Intervista a Paola Bottero
Intervista alla scrittrice Paola Bottero
Nome: Paola
Cognome: Bottero
Regione di residenza: piccione viaggiatore tra Roma e la Calabria, con i piedi sempre ben saldi in Piemonte
Email: paola.bottero@iusanguinis.net
Intervista (aprile/2009)
D) Ci racconti un po’ di lei e del suo approccio al mondo della scrittura
R) Sono una curiosa, da sempre. “Perché” è una delle prime parole pronunciate, almeno a memoria dei miei genitori. Da allora continua a essere tra le mie preferite.
“La cosa più importante è non smettere mai di domandare” diceva Einstein. E almeno in questa verità l’ho ascoltato.
Così ho approcciato alla scrittura: troppe domande, non riuscivo a contenerle tutte. Ho iniziato a scrivere per avere una visione d’insieme, un punto di partenza indispensabile a iniziare la ricerca delle risposte.
D) Qual è stato il suo percorso di studi?
R) Dovevo essere notaio. No, magistrato. No, avvocato. No… ho approcciato al lavoro come giornalista, dopo gli studi giuridici. Poi ho scoperto la comunicazione. E il mio percorso di studio non si è mai fermato. Spero non si fermerà mai.
D) Quando e perché ha iniziato a scrivere?
R) Ogni volta in cui dovevo cercare di liberarmi da un dolore o comunque da emozioni troppo forti. Incontenibili.
D) In termini umani, cosa significa per lei scrivere?
R) Espellere quello che ho nelle viscere, liberarmi di un peso che non riesco più a sostenere. Nero su bianco, quel peso prende forma e fa meno male. Ma soprattutto acquista un senso compiuto, una propria identità.
D) Quali sono i suoi libri del cuore?
R) Sono un’onnivora di narrativa. Ma non solo. Non sono mai riuscita a rispondere alla domanda: “quali sono i 10 libri che salveresti dall’Olocausto?”. Anche perché il cuore non è statico, a seconda dei momenti ama e cerca in modo differente. La logica, poi, non mi è mai stata congeniale: è quasi sempre fallace. La mia, si intende.
Detto questo, non mi libererò mai di “Una solitudine troppo rumorosa” di Hrabal, “Al Dio sconosciuto” di Steinbeck, “Il deserto dei Tartari” di Buzzati, quasi tutto Kafka, “La coscienza di Zeno” di Svevo, “Il signore delle mosche” di Golding, molto Carver, Poe, Pavese e Bukowsky, qualche Dostoevskij, Hesse e Stendhal, “Chiamalo sonno” di Henry Roth, “Profumo” di Suskind. Si tratta di autori e lavori molto differenti, ciascuno dei quali ha segnato uno o più punti fondamentali della mia crescita.
D) E quelli che non leggerebbe mai?
R) Quelli che non leggo mai, anche se mi vengono regalati: i saggi pseudo intellettual-giornalistici-contemporanei, che sembrano più prodotti da bancone annuali con uscite prenatalizie. Tipo quelli di Vespa. Ma magari mi sono persa e continuerò a perdermi qualcosa di grande.
D) Il libro più bello che ha letto negli ultimi tre anni?
R) Sono indecisa tra la leggerezza “gialla” e la profondità letteraria de “L’ombra del vento” di Zafòn e la ricchezza di simbologia condita dal mistero dei mondi sconosciuti di Pamuk in “Il mio nome è rosso”.
D) E quello che meno le è piaciuto?
R) Forse “La solitudine dei numeri primi” di Giordano: scritto perfettamente, un titolo dalle grandi promesse, come le caratterizzazioni dei due protagonisti. Ma quando ho chiuso il romanzo non sono riuscita a ricordare neppure una parvenza di emozioni. Non mi ha lasciato nulla, più che non essermi piaciuto: è impossibile, per me, portare al termine la lettura di un libro che non mi piace.
D) Qual è il rapporto con la sua regione e con la sua terra?
R) La domanda giusta sarebbe: qual è la sua terra? Sono piemontese, amo le mie radici, i suoi profumi, i suoi colori e le sue sfumature, dunque le mie origini, in un modo totale. Senza l’abbraccio delle Alpi mi sono sentita spesso sola e persa, quando ho deciso di vivere a Roma, ormai quasi vent’anni fa. Eppure adoro ogni angolo della capitale. Nel 2000 sono approdata in Calabria, terra che mi ha adottata ed è diventata mia. Senza cancellare la terra di origine e la città di destinazione scelta.
D) Cosa le piace e cosa non le piace dell’editoria odierna italiana?
R) Non mi piacciono le regole troppo commerciali, l’enormità di titoli sfornati con costi a carico degli autori, l’impossibilità di orientarsi e la facilità nel perdersi. Mi piace il fatto che quasi chiunque possa avere una chance.
D) Cosa le piace e cosa non le piace del panorama culturale italiano d’oggi?
R) Quale panorama culturale?
D) Come è arrivata alla pubblicazione del suo lavoro?
