Intervista a Michele Ciardelli
Intervista allo scrittore Michele Ciardelli
Nome: Michele
Cognome: Ciardelli
Regione di residenza: Toscana
Email: bauchopybau@hotmail.it
Intervista (maggio/2009)
D) Ci racconti un po’ di lei e del suo approccio al mondo della scrittura.
R) Il mio approccio con la scrittura è iniziata circa dieci anni fa, quando cominciò a balenarmi in mente una storia che, qualche anno dopo, sarebbe diventato il mio primo libro.
I miei trascorsi scolatici sono stati conditi da vere e proprie delusioni nelle materie umanistiche e dai molti 4 in Italiano. I miei racconti e le mie idee erano imprigionati da un italiano approssimativo che necessitava di una decisa correzione. Finito il secondo libro nel 2004, mi resi conto che, nonostante le storie fossero appassionanti, la difficoltà nel leggerli era evidente.
Allora presi la decisione di chiudere tutti i libri, scritti e letti, e di buttarmi nello studio della grammatica e dell’analisi logica. I mesi successivi a quella decisione passarono tra articoli determinativi e i vari complementi. Finito di studiare, ripresi i libri che avevo scritto e mi misi nuovamente a ricorreggerli, ma non mi sentivo ancora appagato. Decisi di portare entrambi i libri da un editor e di andare da un professore che mi desse delle ripetizioni in Italiano per vedere se i miei progressi c’erano effettivamente stati.
Nel 2008, dopo 4 anni di lavoro su me stesso e sul libro, ho deciso di pubblicare il mio primo libro (thriller, noir) dal titolo “Sedici rose arancioni”.
Attualmente vado sempre a ripetizioni per perfezionare il mio italiano e per correggere gli errori e alcuni rigurgiti scolastici rimasti.
D) Qual è stato il suo percorso di studi?
R) sono perito nautico.
D) Quando e perché ha iniziato a scrivere?
R) Un po’ per gioco e un po’ perché, mettere nero su bianco, mi permette di tornare bambino. A quando entravo in camera e mi mettevo a giocare con i soldatini (quelli che adesso sono miei personaggi) e a cui facevo fare di tutto… perfino morire! Poi tutto ricominciava (con un altro libro).
D) In termini umani, cosa significa per lei scrivere?
R) Molto, perché mi permette di ricrearmi il mio spazio. Quello tutto mio dove poter dare sfogo alla mia immaginazione. Dove alimentare il bambino che è in me. Infatti non scrivo solo gialli, ma anche romanzi. Scrivo a tutto tondo perché l’immaginazione del bambino non ha confini…
D) Quali sono i suoi libri del cuore?
R) Jurassic Park, Medicina Violenta e il Settimo Papiro.
D) E quelli che non leggerebbe mai?
R) Quelli di Tolkien (Il Signore degli anelli) e altri di Stephen King.
D) Il libro più bello che ha letto negli ultimi tre anni?
R) Sono due: il Dio del fiume e Medicina Violenta.
D) E quello che meno le è piaciuto?
R) Incubi e deliri.
D) Qual è il rapporto con la sua regione e con la sua terra?
R) Importantissimo. Tutti i miei racconti, passati e futuri sono e saranno ambientati nella periferia pisana dove io sono nato e cresciuto, fino a quando non mi sono sposato.
D) Cosa le piace e cosa non le piace dell’editoria odierna italiana?
R) Sono più le cose che non mi piacciono di quelle che mi piacciono. Intanto, la maggior parte delle case editrici cosiddette piccole pubblicherebbero anche l’elenco del telefono, dietro lauto compenso. Finito il loro compitino, non fanno altro. Inseriscono l’IBAN sul libro, il loro logo, lo mettono in rete e amen. Il lavoro di promozione nelle librerie con presentazione annessa sono a carico dell’autore.
Mentre le grandi Major preferiscono prendere il N° 1 in America, pagarne i diritti d’autore e promuoverlo in Italia, tanto sanno che rientrano con le spese. Oppure prendere un Faletti pagarlo prima in modo che ogni 2 anni pubblichi un libro, che investire sui libri e sugli autori.
Anche loro devono guadagnare, ma lo fanno sui sogni di chi scrive…
D) Cosa le piace e cosa non le piace del panorama culturale italiano d’oggi?
