Intervista a Marco Casula

Intervista allo scrittore Marco Casula

Nome: Marco
Cognome: Casula
Regione di residenza: Sardegna
Email: marco.casula@leoneeditore.com

Intervista (giugno/2010)

D) Ci racconti un po’ di lei e del suo approccio al mondo della scrittura

R) Direi che l’incontro con la scrittura è stato tutto affatto casuale, non cercato. Scrivere in forma prosastica era l’ultima cosa cui pensavo. Per formazione culturale e lontano dai miei interessi, per l’attività o per l’impegno individuale o sociale nel corso degli anni mai ho pensato alla scrittura come mezzo d’espressione. Diciamo che sino a un certo periodo ho scritto esclusivamente per la mia utilità, mai un diario intimo o cose del genere, ma riflessioni generali, oppure generiche, o per il mio esclusivo interesse, magari in rapporto al tipo di studio o di lavoro. Poi succede qualcosa nella vita che cambia di trecentosessanta gradi la prospettiva, vedi le cose in modo diverso. Forse perché capisci che scrivere è come urlare: un urlo liberatorio, disperato, proclamatorio, terapeutico. Scrivere mantiene accesa una fiamma: della conoscenza, del proprio io e dei tanti io che ci sono in te; della compassione, del farsi carico del dolore degli altri. Scrivere è una lettera al mondo dove dici io esisto! Scrivere è testimonianza, è testamento, il suo prologo, diceva Paolini, di quel poco di sapere accumulato. In un certo senso, è la scrittura che mi è venuta incontro. Come ho avuto modo di dire in altre occasioni, ho capito che la scrittura come la vita è un gioco dove pensieri, parole, storie si formano tra la punta di un pennino e le righe di un quaderno da riempire. A quel punto forse posso determinare io il destino di immaginari personaggi e non il destino a fissare i paletti della mia vita.

Questo spiega, in parte, perché sono arrivato tardi alla scoperta di questo mondo. È stato dunque un approccio meditato, maturo. Un gioco che consente di abbandonarsi all’esplorazione di un’immensità di spazi carezzabili e reciprocamente carezzevoli, come scrisse Calvino.

D) Qual è stato il suo percorso di studi?

R) È dimostrato come la mia formazione culturale sia del tutto scentrata rispetto al manifestarsi di una mia presunta o meno vocazione letteraria. E non solo. Ho fatto studi tecnici – maturità di tecnico industriale – senza mai svolgere attività legate a quel campo; studi universitari di scienze politiche senza laurea.

D) Quando e perché ha iniziato a scrivere?

R) Ho iniziato a scrivere, nei termini di cui dicevo, una decina d’anni fa e i motivi credo li possa spiegare meglio il Signor Freud, perché a me sono sconosciuti. Forse perché, come ho sostenuto sopra, scrivere per me è un gioco. E come un gioco scrivo. In più, direi che è una bella sfida, una sfida alla possibilità di esserci. Non ricordo chi l’abbia detto, ma è come opporre al potere del conosciuto, la forza dell’ignoto. Scrivere dà forza all’ignoto.

D) In termini umani, cosa significa per lei scrivere?

R) Questa risposta è legata alla precedente, come la precedente è legata alla prima. Scrivere è un divertimento, in tutti i suoi momenti: il momento artigianale, perché scrivere è qualcosa di estremamente concreto – si plasma la parola come l’artigiano manipola la materia, il momento creativo, perché ti senti dio, ma anche progettuale, quando vuoi seguire un tuo schema mentale per dare efficacia e rigore narrativo all’opera, e quello post-creativo, diciamo così, per perfezionarla. Nel divertimento c’è l’emozione, la gioa dell’atto. Scrivere è un rapporto carnale con la materia dello scrivere: la carta, la penna o la la tastiera. e poi ancora carta, insomma una libidine che non ti molla. Nel gioco e nel divertimento il momento della scrittura è quello del rivelarsi, del mettere a nudo le proprie ferite e del mostrare le cicatrici, perché tutto ciò che rappresenti attraverso la scrittura rivela, senza descriverla, la tua visione del mondo, che è solo tua.

D) Quali sono i suoi libri del cuore?

R) In testa metterei: Lettere dei condannati a morte della Resistenza. Quindi i libri di saggistica che sono stati per me pietre miliari: I Quaderni dal carcere e le lettere di Antonio Gramsci su tutti, e di saggistica storica, Spriano, Candeloro. Nella narrativa in prima fascia, I Promessi Sposi, l’Odissea, Il Gattopardo e Pinocchio, ma direi anche: Underword di Delillo, Uomini e Topi di Steimbeck e quindi in ordine sparso, Il giorno del giudizio di Salvatore Satta, La Storia di Elsa Morante, Miele amaro, di Salvatore Cambosu, Paese d’ombre di Giuseppe Dessì e Il Quinto passo è l’addio di Sergio Atzeni. A parte, I ragazzi della via Paal, di Ferenc Molnar perché è stato il libro della mia infanzia.

D) E quelli che non leggerebbe mai?

