inedito – Selena di Federica Debbi

Inghilterra, 1854 : Arabella aspetta pazientemente nella timida luce della luna che lei arrivi, finalmente…

Autore: Federica Debbi
Titolo: Selena

Inghilterra, 1854
Arabella era seduta sulla poltrona dirimpetto al balcone, con le mani diligentemente strette in grembo, le ginocchia accostate e la schiena dritta nella posizione di regale immobilità cui era stata costretta fin da piccola. Aveva avuto la fortuna di avere una governante tedesca, nota per la sua severità ed il suo rigore morale: le bacchettate umilianti ricevute sulle mani durante l’infanzia avevano smesso di essere un bruciante e triste ricordo ed erano diventate un sopportabile dazio pagato per arrivare all’attuale eleganza e compostezza tipica delle vere signore. E lei, Arabella Chesterton, figlia nubile del visconte di Chesterton, era una vera signora. Se lo ripeté nella testa, con forza e convinzione, quasi come per fugare qualsiasi dubbio in proposito. Nessuno doveva dubitare della sua signorilità; e infatti, nessuno dubitava. Arabella sapeva di essere considerata una (Dio perdoni per il termine popolare) zitella: nel dorato mondo della nobiltà londinese di fine secolo essere nubile all’età di quarantacinque anni era certamente una condanna a vita. La cosa, in fondo, aveva smesso di bruciarle dentro: anzi, trovava che il suo nuovo ruolo di terribile, caustica e altezzosa “Zia Arabella” le fosse piuttosto consono e il tormentare con la sua fredda crudeltà il nipotame non smetteva di procurarle un certo sadico piacere. Se ripensava a se stessa tanti anni prima, quando era una giovane, timida e noiosissima ragazzina che faceva tappezzeria a qualsiasi ballo fosse invitata, pensava che la sua nuova posizione fosse una sorta di triste ricompensa per i dispiaceri che aveva dovuto ingoiare. Adesso, oh, adesso era la terribile Zia Arabella che incuteva soggezione e dispensava veleno con le sue sottili e perfide illazioni. Nessuno provava affetto o simpatia per la temibile zia Arabella, ma nessuno osava nemmeno contrariarla.
Se avessero saputo, oh, se solo avessero saputo…
Il suo rigido, rachitico cuore prese a batterle con forza nel petto senza scalfire minimamente la compostezza severa della sua postura. Quello era un segreto, il suo segreto. Così peccaminoso e celato che faceva fatica a rivelarlo persino a se stessa. Ma così dolce, caldo. Così gelosamente custodito. Tra poco. Tra poco lei sarebbe arrivata e Arabella anelava il suo arrivo come un fiore secco anela l’acqua di fonte.
Selena.
Era così bella. Persino il suo nome era bello e leggiadro, come tutta la sua persona. Bella, di una bellezza diafana e sfuggente, ma allo stesso tempo prorompente e carnale. Arabella, che soffriva di insonnia, era avvezza passare lunghe ore solitarie sul balcone della dimora dei Chesterton durante le interminabili e afose notti estive, rimuginando sui suoi tristi ricordi e sul suo meschino presente. Quei pensieri velenosi erano stati spazzati via dall’avvento di Selena. Da quando era entrata nella sua vita, dapprima con piccole timide apparizioni, la vita di Arabella era radicalmente cambiata. Non in superficie, oh, no! Agli occhi di tutti lei era sempre l’arcigna, secca e altezzosa figura della zia zitella. Ma dentro… Arabella aveva sentito nascere quella riluttante simpatia per Selena, quel desiderio di vederla, notte dopo notte, per ascoltare la sua risata cristallina, per vedere i suoi occhi scuri dall’indefinibile colore accendersi di genuina gioia, per sentire, che Dio l’aiutasse, il tocco discreto delle sue mani quando si appoggiava a lei, quasi casualmente….
All’inizio Arabella era rimasta inorridita dalle proprie reazioni alla vista di Selena. Confusa e schifata da se stessa, aveva passato molte notti insonni nel suo letto, rifiutandosi di ascoltare la flebile, supplichevole voce di Selena che la chiamava, gemendo e sospirando come un alito di vento.
“Arabella…Arabella, ti prego, vieni…”
Ma poi, alla fine, aveva ceduto alla tentazione. Era andata. Le notti con Selena passavano in un lampo, come se Arabella si immergesse in un sogno pieno di bellissimi, dolci silenzi. Selena si era avvicinata poco a poco, entrando nella sua vita in punta di piedi ma con la forza di un uragano. Mai, nemmeno una volta, l’aveva toccata o guardata a sproposito: aveva sempre atteso, paziente, che fosse lei, Arabella, nobile figlia dell’aristocrazia inglese, a lanciare il primo sguardo, a sfiorare la mano per prima…