R) Per caso. Ho scritto per estirpare quelle storie dal mio profondo. Mi sono trovata con il libro finito prima di potermi rendere conto di averlo pubblicato, grazie ad un editore calabrese che ha dimostrato come si possa osare, come si possa andare contro le regole commerciali. Basta volerlo.
D) Cinema: qual è il suo film preferito?
R) Sono eclettica in tutte le forme di arte. E ritengo la cinematografia una delle forme d’arte più complete. Come per i romanzi, anche per i film mi condizionano molto l’umore, il momento, la fase emotiva che sto vivendo. Da Kubrick a Zhang Yimou, da Sergio Leone a Loach, da Opzeteck a Tarantino, passando per De Palma, Kieslowsky, il primo Carpenter, tutto Kim Ki-duck, quasi tutto Scorsese, Almodovar, Frankestein Junior, La Mosca, Apocalypse now, Full metal jacket, Il cacciatore, Forrest gump, Vanilla sky, Matrix, Essere John Malchovich, The others, Ghost, The champ, … come scegliere il film preferito, escludendo peraltro i grandi classici? Ultimamente ho amato molto The Millionaire, The Wrestler, Two Lovers, Lasciami entrare, Gomorra, La classe. Ma penso che esistano film che dovrebbero essere visti almeno una volta: Philadelphia, Sotto accusa, Monster, Osama, Water, Mare dentro, Danny the Dog, e tanti, tanti, tanti altri.
D) Musica: la canzone del cuore?
R) In questo momento Nothing else matters dei Metallica. Ma La Cura di Battiato, Old and Wise degli Alan Parson Project, My Immortal degli Evanescence, Stairways to Heaven dei Led Zeppelin, Ancora tu di Battisti, Cumm’è di Murolo e Mia Martini, tutto Making Movies dei Dire Straits, from Genesis to Revelation, So di Gabriel, Mezzanine dei Massive Attack e Innuendo dei Queen occupano un posto speciale: sono alcune delle mie colonne sonore preferite. Avrei bisogno di tre o quattro giorni per elencare tutti i brani che vado a cercare per rivivere emozioni sempre nuove.
approfondimento NARRATIVA
D) Ha frequentato corsi di scrittura creativa?
R) No. Si mangia?
D) Ritiene siano utili?
R) Non ne ho idea.
D) Quale ritiene sia l’aspetto più complesso della scrittura narrativa?
R) La struttura, lo scheletro che reggerà l’opera finita. Prima di iniziare a scrivere devo avere ben presente lo scheletro: solo così posso iniziare a far fluire sulla tastiera quello che diventerà apparato muscolare, nervoso, sanguigno, organi interni, sensi, fino ad arrivare alla pelle e ai dettagli finali. Se non regge lo scheletro, ogni sforzo successivo diventa assolutamente vano.
D) Come scrive: su carta o al computer? Di giorno o di notte? In solitudine o fra altre persone? Segue “riti” particolari?
R) Rigorosamente su Mac. Preferibilmente di notte. Assolutamente sola. Con un rito molto poco salutare: le sigarette. Rito terribile edulcorato dalla musica di sottofondo (spesso chill out ed elettronica primo stile, dai Tangerine Dream in poi).
D) Come è nata in lei l’idea di raccontare quel che ha raccontato nel suo libro più recente?
R) Dovevo liberarmi di quelle storie. Farle uscire da me perché mi facessero meno male: cercando di dare loro un senso e un significato, raccontandole perché potessero essere condivise il più possibile, ma anche rendendole più oggettive, e dunque isolando meglio le domande. E iniziando a cercare qualche risposta.
D) Cosa significa per lei raccontare una storia?
R) Condividere. Cercare alleati per capire.
D) Preferisce cimentarsi col racconto o col romanzo?
R) Dipende dalla storia.
D) Ci dia una sua definizione dell’uno e dell’altro.
R) Il racconto è un romanzo breve, il romanzo un racconto lungo? Non mi piacciono le definizioni assolute. Dipende dai racconti, dipende dai romanzi. Dipende, soprattutto, dai tempi e dai luoghi in cui nasce e viene divulgata la narrazione.
D) Come ha scelto il titolo del suo libro più recente?
R) Isolando una delle domande più impellenti: nascere in terra calabrese (e dunque essere accomunati dallo stesso ius sanguinis) significa dover sottostare senza possibilità di deroghe al potere del sangue?
D) Quanto tempo ha impiegato per scriverlo?
R) Un anno circa. Ma studiare e identificarne lo scheletro mi ha occupato per molto più tempo.
D) Ha vinto premi letterari?
R) Datemi tempo: ius sanguinis è uscito a metà marzo…
D) Crede nei premi letterari?
R) Dipende dai premi letterari.
Ha altri progetti in cantiere?
R) Ho appena preso atto di aver scritto la mia opera prima. Ma intorno a me crescono da tempo numerosi scheletri in attesa di prendere forma. Ignoro, per ora, i tempi e i modi in cui diventeranno corpo. Ma spero che almeno uno di loro mi dimostri di sapersi reggere in piedi: non vedo l’ora di rimettermi sulla tastiera.
Questo articolo è stato scritto da Redazione il 21 aprile 2009
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