R) Sinceramente non saprei rispondere a questa domanda. Non trovo niente che mi attrae del nostro panorama culturale, forse perché ho un animo “contadino” e amo zappare solo il mio orticello.
D) Come è arrivato alla pubblicazione del suo lavoro?
R) Ho inviato il mio libro a 26 case editrici differenti. Ho aspettato tutte le varie risposte (alcune non mi hanno nemmeno risposto) e in base a quelle ho deciso con chi pubblicarlo.
D) Cinema: qual è il suo film preferito?
R) In realtà sono due a pari merito: Jumanji e Il Grinch.
D) Musica: la canzone del cuore?
R) Nonostante sia un inguaribile sorcino, la mia canzone del cuore è Teorema di Ferradini.
D) Ha frequentato corsi di scrittura creativa?
R) No.
D) Ritiene siano utili?
R) Si. Solo che io sono una persona pigra.
D) Quale ritiene sia l’aspetto più complesso della scrittura narrativa?
R) La parte più complessa e più affascinante della scrittura narrativa è lo studio che devo fare perché le idee che ho in mente siano suffragate da prove storiche certe. Ogni libro che scrivo necessita di studi approfonditi. Ad esempio per scrivere una scena del libro Sedici rose arancioni ho dovuto studiare L’Esodo della Bibbia. Avevo bisogno di informazioni certe. Non potevo scrivere solo in base ai ricordi che avevo.
D) Come scrive: su carta o al computer? Di giorno o di notte? In solitudine o fra altre persone? Segue “riti” particolari?
R) Generalmente uso il lapis e scrivo in stampatello in modo tale che chiunque volesse leggere quello che ho scritto possa farlo senza problemi. Sedici rose arancioni, però, l’ho scritto tutto al computer.
Non ho un momento in particolare. Io scrivo quando mi va. Quando decido di usare il lapis oppure il computer. Dipende dalla voglia, non dall’ispirazione. A volte mi ritrovo a scrivere per quattro ore di fila e qualche volta solo cinque minuti.
Scrivere, per me, è un divertimento e se dovessi darmi delle regole, sarebbe finito il concetto di divertimento.
D) Come è nata in lei l’idea di raccontare quel che ha raccontato nel suo libro più recente?
R) Dalla necessità di rendere la vita di mio padre immortale. Di vivere attraverso il racconto della sua vita, la sua esistenza. Ho iniziato a scrivere il libro (Due giorni in più) su mio padre un’ora dopo la sua morte, per rendergli omaggio. Per dirgli grazie per tutto quello che ha fatto per me.
D) Cosa significa per lei raccontare una storia?
R) Condividere con gli altri le mie idee. Condividere quello che voglio raccontare, accettando gli onori e gli oneri che questa mia decisione comporta.
D) Preferisce cimentarsi col racconto o col romanzo?
R) Col romanzo. Mi permette di creare, inventare e far girare i personaggi a mio piacimento. Il racconto mi da un senso di limite.
D) Ci dia una sua definizione dell’uno e dell’altro?
R) Proprio nella complessità e nella limitatezza sta la differenza. Il romanzo è un insieme di racconti che si intersecano, si può dire.
D) Come ha scelto il titolo del suo libro più recente?
R) Per conferire all’attaccamento alla vita di mio padre, una visione mitica. Mio padre, dopo esser stato operato, avrebbe dovuto, secondo il parere dei medici, soffrire un paio d’ore o al massimo qualche ora, mentre è sopravvissuto due giorni. Da lì “Due giorni in più”, quelli di sofferenza dove mio padre ha trovato la forza di resistere per permetterci a noi di ritrovarci dopo anni di discussioni intestine e a lui di raccontare tutta la sua vita.
D) Quanto tempo ha impiegato per scriverlo?
R) otto mesi.
D) Ha vinto premi letterari?
R) No!
D) Crede nei premi letterari?
R) Non molto. Ho partecipato a due concorsi, ma non credo che parteciperò ad altri.
Ha altri progetti in cantiere?
R) Si. Ho aperto, nel computer, 4 libri diversi e di diversi generi che lentamente finirò. In modo tale che diventino il 4° (sono a metà), il 5° (ho appena finito il primo capitolo), il 6° (ho scritto già una ventina di pagine), il 7° (ho appena finito il primo capitolo) e l’8° (appena iniziato) che avrò finito.
Questo articolo è stato scritto da Redazione il 31 maggio 2009
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