L’intensità del suo essere, la persistenza del suo profumo avevano gradatamente avvolto Arabella come un’aura, un tenero guscio dal quale non voleva più uscire. Ogni notte, Arabella aspettava, col cuore in tumulto, che la figura di Selena comparisse dal buio del frutteto, vestita da una leggera vestaglia bianca e trasparente, i capelli scuri sciolti sulle spalle, il sorriso sempre pronto, lo sguardo ardente…
La pendola batté l’ora: erano le due di notte. Il cuore di Arabella fece un balzo nel petto le sue guance giallastre si colorarono pallidamente di rosa.
Tra poco…
Un piccolo seme proibito si era annidato con indomabile stabilità nel suo cuore asciutto e rinsecchito, germogliando e nutrendosi della sua fame di amore, invadendole tutto il corpo tanto che il solo apparire di Selena le mozzava il respiro, le scaldava la pelle, le faceva tremare le labbra di un sorriso incredulo…
La prima volta che Selena le aveva baciato una mano, Arabella si era quasi sentita morire di vergogna e di desiderio. Le sue labbra umide e fresche, avevano appena sfiorato il dorso della sua mano, un tocco quasi inconsistente… ma lo sguardo che era seguito, quello sguardo di brama, desiderio selvaggio così contenuto dietro la supplice maschera del suo viso!
“Perdonami, Arabella…non so quello che faccio…” aveva sussurrato, dolente.
Allora Arabella, con il sangue che correva tumultuoso nelle vene, aveva preso la piccola, liscia mano di Selena e aveva premuto forte le labbra sul suo palmo asciutto mentre due lacrime di gioia e vergogna e gratitudine le rotolavano lente sulle guance ormai avvizzite.
E così, notte dopo notte, il tocco di Selena si era fatto sempre più audace: prima le sue labbra sfioravano il palmo della mano, poi premevano sul polso, poi la sua lingua inumidiva l’incavo del gomito…sempre più su, sempre più vicina. Arabella sentiva ogni volta il respiro fermarsi in gola, la sua voce roca che diceva “no, no…” mentre quella implorante e struggente di Selena che diceva “Sì, Arabella…sì”.
E così alla fine l’aveva baciata sulla bocca, accarezzando le labbra aride di Arabella con le sue, dolci e succose… il profumo del suo respiro era quello dei petali di rose, la sua lingua era morbida, indulgente e impietosa quando chiedeva e donava…
Arabella sapeva che tutto questo era orribile e sbagliato, ma non poteva fare a meno di pensare a lei nemmeno per un istante. Selena era nello specchio quando al mattino la cameriera l’aiutava ad acconciare i capelli in una crocchia severa, era nelle sue mani quando accarezzava i suoi amati cani, era nella sua voce che era diventata meno caustica e più sognante… Era nel suo sangue che scorreva caldo e rapido, per la prima volta nella sua triste, monotona vita.
Niente avrebbe potuto farla rinunciare a lei, nemmeno la paura dello scandalo.
Nessuno sapeva di Selena. Di preciso, nemmeno Arabella stessa sapeva chi in realtà lei fosse. Quando parlavano, sembrava conoscere tutte le persone che Arabella nominava e ne conosceva i difetti e la posizione sociale, ma era stata molto restia a dispensare informazioni sulla sua famiglia. Quando non voleva rispondere a una domanda diretta, sorrideva dolcemente e Arabella, da sempre regina degli interrogatori da inquisizione, desisteva docilmente. In fondo non le importava che fosse Selena. Le importava solo che arrivasse ogni sera col suo carico di passione e profumo, a farla sentire viva e amata e corteggiata.
La sera prima, e Arabella arrossiva al solo pensiero, la sera prima…
Selena era arrivata camminando lentamente col suo solito incedere regale e leggero come se nemmeno sfiorasse il terreno. Arabella la aspettava, come al solito, sul balcone: quella notte, ispirata da chissà quale vergognoso pensiero, si era lasciata i capelli sciolti sulle spalle e il loro movimento sulle spalle seminude aveva un che di peccaminoso ma allo stesso tempo inconfondibilmente eccitante. Lo sguardo di Selena l’aveva inchiodata subito sul posto, uno sguardo che bruciava lento mentre risaliva la scollatura della camicia da notte. Arabella se lo sentiva addosso come un manto tiepido e non osava alzare gli occhi per ricambiarlo, pudica e tremante come una quindicenne. Selena si era avvicinata a lei e il calore che emanava il suo corpo aveva fatto tremare Arabella di vergognoso desiderio.