R) Letteratura di consumo.

D) Il libro più bello che ha letto negli ultimi tre anni?

R) Direi Accabadora di Michela Murgia e Stirpe di Marcello Fois a pari merito.

D) E quello che meno le è piaciuto?

R) La trilogia Millennium di Stig Larsson. Uno dei tre, a scelta.

D) Qual è il rapporto con la sua regione e con la sua terra?

R) La mia terra, la Sardegna, è uno stato mentale e l’influenza ambientale è molto forte anche quando scrivo di cose lontane, o apparentemente lontane, il suo orizzonte mi tiene avvinghiato. Mi sento figlio di una tradizione culturale in divenire, aperta al mondo. Una miniera da saccheggiare.

D) Cosa le piace e cosa non le piace dell’editoria odierna italiana?

R) Non ho elementi sufficienti per esprimere un giudizio motivato. L’idea che mi sono fatto è che un po’ tutta l’editoria se la passi male e che sia in vigore la legge della giungla. I gruppi più grandi editoriali spadroneggiano, ma hanno i magazzini pieni; i più piccoli arrancano come possono: c’è chi fa il furbo e chi segue le regole, ma tutti si sentono sull’orlo del precipizio. Poi c’è il brutto dell’editoria a pagamento. Doloroso.

D) Cosa le piace e cosa non le piace del panorama culturale italiano d’oggi?

R). È uno scenario in chiaroscuro e l’argomento è complesso per affrontarlo in poche parole. C’è un Paese con un grande passato, un immenso patrimonio culturale, risorse anche umane dalle grandissime potenzialità, nel campo scientifico e delle scienze umane. Ma sono portato a una lettura pessimistica riguardo al futuro. Viviamo un tempo presente involgarito, alienato, sprofondato nel sonno della ragione, minacciato dall’oscurantismo, dominato da una condizione di pietosa ignoranza e da una sub cultura teledipendente che ha omologato le menti. Come se il Paese avesse perso memoria di sé, della propria identità e della sua storia. Purtroppo il discorso investe il ruolo degli intellettuali nell’epoca della globalizzazione e, in ultima analisi, quello della classe dirigente del nostro Paese. E mi riferisco a chi porta la responsabilità collettiva, non solo politica, ma anche istituzionale, economica e sociale, in ogni campo. A cominciare dalla scuola sino all’università, dalla ricerca alla formazione scientifica. Non è opera dello spirito santo la scomparsa delle università italiane dalle graduatorie internazionali, studenti, studiosi che vanno all’estero e via di questo passo. A mio avviso ciò è tanto più evidente nella lingua italiana, spesso svuotata di contenuti e significati. Non lo dico io, ma c’è chi sostiene e sono d’accordo, che l’avvento di una lingua indotta dalla tecnologia, dall’aziendalismo, dai mass-media abbia prodotto una lingua omologatrice più adatta a entrare nella Grande Bottega del mondo delle merci e dei consumi. È diventato un luogo comune ahimè portare come argomento a dimostrazione, il fatto che l’Italia sia ultima nelle classifiche per la lettura dei libri e dei quotidiani. È un fatto purtroppo che siamo entrati nell’era del pensiero binario, vero/falso, sì/no, nero/bianco, acceso/spento: il linguaggio mediatico predomina, non esistono le differenze di registro e quelle locali, come le sfumature, le varietà di parole e le articolazioni di pensiero. Quanto ai rimedi, è da titani risalire la discesa di un processo lungo cinquant’anni. Si aprirebbe un altro capitolo, quello della egemonia culturale, un’inversione di tendenza che implica passaggi epocali di cui vedo deboli fiammelle ma non la luce.

D) Come è arrivato alla pubblicazione del suo lavoro?

R) Ho spedito il manoscritto, via email o posta ordinaria, a una sessantina di editori. Ho scartato quelli a pagamento, e quando un editore serio lo ha valutato positivamente senza chiedermi un soldo, ho accettato la sua proposta.

D) Cinema: qual è il suo film preferito?

R) Rocco e i suoi fratelli di Visconti. Ma non è il solo, ovviamente.

D) Musica: la canzone del cuore?

R) A Whiter Shade of Pale dei Procol Harum, ma non sarebbe sola.

approfondimento NARRATIVA

D) Ha frequentato corsi di scrittura creativa?

R) No.

D) Ritiene siano utili?

R) Non saprei. Se i corsi fossero finalizzati a fornire nozioni di base, rudimenti, fondamenti di tecniche e metodiche di formazione, di composizione, di analisi del testo letterario penso di sì. Dovrebbero consegnare una specie di cassetta degli attrezzi. È ben più difficile impadronirsi della parte creativa che dipende da altri fattori.

D) Quale ritiene sia l’aspetto più complesso della scrittura narrativa?

R) La fase progettuale: l’impostazione macro strutturale, è a mio avviso la più complessa. Precondizione: scrivere seguendo una disciplina di lavoro, darsi un metodo. Questa fase richiede applicazione e costanza. Qui ci vuole olio di gomito, cervello e muscoli d’acciaio. Poi c’è chi fa un romanzo in due mesi: beato lui. In ogni caso far tesoro di un precetto popolare: impara l’arte e poi mettila da parte.

