Intervista a Cristina Mosca
Intervista alla scrittrice Cristina Mosca
Nome: Cristina
Cognome: Mosca
Regione di residenza: Abruzzo
Email: crimosca@gmail.com
Intervista (del marzo 2008)
Ci racconti un po’ di lei e del suo approccio al mondo della scrittura
Mi piace raccontare che provengo dalla scuola di Oscar Wilde, intendendo una scrittura virtuosistica ed ampollosa, che si basa su un’aggettivazione abbondante e lunghi periodi ricchi di subordinate. Poi, la svolta nella mia scrittura è arrivata con il giornalismo: ho dovuto semplificare molto il mio modo di raccontare le cose. L’ho snellito.
Qual è stato il suo percorso di studi?
Ho frequentato la sezione bilingue del liceo scientifico di Giulianova e poi mi sono laureata in Lingue e Letterature Straniere a Pescara, dove ho conseguito l’abilitazione per l’insegnamento dell’Inglese nelle scuole superiori. Sono cresciuta a pane, Big Babol e classici.
Quando e perché ha iniziato a scrivere?
Perché: per urgenza. Quando: a scrivere per esprimere i miei sentimenti, diciamo a dieci anni, con una poesia in cui cercavo di “fotografare” un paesaggio notturno. Da piccola mi piaceva inventare storie; storie che indagassero il “cosa succederebbe se”. Poi, della poesia e della narrativa mi sono servita soprattutto per analizzare i cambiamenti che avvenivano nella “me” adolescente e nel mondo nel quale mi muovevo. Infine, a partire dall’università ho avuto bisogno, oltre a raccontare determinati sentimenti e sviscerare determinate situazioni, di fissare dei pensieri, di afferrare delle realtà che mi sfuggivano.
In termini umani, cosa significa per lei scrivere?
Fotografare dei momenti che in nessun altro modo potrebbero essere colti. Rendere giustizia ad alcune storie, permettendo loro di essere vissute più e più volte. Vivere a mia volta storie “su misura”.
Quali sono i suoi libri del cuore?
I classici. Adoro “Martin Eden” di Jack London; sono affezionata alle figure di Anna Frank (ho tre versioni del suo “Diario”, tra cui una in tedesco) e di Isabel Archer (“Ritratto di signora”, Henry James). Ha significato molto per me “Il gabbiano Jonathan Livingston” di Richard Bach (libro immancabile nella biblioteca di un adolescente che voglia staccarsi dallo stormo per affinare la tecnica del volo).
E quelli che non leggerebbe mai?
Quelli scritti solo per farsi leggere.
Il libro più bello che ha letto negli ultimi tre anni?
Probabilmente “Scritto sul corpo”, di Jeanette Winterson. Negli ultimi tre anni ho “scoperto” inoltre, e tengo a nominarli: una scrittrice americana molto ironica, Jennifer Weiner (“Brava a letto”, “Letto a tre piazze”, “In her shoes – Se fossi lei”); la scrittrice francese Anäis Nin, di cui ho letto i diari; e, casualmente unico uomo in questa trafila, Erri De Luca, che con il suo “Non ora, non qui” per me è stato letteralmente un colpo di fulmine.
E quello che meno le è piaciuto?
Qualcuno che estrapolava concetti così inflazionati e poco sentiti da essere quasi imbarazzante.
Qual è il rapporto con la sua regione e con la sua terra?
Ottimo in realtà. Nel senso che sento molto forte il mio legame atavico con il mare e sono convinta che se dovessi stare a lungo in una grande città o nell’entroterra soffrirei fisicamente. Credo che sentirei la mancanza della salsedine nell’aria. Inoltre potrei dire che essendo una giornalista e dovendo in qualche modo raccontare la mia terra, “certo che il rapporto è buono”… ma in effetti non è così scontato.
Cosa le piace e cosa non le piace dell’editoria odierna italiana?
Mi piace: che il panorama non sia monopolizzato dalle case editrici principali, anche se sono quelle che hanno più presa sul territorio. Non mi piace: che le piccole case editrici a volte si vendano davvero per un tozzo di pane.
