inedito – “Sandra e marco, le vie del destino” (IL CARRO) di Antonella Parrocchetti
Sandra e marco, le vie del destino (IL CARRO)
La strada della luna crescente- 1
Sandra si svegliò di soprassalto, erano le 7.30,doveva alzarsi. Alle 8 Marco la aspettava sotto le scale di casa sua, non poteva arrivare sempre in ritardo. Forse aveva ragione Marco a dire che lei pensava solo a sé. Ma non era vero, Sandra sapeva quanto questo non fosse vero. Il vero problema, pensava, è che sono stata sempre sola, nei pensieri, nel tempo, nello spazio. Sandra aveva di sé questa percezione, un’isola. Una piccola, selvaggia isola cui solo Marco aveva,qualche volta, accesso. Sandra si lavò velocemente il viso e si mise un po’ di rossetto. Trasparente, leggero. Ma le piaceva dare alle sua labbra una più marcata evidenza, le sue labbra erano così belle, così carnose e sensuali. Non troppo, no, ma erano labbra che riuscivano a parlare, anche chiuse.
I ragazzi volevano baciarle, forse anche Marco… sicuramente anche Marco. Ma Sandra non l’avrebbe permesso, non ora. Voleva essere libera, sempre, bastare a se stessa, proprio come un’isola dove la vita , la ricchezza che contiene,è un dono che nessuno ha portato. O permesso. Dove lei era ciò che voleva essere, ciò che aveva scelto di essere e non doveva niente a nessuno. Solo Marco…..lui no, non era così lontano, da lei, dalla sua anima. Tanto diverso da lei, così rumoroso,così istintivo, superficiale a volte, ma con dentro un mondo incontaminato e una tenerezza che lui non poteva sapere, immaginare, mostrare. Solo a lei, ed era il loro segreto. Uno dei loro segreti, uno dei tanti. Marco, così bello, con occhi verdi e dentro pagliuzze dorate, con selvaggi riccioli castani, biondi in estate. Marco che era l’unico a scaldarle il cuore, che sembrava ogni tanto arrivarci. Doveva sbrigarsi, era tardi, dovevano andare a scuola, insieme. Sempre insieme, a piedi, in bicicletta. Insieme con la slitta, con i pattini, con gli sci. Insieme nelle lunghe passeggiate a cavallo. A scuola, nei boschi, sugli alberi, lungo i fiumi, al mare, sulla montagna, nelle vaste vallate con l’erba alta, o con il fieno appena raccolto e il suo intenso, unico odore. Sempre insieme, con la semplicità di ciò che è così, naturalmente, senza motivo. Sandra uscì di corsa, volò lungo la grande scalinata che dalla sua casa portava in strada, volò sulle spalle di Marco, incitandolo al galoppo, vai cavallo…..e risero di quel saluto che significava “ciao, oggi tutto bene, oggi sono felice e pronta a tutto, agli scherzi, alle discussioni, alle liti furiose e ad aiutarti, se vorrai”.
Marco era in fondo alle scale, aspettava lei,la sua gazzella, la sua amica, la sua unica, sola, vera amica. La sentì arrivare, di corsa, e rimase a guardare la strada, aspettando di sentire il suo salto, potente ma leggero,sulle sue forti spalle. Non la vedeva, ma sapeva con assoluta certezza i suoi movimenti, agili e veloci. Era un gioco, uno dei loro giochi,sarebbe montata sulle sue spalle e lo avrebbe incitato al galoppo, e avrebbe riso, e i suoi occhi avrebbero avuto quella luce speciale, quella luce che lui amava tanto, che lo faceva sentire migliore, in pace col mondo. Marco non sapeva cosa provava per Sandra. Una sorella? Un’amica? Un’anima gemella? Forse tutto questo, forse anche di più. A volte pensava che solo lei facesse la differenza, tra vivere una vita e vivere la sua vita. Eppure a volte era così lontana, inaccessibile, a tutti, anche a lui. E allora, solo allora, lui si sentiva solo. Marco chiuse gli occhi e decise di non pensare, di vivere questo giorno e basta. Quando si hanno 15 anni non c’è passato, non c’è futuro, è tutto oggi, è tutto presente, è tutto ora. Ed ora lui la prese per mano, come ogni giorno, quando era triste e sembrava chiusa come un guscio di tartaruga, quando era allegra e sembrava che il sole nascesse nei suoi occhi. Oggi sarebbe stato un giorno felice, Sandra stava parlando, concitata, stava raccontando un sogno, uno dei suoi sogni. Lui temeva i suoi sogni, erano sempre così dannatamente reali, a volte crudeli. Ma in realtà non ascoltava le sue parole, ascoltava la sua voce e per un attimo pensò che desiderava con tutto se stesso di poterla ascoltare per tutta la vita. Sandra con uno scatto veloce corse avanti, ridendo, doveva prenderla se ci riusciva. Ma come faceva a correre con quelle scarpe, questo Marco non l’avrebbe mai capito. Era la sua gazzella ora, agile e leggera, il suo corpo minuto sembrava muoversi in una danza naturale, aveva movimenti armoniosi, ed era bella, bella come un fiore selvatico, bella senza motivo, senza volerlo. Le donne che riempivano la sua camera, sulle riviste, nei giornali, che lo facevano eccitare nelle sere, da solo o con gli altri amici, quelle erano splendide, formose, eccitanti. Sandra era bella in modo del tutto diverso, era qualcosa che veniva da dentro, e quando c’era lei, nessuna era bella davvero. In qualche modo Marco pensò che Sandra sarebbe stata sua, per sempre, e avrebbe capito, nel tempo come fare. Perché ora, lui, non sapeva proprio come fare, sapeva domare un cavallo, sapeva catturare i serpenti, sapeva addestrare i cani. Sapeva persino addolcire il cuore di sua madre, dopo ogni disastro compiuto. Ma come poteva legare a sé una farfalla colorata e libera, senza farla morire in un giorno? Marco con uno scatto veloce la riprese, entrarono a scuola correndo, il solito trambusto, le grida del bidello, l’insegnante che rimproverava, gli altri ragazzi che ridevano, pensando che quei ragazzi, così belli, così folli, erano qualcosa di magico, qualcosa che nessuno di loro avrebbe provato. Certo erano tutti amici, da sempre, nati e cresciuti a poche centinaia di metri, compagni di gioco, di studio, di vita. Ma ognuno di loro, pur nutrendo per Sandra e per Marco una amicizia profonda e sincera, provava un senso di esclusione, di gelosia, di invidia. Non per lui, non per lei. Per loro, che erano qualcosa di unico, un’alchimia.