D) Come scrive: su carta o al computer? Di giorno o di notte? In solitudine o fra altre persone? Segue “riti” particolari?

R) Si solito scrivo al computer, di giorno (mattina o pomeriggio), quando sono solo e nel più completo silenzio. Se ci sono costretto, però, scrivo anche in mezzo a una folla urlante. Di notte dormo. No, nessun rito pagano.

D) Come è nata in lei l’idea di raccontare quel che ha raccontato nel suo libro più recente?

R) Un lampo durato cinque secondi, l’idea è stato il seguente pensiero: chi non fa i conti sino in fondo col proprio passato è destinato a confrontarsi coi suoi fantasmi. Il resto, per costruire la storia, è stata falegnameria.

D) Cosa significa per lei raccontare una storia?

R) Ho già risposto in parte. Raccontare significa mettere in scena i personaggi che nascono da un’idea, una premessa tematica continuamente presente nella mia mente. Personaggi che sono come tanti io che assumono un’identità definita mano a mano che procede la storia. Sono i personaggi che, infine, portano avanti il racconto, sotto la mia guida, come farebbe un regista coi suoi attori. Ma è il personaggio che fa la storia. Lavoro dunque sul personaggio o sui personaggi, anche quelli meno importanti.

D) Preferisce cimentarsi col racconto o col romanzo?

R) Ebbene, il significato del verbo cimentare è mettere alla prova, sperimentare. Per me, è così col romanzo: una sfida, più precisamente una sfida con se stessi, un gioco che diverte (anche qui aiuta l’etimologia = divergere, ossia faccio qualcosa che muove in direzione diverse, contrapposto a convergere) una cosa dunque certamente gioiosa, che mi aiuta a creare altri mondi, che non è mai la stessa, che ferisce e guarisce, piange e ride, eccetera. Il romanzo più del racconto perché mi affascina la sua complessità. Ma le sensazioni sono le stesse.

D) Ci dia una sua definizione dell’uno e dell’altro?

R) È una convenzione quella di ritenere il racconto più breve rispetto al romanzo. È una differenza quantitativa dunque, ma le differenze sono di lana caprina, in fondo. Di cosa parliamo infatti, quando parliamo di romanzo breve e di racconto lungo?

D) Come ha scelto il titolo del suo libro più recente?

R) Ho pensato a un titolo dove fossero presenti gli elementi della maschera come simbolo del super-io che nasconde la coscienza di sé e della neve perché l’ambiente narrativo è quella della grande nevicata del 1956.

D) Quanto tempo ha impiegato per scriverlo?

R) Complessivamente un anno circa.

D) Ha vinto premi letterari?

R) Una segnalazione speciale al premio «Città di Cagliari» 2006 per racconti brevi inediti. Segnalazioni, diplomi di merito, premi speciali per la composizione di qualche verso in concorsi di poco conto nei quali, credo, abbiano premiato un po’ tutti. Questi non li conto nemmeno. E poi erano concorsi di poesia, ai quali non credo molto, come detto.

D) Crede nei premi letterari?

R) Sì e no. Comprendo che per giovani autori e in generale per esordienti possano servire al confronto con altri autori, un po’ di pubbliche relazioni. Il confronto mette in comunicazione il tuo lavoro con quello degli altri, a prescindere dal giudizio che ne dai tu dei premi letterari. Se ti va bene, ti fai conoscere.

Ha altri progetti in cantiere?

R) Ho terminato la prima stesura del prossimo romanzo.

3 commenti

  • rossana sciascia scrive:

    bella persona, l’intervista mi è piaciuta… Mi dispiace no aver colto alcun riferimento sul libro. Come s’intitola? Che casa lo ha edito? Che tema affronta? Se ti fa piacere puoi inviarmi queste info arrampicalberi@libero.it www camarcantonio.it
    Grazie e complimenti… Il fatto di essere sardo sicuramente ti aiuta in fascino e consapevolezza della propria storia
    Ciao
    Rossana

  • bianca delrio scrive:

    ciao marco…il mio nn e’ un commento letterario….anche se devo ammettere che nn ho letto tt i tuoi libri(ti spieghero’il xche’in altra sede)ma un commento di parte!…….dopo aver letto l’intervista ho capito ancora di piu’che l’artista che e’ in te e proprio innato…..e di questo ne vado grandemente”FIERA”spero tanto che chi di competenza ne faccia tesoro,onorandoci di partecipare al tuo banchetto culturale………”noi”tuoi sostenitori ti sosteniamo tenendoci aggiornati su le nuove pubblicazioni……un forte abbraccio..BIANCA…

  • bianca delrio scrive:

    LO SOOOOOOOO……..ho letto l’articolo un po’ in ritardo!!!!!!!ma e da poco che sto facendo conoscenza di questo strumento cosi’meraviglioso,ma anche tanto infernale……come lo amo,lo odio…..a presto!!!

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