Intervista a Gianpaolo Borghini
Intervista allo scrittore Gianpaolo Borghini
- Nome: Gianpaolo
- Cognome: Borghini
- Regione di residenza: Emilia Romagna
- Email: Gianpaolo.borghini@gmail.com
Intervista
Ci racconti un po’ di lei e del suo approccio al mondo della scrittura
>Il mio approccio alla scrittura è stato casuale, dettato sicuramente da un bisogno di esprimermi, ma, tutt’ora, abbastanza involontario. Mi interrogo spesso sul perché del mio scrivere, ma non ho ancora trovato una risposta definitiva.
Qual è stato il suo percorso di studi?
>Ho fatto degli studi che ben poco centrano con la scrittura: un istituto tecnico e il conservatorio, sono diplomato in violino.
Quando e perchè ha iniziato a scrivere?
>Ho cominciato nel 1997 quando, abortita ogni possibile carriera nel mondo della musica e avendo riscoperto la lettura da qualche tempo, ho cominciato a scrivere qualche storia. Non credo che quelle storie si possano definire nemmeno racconti. Erano molto brutte, ma mi appartenevano. Scrivere mi faceva sentire bene.
In termini umani, cosa significa per lei scrivere?
>Io credo molto nel valore della letteratura come generatrice d’idee, di dubbi, di stimoli per migliorare le persone e la società. Certo sono compiti difficili, ma tentare credo sia doveroso. In questo senso scrivere, per me, significa cercare di fare questo. Personalmente non ho idea se sono riuscito, o riuscirò mai, a farlo.
Quali sono i suoi libri del cuore?
>Sono moltissimi, il primo che mi viene in mente è Memorie di Adriano di Marguerite Yourcenar, tutti i libri di Philip Roth. Per rimanere in Italia i libri di Roberto Pazzi, ferrarese come me, e Giuseppe Genna, di cui consiglio l’ultimo romanzo, Hiltler.
E quelli che non leggerebbe mai?
>Da Federico Moccia a tutto quel genere di scrittura che non è letteratura. Credo che questi libri servano solo a togliere il piacere della lettura, quello vero.
Il libro più bello che ha letto negli ultimi tre anni?
>Ho apprezzato molto Le Irregolari di Massimo Carlotto, che mi ha ispirato l’idea di scrivere Il Tango dell’Angelo Perduto, il mio primo romanzo pubblicato.
E quello che meno le è piaciuto?
>Non ricordo esattamente, quando un libro non mi piace smetto di leggerlo e passo ad altro. In pratica lo cancello dalla mente.
Qual è il rapporto con la sua regione e con la sua terra?
>Fino a qualche tempo fa qualcosa di molto flebile e lontano, riferendomi alla mia scrittura. Mi sembrava strano poter mettere la mia città, Ferrara, in una storia, almeno che non si trattasse di un nome di luogo che sarebbe potuto essere tranquillamente un altro. Mi sono trovato meglio a parlare dell’Emilia, come nel “Bambino dei Miracoli”, un mio romanzo che uscirà nei prossimi mesi con Giraldi Editore e che ho ambientato a Serramarzane, un paese dell’Appennino bolognese che non esiste. Sarà stato, forse, per il confronto impossibile con Bassani, che ha descritto la nostra città in modo inarrivabile o per un motivo profondo, che mi sfugge. Poi, proprio per cercare di superare questo limite, ho partecipato al concorso letterario per inediti sulla ferraresità, bandito dal comune: “Nuove Storie Ferraresi”. Sono arrivato fra i cinque finalisti e questo mi ha fatto capire, credo, di poter avere un rapporto, anche nella scrittura, con la mia città.
Cosa le piace e cosa non le piace dell’editoria odierna italiana?
>Credo di essere in questo mondo da un tempo non sufficiente per farmi un’idea mia, diretta di un ambiente così complesso. Mi sembra, però, che le logiche che muovono la grande editoria, siano, sempre di più, prettamente industriali. Soprattutto per quella legata alle catene di grande distribuzione libraria. Mentre quelle che muovono l’editoria piccola e piccolissima, sono un po’ troppo basate sulla buona volontà e l’improvvisazione. Probabilmente il tutto deriva dal fatto che la gente legge troppo poco e gli editori grandi temono di perdere fette di mercato. Per lo stesso motivo i piccoli editori, per quanto si sforzino, non riescono a guadagnare un terreno bastante al salto di qualità. Per questi due estremi mi rimane difficile spiegarmi l’enorme numero di nuovi libri che vengono stampati in Italia, ogni anno.
Cosa le piace e cosa non le piace del panorama culturale italiano d’oggi?
>Quello che mi piace è quasi tutto in rete. I siti come Carmilla, come quello dei Quindici della Wu Ming Foundation, come quelli legati al genio di Giulio Mozzi e Vibrisselibri. E poi i blog di Giuseppe Genna e Massimo Carlotto. Diciamo che in rete arriva l’idea diretta, pura, ancora c’è quel pluralismo che manca in qualsiasi altra forma di comunicazione a distanza.