IL sogno- 2
Sandra stava guidando senza nemmeno guardare le strade tortuose a lei così familiari. Erano le stesse, sempre le stesse. Arrivò giù alla fattoria, dove Marco viveva, lui, i genitori, la sorella, i cavalli, l’asina Adele e il Sig, Flyn,il cane pastore che era il vero guardiano di quell’insieme di animali e persone. Domani, domani era il giorno, si sarebbero sposati, la casa accanto a quella abitata dalla famiglia di Marco, un vecchio fienile ristrutturato, era finita, arredata, già piena delle sue cose e bellissima.
Sandra era serena, sentiva nel cuore che stava completando un bellissimo quadro, uno dei suoi quadri, pieni di azzurro, bianco, turchese, e tutte le tonalità del verde. Sentiva, dentro di sé, che stava componendo un arco di cielo, dove certamente, dipingendo, sarebbe stato necessario inserire qualche nuvola, ma passeggera, questo lo sapeva per certo. E non troppo scura, solo un po’ imbronciata, certamente non in grado di togliere a quello splendido paesaggio il messaggio chiaro e inequivocabile che quel posto era toccato dalla magia, dall’amore, dalla felicità.E i temporali, se ci fossero stati, avrebbero donato al cielo una lucentezza maggiore e aperto nuove possibilità.
Sandra scese dall’auto, ed entrò subito nella grande stalla, dove i cavalli riposavano, nei loro box, pazienti e ruminanti. Quell’odore di cuoio, di animale, di fieno, quel rumore regolare e ripetitivo erano per Sandra qualcosa di antico, ancestrale. Le sue endorfine si svegliavano e iniziavano a circolare regalandole ogni volta una sensazione di godimento quasi fisico. Quale straordinaria magia era quella sensazione di essere tutt’uno con quel luogo e il suo odore; negli occhi dei cavalli c’era un guizzo di riconoscimento e la solita, ineguagliabile luce di chi è un essere libero, nonostante l’esiguo posto, nonostante le sbarre e i cancelli di ferro battuto. Sandra si sentiva un po’ così, ormai aveva deciso, avrebbe avuto anche lei il suo recinto, ma avrebbe mantenuto lo sguardo fiero di Elga, la cavalla baia che lei amava con infinita passione. Salutati ad uno ad uno i cavalli e l’asina Adele uscì e si incamminò verso casa, casa sua ormai. Non c’era nessuno, la casa non era solo vuota, era diversa, non c’era la sua roba lì ad accoglierla, non c’erano Marco, non c’era sua madre, che la guardava sempre come si guarda un arcobaleno, con stupore e meraviglia. Perché le sembrava un sogno che quel figlio così folle e agitato avesse avuto l’unica idea saggia dal giorno della nascita, sposare lei,la dolce Sandra, come era giusto, come ognuno, nel paese, sapeva da quando erano in fascie e già sembravano essere uniti contro il mondo, il resto del mondo. Sandra ebbe un istante si smarrimento e iniziò a piangere, prima piano, in modo interno, quasi sommesso, poi a singhiozzare, e nella vallata isolata e silenziosa, quell’urlo del cuore sembrava venire dal cielo.
Sandra si svegliò piano, stava piangendo, il cuscino bagnato diceva che il pianto era stato copioso e lungo. Non sapeva da quanto piangeva, ricordava il sogno, lo ricordava così bene che le sembrava di sentire l’odore della stalla, ed Elga che la chiamava.
