Intervista a Cinzia Baldini

Intervista alla scrittrice Cinzia Baldini

Nome: Cinzia
Cognome: Baldini
Regione di residenza: Lazio
Email: cinzia.baldini@email.it

 

Intervista 12/2009

 

D) Ci racconti un po’ di lei e del suo approccio al mondo della scrittura

R) Mi piace definirmi una “giovane” autrice poiché è da pochi anni che ho deciso di tirare fuori dal cassetto i miei lavori anche se la carta d’identità… beh lasciamo stare! Nel mio presente in ordine di importanza faccio la mamma, la figlia, la moglie e lavoro presso una pubblica amministrazione. Il pochissimo tempo libero che mi resta lo divido dedicando qualche ora ad Arcipelago 2000, l’associazione del territorio di cui sono volontaria, e il restante ai momenti meravigliosi in cui posso sedere alla mia scrivania e indossare i panni dell’autrice. Divorare libri di narrativa, di avventura, thriller, storici, rosa, romantici, fumetti, raccolte di racconti, quotidiani, settimanali, è sempre stato un piacere, fin da piccola. Se una storia, un articolo di cronaca, una favola, non erano di mio gradimento la ripensavo a modo mio e ci inserivo i miei personaggi o i dialoghi che avrei voluto sentire, insomma con la fantasia la sconvolgevo completamente e da lì a decidere di fermare queste idee sulla carta è stata un’evoluzione naturale.

 

 

D) Qual è stato il suo percorso di studi?

R) Ho compiuto studi classico-umanistici quando ancora la scuola era “maestra di vita”, si studiava per essere promossi e non c’erano i debiti, i crediti o i punti, i professori erano vecchio stampo e le interrogazioni non erano programmate ma a sorpresa, vertevano su tutto il programma e spesso anche interdisciplinari.

 

 

D) Quando e perché ha iniziato a scrivere?

R) Quando ho iniziato a scrivere non lo ricordo con precisione perché ho sempre scritto tutto quello che mi vagabondava in testa da quando ho imparato a farlo. Quaderni, diari, fogli volanti pieni di pensieri, appunti, sogni, storie più o meno fantastiche che quando raggiungevano dimensioni insostenibili per la mensola su cui li lasciavo, finivano prima in cantina, poi in garage e da qui nella spazzatura. Poi, qualche anno fa, dopo aver cresciuto le mie due figlie ed essere meno impegnata con la famiglia, mi sono resa conto che la scrittura era ancora una parte importante della mia vita così ho iniziato a pubblicare alcuni racconti brevi su un sito web di “aspiranti scrittori” ed ho constatato che ciò che scrivevo era compreso e apprezzato e riceveva giudizi lusinghieri. Contemporaneamente ho iscritto un mio romanzo “Semplicemente Donna”, che poi è diventato anche il mio primo libro, ad un concorso letterario e, inaspettatamente, ho vinto il primo premio. Tutto ciò mi ha dato l’entusiasmo e la carica per continuare. Perché lo abbia fatto non lo so con certezza, forse per mettermi alla prova o per sfidarmi, magari per vedere se avevo il coraggio di lanciarmi in una nuova avventura anche se non ero più giovanissima.

 

 

D) In termini umani, cosa significa per lei scrivere?

R) Scrivere significa evadere dal quotidiano. Vuol dire allontanarsi per pochi minuti o intere ore dal mondo reale, lasciarsi trasportare dall’ispirazione per vivere le esistenze dei protagonisti, appropriarsi dei loro caratteri, scoprirne i tratti, le identità, parlare con la loro voce…

 

 

D) Quali sono i suoi libri del cuore?

R) Su tutti, senza ombra di dubbio: la saga di “Ayla figlia della terra” di Jeane M. Auel. Poi i libri di W. Smith che trattano di antico Egitto, ossia la serie che inizia con “Il Dio del fiume”, ma anche quello precedente “L’Uccello del Sole” e poi i testi degli appassionati cultori dell’archeologia non ortodossa e dell’egittologia “non allineata” ossia non riconosciuta da quella ufficiale come Z. Sitchin, R. Bauval, G. Phillips, C. Wilson, l’indimenticato P. Kolosimo e molti altri, ma anche egittologi “ufficiali” come C. Jacq e E. Bresciani perché sia le teorie ortodosse che quelle più fantasiose catturano e affascinano la mia mente e la mia ispirazione.

