quella di cinquant’anni prima. La vide correre tra l’erba alta dei prati, la vide nel bosco di conifere, la vide vicina alle rocce e ai ghiacciai eterni delle montagne della Svizzera. La vide giovane. Si sentì innamorato o meglio sentì che non aveva mai cessato di esserlo, e il cuore, nonostante l’infarto di tre anni prima, bussò vivace alle costole quando sul libro della memoria tornò quel momento, quell’unico momento per cui era vissuto tutti quegli anni, per cui aveva tanto atteso: l’attimo in cui era stata proferita la promessa senza parole, l’attimo in cui i neri capelli di lei avevano sfiorato il suo volto, e le labbra avevano toccato le labbra. Poi il treno, il lungo treno, le infinite rotaie, tanto vicine ma che non si toccano mai. Poi, ma Franz non l’aveva vista, la nave che portava via Greta, lontana, in un paese misterioso chiamato America. Cinquant’anni!
“Greta.”
“Franz?”
“Quanti anni, Greta.”
“Troppi, Franz.”
 “Perché tutto questo?”
“Un perché sarebbe troppo facile, troppo scontato.”
“Hai ragione, non importa, ora sei qui.”
“Siamo, qui.”
“Sei sposata?”
“Ma ti pare?”
“Non mi chiedi se lo sono io?”
“Non ce n’è bisogno, un vecchio scapolo lo si vede lontano un miglio.”
“Sono conciato proprio così male?”
“Peggio.” Risero, incredibilmente contenti.
“I tuoi genitori?” Riprese Franz.
“Sono sepolti a Toronto, in Canada. E i tuoi?”
“Sono sepolti qui, nel nostro piccolo cimitero a lato della chiesa. Ogni domenica rinnovo i fiori sulle loro tombe. Così vorrei fare per i tuoi.”
“Grazie del pensiero, Franz. Non mi chiedi perché sono tornata?”
“Perché sei tornata?” Ripetè pappagallescamente e un po’ confuso Franz.
“Non avevo più nulla da fare, laggiù.”
“Allora sei tu quella che è venuta a stare nella stanzetta che il sagrestano affitta dietro la chiesa?”
“Sì, sto proprio lì; mi verrai a trovare?”
“Sì, sì, domenica pomeriggio verrò.”
“E io ti aspetterò e preparerò per te cioccolata e biscotti, come ai vecchi tempi. Spero che ti piacciano sempre.”
“Come puoi pensare il contrario? Sento ancora il profumo di quelli che rubavamo alla tua mamma. E le frittelle, te le ricordi? Mi vien l’acquolina in bocca solo a pensarci.”
“Allora preparerò le frittelle. Nel frattempo vedi cosa puoi fare per questo cucù che ti ho portato. Non so se potrai farlo andare, è più vecchio di noi.” Queste ultime parole le aveva dette sorridendo, senza rimpianti, come chi ha accettato da tempo il passare degli anni.
“Greta, son cose da dire? Nessun orologio può resistermi, quando escono di qua marciano tutti in regola perfetta.”
“A domenica allora, Franz.”
“A domenica, cara Greta, a domenica. Il tempo volerà.”
Fraz non dormì quella notte. L’orologio a cucù di Greta lo tenne occupato parecchie ore a lume di candela. Non era difficile la riparazione, ci voleva ben altro per mettere in difficoltà un vecchio orologiaio come lui. Il problema era un altro, la decisione da prendere era importante: se invertire o no QUELLA ruotina dentata. Ci pensò molto, meditò molto. Poi, nell’ora in cui gli alchimisti raggiungono il premio delle loro fatiche, quando il rosa dell’aurora bussò al vetro della finestra, il sacerdote del Tempo decise: invertì QUELLA ruotina. Stette un attimo a rimirare il suo lavoro, poi chiuse la cassa dell’orologio e non ci pensò più. Quando le decisioni sono importanti, al di là della comprensione umana, non conviene pensarci su dopo averle prese: sarebbe sommamente inutile.
Franz si buttò sul letto vestito a prendersi una mezz’oretta di sonno. L’indomani, martedì, cominciò fin dal mattino a pensare all’appuntamento di domenica pomeriggio. Gli sembrava di essere tornato ragazzo: ogni qualvolta pensava a Greta il cuore gli sobbalzava in petto, proprio come succede agli adolescenti quando vedono la loro ragazza del cuore.
