inedito – Marta e il suo volo di Antonella Parrocchetti

Marta e il suo volo ( La TORRE)

Marta- 1

Marta guardava l’acqua scorrere veloce, chiara e trasparente, brillante di mille sfumature come solo l’acqua di un fiume d’ inverno sa essere. Le sarebbe piaciuto essere così, chiara e leggera. Sopra, il cielo, si stava tingendo di viola e di porpora. Sempre la natura la sorprendeva, aveva una magnificenza così semplice, senza complicazioni. I suoi colori, i suoi rumori, per quanto a volte improbabili lì, in quel posto, in quel momento erano qualcosa di perfetto, nulla sarebbe stato più giusto, più a posto, più autentico.
Ecco, alcuni attimi di assoluta serenità, di sintonia con il mondo. Stava per finire, Marta lo sapeva.
Piano, come piccoli insetti inarrestabili e determinati, sarebbero ritornati tutti, ricordi, rimorsi, rimpianti. “ perchè tutti con la r…… “ pensò.

Marta non sapeva spiegarsi perchè nei momenti più tristi la sua mente si fermasse a questi stupidi particolari… già, tutti con la r. Come Riccardo, ma non sapeva dove mettere Riccardo, nei ricordi? Tanti in realtà, ma pochi in grado di regalarle un sorriso. Alcuni sì, e per colpa di quegli alcuni Riccardo con la r era ancora nei suoi pensieri, nelle cellule del suo corpo. Rimorsi? Tanti, ma nessuno così pesante da sopportare, greve di vergogna, fastidioso da ricordare , tale insomma da aiutarla a smentire quella voglia che la dilaniava, che Riccardo potesse trovarsi ancora lì con lei. Rimpianti…..ecco, i rimpianti, quelli erano davvero il cibo di cui si stava nutrendo la sua mente malata. Una goccia di acqua gelata le scivolò sul viso. Marta d’improvviso si voltò ed iniziò a camminare, il vento leggero sul volto, i lunghi capelli danzavano sulle spalle e le coprivano gli occhi. Non sarebbe stato oggi, nemmeno oggi, lo sapeva. Non è un atto di coraggio, non è un momento di debolezza. Morire è qualcosa di grande, che va scelto e compiuto. Vivere arriva con la nascita, è come salire su un treno già in movimento e non se ne ha coscienza, né scelta. E’ scendere dal treno in corsa che richiede una decisione forte, una consapevolezza diversa. Ogni giorno Marta compiva il viaggio, camminava sola e cercava la sua anima. La cercava nel mondo, nell’acqua che scorreva leggera, nel buio complice di un bosco, nel verde gioioso di un campo, nel viola intenso di un petalo di giacinto, nel lontano cielo, nel vicino orizzonte. Marta aveva perso la sua anima, lo sapeva. Per questo pensava sempre alla morte, voleva trovarla, voleva raggiungerla. Riaprì con un po’ di tormento il suo quaderno, un piccolo notes dove appuntava i pensieri, perchè anche loro non la abbandonassero.
Come aveva fatto Riccardo, Riccardo con la r….

La mattina Marta si svegliò, la luce entrava dalla grande finestra ad arco della sua camera. Era una luce calda, il sole doveva essere già alto in cielo, altrimenti i suoi raggi sarebbero stati più forti e nitidi, più chiari. D’altra parte la luce fioca e delicata dell’alba era lì, mentre ancora tentava di addormentarsi. Marta detestava il mattino, un giorno, un giorno intero di vita e di pensieri. Sentiva attorno i suoni della sua casa. Non erano rumori, erano note d’orchestra che accompagnavano la vita del suo giardino, del suo nido, del suo riparo. Difficilmente sentiva rumori, forse un’ automobile o qualche lontano picchiettare. Raramente. Solo il silenzio, che mai era davvero silenzio, un’ assenza di rumore piena di vita e del vociare di tutti gli abitanti del bosco. Ma quel silenzio, anziché rassicurarla e calmarla, amplificava il rumore dei suoi pensieri.
Marta non li voleva, non più. Ricordava a fatica i momenti della sua vita dove il giorno che nasceva era colmo di energia, voglia di fare, vedere, capire. Non li voleva ricordare, erano solo mostri crudeli di quello che era stato, voluto. Ora non più. Marta non ricordava bene quando il cielo aveva cambiato colore, quando il sole aveva iniziato a ferirla, quando la notte era diventata in pozzo buio e maleodorante, quando il giorno la ipnotizzava e le toglieva il respiro.
“Oggi,oggi forse ci riuscirò, oggi magari avrò abbastanza coraggio, o abbastanza paura, o abbastanza dolore….”.
Il cellulare suonava, nella cucina al piano di sotto, non lo aveva spento. No. Ed ora che fare…. andare a vedere, rispondere a qualcuno che sarebbe stato in grado, con poche parole, di dare un senso al giorno, al risveglio, al pianto…? “Smetterà” pensò Marta, prima di prendere altre pastiglie per dormire, “oggi, forse oggi è il giorno giusto”. Basta pensieri, basta dolore, basta ricordi. Voleva andarsene via, in un altro mondo che, per quanto imperscrutabile, non poteva farle tanto male. Marta detestava il tempo necessario a quelle maledette pillole, perché non arrivava il sonno, perché i suoi occhi chiusi, serrati sul cuscino non impedivano alla sua mente di piangere e urlare tanto forte…. Marta stai impazzendo, si disse, stai diventando come quelle tristi anime imprigionate in corpi mostruosamente grassi o scheletrici, quelle che ti facevano venire rabbia e tristezza, voglia di proteggerle e portarle via, quelle che un tempo pensavi di salvare dal mondo…. Era quello il mondo che le aveva salvate,Marta, e non era necessario il tuo intervento. Ora, Marta dimmi, chi salverà te?