 

 

D) E quelli che non leggerebbe mai?

R) Quelli pieni zeppi di parolacce e/o bestemmie, non perché sia una puritana benpensante ma perché ritengo che un buon libro per essere tale non abbia bisogno di un linguaggio scurrile e provocatorio, si possono ricreare le stesse situazioni e provocare gli stessi stati emozionali anche senza dire una sola parola sconcia o volgare. I libri pornografici, perché se l’erotismo è arte la pornografia è la sua esatta negazione e i testi “violenti” perché a quel punto apro le pagine dei giornali e leggo la cronaca.

 

 

D) Il libro più bello che ha letto negli ultimi tre anni?

R) Sinuhe l’Egiziano, il romanzo più famoso e conosciuto dell’antica civiltà sorta sulle rive del Nilo e composto probabilmente alla fine del 1300 a. C. giunto fino a noi, grazie al ritrovamento di vasi fittili, di papiri e di alcuni ostraka su cui era stato scritto. Il protagonista Sinuhe, appunto, è un medico reale che narra in prima persona le sue straordinarie avventure. La cornice che racchiude tale stupendo ordito è quella di un tempo lontano dove regnavano mitici dei e potenti Faraoni. Non si sa se Sinuhe sia realmente esistito o se sia il frutto della fortunata ispirazione di un autore sconosciuto, alcuni egittologi sono possibilisti, altri la ritengono un’opera di fantasia. Personalmente l’ho trovato un romanzo scritto in un linguaggio raffinato e ritengo la storia narrata, benché millenaria, ancora attualissima e piena di fascino.

 

 

D) E quello che meno le è piaciuto?

R) Antiche Sere di Mailer Norman. Dopo circa trenta pagine mi sono sentita disgustata, arrabbiata e mal disposta ad arrivare alla fine per cui ho smesso di leggerlo e rimpiangevo i soldi spesi.
Adoro tutto ciò che tratta di antico Egitto e archeologia, specie quella non ortodossa e quindi pensavo di leggere miti, eventi, racconti, leggende o al limite “pettegolezzi storici” di quel tempo come sembrava promettere la presentazione in quarta di copertina ed invece fin dalle prime pagine non ho trovato altro che “erotismo” assai discutibile, a mio avviso, sul filo della pornografia e parolacce inutili ai fini dei dialoghi e al racconto stesso. Per me che affronto ogni libro quasi con venerazione è stata una delusione immane. Insomma l’ho acquistato, piena di entusiasmo la mattina prima di andare in ufficio, ho letto quella trentina di pagine sul treno, ed è finita che al mio ritorno dal lavoro sono andata in un negozio di libri usati e l’ho rivenduto. Non mi sono mai sentita così leggera come dopo essermene sbarazzata tanto ne ero rimasta disgustata!

 

 

D) Qual è il rapporto con la sua regione e con la sua terra?

R) Amo la mia terra, le antiche tradizioni del Lazio, la sua secolare cultura, la cucina regionale da Viterbo a Frosinone e più di tutto adoro il mare che ne è parte integrante. Vivo da sempre, per mia fortuna, al Lido di Ostia che è il quartiere di Roma sul litorale tirrenico e non avrei saputo immaginare la mia vita lontana da esso.
Con la Capitale, invece ho un rapporto di amore e odio. Come si fa a non amare la città in cui si è nati e si è cresciuti? Come si può non ammirarla per le vestigia della sua storia gloriosa? Ma Roma, purtroppo, non ha più nulla di umano! Il traffico, l’espansione indiscriminata del cemento, la perdita della sua originalità, perfino del suo dialetto e mi riferisco a quello di Trilussa che sentivo parlare dalla mia bisnonna le hanno tolto quella “romanità” che era pura malia. Purtroppo in un trentennio l’ho vista trasformarsi in una grande metropoli dal cuore arido e indifferente.