Contrariamente alle previsioni, tra una cosa e l’altra la settimana, che sembrava non dover passare mai, si concluse presto con il sabato, il sabato sera. Agli amici che passarono a battergli sul vetro per il consueto ritrovo in osteria a base di salsiccia e birra con partita a carte, rispose senza neanche uscire che lo scusassero, ma che per quel sabato facessero senza di lui: era troppo stanco della settimana e ora desiderava solo una buona dose di succo di materasso. I buontemponi lo presero un po’ in giro, poi passarono via e andarono a divertirsi. Franz rimase solo a prepararsi per l’indomani: lavare la camicia, rattoppare la giacca e i calzoni buoni da anni chiusi nell’armadio, farsi il bagno, radersi a fondo col rasoio, insomma rimettersi a nuovo come da anni non faceva. La mattina dopo, di buon’ora, quando si guardò allo specchio, fu soddisfatto di se stesso. Bevve in fretta una scodella di latte e uscì fischiettando in direzione della chiesa.
La mattina passò tra le solite occupazioni: la messa, i saluti agli amici, il cicchetto in osteria e una breve passeggiata sui prati. A mezzogiorno fu ospite a casa di un nipote che l’aveva invitato parecchie settimane prima. Se la cavò in fretta con una scusa, ringraziò la moglie del nipote per l’ottimo pranzo, letteralmente fuggì verso il suo appuntamento d’amore, lasciando interdetti i suoi commensali. Già molto prima di arrivare, i suoi sensi all’erta avevano percepito il profumo delle frittelle. Accelerò il passo e in breve fu alla porta di Greta. Bussò. Gli fu subito aperto, come se Greta avesse spiato il suo arrivo dalla piccola finestra, da dietro le tendine linde.
“Sono qui come d’accordo, Greta,” fece Franz dopo i saluti.
“Ti aspettavo, Franz, accomodati,” rispose Greta.
“Ho sentito il profumo delle frittelle fin da lontano. Chissà che buone! Però adesso avverto anche fragranza di biscotti e, se il mio naso non mi tradisce, di buon latte con il cacao. Tutto questo mi ricorda i bei tempi andati, quando era tua madre a prepararci queste prelibatezze.”
“Siedi, Franz,” invitò Greta.
L’uomo sedette al piccolo tavolo, preparato come per una grande occasione: c’era la candida tovaglia di lino e c’erano pure dei graziosissimi tovaglioli col pizzo, tazze di maiolica e posate lucide brillanti. Al centro del tavolo, un mazzolino di fiori di campo testimoniava il buon gusto della padrona di casa. Subito Greta versò la cioccolata bollente nelle tazze e sfornò i biscotti che rinnovarono la fragranza già presente in tutta la stanza. Dapprima cominciarono con un biscottino alla volta, un sorso di cioccolata, una frittella, poi, mano a mano che questi gesti facevano riaffiorare in loro lontani ricordi, cominciarono ad abbuffarsi, a riempirsi la bocca e a rubarsi i dolci dal piatto. Chi avesse visto i due vecchietti intenti a questi giochi non proprio adatti alla loro età, li avrebbe definiti come minimo pazzi, ma i due erano ormai ritornati, per quei pochi attimi, ai tempi di tanti anni prima. La ragione di questo la si potrebbe ricercare nel fatto che Franz e Greta, pur vecchi nell’aspetto, avevano conservato un cuore giovane, anzi bambino, proprio di coloro che hanno vissuto una vita semplice, accettando sempre di buon grado tutto quello che dalla vita viene offerto o imposto. Finirono poi col buttarsi addosso le briciole dei biscotti e addirittura Franz, in un attimo di euforia, scompose con la mano i capelli bianchi di Greta. Ne ebbe in cambio una tirata di quei pochi che erano rimasti a lui e il furto degli occhiali, senza i quali, miope com’era, cominciò a brancolare per la stanza con la speranza che Greta gli capitasse tra le mani. Poi, resisi conto di essere, per lo meno per i canoni cui erano abituati, un po’ ridicoli, si misero a sedere e per un po’ fecero i seri, ma non ci riuscirono per molto, perché Greta cominciò a prendere in giro Franz per la vistosa e poco estetica cucitura sulla giacca, che era costata al vecchio metà della notte tra aghi e fili.