“Arabella…sei bellissima…”
Aveva sospirato Selena sfiorandole una ciocca di capelli con la mano. Poi, non le aveva dato tempo di replicare: aveva posato una mano, leggera e delicata sul fianco di Arabella, facendola sussultare: aveva preso la sua mano e se l’era posata fra i seni premendo forte per far sentire ad Arabella la consistenza elastica della sua pelle e il calore del suo desiderio. Arabella non riusciva a staccare lo sguardo dalle ombre azzurrine dei seni di Selena che si intravedevano sotto il tessuto leggero della camicia da notte. Selena lo sapeva e spinse avanti il petto premendolo contro quello secco e appassito di Arabella, baciandola e invadendola con il suo desiderio come la marea che avvolge i duri scogli. L’intensità del suo bacio fu come sempre travolgente e Arabella si sentiva la testa vuota come se stesse per svenire: quando le labbra di Selena le scivolarono umide sul mento e poi più giù, sul collo, il respiro di Arabella si fece affannoso e intermittente: le guance le bruciavano, le dita erano ghiacciate, nelle orecchie rimbombava solo il battito impazzito del cuore. La mano si Selena si insinuò sotto la camicia da notte di Arabella, scoprendo un seno alla luce della luna: le sue labbra scivolarono sul suo petto, pigre, fino a raggiungere il suo seno vibrante e indifeso. Arabella guardava su, gli occhi persi in mezzo alle stelle, completamente persa in quelle sensazioni di puro piacere che la bocca di Selena le donava. La testa di Selena si librò, titubante, sul seno ansimante di Arabella.
“Posso?” soffiò la sua voce, supplice, incerta.
Come mosse da una forza invisibile, le mani di Arabella si posarono sulla sua testa, intrecciandosi ai folti capelli scuri e attirandola verso il seno.
Allora Selena la baciò, la mordicchiò, la succhiò, fino a portarla ad un’estasi subito al di qua del dolore.
Arabella non seppe mai quanto tempo stettero così allacciate sotto la luna: sapeva solo che, quando Selena si staccò da lei, si sentiva debole e spossata come mai nella sua vita.
“Adesso è meglio che vai.” le disse dolcemente Selena, sorridendo. Il suo sorriso era strano, le sue labbra erano umide e lucide e alla luce spettrale della luna sembravano nere.
“Tornerai domani sera?” sussurrò Arabella, vergognandosi del tono supplichevole della sua voce.
Selena le accarezzò la testa, dolcemente.
“Oh, certamente…Tornerò sempre da te…”
Arabella si era dovuta trascinare in camera sua, sul suo letto ed era piombata in un sonno profondo e senza sogni. Si era svegliata tardissimo quella mattina, sentendosi ancora più stanca e spossata della notte precedente. Ma le bastava pensare al suo segreto, alla sua Selena, che una languida eccitazione la pervadeva di nuovo, infiammandole la pelle come una febbre tropicale. La giornata la passò trascinandosi in attesa che arrivasse la notte: tutti i nipoti furono molto premurosi con lei, dicendole che aveva un colorito strano e che forse stava covando un’influenza. Sciocchi sciagurati.
Se solo avessero saputo…
“Arabella…”
La sua voce. Arabella si alzò in piedi con le gambe che tremavano come canne al vento, iniziando a piangere di sollievo senza nemmeno sapere di farlo. Uscì sul balcone e corse nel frutteto: lei era lì, più bella che mai, con un sorriso dolcissimo e le mani tese ad accoglierla.
“Temevo che non venissi più…” singhiozzò Arabella istericamente.
Selena la abbracciò , forte come un uomo.
“Non dovevi dubitarne, mia piccola, triste Arabella…sono venuta per portarti via con me…”
Quelle parole…come dolce miele per le orecchie di Arabella. Non pensò nemmeno per un momento all’assurdità della cosa: ci credette e basta.
“Sì, amore mio…portami via con te…” la supplicò piangendo tutta l’angoscia che aveva represso dentro di sé.
Selena le accarezzò la guancia mentre sorreggeva la sua figura, indulgente e pietosa come una madre.
“Tu vuoi che ti porti con me? Tu vuoi essere mia?” domandò in un soffio. Le sue labbra erano a pochi centimetri da quelle di Arabella che tremava e si contorceva nella tortura di aspettare il loro tocco.
“Sì, oh, sì…io sono tua, solo tua, per sempre…” mormorò Arabella con voce spezzata.
Il viso di Selena si allargò in un sorriso ferino.
“Molto bene.” disse, e la sua voce uscì in un basso sibilo che gelò il sangue nelle vene di Arabella.