 

 

D) Cosa le piace e cosa non le piace dell’editoria odierna italiana?

R) Non mi piace il comportamento delle grandi case editrici che snobbano gli esordienti perché non li ritengono all’altezza dei loro indirizzi editoriali. Non mi piace l’aria di sufficienza, per non dire di sopportazione con cui trattano i lavori inviati da autori come me, ossia, illustri sconosciuti. Non mi piacciono le piccole case editrici che, nel mare magno dell’editoria italiana, sono come squali famelici che cercano solo di sfilarti, in tutti i modi, soldi, offrendoti il miraggio di una pubblicazione (e parlo a ragion veduta, viste le esperienze negativissime che ho avuto nel recente passato). Non accetto l’idea che un libro sia il frutto di una politica editoriale che pur di fare cassa, pubblica di tutto a scapito della qualità. Mi piace, invece, pensare che prima o poi qualcosa possa cambiare e sia offerta, a chi riconosciuto valido, l’opportunità di farsi conoscere ed apprezzare.

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D) Cosa le piace e cosa non le piace del panorama culturale italiano d’oggi?

R) Non mi piace l’ignoranza dilagante che nasce dal poco rispetto e dalla poca conoscenza che si ha verso il nostro retaggio storico, artistico, letterario. Mi dispiace che specialmente le nuove generazioni disprezzino la nostra lingua e la violentino con l’immissione di “barbarismi” di ogni genere. Inorridisco quando mi accorgo che un evento culturale di richiamo, un autore osannato, un film elogiato dalla critica, una rappresentazione musicale o teatrale innalzata alle stelle è visibilmente mediocre o scadente ma deve essere a tutti i costi spacciata per un capolavoro perché è stata costruita a tavolino per seguire i dettami della “moda” del momento. E ancora, non mi piace, la pochezza dei contenuti che rispecchia fedelmente la crisi etica, morale e sociale del momento che stiamo vivendo. Mi piacciono invece, le piccole realtà che con la passione ed il sacrificio personale anche dal punto di vista economico, dei loro protagonisti, cercano di portare una ventata di aria nuova, di creare con intelligenza e fantasia nuove frontiere espressive e di comunicazione o di riesumare dal dimenticatoio in cui sono stati fatti avvizzire i classici o ciò che di valido, il retaggio culturale che ci ha preceduto, ci ha lasciato in eredità.

 

 

D) Come è arrivato alla pubblicazione del suo lavoro?

R) Nel solito modo, ossia inviando i manoscritti alle case editrici. Come già ho accennato, le prime esperienze sono state negativissime. Le grosse case editrici neanche si sono degnate di rispondermi almeno per consigliarmi di appendere la penna al chiodo e dedicarmi ad altri passatempi mentre alcuni piccoli editori truffaldini, vista la mia ingenuità, volevano solo spillarmi soldi ma poiché pensavo, come ritengo ancora oggi, che se c’è stoffa in un autore è l’editore che deve saperla riconoscere, non ho mai accettato. Quando, ormai, avevo perso le speranze, sono stata contattata dall’Editor di una giovane casa editrice di Lodi, Linee Infinite Edizioni, il quale mi ha proposto la pubblicazione a loro spese, dicendomi che, dopo averlo letto, avevano deciso di investire sul mio lavoro. Ho firmato il contratto e ne è nata una proficua e attiva collaborazione che dura, dopo tre anni, ancora oggi. Nel 2007 è uscito il mio primo romanzo: “Semplicemente Donna”.

 

 

D) Cinema: qual è il suo film preferito?

R) Pretty Woman con Richard Gere e Julia Roberts

 

 

D) Musica: la canzone del cuore?

R) “Vivo per Lei” cantata da Andrea Bocelli e Giorgia

 

 

approfondimento NARRATIVA

 

D) Ha frequentato corsi di scrittura creativa?

R) No, mai.

 

D) Ritiene siano utili?

R) Sicuramente chi ha letto la domanda precedente penserà ad una mia risposta negativa, invece, non ho preclusioni di sorta, né preconcetti su tali scuole. Penso, anzi, che frequentare un corso di scrittura creativa possa essere utile ed interessante per la crescita di un autore, sempre che chi lo frequenti lo faccia con passione e serietà.