Quello che mi piacciono di meno sono i critici letterari che recensiscono libro sulla base di tutto, tranne del valore letterario di un libro. Per certi libri che ho amato, mi è dispiaciuto leggere critiche, non solo negative, ma assolutamente e volutamente irritanti.
Come è arrivato alla pubblicazione del suo lavoro?
>Cercare di pubblicare il proprio manoscritto credo che sia un’ambizione più che legittima, per chi ne ha composto uno. Personalmente ho cercato i riferimenti di più editori possibili, escludendo quelli dichiaratamente a pagamento. Poi, fra questi, ho inviato il manoscritto a quelli che, dalle informazioni recuperate, potevano essere interessati alla storia che avevo raccontato. A quasi un anno dall’invio Davide Zedda ha risposto ed eccoci che ne parliamo.
Cinema: qual è il suo film preferito?
>Se devo dire un solo film dico: “C’era una volta in America” di Sergio Leone. Trovo che contenga un senso di nostalgia struggente, unica.
Musica: la canzone del cuore?
>Amo tutta la grande musica, quella che ha qualcosa da dire, senza pensare a generi o etichette. Dal tango di Piazzola a Bill Evans, da Miles Davis a Mozart, Verdi o Jobim. In questo senso è impossibile per me nominare una canzone sola.
Ha frequentato corsi di scrittura creativa?
>No, se escludo un seminario sulla scrittura, tenuto dallo scrittore ferrarese Roberto Pazzi, qualche anno fa. Si è trattato di cinque incontri, ma a carattere di seminario. Tutte lezioni di estremo interesse, ma che non avevano la caratteristica del corso di scrittura tipico, fatto anche di esercizi diretti.
Ritiene siano utili?
>Possono essere utili per le conoscenze e condivisioni con persone che hanno il vizio della scrittura. Possono anche aiutare a puntualizzare alcuni aspetti legati alla tecnica. Non credo possano inventare lo scrittore dove non c’è.
Quale ritiene sia l’aspetto più complesso della scrittura narrativa?
>Comporre un’opera lunga, un romanzo diciamo, che abbia un carattere di unicità, che sia un’opera organica.
Come scrive: su carta o al computer? Di giorno o di notte? In solitudine o fra altre persone? Segue “riti” particolari?
>Scrivo sempre e solo al computer, ovunque mi sia possibile farlo. Ma normalmente scrivo di sera o di notte, nel silenzio di casa mia, anche per motivi pratici.
Come è nata in lei l’idea di raccontare quel che ha raccontato nel suo libro più recente?
>La scintilla del “Tango dell’Angelo Perduto” è stata la lettura del libro “ Le Irregolari” di Massimo Carlotto. Un libro che parla di Argentina e di desaparecidos. L’interesse per questo argomento, si trovava dentro di me, probabilmente, da tempo.
Cosa significa per lei raccontare una storia?
>Significa scoprire qualcosa di nuovo, indagare possibilità prima sconosciute. In pratica significa scoprire qualcosa di se stessi che, spesso, non si immaginava nemmeno. Per me è questo l’aspetto più esaltante della scrittura.
Preferisce cimentarsi col racconto o col romanzo?
>Diciamo che preferisco il romanzo, che consente una vita più lunga a contatto con una storia. Il racconto è più rapido: si pensa, si scrive e poi è tutto finito.
Ci dia una sua definizione dell’uno e dell’altro?
>Il romanzo è un lungo viaggio di scoperta, il racconto è un weekend in un posto dove difficilmente tornerai.
Come ha scelto il titolo del suo libro più recente?
>”Il Tango dell’Angelo Perduto” è nato per approssimazioni successive, da altri titoli che non mi sembravano descrivere abbastanza bene quello che volevo dire nel testo. Il titolo di un romanzo, secondo me, deve contenere più di un indizio sulla storia che contiene, deve essere una sorta di dichiarazione d’intenti.
Quanto tempo ha impiegato per scriverlo?
>Circa un anno.
Ha vinto premi letterari?
>Sono stato fra i cinque finalisti della prima edizione del concorso “Nuove Storie Ferraresi”, indetto dal comune di Ferrara.
Crede nei premi letterari?
>Non ho abbastanza esperienza per poter rispondere a questa domanda. Diciamo che i premi letterari per esordienti, sempre che siano seri, servono a far conoscere, poco, un autore. Servono forse più come spinta a fare di più e meglio.
Ha altri progetti in cantiere?
>Un nuovo romanzo e un gruppo di scrittura collettiva, voluto e coordinato da Giulio Mozzi, con il quale speriamo di produrre presto qualcosa di pubblicabile. Nei prossimi mesi è prevista l’uscita di un altro romanzo che ho scritto, Il Bambino dei Miracoli, con l’editore Giraldi di Bologna.
Questo articolo è stato scritto da Redazione il 27 marzo 2008
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