Cosa le piace e cosa non le piace del panorama culturale italiano d’oggi?
Mi piace: che comunque dia spazio a tantissime sfaccettature delle nuove realtà. Non mi piace: che un’astuta strategia di marketing debba essere confusa con la testimonianza di un prodotto di qualità
Come è arrivato alla pubblicazione del suo lavoro?
Il primo romanzo, “Chissà se verrà alla mia festa”, ha visto la luce grazie alla fiducia della casa editrice Schena, di Fasano (Br)) e ad un concorso, il premio letterario “Valerio Gentile”: il primo premio prevedeva la pubblicazione dell’opera, e io nel 2005 mi sono classificata prima, dopo essermi posizionata al secondo posto nel 2004. Anche la silloge di poesie, “Pierrot scalzo”, è stata frutto di un primo premio: quello conferito ex-aequo dal Premio “Giovani Autori” indetto dalla fondazione Pescarabruzzo e dalle Edizioni Tracce. “E donne infreddolite negli scialli”, infine, è il frutto di quest’amicizia consolidata con la casa editrice Schena.
Cinema: qual è il suo film preferito?
Mi ha innamorato “Memorie di una Geisha”. In genere una biografia, se fatta bene, è in grado di ammaliarmi.
Musica: la canzone del cuore?
Non ce n’è una sola. Ce ne sono moltissime che per me racchiudono determinati ricordi e mi sarebbe impossibile nominarne una sola. Sarebbe come scegliere di mantenere un ricordo solo.
Ha frequentato corsi di scrittura creativa?
Assolutamente no
Ritiene siano utili?
Ritengo che si impari a scrivere leggendo e “ascoltando”, ossia affinando i sensi e cercando cosa si nasconda dietro le parole e i modi di fare di una persona.
Quale ritiene sia l’aspetto più complesso della scrittura narrativa?
Mantenere un certo ordine nella sintassi. E una grammatica corretta. Banale? Non credo.
Come scrive: su carta o al computer? Di giorno o di notte? In solitudine o fra altre persone? Segue “riti” particolari?
Ormai scrivo prettamente al computer, un po’ per abitudine, visto che è il mio strumento di lavoro,un po’ perché con la penna non riesco più a stare dietro ai miei pensieri. Sono abbastanza disordinata e su carta finirei per non orientarmi più tra scarabocchi, cancellature e correzioni. Tendenzialmente preferisco la notte, per scrivere per me stessa, perché i cellulari si spengono, diminuiscono le possibilità di venire interrotti – magari da una visita inaspettata – e aziende e negozi sono chiusi. E’ anche vero, però, che certe immagini quando arrivano arrivano, e non posso fare a meno di appuntarla in qualsiasi modo, anche su una Moleskine che porto sempre con me in borsa. Scrivo in solitudine. Riti? Ho bisogno del silenzio, proprio perché mi devo “ascoltare”.
Come è nata in lei l’idea di raccontare quel che ha raccontato nel suo libro più recente?
Da una vicenda personale. Da uno snervante senso di impotenza e di attesa con cui mi ritrovo ancora oggi a dover fare i conti, a volte. Dalla voglia di ricordare.
Cosa significa per lei raccontare una storia?
Dare voce a qualcosa che non ne ha. Guardare le cose da un altro punto di vista, magari quello più scomodo. Far guardare le cose da un punto di vista su cui non si trova mai il tempo di riflettere.
Preferisce cimentarsi col racconto o col romanzo?
Dipende da quello che ho da dire. Da quanti colori ha la… “fotografia” che voglio fare.
Ci dia una sua definizione dell’uno e dell’altro?
Il racconto è una sorta di atomo, che contiene e vuole esaminare un aspetto particolare dell’esistenza. Il romanzo è come una molecola, con tutte le sue complessità, le sue differenze interne e le sue contraddizioni.
Come ha scelto il titolo del suo libro più recente?