 

 

D) Quale ritiene sia l’aspetto più complesso della scrittura narrativa?

R) Interessare il lettore, intrigarlo per legarlo alle pagine del libro, riuscire a trasportarlo nel racconto in modo che si identifichi con uno o più personaggi e ne provi le stesse emozioni, le medesime sensazioni, le paure, l’amore o l’odio, che “viva”, insomma, ciò che è narrato. Chi legge non deve limitarsi solo a “vedere” il romanzo, come in un film, ma deve entrare in esso, far parte dei paesaggi che vi scorrono all’interno, percepire gli odori, i sapori, i profumi che l’autore ha creato. Bagnarsi quando piove e scottarsi sotto il sole cocente…

Se ciò accade, se l’autore riesce in questo non facile compito, allora, e solo allora, potrà ritenersi soddisfatto.

 

 

D) Come scrive: su carta o al computer? Di giorno o di notte? In solitudine o fra altre persone? Segue “riti” particolari?

R) Adoro prendere in mano la penna e sfidare il foglio bianco, scarabocchiarlo, impiastrarlo e vederlo pian piano diventare pieno di zampe di gallina e di cancellature, al contrario il rapporto con il computer lo trovo freddo e asettico, digitare le parole sulla tastiera non mi da la stessa soddisfazione. E mentre con la penna pensare e scrivere è un’azione immediata, spontanea, naturale con il computer non ci riesco, mi distraggo e, quando ho finito di scrivere un pensiero, ho già dimenticato il successivo. Però ammetto che l’utilità del computer è innegabile, ad esempio scrivere e vedere immediatamente il testo impaginato e ordinato è un notevole guadagno di tempo. Così sono giunta ad un compromesso, gli appunti, i flash, i primi pensieri, quelli che nascono di getto li fermo con carta e penna, poi riporto tutto su computer e li assemblo, li sviluppo in quella che sarà poi la forma definitiva.

Preferisco creare la mattina presto. Le idee sono più vispe e la mente è più sciolta e ricettiva, ma avendo poco tempo a disposizione devo accontentarmi dei ritagli e della notte, ma va bene anche così.

Sono un lupo solitario per cui scrivo in solitudine. Se ci sono altre persone mi distraggo e se, malauguratamente, mi accorgo che hanno gli occhi fissi su di me vado in confusione e non riesco a legare i concetti, a sviluppare le idee e dimentico persino la grammatica e l’ortografia.

Riti particolari per scrivere non ne ho. Quando, invece, ottengo qualche piazzamento o vinco un concorso letterario… lo confesso… ho un salvadanaio in coccio a forma di micio (adoro i gatti) e appena vengo a conoscenza del risultato ci inserisco un ramino, ossia i piccoli centesimi di euro, e corro ad accarezzare Ghiotto che è un ghiottone di peluche, il mio portafortuna.

 

 

D) Come è nata in lei l’idea di raccontare quel che ha raccontato nel suo libro più recente?

R) La “colpa” è di Sinuhe l’Egiziano e l’idea mi è sorta leggendo il capitolo finale, quando Sinuhe fa il resoconto della sua esistenza e dice: “Ho avuto nondimeno cura di conservare questi libri che ho scritto. Muti (la governante) ha intrecciato per ciascuno di essi una forte copertina di fibra di palma. Tengo questi libri ricoperti entro una scatola d’argento, e la scatola d’argento posa entro un forziere di legno duro, e questo a sua volta è rinchiuso in un forziere di rame, così come erano racchiusi una volta i libri divini di Thot per essere affondati nel letto del fiume…” e da qui l’ispirazione ha creato la storia della scoperta, del tutto casuale, di un antico manufatto sotterraneo proprio a due passi dalle Piramidi di Giza. Ai tre archeologi responsabili del ritrovamento, si affiancherà anche uno scienziato, un fisico del CERN di Ginevra che li supporterà con la più sofisticata tecnologia scientifica per scoprire in cosa realmente essi si siano imbattuti. “Tutto si svolge sotto lo sguardo attento della figura del Dio Thot che campeggia maestoso nella parete centrale della stanza appena scoperta. Egli offrendo l’ankh, la croce della vita, agli studiosi permette di svelare le origini della sua divina sapienza e non solo…” per dirla con le parole della quarta di copertina.

 

 

D) Cosa significa per lei raccontare una storia?

R) Significa obliterare il biglietto e partire per destinazioni esotiche, universi paralleli, pianeti inesplorati, scoperte incredibili, avventure mozzafiato e lì incontrare i miei personaggi. Saranno poi loro a scegliere, la trama, gli intrecci, i dialoghi, gli scenari in cui muoversi, a creare la storia, insomma, io mi limito a trascriverla sulla carta.

 

 

D) Preferisce cimentarsi col racconto o col romanzo?

R) Con il romanzo, senza ombra di dubbio.

 

 

D) Ci dia una sua definizione dell’uno e dell’altro?

R) Il racconto è come una macchina sportiva a benzina, deve essere compresso, pronto, agile e scattante perché il suo rendimento migliore è su piste ben delimitate e veloci, quindi la storia,i sentimenti e le emozioni vanno concentrati in poche cartelle. Il romanzo invece è per le lunghe distanze, gli ampi spazi e siccome io sono un fuoristrada con il motore diesel ritengo questa forma espressiva più congeniale al mio modo di scrivere.

 

 

D) Come ha scelto il titolo del suo libro più recente?

R) Orichalcum questo il titolo. Sono andata a scomodare il buon Platone per prendere in prestito dai suoi dialoghi, il Crizia e il Timeo, il nome del metallo, l’oricalco, appunto, che costituiva l’ultima delle tre cinte murarie che proteggevano la città perduta di Atlantide,

 

 

D) Quanto tempo ha impiegato per scriverlo?

R) Circa un anno abbondante perché, come accennavo in precedenza, prima di partire a scrivere il romanzo vero e proprio mi sono riletta i passi di Platone in cui racconta la storia di Atlantide nel Timeo e nel Crizia. Poi ho riordinato e selezionato la mole enorme di documentazione che avevo accumulato sulla piana di Giza, sulle tre Grandi Piramidi e sull’immensa figura del dio Thot, una divinità generosa che, secondo gli antichi Egizi, aveva “adottato” il genere umano e si adoperava in ogni campo, dalla religione alla musica, dalla matematica ai giochi, al calendario, all’astronomia, per trarlo fuori dall’ignoranza primordiale in cui si dibatteva.

D) Ha vinto premi letterari?

R) Si tra piazzamenti utili e primi posti ho ricevuto moltissime soddisfazioni dalle mie creature. Gli attestati e i trofei sono tutti esposti nel mio angolo, “il pensatoio”, come lo hanno scherzosamente definito le mie figliole. Quello è il mio regno, il mio rifugio, il mio mondo e vederli raccolti li tutti insieme non mi fa provare orgoglio ma mi regala un senso di serenità, di soddisfazione, di gioia e ogni volta che alzo gli occhi e li vedo, ringrazio la Natura per il dono che mi ha concesso.

 

 

D) Crede nei premi letterari?

R) Non aiutano di certo un autore sconosciuto ad emergere ma, almeno, permettono di far conoscere il suo modo di scrivere anche ad altri che non siano la stretta cerchia di parenti, amici, conoscenti e colleghi di lavoro. E, comunque, un piazzamento in un concorso rappresenta una gratificazione ed un ottimo stimolo per l’autore e per risollevare, per qualche tempo, la sua autostima, sempre pronta a scendere sotto la suola delle scarpe.

 

 

D) Ha altri progetti in cantiere?

R) Molti e non solo nuovi romanzi, anche sceneggiature teatrali e cinematografiche. La mia “tattica”, comunque, è quella di un passo alla volta e per ora la meta più vicina, per il nuovo anno, è l’uscita, del romanzo vincitore del premio intitolato a Massimo Di Somma, IL VELENO DI CIRCE, scritto a due mani con un altro autore esordiente, Michele Zefferino, ed edito da Linee Infinite Edizioni.

 

 

 

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