“Se vuoi, Franz, domani passo al negozio, me la dai, e la rammendo io. Cercherò di fare un po’ meglio,” propose Greta offrendo la sua collaborazione.
“Grazie, Greta, con gli aghi non ho mai saputo farci più di tanto,” accettò Franz di buon grado. Poi, ricordandosi dell’orologio da parete, il famoso cucù, svolse il pacchetto che aveva posato con noncuranza sulla credenza quando era entrato, regolò l’ora senza che Greta vedesse e lo attaccò alla parete, al centro della stanza, sul chiodo che sporgeva orfano dal muro.
“Grazie, Franz,” fece Greta, “mi dirai quanto ti devo per la riparazione.”
“Ma figurati,” rispose Franz, “se mi faccio pagare non potrò più approfittare della tua arte di rammendatrice. Come scapolo, penso di guadagnarci sempre io. Piuttosto si è fatto tardi, sarà meglio per me che vada a mettermi a letto. Credo che non sarà una buona notte, con tutte le frittelle che ho mangiato. Sai, da quando ho avuto l’infarto, tre anni fa, certi cibi pesanti me li devo dimenticare.”
“Non sapevo dell’infarto, non ti avrei permesso di mangiare così se tu me l’avessi detto prima.”
“Beh, pazienza, non morirò per così poco, anche se sono un vecchio che non serve più a nulla.”
“Ma cosa dici, Franz, lo fai per farmi star male?”
“Allora ti prometto che non morirò, va bene?”
“Così va meglio, buonanotte, ci vediamo domani al negozio.”
“D’accordo, ti aspetto, grazie per le frittelle.”
Si lasciarono così, da buoni amici, e ognuno di loro, da quel momento, cominciò a pensare all’incontro del giorno dopo.
Quando, sul prestino, Greta entrò nel negozio di Franz la mattina seguente, lo apostrofò tra il serio e il faceto:
“Ecco l’orologiaio più abile della Svizzera! Sissignori, dell’intera Confederazione Elvetica. Ecco colui che fa marciare a ritroso gli orologi.” E finì con una risatina.
“Greta, sapevo che te ne saresti accorta, ma non devi né scherzarci su, né parlarne ad anima viva. Ti darò un altro orologio, ma quello lì lo devi lasciare dove l’ho messo. E’ importante che tu non lo sposti mai di lì. Hai capito?”
“Ho capito, ho capito, ma perché l’hai fatto andare all’indietro? Si può sapere o è un segreto?”
“Sarebbe un segreto, ma a te lo posso dire. Devi sapere che quando un orologiaio compie cinquant’anni di attività, diventa automaticamente sacerdote del Tempo, con tutto ciò che questo grande onore comporta. Si acquisiscono anche dei discreti poteri, si può parlare col Tempo e chiedergli dei favori.”
“Mi stai prendendo in giro?”
“No, non lo farei mai, sono cose molto serie, queste. Ti chiedo solo di attendere con pazienza e senza parlarne a nessuno.”
“Attendere cosa?”
“Te lo dirò un po’ alla volta, è una questione troppo delicata.”
“Come vuoi, aspetterò e avrò fiducia. E adesso dammi la giacca che te la rammendo.”
“Certo Greta, come d’accordo. Ti dispiacerebbe molto eseguire il lavoro qui da me? Così ci si può fare un po’ di compagnia.”
“Fantastico, Franz, io lavoro di ago e filo, e tu con gli orologi, e intanto chiacchieriamo.”
Cominciò così per loro un nuovo gioco. Lo chiamavano giocare a casetta, come fanno i bambini molto piccoli, ma lo giocavano sul serio, proprio come solo i bambini sanno fare. A parte qualche amico e i pochi parenti rimasti, non erano forse soli al mondo? Quale migliore occasione di farsi un po’ di compagnia e far così passare le giornate?