“E donne infreddolite negli scialli” è un verso di una canzone, “Gente di mare”, che ritengo racconti un po’ questo senso snervante dell’attesa che ho voluto fissare nel romanzo. Chi ricorda come prosegue il verso può capire cosa intendo…
Quanto tempo ha impiegato per scriverlo?
Due anni + una vita. Cosa significa? Lo spiego nei ringraziamenti… ![]()
Ha vinto premi letterari?
Mah… qualcuno…
Crede nei premi letterari?
Sì, ma solo in quelli che non chiedono la quota di iscrizione, anche se sono passata anche per qualcuno di questi. I Premi letterari servono per “uscire da se stessi”; per entrare in, o almeno sfiorare, un circuito giusto; e per affinare il proprio talento.
Ha altri progetti in cantiere?
Sì, un nuovo romanzo. Ma è proprio all’inizio… e non so quanto tempo ci vorrà, stavolta, perché le priorità del lavoro quotidiano crescono sempre più.
approfondimento per la POESIA
Come scrive? Su carta o al computer? Di giorno o di notte? In solitudine o fra altre persone? Segue dei riti?
Con la poesia è differente, non ci sono tempi: i versi sono come gocce di sangue che non posso controllare, se “mi taglio” escono e basta… e allora anche un tovagliolo di carta può essere buono per prendere appunti.
Quali sono i suoi poeti del cuore?
Quelli mediorientali credo (Hizkmet, Gibran, Tagore), ma a differenza della narrativa non leggo spesso poesia. Mi lascio guidare dalle emozioni, non dai poeti. Del resto, Paul Valèry ha scritto che un poeta è chi trasmette un’emozione.
Come nasce un suo verso?
A volte per rabbia, a volte per amore, a volte per capire; comunque sempre per istinto.
Quanto tempo ci lavora su?
Molto poco. Se limo qualcosa di solito lo faccio immediatamente, anche appena concluso il verso. E’ come quando si cerca di far coincidere un disegno che si schizza su carta, ad uno ben formato che si ha in testa.
Cosa deve esserci in un suo verso, perché resti soddisfatto?
Mentre scrivo, “ascolto” il verso e ne seguo la musicalità; non ritengo la poesia compiuta se percepisco ancora “note stonate”. Finché non coincide con quello che ho dentro.
Dove e quando ha scritto il suo primo verso?
In auto: avevo dieci anni e ricordo che mia madre, forse mia zia e io tornavamo da Teramo verso Giulianova. Eravamo sulla superstrada e trovai decisamente affascinanti – forse inquietanti – le colline immerse nel buio, distinguibili solo dalle luci dei paesi. Così scrissi una poesia che non aveva un briciolo di ritmo ![]()
Cos’è che l’ha spinta a pubblicare le sue poesie?
L’amore che provo per loro. E una proposta che non avrei potuto rifiutare.
Qual è un verso celebre che avrebbe voluto scrivere lei?
“Volli, fortissimamente volli”.
Come ha scelto il titolo del suo lavoro più recente?
Da una delle mie prime poesie premiate ad un concorso letterario. La figura di Pierrot mi ha sempre attirata, per questa sua contraddizione dell’essere una maschera di Carnevale – e quindi, per definizione, di essere qualcuno che dovrebbe far ridere – che in realtà è triste. Lo trovo terribilmente simbolico, per le facciate che dobbiamo assumere di fronte alla società, a volte come necessaria protezione.
Quanto tempo ha impiegato per scriverlo?
Una vita ![]()
Ha vinto premi letterari?
Sì, numerosi.
Crede nei premi letterari?
Sì, specie se non chiedono quote di partecipazione. Sono un ottimo confronto con chi non ci conosce ed è libero da condizionamenti “affettuosi”
Ha altri progetti in cantiere?
Di poesie no, anche perché scrivo di meno. Credo che la presenza di un blog che aggiorno costantemente, in alcuni casi mi aiuti a trovare uno sfogo immediato e, persino, a condividerlo.
Questo articolo è stato scritto da Redazione il 16 marzo 2008
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