Sandra si era sposata, era già un anno e aveva un bambino, un cucciolo bellissimo e dolce. Marco invece era rimasto per ben due anni a svolgere il servizio militare,nei Parà. Solo qualche tempo diceva, poi ritornerò a casa. Quello era un posto adatto a lui, buttarsi nel vuoto rischiare la vita era qualcosa che Marco aveva sempre fatto, fin da piccolo, negli anni dell’adolescenza soprattutto. Da solo , ma molto spesso con Sandra che lo seguiva, poco convinta, ma lo seguiva, per non lasciarlo indifeso in quel tentativo profondo di estinguersi. Sandra si era sposata, giovane, e Marco aveva rischiato la consegna militare per essere a casa quel giorno. Il permesso era arrivato solo la sera prima, ma lui aveva deciso di andare comunque, non poteva mancare, non l’avrebbe lasciata sola. Anche se Sandra non sposava lui, non l’avrebbe lasciata sola, mai. Sandra tentava di smettere quel pianto inaspettato e comunque tardivo, che arrivava potente come un uragano. Per dirle cosa, cosa di tanto nuovo che non avesse già capito da tempo? Ci sono momenti, piccoli, inutili momenti, in cui la vita cambia completamente il suo percorso, il tuo percorso, e tu non lo sai. Si alzò piano, per non svegliare l’uomo che respirava rumorosamente al suo fianco, lentamente si trascinò nella cameretta dove dormiva il suo bambino. Lo guardò dormire, era sereno, immobile. Ascoltò il respiro, regolare e leggero. Aveva paura, a volte , di trovare il corpo immobile e fermo, senza respiro. Aveva paura di non aver fatto tutto ciò che doveva, di non essere in grado di proteggerlo, di tenerlo in vita. Sandra non parlava a nessuno di queste paure, continuamente si sentiva dire che era troppo giovane per essere madre, che era una monella che di colpo era diventata madre, senza imparare ad essere una donna. Era vero, probabilmente,ma quando si impara ad essere madri? Esiste un corso, o un’età precisa? O esiste la certezza, la sola e unica certezza che quel piccolo essere è quanto di più prezioso e caro tu abbia mai potuto immaginare, che ti svegli quando lui si sveglia, che produci latte quando lui ha fame e che sai, sempre, in ogni momento, se ha bisogno di te. Sai, senza saperlo,che abita nella tua anima e che per questo, solo per questo, non sarai mai più sola. Sandra si chiese, ancora una volta, cosa la aveva convinta, o forse costretta, o semplicemente ingannata nel percorrere il sentiero che aveva intrapreso. Si rivide su un carro, condotto da due cavalli, che arrivava al galoppo su un bivio. E, non avrebbe saputo dire come, né quando, ma il carro aveva preso una direzione che lei ora non ricordava di aver deciso, che non sapeva dove l’avrebbe condotta, non riconosceva la strada e sentiva nell’aria il freddo gelido della paura. Guardò il suo piccolo, tenero bambino e pianse ancora, per sé, per lui, per il viaggio che li attendeva, loro due, soli. E in fondo, davvero in fondo alla sua anima, pregò la Dea di tutte le madri, di non lasciarla sola, di non permetterle un nuovo errore quando il carro sarebbe arrivato al prossimo bivio del lungo viaggio.
La strada della luna piena -3
Marco guardava la donna che si stava alzando dal suo letto, dentro di sé avrebbe voluto accelerare i suoi movimenti, essere in grado di portarla in un luogo lontano, di poterla già dimenticare. Ma aveva imparato che per qualche ora di piacere ed estasi dei sensi, o forse solo di oblìo dal mondo, era necessario un lungo, fastidioso rituale. Per questo, a volte preferiva gli uomini, più essenziali nel raggiungere un comune obiettivo, coscienti,come lo era lui, che dopo era solo l’inizio di altro. Marco non capiva perchè ogni donna che incontrava pensava di essere giusta per lui, quella che, finalmente, lo avrebbe aiutato a mettere la testa a posto. La sua testa non aveva alcun bisogno di essere a posto, non lo era stata mai. O forse era sempre al suo posto, solo suo, che non avrebbe condiviso con nessuno. Era un’isola, dove approdavano le persone, le passioni, i sogni, le emozioni, gli inganni, il dolore e il rimpianto, i ricordi e lo stordimento, ma che sarebbero ripartiti al calare della notte o al primo bagliore rosa del cielo. Nessuno poteva restare sull’isola, il posto accanto a lui era da sempre occupato. Marco non si sentiva solo, non ne aveva il tempo. Aveva scelto la vita che voleva, il lavoro che voleva, donne, uomini, tanto di tutto per placare quella sete che proveniva dal profondo dell’anima, che lo avrebbe certamente ucciso se non fosse stata nutrita. Non amava pensare al passato, fuggiva dai ricordi con la sua consueta, gioiosa risata, pronto a scattare e picchiare per qualsiasi piccola ferita inaspettata che lo riportava a sfiorare tutto ciò che era stato accuratamente sepolto, esportato dall’isola, dimenticato. Sandra aveva la sua tenerezza, solo lei. Non la sua potente sensualità, non la sua dominante personalità. Con lei Marco era nudo, esposto, semplice. Con lei svanivano gli schemi, i programmi, i preconcetti. Marco sentì il rumore venire dal bagno e cominciò a vestirsi, ad affrontare tutto il discorso dei saluti, cercando di prepararsi perchè potessero essere il più definitivi possibile. Non c’era posto lì con lui nell’isola. C’era posto al bar, nelle discoteche, nel suo letto…un sacco di posto nel suo letto. Ma lì sull’isola no, e se c’era , era da sempre occupato. Non poteva sostituirla, ci aveva provato, in tutti i modi, con mille persone. Ora aveva capito che le persone non si sostituiscono come le sue belle auto, o gli sci… non quando abitano nell’anima. Se non fosse per Sandra, pensò, non sarei nemmeno sicuro di averla un’anima.