Greta non tornò più sull’argomento misterioso dell’orologio a cucù. Probabilmente quel loro vivere in consonanza, se non addirittura in spirituale simbiosi, aveva fatto sì che potesse intendere in modo abbastanza chiaro quanto il sacerdote del Tempo aveva operato per il bene di entrambi. La donna continuò così a caricare il suo cucù ogni sera, osservando ogni volta il volgere del tempo all’indietro. Si può dire che questa semplice operazione, così abituale, fosse diventata per lei quasi una preghiera, una preghiera al Tempo.
Passò un anno senza che quasi se ne accorgessero. Ormai passavano le loro giornate sempre insieme, occupandosi ognuno dei propri lavori. Capitava che in un’intera giornata parlassero di continuo, come anche che non scambiassero neppure una parola, paghi solo della compagnia l’uno dell’altra, proprio da quegli innamorati che erano. La gente aveva cominciato a pettegolare, com’è d’uso in tutti i paesi, ma i due poco se ne curavano, avendo tutt’altro cui pensare. Nessuno comunque arrivò a prenderli in giro apertamente, e tanto bastava ai due vecchietti, che immaginavano i contenuti delle chiacchiere paesane.
Dicevamo che un anno intero era passato. Capitò un giorno un loro conoscente a far riparare un vecchio orologio. Era un pezzo che costui non veniva in paese e quando entrò si fermò di botto. Si fregò gli occhi, poi disse:
“Ohibò, vecchi amici, sbaglio o state diventando sempre più giovani? Non è uno scherzo, vi trovo proprio molto bene.”
Fece quel che doveva fare, poi se ne andò per i fatti suoi, dopo aver salutato. Uscito che fu, Franz si rivolse a Greta:
“Hai sentito quel che ha detto?”
“Le orecchie ce le ho,” rispose l’interpellata.
“Allora hai capito, finalmente?”
“Avevo capito da un pezzo,” rispose la donna sorridendo. E fu il sorriso di una donna vecchia, ma non più tanto vecchia come un anno prima.
Tornarono entrambi al proprio lavoro, chiacchierando del più e del meno, quasi che solo a parlare di “quella” cosa si potesse rompere l’incantesimo.
Passò ancora un paio d’anni, e il ringiovanimento dei due vecchi divenne di pubblico dominio. Molti avevano cominciato a frequentare il negozio con qualche scusa, al solo scopo di vedere tanta meraviglia. Se qualcuno si era messo in mente di vedere due giovani, se ne tornava deluso, ma i più, che conoscevano Greta e Franz, notavano che in effetti qualcosa era successo ai due, qualcosa di misterioso che li faceva di anno in anno ringiovanire. Nessuno osava fare domande dirette, intendiamoci, l’educazione svizzera non l’avrebbe mai permesso, ma domande indirette ne arrivavano di straforo parecchie. I due, sempre gentili con tutti, si guardavano bene però dall’accennare anche lontanamente alla verità, ma si tenevano sulle generali, come se il caso non fosse loro. Gilda, la più pettegola del villaggio, entrata un giorno in negozio e accortasi che Greta aveva in testa parecchi capelli neri mescolati a quelli candidi, lo fece apertamente notare e poi lo riferì fino ai confini del loro piccolo mondo. Fu allora palese a tutti che un vero e proprio prodigio era misteriosamente in atto in quel piccolo bugigattolo-bottega dell’orologiaio. Se poi la pettegola o altri si aspettavano spiegazioni dai due nostri amici, sia lei che gli altri rimasero con un bel palmo di naso, perché i due non se ne diedero per inteso e continuarono la loro vita di sempre, senza comunicare più del necessario con i loro compaesani.
Fu doloroso per Greta e Franz quando i loro coetanei ancora in vita, e ne erano rimasti oramai pochi, cominciarono uno alla volta a prendere la via del camposanto. Dopo qualche anno, della loro età non rimanevano altri che loro due. Poi, e questo fu ancora più doloroso per quelle anime buone, cominciarono a morire quelli più giovani di loro.
I capelli di Greta ormai non erano più neanche grigi, ma stavano definitivamente assumendo il loro naturale color nero corvino. Quelli di Franz erano cresciuti di numero, tanto è vero che aveva ricominciato a servirsi dell’unico barbiere del paese, cosa che da tanti anni non faceva più. La loro pelle, da arida e incartapecorita che era, si era lentamente trasformata in pelle morbida, e le rughe, una alla volta, sparivano per lasciar posto al liscio di una pelle giovane.