Gli occhi di Selena, quei begli occhi scuri e dolci e appassionati, si accesero di una luce selvaggia mentre un sinistro color rubino invadeva tutta l’iride. La sua pelle chiara divenne livida e percorsa da vene rossastre. La sua bocca si aprì, famelica mentre i denti sporgevano, appuntiti e frastagliati come le fauci di uno squalo. Arabella, stordita dal repentino cambiamento, provò a staccarsi da lei, la faccia una maschera di puro terrore.
Ma era troppo tardi.
Selena le morse il collo, strappandole in un colpo solo un grosso brano di carne e squarciandole la giugulare. Un fiotto di sangue caldo zampillò davanti agli occhi increduli di Arabella che provò a prendere fiato per urlare e non ci riuscì. Vide Selena, questa nuova, orribile Selena, bere dal fiotto di sangue, gioiosamente come uno studente beve alla fontanella della scuola. Poi la sua bocca enorme si abbatté sulla ferita sul collo, grufolando e masticando con un orribile rumore di risucchio. Arabella non fece in tempo nemmeno a chiedersi che cosa era successo: si abbandonò all’oblio che le veniva offerto, grata di poter sfuggire a quella realtà da incubo.
Chiuse gli occhi e morì.
L’essere orribile che era stato Selena pasteggiò ancora un poco sul povero corpo straziato, con più calma e meno ferocia. Poi, sazio, abbandonò il cadavere inerte sul soffice tappeto erboso del frutteto e usò un lembo della fine camicia da notte di seta di Arabella per pulirsi la bocca.
“Allora…hai vinto la scommessa, a quanto pare.” disse una voce dietro di lei.
Una figura uscì dall’ombra: quella di un uomo alto, elegante, bellissimo, con portentosi occhi azzurri e bei capelli rossi che si avvicinò a Selena completamente disinteressato al cadavere ai suoi piedi.
“Avevi qualche dubbio?” disse Selena, canzonatoria, gettandogli uno sguardo ironico ma indulgente.
L’uomo si strinse nelle spalle a metà tra il seccato e l’indifferente.
“A dir la verità, non pensavo che la vecchia zia Acidella nascondesse tanto fuoco dentro di sé.” ribatté stizzito.
Selena rise, sprezzante.
“Oh, Jerico, quanto devi ancora imparare dalle donne! Mi ci sono voluti mesi per addolcirla, ma ti assicuro che tutto il mio lavoro è stato premiato: erano secoli che non bevevo un sangue così dolce e caldo. Peccato, non te ne ho lasciato nemmeno un po’ per assaggio!”
Rise di nuovo e Jerico fece una strana smorfia contrita.
“Ho puntato troppo sul suo retaggio morale…non avrei mai pensato che quel vecchio manico di scopa cedesse davvero alle tue lusinghe.” disse, piccato.
Selena gli rivolse un sorriso scintillante.
“Hai sottovalutato entrambe, piccolo mio…” disse con una voce pericolosamente allusiva.
Si avvicinò all’uomo, lo cinse per la vita piuttosto rudemente e lo baciò profondamente, a bocca aperta, perché lui sentisse il sapore di sangue sulle sue labbra. Jerico all’inizio resistette e cercò di tirarsi indietro: poi capitolò e leccò le labbra della donna, curvate in un sorriso vittorioso.
“Adesso… è venuto il momento di pagare il tuo debito…” gli sussurrò in un orecchio.
Jerico annuì con un sospiro: frugò dentro al taschino dell’elegante panciotto ed estrasse un meraviglioso anello con un rubino grosso come una nocciola. Selena lo guardò estasiata.
“Oh, è davvero magnifico!” strillò saltellando sull’erba ancora gocciolante di sangue.
Fece per afferrare l’anello ma Jerico alzò bruscamente il braccio portando il monile fuori dalla sua portata. La guardò mentre un sorriso birichino gli scopriva i denti bianchissimi e aguzzi.
“…rivincita?…” chiese con una voce carica di promesse.

FINE

Nome: Federica 
Cognome: Debbi
Regione di residenza: Emilia Romagna
Email: federicadebbi@riwal.it

Un commento

  • beppe scrive:

    IL VOLERE è PENSIERO E DA ALL”AMORE “HA IDEE RACHITICHE ,PIATTE,COMODE,BORGHESI,ED AFFETTI ABORTITI CHE NON RIESCONO A STARE A GALLA E FANNO FIASCO AL PRIMO OSTACOLO.DAL MODO DI PENSARE E DI AMARE DI UNA PERSONA IO CONOSCO LA SUA CARICA DI VOLONTà.SI POTREBBE DIRE CHE LA VOLONTàè L”ANIMA DEL PENSIERO E DELL “AMORE,IN “SELENE ” HO TROVATO NASCONDIGLI DI UN AMORE TROVATO PER NECESSITà,PER IL FAMOSO THE COI BISCOTTI ,NEL PIACERE DELLE SENSAZIONI TROVATE SUL SENO AL BATTICUORE ADOLECSENZIALE DI UNA DONNA INVECE ORMAI VISSUTA CHE NO è STATA IN GRADO DI COGLIERE IL FIORE PRIMA CHE CHE DIVENTASSE FRUTTO.

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