Ma lei ora era in un altro posto, in un’altro mondo. Vicina, la stessa quando si abbracciavano, andavano a cavallo, quando lui non poteva resistere oltre e andava da lei, a parlare per sere intere. Distante, come qualcosa che è stato parte di te ed ora non è più tuo. Sandra era ancora bella, forse meno luminosa, meno armoniosa nei movimenti. Aveva gli stessi occhi profondi, troppo spesso velati di immensa tristezza, una malinconia così profonda che si ci poteva annegare. Lui questo lo sapeva, lo vedeva dentro. Non da lei, lei avrebbe continuato a regalare a tutti il suo bel sorriso. Cosa aveva perso Sandra di così importante da cambiarle lo sguardo? da cambiarle addirittura il passo? Marco le faceva conoscere le sue nuove amiche, quasi tutte. Lei rideva per ore, lo insultava per alcune, lo deplorava per altre. Alla fine Marco non le portò più , non facilitò più gli incontri, che restarono solo casuali. Ma non perchè lei rideva, o perchè la sua ironia lo infastidiva. Marco amava l’ironia di Sandra , amava anche quella piccola velata punta di gelosia che si poteva solo intuire. Aveva sempre nuove donne, di ogni colore, di ogni tipo, di ogni età. A lui sembravano belle, interessanti, piacevoli. Ma nessuna donna restava bella, tanto meno interessante quando nella stanza entrava Sandra. Lui capiva che non era solo un fatto fisico, ma quell’insieme di cose che non sai spiegare, finchè non noti la differenza. E non le portò più, per non dover riflettere e farsi delle domande, a cui non credeva di poter dare risposte accettabili. La sua era una vita troppo piena per fermarsi a pensare, aveva scelto di correre solo, un lupo solitario che non vuole e non trova la compagna. Rivide per un istante gli occhi di Sandra, occhi in cui certi giorni sembrava sorgere il sole.Erano cambiati, ma forse solo in superficie. Forse se lui non l’avesse lasciata andare……poi non ci pensò più, non pensò ai come e ai se, insetti inutili, inarrestabili, punte amare del nostro destino. E si sforzò di non sentire quel nodo che gli stringeva lo stomaco.
Sandra scendeva dalla collina che l’avrebbe condotta a casa. Una bella casa, un buon lavoro, vacanze da sogno, salute, una bellezza che non sfioriva, soldi….cosa poteva volere di più?
Sandra oggi era un’isola, chiusa sul mondo. Aveva percorso il sentiero più giusto, quello delimitato dal confine, la strada maestra. Sorrise tra sè, quando mai lo aveva fatto nella sua breve, intensa, vera vita? Quel pezzo di vita in cui ancora si sentiva libera e selvaggia? Anche ora difendeva con coraggio certe sue scelte, certe piccole aree di libertà. Ma poi aveva ceduto, aveva ricompattato tutto, desideri, opportunità, posizione sociale, sicurezza, ricchezza. Poteva non chiedersi se quella situazione così perfetta lo era davvero o era solo una perfetta finzione? Cosa avrebbe trovato, scavando, che dico, solo guardando a fondo? Voleva farlo? Questi erano i momenti in cui voleva Marco vicino, lui era vento, vento potente che scardina e dissolve e non chiede scusa. Lui era la sua vera natura, ora depositata accuratamente dentro una gabbia dorata, dove lei moriva di fame, di sete, di passione, d’amore. Aveva tutto, ma stava morendo come una donna africana rimasta sola, senza un uomo che si occupasse di lei. Certe tribù africane uccidevano le vedove per non lasciarle morire di stenti. Stranamente non desiderava condividere questa sua sofferenza con Marco, sarebbe stato come volerlo ricondurre a sè, rifare quel pezzo di strada che un tempo avrebbero potuto percorrere insieme. Vi erano giunti guidando il carro della loro giovane vita, ma la velocità era diversa, il colore del cielo e l’orizzonte avevano sfumature e distanze diverse. Voleva che almeno lui restasse incontaminato dalla delusione e dal profondo dolore che ora la sopraffaceva, voleva pensarlo la sua isola felice, dove ogni tanto si azzardava ad affacciarsi, per poi chiudere di nuovo ogni serratura. La sua brezza leggera poteva entrare senza rumore e lei poteva non essere in grado di resistere.