Il Sogno- 2

E infine….
Sto scrivendo qualcosa, una lettera forse, a qualcuno che ancora non so. La cosa più importante per me ,ora, è dire che sto lottando,non tanto forse, ci provo….con la voglia di non vivere più, di dare giusta fine a questa angoscia che si è presa tutto ciò che avevo…..non tanto, in realtà non tanto.
Penso alla mia vita e mi accorgo che non la voglio ricordare, non la voglio nemmeno cambiare. Era destino che fosse tutta sbagliata…era destino? Aiuterebbe pensarlo. Forse potevo fare di meglio, forse c’è stato un momento, un giorno, un pensiero che avrebbero potuto cambiare la direzione del vento…..forse sì, ma io non c’ero. Certamente stavo aspettando che la mia vita trovasse un senso, e non sospettavo neppure che quello potesse essere il momento. O forse non c’è mai stato quel momento ed io sono un vaso vuoto, dove nel tempo sono cadute foglie inutili, ora marce e degradate. Ora le guardo e penso che quella sono io. Certo non voglio vivere, chi lo vorrebbe, al posto mio. Non mi sta aiutando il pensiero, non mi aiuta la passione e l’emozione…credevo fossero mie alleate. I pensieri sono di morte e di sollievo da tutto ciò che credevo fosse la mia vita, le emozioni sono lame taglienti, la passione è un fuoco inutile che non scalda….resta solo il profondo senso di sconforto di avere perso per strada qualcosa che ora poteva essere luce…..ma davvero l’ho perso ? Forse non l’ho mai trovato, ho cercato la felicità e la gioia e non ho capito che sono solo qualche attimo improvviso, non qualcosa che ci appartiene davvero. E quando torna il buio, vorrei che quel buio fosse per sempre. Voglio morire, voglio lasciare il pianto e l’angoscia, voglio lasciare questa vita che non mi piace, che detesto. E non credo di voler tornare. Cosa avrà, l’inferno, se c’è, di tanto peggiore? Caldo? Bene. E’ l’unica cosa che mi manca. Guardo i fogli, i libri ,i quaderni…. pieni di cose da fare, perché? Per riempire quale vuoto? Perché io possa pensare che sono utile, indispensabile? No, lo so che non è così. Nemmeno l’illusione mi può aiutare, nemmeno la paura di non esistere più, in nulla, né ora né quando tutto sarà finito e non ci sarà un ricordo che renda la vera immagine di me. Ognuno ne avrà una, che perderà subito, al primo raggio di sole. La bambina mi sta guardando, gli occhi tristi di chi non ha mai trovato il suo posto nel mondo, di chi ha voluto volare, ma a nessuno è piaciuto il suo volo…troppo alto, troppo basso, troppo…o troppo poco. E nessuno a cui chiedere la rotta, nessuno in grado di indicare la via. La bambina è sempre stata sola, questo era nel suo destino…. O forse è la bambina che non ha valore, non sa farsi amare per quello che è…una bambina che voleva guardare il mondo con i suoi occhi…ed ora è cieca. Una bambina che ha guardato una candela e ha pensato che quello fosso il sole. Che si è bruciata gli occhi con una piccola fiammella….perchè non si può guardare il sole. La bambina è morta, sola e cieca. Ora che posso fare io senza di lei?

Marta si svegliò di soprassalto, guardò distratta l’orologio, già sapendo che non era giorno, non lo sarebbe stato per molto purtroppo. Le quattro e quattro. Spesso le capitava di vedere i numeri doppi, e dentro di sé pensava che fosse un segno. Di cosa…? Forse qualcuno pensava a lei, forse uno spirito burlone le regalava ogni tanto un piccolo segnale di simpatia, la stava guardando e voleva che lei lo sapesse. Aveva sognato, solo sognato. Ma quelle erano parole sue, parole che sentiva profondamente, dentro di sé. Parole che fino ad ora erano stai solo pensieri, ed ora acquisivano forma e suono. Chi le pronunciava nel sogno? Non era la sua voce, era la voce di una donna, una voce calda ma stanca, una voce rassegnata e dolorante. La bambina è morta. Marta ebbe paura, era lei la bambina, lo sapeva. Che strana questa cosa, pensò Marta. Tutto il suo desiderio di morire aveva cambiato forma nel preciso istante in cui una voce, diversa dalla sua, le aveva descritto la sua morte, una morte del cuore, del sogno, della sua anima. Questo pensiero, così pressante, così assiduo, aveva cambiato sapore nel perdere la dimensione intima fino ad allora mantenuta. Era come se si fosse alzato un velo, sottile ma in grado di celare i suoi pensieri, il suo dolore. Chi sapeva tutto questo…… non i suoi amici, no, le sue amiche……Marta non si apriva mai così tanto, non poteva impedire ai suoi occhi grandi e profondi di esprimere, a volte, il buio cupo in cui precipitava, ma le parole del sogno non le avrebbe mai condivise con qualcuno, solo con lo spirito che da sempre la guidava. Le persone attorno a lei si fermavano sempre prima, al suo frequente sorriso, alle sue battute, alla leggerezza che esprimeva muovendosi, parlando, danzando. Per tutti loro Marta era una donna forte, una donna che aveva visto e capito tante cose, una che cadeva ma si rialzava, una persona coraggiosa e determinata. Accogliente, così tanto da sembrare, a molti, una persona di famiglia. Proprio lei, che non aveva famiglia. Che viveva sola, che dormiva, mangiava, forse sorrideva, sicuramente piangeva da sola. Marta pensò a sua nonna, ma non era la sua voce, non era così rassicurante e calda. Nessuno poteva dirle quelle cose, nessuno tranne lei. Non c’era rimprovero, solo tanta tristezza.

Il volo-3

Poi finalmente Marta capì. Distrattamente si passò la lingua sulle labbra e sentì uno strano sapore di sangue. Veniva dalla gola, aveva tossito poco prima. Si guardò il petto con gli occhi socchiusi, lo sguardo che utilizzava quando sapeva di dover vedere lontano. Vide il suo petto, dentro, pieno di sangue, rosso, vivo e pulsante….e capì. Marta non voleva morire, aveva solo visto la morte che stava arrivando, silenziosa, strisciante, come una serpe, come un ladro. E lei non aveva reagito, la aveva accolta e cercata, invocata quasi. Ma non era necessario, bastava attendere, come si fa con il treno, che per quanto in corsa si fermerà alla tua stazione.
“Ed ora” pensò Marta “come farò a dare un senso alla mia vita,ora che se ne sta andando da sola?”.
Si accorse che era attraverso la propria morte, voluta, compiuta, cercata che lei stava cercando il senso, il motivo, la bellezza della sua vita. Forse era quello l’ultimo, vano tentativo di essere lei stessa regista del suo film. Voleva decidere, almeno, il suo finale. Marta si alzò dal letto e guardò dentro il suo armadio,pieno di vestiti e povero di colori. Voleva vestirsi bene. Voleva vestirsi di veri colori. Pochi, pochi colori nel suo armadio, il nero, il bianco, il verde bosco….a volte qualche macchia di rosso,rosso sangue. “ Quanto sei prevedibile, si disse, sei come i tuoi vestiti, senza colore, senza passione, senza calore.” Ma quella non era la sua immagine, quello che le persone vedevano,quello che lei stessa credeva di essere….. per lungo tempo, fino ad ora,fino a quando era giunto il buio. Ancora quel sapore di sangue. Erano le 4. Erano le 4,44 per la precisione. I numeri sembravano inseguirla scherzosamente, come cuccioli vogliosi di coccole e baci. Marta guardò meglio e trovò quello che cercava, comodi pantaloni di cotone e una maglia aderente, le fasciava il corpo come un guanto. Erano verdi, è vero,ma un verde più brillante e caldo, chissà da quanto tempo erano abbandonati lì, in mezzo al nero. Marta decise di guardare l’alba. Erano mesi che la vedeva penetrare dalle fessure della finestra, mesi che la guardava come si guarda un nemico, qualcosa di fastidioso, pericoloso anche. Oggi sarebbe andata lei a cercarla. Uscì nel mattino guardando con stupore nuovo i colori.. non erano scomparsi dal mondo intero,solo dal suo. Prese la sua vecchia auto e cominciò a salire, verso la montagna, la sua antica, inamovibile, eterna montagna.
Quante volte, pensò Marta, quante volte era andata sulla montagna nel corso della sua vita. A prendere. A chiedere. A cercare. Questa volta voleva capire perché il dolore ci immobilizza, perché ci fa diventare l’ombra di ciò che siamo. Voleva andare, trovare lassù lo spirito sacro, quello che resiste e non ti abbandona, che è solo, a volte, molto lontano. Voleva essere sola, ma davvero sola, non in casa, sola con il suo mondo. Sola e basta, sola con tutti gli spiriti della montagna, quelli passati nei secoli, negli anni, nei giorni. O sola senza di essi, se loro non volevano. Marta era abituata a lasciare che il resto del mondo esistesse senza di lei, non voleva trattenere niente e nessuno. Si circondava di persone e animali lasciando sempre che fossero loro a scegliere se restare o no. Ma forse non è così che si fa, nessuno resta se non trovi il modo di legarlo profondamente a te e certamente questo era il prezzo. Questo pensiero visitava Marta già da un po’, ma lei non trovava soluzioni. Come si fa a legare qualcuno….soldi, contratti, ricatti , sensi di colpa… sì lo sapeva, avrebbe certamente saputo come fare. Ma Marta aveva scelto un’altra strada, Marta non si affezionava alle cose,alle persone o agli animali. Lei amava, e loro sarebbero restati per questo,o non sarebbero restati. Gli ultimi tempi aveva capito, nessuno ama abbastanza da dimenticare se stesso, i propri impegni, i propri bisogni, di qualsiasi natura. Nessuno ama e basta. Dietro ci sono contratti, soldi,ricatti, sensi di colpa. E l’amore è la parola grande, superba, che da un senso a tutto il resto. Ma è una parola vuota, che contiene soltanto la proiezione che ognuno da a ciò che vuole…per sé. Lo spettacolo da lassù era sempre straordinario. Ogni volta diverso, si vedeva il segno dell’uomo, squarci nel verde, canali smossi. Ma per la montagna non erano che piccole punture di insetti fastidiosi, lei, nel tempo, sarebbe sopravvissuta a tutti loro, nessuno sarebbe riuscito a trasformarla veramente. Marta pensava alla montagna come una vecchia saggia e a volte un po’ burlona, aveva potuto vedere ogni cosa, ogni bassezza, ogni emozione,ogni dolore,ogni segreto . Forse, tra sé sorrideva, annoiata o indulgente, forse a volte indignata. Ma tutto, tutto così lontano da lei, che sarebbe restata immobile e avrebbe visto ancora e ancora questi piccoli uomini vivere e morire, colorati dai sentimenti più vari, oppure senza,spinti soltanto da piccole frenesie. Che presto avrebbero trovato la loro giusta fine. Lasciò l’auto nel parcheggio e iniziò la salita. La conosceva bene, di solito la faceva con gli sci, da sola o con qualche amico. Perduto, come perduto le sembrava ormai tutto. Eppure Marta avrebbe giurato che quelli erano amici veri, lei li amava e li lasciava liberi di amarla, non aveva mai cercato di trattenerli….ma loro amavano soprattutto loro stessi, e come tutti, come ogni persona normale ora erano con altre persone, avevano trovato un legame, un recinto. Marta sorrise. Pensò al suo recinto, sempre aperto. Non avrebbe saputo se questo suo modo di vivere lo aveva scelto per restare sola,o sperando di non essere sola mai. Ci sono rapporti in cui la solitudine che si vive è lacerante, lei lo sapeva,aveva provato sulla sua pelle,quel poco che ne era restato, allora, quando era sposata.
Forse era stata la voglia di dimostrare a se stessa che davvero ci può essere un modo diverso di amare e dare la direzione alla propria vita. A volte le sembrava quasi di esserci riuscita. Non ora, mentre guardava l’orizzonte lontano. Ora era qui sola, non per il luogo, non per il momento. Sola dentro la sua anima. Sola nell’averci creduto. Sola nel non essersi arresa.

- 4- Nascere,,,incontrare la vita, e la gente intorno

Quando Marta nacque nessuno era contento.
Suo nonno voleva un maschio, come da tradizione contadina,braccia forti e poche parole. Le femmine erano sempre portatrici di tensioni e guai .
Sua madre non voleva un figlio, ma nel caso la sfortuna la volesse davvero perseguitare, almeno fosse un maschio. Le donne erano nate solo per soffrire e fare figli, soffrendo. Le donne erano una specie inferiore e irrazionale.
Suo padre non sapeva, era confuso e commosso più di ogni altro,ma la bambina le sembrava davvero bella. Solo, di solito, in casa funzionava tutto in modo più tranquillo quando sua moglie era contenta, quindi , forse, un maschio sarebbe stato meglio…forse. Poi pensò che quegli occhi non poteva averli un maschio, non avrebbe potuto mai…. Ma questo se lo tenne per sé.
Sua nonna la guardò perplessa…era lei, lo sapeva. Non era accaduto ad una delle sue figlie, e questo le era stato chiaro dal loro primo vagito, troppo stridulo e arrogante. Guardò la piccola bambina silenziosa davanti a lei. Aveva riconosciuto gli occhi, e la serenità di chi nasce già pieno di storia e di memoria. Urlava poco, guardava attorno e restava immobile, a sentire il mondo attraverso i suoi già sviluppati canali. Mangiava poco, dormiva poco. Era lei, lo sapeva. La guardò con infinita dolcezza e altrettanta tristezza. Povera piccola, incontrerai il mondo e non sarà facile, non lo è mai, ma lo sarà ancora meno per te. No, nemmeno lei,la nonna, la grande madre, era contenta. Sapeva già cosa avrebbe incontrato, quanto dolore, quanta solitudine, quanta delusione, quanta disperazione avrebbe visto, curato, preso su di sé, sentito nel cuore e nella pelle….. Ma ora era qui e lei l’avrebbe cresciuta come si doveva, perché oltre a questo destino difficile potesse avere anche le armi,per difendersi, per guarirsi, per guarire, per essere lei stessa nel cerchio dell’universo. Non era contenta per quella povera, tenera, bellissima bambina…..ma dentro di sé si sentiva risvegliare, scorrere il sangue forte e rumoroso, sentiva la mente leggera e di nuovo viva, piena di cose da dire, da ricordare….. Le guardò la mano, vide la linea obliqua che dal polso porta al mignolo.
“Ciao Marta, io sono Gena, avremo molto da dirci, quando imparerai a parlare. Anche prima piccola mia, anche prima.” La bambina non si mosse, ma il tocco della vecchia signora accanto a lei le regalò un sonno profondo, come ancora non le era accaduto nella sua breve vita su questa terra.

Marta cresceva poco, era piccola e minuta. Solo gli occhi sembravano enormi, larghi, scuri, due laghi profondi. Due pozze d’acqua immobili, che osservavano il mondo fuori. Due enormi ambre sotto il sole, con striature giallo ocra. Due fuochi di vita quando si muovevano con interesse o provavano emozioni. Aveva capelli così neri da sembrare ebano, con riflessi blu sotto la luce. Marta era già particolare, nell’aspetto, nello sguardo. Non passava inosservata nel piccolo paese, e questo non sarebbe successo mai, nel percorso a ostacoli della sua vita. A volte Marta avrebbe tanto desiderato che ciò accadesse, ma non accadde mai. Per questo Marta iniziò a cercare e trovare posti isolati,posti dove nessuno l’avrebbe notata,posti dove lei era solo lei, dove nessuno avrebbe guardato con ognuno dei tanti sentimenti che incontrava e sempre avrebbe incontrato nella vita. Ammirazione, invidia, gelosia, desiderio, curiosità, pregiudizio, dispetto, rispetto, amore profondo e amore malato. Ma mai una riposante, sana indifferenza. Marta amava i posti selvaggi, scomodi, lontani e inaccessibili. Eppure, lei lo sapeva, nel profondo del suo cuore,la sua era una vita il cui senso non era la solitudine, l’isolamento, la compagnia di sé. Il suo compito era portare il dono, parlare e curare le persone, amate o sconosciute, vicine o lontane, amabili o aride , che la amavano o che l’avrebbero uccisa. Questa consapevolezza cresceva piano, dalle mezze frasi della grande madre, dalle immagini che vedeva con la mente, in sogno,ma non solo. Da qualcosa che lei sapeva, ma non aveva ancora imparato. Un giorno,Marta, un giorno, le sussurrava la grande madre.
Marta non aveva amiche. Troppo bella vicino a loro, troppo silenziosa e profonda, troppo diversa. Marta trovò riposante crescere con gli animali, con i ragazzi, un po’ animali come lei. Si chiedeva spesso perché…..di tutto, di niente, del dolore, della luce del sole…….studiava tanto, imparò tanto e si diede tante risposte, e tante, tantissime non le trovò…. Un giorno, Marta, un giorno, sussurrava la grande madre. Era diversa, e questo era difficile da accettare per una gente semplice, dove essere uguali è una certezza e un riposo, ma stranamente tutti la amavano. Marta sorrideva e ognuno si sentiva un po’ meglio. Marta saliva sulla montagna e parlava da sola al cielo, ma nessuno voleva biasimarla per questo, certamente qualcosa di bello, di giusto, di utile sarebbe accaduto. Marta era strana,come un bellissimo pappagallo variopinto in uno stormo di cornacchie, ma a nessuno sembrava ingiusto che lei fosse lì, e ognuno,a suo modo, andava a succhiare il seme della vita da quella pianta nata per sbaglio in un luogo dove lo spirito sembrava un deserto.

Essere- 5

Il fuoco stava prendendo forza, il suo calore, il suo colore stavano riempiendo l’aria, l’odore era profumato, pieno di fragranze e si sentiva l’aroma speziato della legna secca, di piante e fiori. Marta come sempre lo guardava, affascinata da quello spettacolo così unico, straordinario e allo stesso tempo consueto per lei. Marta era nata vedendo cose inusuali, di un altro mondo. Marta aveva sentito sempre il mondo invisibile, lo sentiva dentro, accanto, nei sogni, nei desideri, nelle cose di ogni giorno. Sentiva la forza e la fragilità di questo mondo. La forza, quando le sue mani, i suoi occhi vedevano, mutavano il corso degli eventi e dalla sua mente, attraverso una sapienza molto più antica della sua, nascevano fatti nuovi, nuove possibilità. La fragilità, quando il dolore del mondo sembrava tutto sulle sue piccole, delicate spalle. Marta guardò attorno a sé. Sorrise, i volti che vedeva erano volti di persone che amava, che erano da tempo nella sua vita. Volti, esseri, che arrivavano nella sua casa, che vi restavano come si resta su uno scoglio quando il mare è in tempesta, dove si torna per essere al sicuro. Che si rivolgevano a lei per ogni inquietudine, ogni piccola o grande domanda. Volti, esseri che la amavano, che la rispettavano e a volte la temevano, come si fa con un essere amabile ma diverso, che non si può conoscere e amare fino in fondo, perché una parte di quell’essere appartiene ad un mondo sconosciuto e forse temibile, lo sapevano. Non sapevano come, nemmeno quando, ma era diversa e lontana, nonostante la vicinanza, nonostante la cortesia, nonostante la profonda intimità che lei sapeva suscitare con tanta spontaneità e leggerezza. A lei avevano dato le loro più intime, profonde fragilità, e a volte questo la rendeva lontana, non vicina. Non è facile amare chi conosce la nostra profonda natura. Marta lo sapeva, sapeva quanta sottile ostilità provoca l’essere esposti, nudi, davanti agli occhi di chi vede attraverso, dentro. Sapeva, da sempre, che questo era il prezzo. Poteva sembrare un grande potere, ma era soltanto una profonda, irreversibile condizione di solitudine,la più profonda, la più vera, quella che appartiene alle persone tanto volute e tanto amate. Da lontano, da fuori. Marta avrebbe voluto un giorno poter esprimere il solo, unico desiderio, essere amata, solo amata. Così com’era, fragile, volubile, dispersa nelle cose del mondo reale. Era strano come lei, così profonda, così capace di comprendere i segreti, i moti più profondi dell’anima e del pensiero, del dolore e del desiderio, sapesse muoversi malamente nel mondo reale. Era con gli occhi dell’anima che Marta comprendeva, più che con il ragionamento e il pensiero. Le dicevano che era intelligente, capace. Ma non avrebbe superato nessuna prova, nessun esame senza la vista dell’anima. Marta ascoltava le voci attorno al fuoco, i silenzi, li vedeva danzare nell’aria. Sempre c’era un momento di assoluto silenzio, il momento vero e importante del rito, quando le menti tacevano e solo l’energia di ognuno ascoltava se stessa e quella degli altri,che scorreva attorno. Marta sapeva che quello era per lei l’istante in cui la porta era aperta, scorreva il fluido e poteva chiedere, volere, avere. Mai per se stessa, ma in fondo per se stessa, per le persone importanti, per desideri, o bisogni importanti. Nel gruppo qualcuno, come sempre riprovò a parlare, ridere, riprendeva pian piano il vocio. Nessuno poteva reggere tanta energia, la parola era necessaria, la sola che poteva spezzare l’intenso potere del fuoco. Marta sapeva anche questo, non si opponeva, anzi, aiutava ognuno ad uscire dalla profondità del mondo invisibile e per farlo usava l’ironia, la dolcezza. Guardava il cerchio e forse sapeva dove li avrebbe portati il fuoco. Ma lo teneva per sé, come ogni cosa davvero importante. La sera proseguiva, la notte arrivava profonda, ognuno di loro sarebbe andato, a casa, di nuovo alla propria vita. Avevano lasciato la loro zavorra, di desideri, di bisogni, di incertezza. A lei,che restava sola con il mondo invisibile, perché ogni emozione, ogni necessità potesse trovare il suo posto, la sua evoluzione, la sua fine. La tristezza era la sua prossima compagna. Marta avrebbe voluto qualcuno che la abbracciasse dopo tanto impegno, sentiva i muscoli dolere, sentiva la mente sfinita e dispersa nell’aria attorno. Qualcuno che la tenesse stretta a sé, che volesse prendere, ricevere la sua intensità. Che la facesse finalmente rilassare, che l’aiutasse a sentire la leggerezza dell’aria, il tepore del fuoco. Forse era accaduto, un tempo lontano. O in un’altra vita, chissà. A Marta sembrava a volte di aver sentito la sintonia, la vicinanza profonda con un’anima amata. Ma la sensazione svaniva, un attimo, solo un piccolo istante senza sentire, di nuovo, tutto il silenzio del mondo. Gli abbracci erano svaniti, i baci, le promesse, le parole. Ognuno ritornava a se stesso. Ci sarebbero stati altri momenti, altri fuochi. Il mondo invisibile era tutto ciò che restava, una immensa ricchezza, un volo infinito dell’anima, che non poteva essere condivisa, che non poteva essere capita. Che le riempiva le membra, che sembrava scaldarle ogni piccola cellula, ogni emozione. Ma quella profonda tristezza sembrava ricordarle che nulla di tutto questo era l’amore che Marta desiderava, la donna che era dentro di lei aveva bisogno solo di una carezza, di baci profondi e assoluti. Marta non li avrebbe avuti,lo sapeva, e qualcosa, dentro, si spezzava ogni volta.

Volare- 6

Marta era ormai sulla montagna, il fiato corto per la salita, ma l’energia che di nuovo la pervadeva sembrava muovere le sue gambe, il suo corpo ancora flessuoso e sciolto verso la meta. A volte si guardava, si guardava vivere, e spesso questo le strappava un sorriso. La sua era stata una vita strana, intensa. Aveva avuto e perso davvero tanto, cose, persone, animali, momenti, rapporti, emozioni,dolore, e attimi di assoluta, straordinaria allegria e felicità. Spesso seguita da rovinose cadute. Ecco, forse era questo ciò che era davvero accaduto, non una vita priva di tutto ciò che aveva desiderato, solo l’incapacità di trattenerlo, di fermare nel suo giardino, nella sua vita ciò che davvero voleva. Il suo recinto aperto lasciava che ognuno potesse entrare, uscire. Ma forse, qualcosa, qualcuno Marta avrebbe voluto tenerlo vicino. Nei soliti modi ,come di solito si fa. Come a lei, per qualche arcano motivo, non era concesso. Marta guardava sotto il vuoto, sentiva un senso di vertigine e di confusione. Dalla montagna tutto sembrava diverso, piccolo, anche un po’ ridicolo. Il mondo, il suo mondo, quello dove lei viveva ogni giorno, dove parlava, discuteva, sorrideva, amava, piangeva, tutto era piccolo, ridotto a poco più di una cartolina. Solo il cielo sembrava ancora più immenso. Marta si fermò, aveva un posto quella montagna che lei pensava suo,e lo era. Ogni volta che era salita lo aveva occupato come si fa con qualcosa di proprio, come l’aquila con il suo nido. Le era capitato che qualche volta fosse occupato da altri, turisti. Per poco, pochissimo tempo. Chi si era fermato in quella nicchia sentiva a quel punto una certa inquietudine, il posto non era più lo stesso, sembrava inospitale e sopraggiungeva, stranamente, ma pressante, la voglia di continuare il cammino. Marta lo sapeva, aspettava che questo accadesse e andava ad occuparlo. Quella mattina, così presto e così fuori dalla stagione consueta, la montagna era sola. Come me, pensò Marta. Siamo qui sole ed ora insieme a te dovrò capire alcune cose, dovrò sentire la profondità e la grandezza del mio dolore, poi decideremo che farne. Marta guardò le pietre a lei così care e conosciute, silenziose. Chissà quante cose avevano visto, sentito. Forse lì qualcuno aveva pianto, qualcuno pregato, qualcuno forse aveva fatto l’amore, aveva amato, aveva tradito. Marta guardò il fondo del precipizio, intimorita, come sempre, da tanta profondità. C’è un momento, sempre, nella vita, in cui il vuoto abissale dello spazio sembra chiamarti, come un grande utero che ti riaccoglie dopo il lungo e tortuoso viaggio della vita. Marta era andata sulla montagna senza sapere con certezza cosa vi avrebbe trovato. Aveva salito la Torre della sua vita, dall’infanzia alla giovinezza e sapeva solo che desiderava guardare giù, in fondo. Qualcosa si era spezzato, decisamente la sua armatura, la sua struttura si era sgretolata e lei non sapeva se fuggire e tentare di salvarsi o crollare insieme a tutto ciò che era stata, tutto ciò in cui credeva, che viveva e trasmetteva ad ognuno che le era vicino. Quello che le martellava nei pensieri era una domanda a cui, lo sapeva, nessuno avrebbe dato una risposta per lei esauriente. Guardò giù, quei piccoli sassi che si vedevano, che da lì sembravano innocui ,erano in realtà grossi macigni, le avrebbero spappolato la testa e il corpo senza possibilità di uscirne viva, fortunatamente.