Altri anni passarono, tanti altri, e un bel mattino Franz annunciò con aria solenne:
“Cara Greta, se me lo concedi, chiedo la tua mano. Voglio sposarti e formare con te una famiglia.”
E colui che aveva parlato non aveva più nulla del vecchio Franz, ma il suo aspetto era quello di tanti, tanti anni prima, giovane, bello e forte.
Greta non si meravigliò della richiesta. Rivolse a Franz i suoi begli occhi e il viso fresco di ventenne incorniciato di riccioli neri; rispose:
“Sì Franz, finalmente. Da tanto aspettavo questo momento.”
Poi i neri capelli di lei sfiorarono le guance di lui, e le labbra toccarono le labbra, come era successo tanti anni prima in un giorno d’estate. Ricordarono assieme l’antica promessa mai dimenticata, la ricordarono per finalmente mantenerla.
“Greta,” sussurrò Franz con la guancia vicino a quella di lei, “ora che abbiamo deciso di fare ciò che aspettavamo da tanti, troppi anni, è venuto il momento di restituire al Tempo ciò che è suo. Andiamo.”
“Credo anch’io che questo momento sia arrivato. Andiamo,” rispose decisa Greta.
Il sacerdote del Tempo prese i suoi ferri, e assieme s’incamminarono. Arrivati alla casa di lei entrarono, e Greta staccò dal muro l’orologio a cucù, porgendolo poi a Franz. Fu tolta la cassa esterna, e il meccanismo si presentò all’occhio esperto dell’orologiaio. QUELLA ruotina era sempre lì, al suo posto: girava da cinquant’anni in senso inverso. Fu presto smontata e rimontata nel giusto verso dal sacerdote del Tempo, il quale eseguì l’operazione senza esitazioni o rimpianti di sorta. Finito il lavoro e rimesso a posto l’orologio a cucù, uscirono e s’incamminarono verso la chiesa.
“Reverendo, noi due intendiamo sposarci, vuole cortesemente interessarsi per le pratiche necessarie?” Chiesero al parroco da pochissimo arrivato in paese e quindi all’oscuro dell’avventura occorsa ai nostri due.
“Quanta fretta! Tutti uguali, voi giovani,” rispose il prete.
Franz e Greta si guardarono sorridenti, contenti di quello che il parroco aveva detto.
“Vediamo: quando siete nati e quando siete stati battezzati?”
“Nel millesettecento e…” Rispose Franz.
“Nel millesettecento e…” Rispose Greta.
“Se avete voglia di scherzare, vi avverto che non è questo il momento,” rispose un po’ arrabbiato il parroco.
Quando poi le date furono confermate dai documenti esibiti dai due promessi sposi, il prete cominciò a sudar freddo e a pensare a stregonerie e sortilegi, cose di cui si può ridere in pianura, ma sulle quali in montagna c’è poco da scherzare. Il parroco cercò di fare in fretta quel che doveva, e in capo a quindici giorni le nozze erano belle e celebrate. Uno dei testimoni fu quel nipote di Franz di cui abbiamo parlato all’inizio, vecchio decrepito da dover essere sostenuto dai suoi figli.
Greta lasciò la stanza del sagrestano dietro la chiesa e si trasferì con tutta la sua roba in casa di Franz, sopra il piccolo negozio. Cominciò per loro una nuova vita, la vita che per molto tempo avevano atteso e sognato. L’orologio a cucù, ora funzionante per il giusto verso, segnò per loro ore buone e ore meno buone, come nella vita di ognuno deve accadere, ma sempre Greta e Franz accettarono insieme quello che il Tempo aveva tenuto in serbo per loro. Ebbero figli e figlie, lavorarono e invecchiarono, felicemente e serenamente come già una volta avevano fatto, ma questa volta finalmente insieme, d’amore e d’accordo. Quando poi il Tempo decise che il tempo era scaduto, chiesero solo di poter varcare insieme la Soglia, presi per mano così com’erano vissuti.
E per l’ultima volta l’orologio parlò:
“Cucù, cucù, cucù…”

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *