inedito: S.O.S – Storie di Ordinaria Solitudine di Patrizia D’Errico
Dorotychecorre
S.O.S – Storie di Ordinaria Solitudine
di Patrizia D’ErricoIl portone del palazzo è chiuso.
L’androne lucido deserto.
La porta a vetri, ingresso della casa di portineria, sprangata.
Il cortile interno, con quella tetra costruzione in cemento per la caldaia, spopolato.
Un’aria gelida avvolge tutto nella sua trance attonita.
Via Porto 106. Ore tre. Inverno.
Dorme Albino, tra zampilli sparsi di pensieri e frammenti di sogni in fuga per un presentimento di alba. Dorme nella sua stanza lucida mentre un scintillio di pulito rianima il pavimento sconnesso, le ante cadenti dell’armadio, il vecchio centro di lino sotto la foto degli avi, il comò appassito.
Alle cinque in punto, la donna che dorme al suo fianco lo sveglierà, come ogni santo giorno da trent’anni ormai, da quando è il portiere di quello stabile.
La donna nel sonno sta spostando dei capelli che, finalmente liberi dalla crocchia, si distendono lunghi sulla sua guancia con l’orma rosa del cuscino.
Dorme il professore Rega, al primo piano, alto, disteso nel sonno come fosse in piedi, padrone unico del suo letto vuoto da un lato, della sua casa vuota, del piccolo pianeta deserto della sua vita. Un bagliore lunare penetra dalla veneziana abbassata svogliatamente; piccoli rivoli di luce scivolano sulla bocca dischiusa, sul naso dritto, sull’albero delle vene incise nelle mani grandi.
Dorme Luigi, oltre la soglia della porta accanto. Le chiavi del suo bar sono abbandonate sul tavolo della cucina. Grondano rumori, chiacchiere di avventori loquaci, odori di liquori aspri e freddi, odori caldi e dolci di schiuma di latte e gorghi di cioccolata, mentre il vapore della macchina del caffè sale, come una nuvola rovente, ad inseguire il pennacchio di fumo di una nave in partenza.
Dorme Ludovica, al secondo piano. Dorme, la donna senza passato, come un paese distrutto dalla guerra e ricostruito dando vita ad inedite architetture fantasma fuori dal tempo.
Dorme Lisetta, oltre la soglia della porta accanto, sullo stesso pianerottolo ma più lontana di una stella. Settant’anni di assenza dal mondo, una piccola vita ipotetica e nemmeno l’orma di una carezza sul corpo, sciupato dal tempo e dalle attese vane ma chissà.
Dorme Glauco al terzo piano. Glauco il bambino nato due volte; Glauco e la follia; Glauco e l’amore; quanti titoli ci vogliono per farci stare dentro tutta una vita, con tutti i suoi a capo e tutti i suoi prodigi.
E alla porta accanto, Giulio, la luna nera della nuca immobile di fronte allo schermo del computer, scrive: – E’ talmente tardi che non ho più scuse per essere sveglio: sono nel regno della notte e dei suoi sudditi, viandanti inquieti, matti o soli come me. Scrivo, a te che sei lontana.
Dorme Beatrice al quarto piano. Dorme, la porta chiusa in faccia al mondo che fuori di lì, continua a sbraitarle qualcosa contro mentre lei, assorta, si chiede quanti colori ci metta l’autunno su quel vecchio platano, l’ultimo rimasto sul viale, sentinella silente del sonno di una moltitudine di alberi estinti.
Dorme Isabela oltre la soglia della porta accanto, casuale simmetria di vite parallele. Dorme e sogna, o ricorda? Nella sua lingua.
- Que pasa cichita? Porque estes triste? No te preoccupe, manana tu vida cambiarà. -
E il suo cuore esulta a quella vecchia promessa della mamma alla sua ciquita.
Manana, domani, è tutto ciò di cui Isabela ha bisogno, non per lei ma per quella figlia dai capelli rossi che dorme ignara di quanto l’alba sia ormai vicina.
Dormono.
Queste ed altre vite tra poco si apriranno come fogli pieni di messaggi e vivendo, tracceranno rotte, decideranno approdi, che li condurranno ad incontrarsi.
I destini sono ingorghi di linee, scie lasciate sul mare da una moltitudine di navi in viaggio verso un porto.
Via Porto 106. Ore sei. Inverno.
Albino ripone le scope nel ripostiglio. Una sveglia sta suonando al primo piano.
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Questo articolo è stato scritto da Redazione il 28 settembre 2008
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