Ma la montagna si poteva anche scendere dolcemente, respirando con la profondità di tutto il corpo quell’aria così rarefatta, pulita, incontaminata. Guardando lontano, le piccolezze del mondo, quelle piccole macchioline che forse erano le tarme che stavano divorando la sua anima, le persone che l’avevano delusa,tradita. Forse era tutto troppo piccolo per decidere che proprio quello spettacolo era l’ultima cosa che i suoi grandi occhi avrebbero visto. Marta guardò con gli occhi della mente il sangue nella sua gola. Non era una malattia comune, poteva essere mortale, avrebbe dovuto lottare per vivere, e lei sapeva che in altri momenti avrebbe distrutto ogni male, battendosi da vera guerriera. Ma altri momenti non avevano quel sapore, quell’odore. Marta guardò di nuovo il precipizio, poi il cielo. Aveva sempre deciso cosa fare di sé, sbagliando spesso, pagando ogni errore. Aveva amato persone che non avevano capito la sua natura, la sua bellezza,che si erano fermate ai suoi occhi grandi, ai suoi capelli splendenti di sensualità, al suo corpo sinuoso e perfetto per l’amore. Aveva amato sapendo bene che sarebbe stato con dolore, ma senza tirarsi indietro, mai. Credeva che l’amore valesse la pena. Ora capì che la pena può essere la perdita di sé, di sopravvivere alla delusione, fino alla disperazione. Marta pensò che in fondo non era solo questo, aveva perso la voglia di essere ciò che era, in ogni pezzo della sua vita. Non riusciva più a reggere tanta notte. Chissà se l’amore, invece di aiutarla nella sua distruzione, avrebbe potuto salvarla. Chissà se quel germoglio delicato e distruttibile chiamato amore avrebbe avuto tanta forza, tanta potenza da aiutarla a ritrovare la strada. Ma Marta sapeva che questa risposta non l’avrebbe avuta mai, e sorrise, mentre volava nell’ultimo luogo che avrebbe raccolto ciò che era, tutto ciò che era, il suo corpo, il suo spirito, la sua anima, la sua sapienza e la sua fragilità. E quel temuto male che per qualcuno poteva essere fonte di grande preoccupazione, lotta , dolore. Quel terribile male che per ogni persona rappresentava un martirio, un nemico da sconfiggere, qualcosa da cui era naturale,era giusto, era etico fuggire….. Marta sorrise, pensando che per rendere impotente un male come quello era sufficiente volare.

2 commenti

  • marianna scrive:

    mi sono sentita tante volte così…ma non avrei saputo dirlo, ed ora so cosa ho sentito. Quella voglia di morte, che solo la morte ci allontana.

  • Francesco scrive:

    vero… una sensazione familiare, in qualche momento, eppure così assurda quando la vita ci scorre davvero dentro…
    ma quello che mi ha colpito del racconto è che è non tanto una storia di una morte quanto quello di una vita, dipinta con le parole in ogni sua sfacettatura, ogni suo attimo, compreso quello finale, anche se solo accennato… veramente intenso, ed emozionante… grazie!

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