L’incrocio- 4
Marco si svegliò all’improvviso, lei era lì, era entrata nella sua stanza e sorrideva. Ma come era entrata…poi ricordò, ognuno sapeva il posto segreto della chiave di casa dell’altro, c’erano state serate in cui era necessario essere riportati a casa da mani fidate e amorevoli. Mio Dio, ma come era messo, che aveva fatto prima di arrivare nel suo letto, chissà cosa stava guardando ora lo sguardo ironico e giocoso di Sandra. Cercò di ricordare le sue ultime ore ma sentiva solo un male feroce alla testa, certamente aveva bevuto, sicuramente…poi? che aveva fatto poi? Ma lei sorrideva e stava parlando di un sogno, gli stava prendendo la mano e Marco sentì i brividi lungo la schiena, la gola secca e forse per una volta nella vita non seppe che dire. Sandra si muoveva con la sua solita grazia, la sua camera era stata per lei una sua seconda casa e certamente sapeva dove era ogni cosa. Ma non fece molti giri e Marco la vide togliersi la tuta, quella verde, quella che usava quando andava nel bosco a parlare con gli elfi. Sandra veniva da lì dunque, non da una festa, non era ubriaca o incapace di trovare la strada di casa. Marco per un attimo dimenticò il feroce mal di testa, l’imbarazzo e sorrise tra sè. Erano i loro momenti più belli, quando restavano soli dopo le feste, mediamente, o fortemente, alcoliche e si trovavano sotto il campanile, o sul prato della loro Torre e non riuscivano a finire la serata. C’era sempre qualcosa da ricordare, qualcosa di cui ridere, ancora un pò, un attimo ancora….e la strada di casa sembrava lontana dai loro pensieri, era una strada che li riportava alla solitudine, ognuno la sua.Ma Sandra quella sera non parlava, Marco vedeva i suoi grandi occhi lucidi sotto le lunghe ciglia, si svestì, piano, e si sdraiò accanto a lui, accoccolandosi dentro di lui, a cucchiaio, come facevano da bambini. Marco non sapeva che fare, lo avrebbe saputo, ma lei era Sandra. Sentiva l’odore della sua pelle, un odore conosciuto, tanto da essere l’odore della pelle, il solo odore che per lui da sempre signicava Sandra. Aveva paura, paura di toccarla e rompere qualcosa, un incantesimo che era certamente potente se l’aveva portata lì, in piena notte. Improvvisamente quella donna così forte, così carnale anche se minuta gli sembrava di vetro sottile, di raffinato cristallo, poteva romperla, poteva sbagliare le parole, i gesti, forse anche i pensieri. Sandra aveva gli occhi chiusi, sembrava dormisse, il respiro leggero, una lacrima che lottava per uscire dalle sue folte ciglia. Marco la guardava, come a volte si guarda un orizzonte quotidiano, familiare, conosciuto, eppure vi si trovano disegni del tutto nuovi, sfumature diverse, che pur rivelando il consueto paesaggio suggeriscono, nel mimimo cambiamento delle forme, altri significati. Che era successo a Sandra….cosa aveva portato la sua gazzella fuori nella notte, dove aveva lasciato suo figlio, e forse..sì anche suo marito, se era uno dei rari momenti che passava con lei. La vedova bianca, lui la chiamava. Questa fuga, questo….non era da lei…..o lui non sapeva più cosa era da lei e cosa no.
Sandra aveva percorso la strada che la portava da Marco senza sapere perchè, se lui c’era, se era solo. Ma l’aveva fatto perchè non poteva fare atrimenti.Sorrise vedendolo scovolto nel letto, forse lui pensava di sognare, forse davvero doveva essere un sogno, ma le sue mani toccarono i suoi capelli, i suoi occhi vedevano Marco e la stanza, il solito casino.Sandra si spogliò e si infilò nel letto, senza una parola. Il peso che le stringeva il petto si sarebbe alleggerito, a contatto con la pelle di Marco, ascoltando il battito veloce del cuore. Era quello che sempre accadeva, da anni. E quella sera Sandra non sapeva che fare, il suo mondo si era capovolto, aveva abbandonato tutto per correre lì. Tutto il niente di cui aveva così tanto bisogno.Non uscivano parole dalla sua bocca chiusa ma Sandra avrebbe dato qualsiasi cosa perchè le parole non fossero necessarie, voleva essere abbracciata, stretta così tanto, così profondamente da scacciare per sempre la paura, la potente sensazione di essere la persona sbagliata nel posto sbagliato, forse ora la persona sbagliata nel posto giusto. Strigimi Marco, diceva tra sè, fallo tu che sei libero di farlo, fallo tu che da sempre mi hai portato sull’orlo, al limite, che mi hai insegnato ad avere coraggio, a gettarmi dal dirupo sapendo che le tue mani mi avrebbero salvato. Ora ci sono sul dirupo, ora sono al limite e sono sola, dimmi come si fa a sopravvivere a se stessi, quando il tuo mondo crolla e non hai più speranza. Dimmi come posso ritrovare la strada, mi sento una farfalla intrappolata dentro una tenda, sbatto le ali e non trovo l’uscita. Stringimi, fammi male, fammi sentire dolore, tanto da poter capire che sento, che sono viva. Non sono una bambola, sono io, sono una donna, ho bisogno di sentire un calore vero, un abbraccio vero. Non importa se questo è solo un altro baratro, sto cercando di volare, Marco, non voglio avere sempre paura di cadere, non voglio muovermi con la grazia di una gazzella, voglio sfidare il buon senso, voglio passare il limite. Solo tu mi hai insegnato a farlo, solo tu hai amato questo pezzo della mia anima e mi hai consolato ogni volta che mi facevo male, che avevo paura. Fallo, Marco, fallo ora, prima che io ci ripensi e fugga nella mia gabbia dorata, dove è tutto previsto, dove nulla sfugge al controllo. Io sfuggo al controllo, sempre, ma mi brucio dal sola le ali, per non volare troppo in alto, per non cadere. Non lasciarmi andare, non ora, ti prego.
Marco ascoltava il battere tumultuoso del suo cuore, sentiva il pianto interiore, sommesso. Avrebbe voluto baciarla, toglierle il fiato, perdere il suo. Ma rimase immobile, come si fa davanti ad un tramonto, che per quanto struggente nella sua bellezza, non ci appartiene e se ne andrà, con il sorgere del sole. Sandra era di passaggio, aveva inseguito il volo di un dolore a lui sconosciuto e forse troppo profondo per lei. Ma lui non voleva essere soltanto testimone del suo dolore, o complice di un momento di fragilità. Avrebbe voluto strappare via il male che la divorava a morsi, distruggerla e ricomporla, come era prima. Ascoltò piano il suo respiro, più regolare, più leggero. E restò a vegliare su di lei, quel sonno improvviso, gli avrebbe lasciato il tempo per pensare, per capire. Il Carro si era fermato, di nuovo, davanti a loro, erano di nuovo lì, soli. Quale sarebbe stata ora la giusta via?
La strada della luna calante -5 –
Sandra guardava il verde prato della sua casa, il profumo di glicine entrava dalla finestra che si affacciava sul retro, una luce striata cadeva dal cielo, accarezzando le foglie della sua grande quercia. Il quadro era quasi magico, i colori brillanti e vivi. Sandra guardava il suo cane scorazzare nel prato e pensava di essere felice. Aveva una bella auto, rossa e nuova, una bella casa, un armadio pieno di vestiti, firmati, fatti per valorizzare il suo bel corpo, ancora giovane e snello. Sì, forse era felice, aveva tutto quello che poteva desiderare, almeno questo voleva credere. Aveva quello che le sue amiche dicevano essere davvero importante, soldi, sicurezza, un marito, una persona forte, volitiva, a cui appoggiarsi per essere al sicuro. Per un attimo il pensiero di Marco la riportò a un senso di inquietudine che negli ultimi tempi aveva cercato in ogni modo di placare, di addormentare come si fa con un male fastidioso e continuo, un mal di testa, un mal di denti. Quella notte, la sola in cui aveva davvero seguito il suo istinto, un desiderio profondo che era nato all’improvviso, o così sembrava, era ormai lontana, svanita, dimenticata. Era ritornata in sé, aveva ripreso le redini della sua vita, era ritornata al sicuro. Quella notte qualcosa dentro di lei aveva rotto ogni schema,ogni certezza, ogni dorata gabbia, e lei era fuggita, da tutto, da se stessa, dalla sua vita. Era fuggita dalla sua tana,aveva rotto gli argini, come l’acqua del fiume che tanto amava, che la affascinava così profondamente da rapire il suo sguardo, per ore. Ed era andata nell’unico posto che poteva davvero accogliere il suo profondo tormento, quella sensazione terribile di avere sbagliato direzione, di essere una nave che aveva navigato tanto, ma sulla rotta sbagliata. Marco, solo lui la tranquillizzava così tanto da sentirsi di nuovo serena. Forse il solo che le dava questa sensazione straordinaria, a lei sconosciuta, da lei intensamente desiderata. Ora, qui, nella sua casa, al suo posto, si sentiva al sicuro, non serena. Ma Marco non era lì ora, non si poteva sapere davvero dove e come sarebbe ritornato, Marco era come l’alito del vento, lo senti, ovunque sei, ma non puoi sapere da dove viene, e soprattutto dove andrà, dove potrebbe portarti, quando ti lascerà per nuovi orizzonti, nuovi spazi, nuovi mondi. Marco era come il vento, sempre presente, sempre invisibile. Lei sentiva il suo alito caldo, in ogni momento. Eppure era scappata, fuggita dal calore del suo abbraccio, dalla profondità che aveva sentito, toccato con l’anima e con lo spirito. Aveva avuto paura, paura di essere avvolta da qualcosa di troppo grande, troppo imponente per lei. Sandra si sentiva di nuovo inquieta, non aveva mai avuto paura, mai, quando si lanciava a capofitto dalle discese, quando montava un cavallo a pelo e lo sentiva cercare la sua libertà di movimento, quando era sola nella notte. Aveva paura dell’amore? Aveva sempre creduto in questa grande, imponente parola. Sandra per un istante si chiese se questa era per lei solo una parola, se riusciva a darle un significato. Poi sentì il telefono squillare e allontanò ogni pensiero pericoloso, inquietante, come si fa con un insetto, inerme e in sintonia con la natura, ma che resta tale soltanto finchè non ti punge e ti fa male.
Marco ritornava da uno dei suoi frequenti viaggi, la musica a tutto volume riempiva ogni piccolo spazio nella sua mente, ma era un inganno, lo sapeva. Arrivava ogni tanto quel momento, quello in cui invece di guardare avanti e aggredire il mondo sembrava che il mondo aggredisse lui. Avrebbe volentieri cambiato la sua auto con Picasso, lo stallone inquieto che tanto gli somigliava, nero come il demonio e gli stessi occhi scuri di Sandra. Erano passati mesi, forse erano anni e comunque lo sembravano, da quando era fuggita, letteralmente fuggita dal suo letto. Lo chiamava poco, era sfuggente e confusa, sempre impegnata in mille, inutili cose. Marco la conosceva bene, così bene da sapere che questo era il suo modo per negare la profonda amarezza che sempre era vicina a riaffiorare ogni volta che si guardava e non vedeva più la ragazza che era stata, quella piccola selvaggia che era pronta a sfidare il mondo, a cambiare l’universo delle certezze, delle norme condivise, delle buone maniere. Quella gazzella veloce che correva su tacchi dannatamente alti, che si arrampicava sugli alberi molto più velocemente di lui, che prendeva Picasso e lo montava con la stessa naturalezza con cui avrebbe cavalcato un Pony, che aveva dentro di sè un mondo di ideali e la assoluta certezza che li avrebbe realizzati, uno ad uno. Quella piccola, dolce, ingenua e romantica, innamorata di Ernesto Che Guevara, che pensava che il mondo fosse un quadro da dipingere, che ognuno avrebbe avuto il suo, degli stessi colori che era stato capace di usare. Quella che ora era una ricca signora. Cosa era accaduto a Sandra? E a lui, cosa era accaduto a lui? Perché l’aveva lasciata andare, sapendo che era l’unica donna che davvero voleva? Aveva avuto paura di stringerla così forte da impedirle la fuga, aveva avuto paura….. ma di cosa, di restare attaccato a lei per sempre, o che la stretta potesse frantumare il sogno che lei rappresentava? Aveva paura che lei potesse sfuggirgli, o che una volta unita, carnalmente a lui, diventasse qualcosa di banale, solo un’altra donna da cui eclissarsi al più presto, forse per sempre? Sandra era sua, sua nel profondo, sua nell’anima. “Tu sei vento, imprendibile, impalpabile, sempre vicino e sempre altrove” questo lei aveva risposto al suo messaggio. Lei non capiva, non aveva mai capito che lui sarebbe stato sempre accanto a lei, oltre lo spazio, oltre il tempo, oltre ogni cosa vivente e non vivente. E se lui era vento, lei era imprendibile come acqua, che scroscia, che scorre, che bagna e si può volatilizzare in un secondo. Per poi rioffrirsi in una tenue, leggera pioggia. Acqua che ti scorre dentro, ma che è sempre, solo in transito. Come faceva a restare in quella casa, in quel luogo, in quello schema….Marco improvvisamente capì, lei in quel luogo non c’era. Era là, ma non c’era, semplicemente non era lei. Si chiese quanto tempo l’acqua poteva restare ferma in una posizione che non le era congeniale e capì che doveva solo aspettare.
La via del destino- 6
Sandra stava ascoltando il delicato rumore del giardino. Stava dipingendo un piccolo quadro, un passatempo, un rifugio, un po’ di coccole per se stessa quando decideva di chiudersi nel suo mondo di solitudine.Sandra non credeva di essere davvero brava, ma sapeva che lavorare sui colori, sulle sfumature la faceva sentire meglio, amava la libertà del colore e quel suo modificarsi ad ogni tuo capriccio, se rispettavi le sue poche, immodificabili regole. In lontananza si sentivano i rumori del bosco, il trillio dei passeri e del cardellini, gli zoccoli dei daini che correvano, sempre in fuga, sempre in movimento…..chissà da cosa fuggivano, dove correvano sempre, con quei musetti da coniglio. Poi sentì gli zoccoli e riconobbe la differenza del passo di chi sa dove andare. Avrebbe riconosciuto Picasso ovunque, anche in una mandria di cavalli della maremma. E avrebbe riconosciuto Marco, il suo odore, il suo silenzio, la sua risata, il suo “ciao piccola” come se gli anni non fossero passati mai, come se il tempo fosse rimasto immobile mentre loro si districavano nella ragnatela della loro complicata, fragile vita. Eccoli lì, lui e Picasso, entrambi un po’ invecchiati, ma sempre gli stessi ai suoi occhi, forse l’andatura meno scattante e nervosa, sotto la luce del sole le striature di bianco sui capelli di Marco. Non ricordava di averle viste l’ultima volta, ma forse l’ultima volta non avrebbe notato nulla presa com’era dal fiume di lacrime con cui l’aveva inondato, mentre lo sommergeva di tutta l’amarezza che solo con lui poteva uscire intatta come lei la provava. Era successo di tutto, la sua vita era cambiata, il suo matrimonio finito e la maschera, quella gabbia dorata nella quale lei stessa si era confinata era svanita, dissolta nel nulla. Erano di nuovo ad un incrocio, lo sapevano entrambi. La lunga e tortuosa via intrapresa 40 anni prima, stava di nuovo riportando ognuno di loro ad un bivio del destino, non già deciso, non già scritto, ma tutto da svelare. Si erano voluti e separati, ritrovati e abbandonati. Ora erano nel luogo più caro ad entrambi, il verde prato della casa sul fiume, dove insieme avevano mille volte guardato le stelle e avevano chiesto al cielo, e forse al loro cuore, qual’era la via. E non l’avevano trovata, non insieme. Marco scese da cavallo e sorrise, e il colore ocra del giardino sembrò ricolorarsi di una luce diversa. Sandra aveva le mani sporche di colore, ma lo abbracciò come si abbraccia uno scoglio che ci salva dalla corrente. Si erano lasciati abbracciandosi forte, qualche mese prima ed ora sembravano riprendere lo stesso discorso, allo stesso punto. Marco aveva pensato molto a lei, ma non l’aveva chiamata, non l’aveva cercata. Aveva bisogno di lasciare che la sua immagine addolorata sfumasse pian piano, aveva bisogno di sentire, dentro al cuore, cosa restava, dopo lo smarrimento e il dolore che sempre gli provocavano le lacrime di Sandra. Travolta dalla fine del suo matrimonio, ma forse sopratutto, dal crollare di un castello di carta, a cui lei aveva ceduto la sua vera vita, la sua profonda natura.Non voleva essere il suo consolatore. Era di nuovo all’incrocio, e questa volta, aveva deciso, avrebbe ascoltato bene dove soffiava il vento, da quale parte arrivava il ritmo profondo dei tamburi, come un Navajo esperto che non vuole perdere il sentiero, perché da questo dipende la sua vita. Guardava quella donna la cui immagine era sempre stata nei suoi occhi, a volte in primo piano, a volte come sottofondo ad altri volti, altri paesaggi, e si chiese se veramente era ciò che desiderava vedere per il resto della sua vita. Questo pensiero lo spaventava, come tutto ciò che ha il sapore del definitivo lo spaventava. Ma forse si stava nascondendo dietro ad un dito, era lei che abitava nella sua isola, quel luogo solitario a cui nessuno aveva veramente accesso, solo momentanea e breve presenza. Forse si trattava solo di non scappare, come sempre aveva fatto. Di correre il rischio, forse di perderla, ma sapendo che aveva provato ad averla. Sandra lo guardò con curiosità, Marco era stano, il suo sguardo era diverso, meno superficiale, più profondo. Ebbe un attimo di paura. La sua vita si era sgretolata, aveva avuto tutto e perso altrettanto, forse di più, ma non poteva perdere Marco, nemmeno un centimetro di lui. Che la stava guardando e negli occhi aveva una domanda, a cui forse non era pronta. Ripensò in un attimo a tutta la sua vita, le scelte fatte, qualcuna da sola, qualcuna certamente indotta in modo subdolo da ciò che ci si aspettava da lei. Pensò a sua madre, le sue zie, che volevano da lei quello che lei stessa, per un lungo momento, aveva pensato di volere per sè. Ora stava rimettendo tutto in discussione, ma non Marco. Lui non era mai stato in discussione, non avrebbe permesso a nulla e a nessuno di metterlo in discussione. Era lei che fuggiva ogni volta che poteva sceglierlo, afferrarlo, legarlo a sé. Non si può legare il vento, l’unico modo per sentirlo è lasciarlo arrivare, quando vuole, lasciarsi accarezzare e lasciarlo andare, verso altri mondi. Non si può amare il vento senza rispettare la sua natura, la sua leggerezza, la sua volubilità. Per questo lei aveva lasciato che Marco andasse, solo così sarebbe tornato. Ma ora questo vento era una brezza leggera che sembrava danzarle intorno, che sembrava chiedere il permesso di entrare nella sua casa, nella sua vita, nel suo cuore. Che sembrava voler trovare riposo, danzare con lei, come due aquiloni che giocano nel vento, con la saggezza di sfiorarsi senza impedire, ad ognuno, il suo volo. Si guardarono negli occhi, dentro gli occhi e Marco vide di nuovo la luce del sole che sorge. Capì che questa volta il carro lo stava portando nel luogo giusto, al momento giusto. Forse doveva accadere tutto, forse era dovuto, era giusto così. Il viaggio, quello che li aveva portati a quel punto, aveva arricchito entrambi di consapevolezza, di vita vissuta, di ferite profonde che erano nel loro destino,che non potevano , per tante ragioni, essere provocate all’ uno dall’altro, tanto erano difficili da perdonare. Ma che dovevano comunque essere inferte e poi, con dolore e gentilezza, guarite. Da tanto, da sempre loro si volevano, tanto da averne paura.Forse, pensò Marco,alla fine ciò che davvero vogliamo è proprio ciò di cui abbiamo bisogno. Guardò Sandra e restò quasi sorpreso dal suo sguardo sicuro e sereno, di chi forse ha avuto, nello stesso momento,lo stesso pensiero. “Vuoi montare a pelo Picasso?” le sussurrò. “ Credevo non me lo avresti chiesto più” rispose lei e si incamminarono insieme verso un altro destino.
Antonella Parrocchetti
Sestola 2008
Questo articolo è stato scritto da Antonella Parrocchetti il 27 marzo 2009
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