Intervista a Paolo Pappatà
Intervista allo scrittore Paolo Pappatà
Nome: Paolo
Cognome: Pappatà
Regione di residenza: Lazio
Email: baolissimo@tiscali.it
Intervista
D) Ci racconti un po’ di lei e del suo approccio al mondo della scrittura
R) Ma… circa me, basta leggermi. Come affermo in quarta di copertina del mio libro “Sconclusioni”, “vivere è anche un po’ raccontarsi ed a me piace vivere”. Scrivere per me è “solamente” una necessità.
Circa l’approccio alla scrittura, rivendico fermamente la mia innocenza. Nel senso che è stata la scrittura ad approcciarmi, un giorno di non so quando ed io me ne sono perdutamente innamorato. Non so se pienamente corrisposto, visto che mi tradisce con milioni di altri scrittori.
D) Qual è stato il suo percorso di studi?
R) Mi sono laureato in Lettere moderne nel 1996, alla Sapienza di Roma, in Critica letteraria, con una tesi su Dino Buzzati, premiata col massimo dei voti con lode. Ci tengo a dire che non ho pagato nessuno per conseguirla, sia chiaro.
D) Quando e perché ha iniziato a scrivere?
R) Come tanti, ho iniziato scrivere poesie, a 17 anni più o meno. Poi ho iniziato a scrivere i testi per mie canzoni, accompagnato alla chitarra e con una voce orrenda, riportando le parole sul mio banco di liceo con grande gioia dei bidelli. Il primo racconto l’ho scritto attorno ai vent’anni, folgorato da Kafka e fulminato dalla birra. Da allora, con diverse pause, non ho mai smesso. Credo che ad occhio e croce ho tre romanzi e un centinaio di racconti inediti, sparsi nei cassetti. Anzi, meno romanticamente, in svariati hard disk in confuse cartelle piene di files dai titoli bislacchi.
D) In termini umani, cosa significa per lei scrivere?
R) (R-)ESISTERE. Stop. Non mi piace il mondo e talvolta non mi piaccio io. Tanti sono i mondi possibili, alla Letteratura il compito di raccontarli. O almeno provarci. Con le pagine hai un rapporto sempre diverso. Con qualcuna ci parli, con altre ci scherzi oppure ci ragioni, con altre ci fai l’amore e con alcune ci fai sesso. Veloce, liquido, pulito. In ogni caso scrivere è una passione attiva, energia, forza.
D) Quali sono i suoi libri del cuore?
R) Tanti, troppi, vari. Ho letto molto, per studio, per diletto, per amicizia o per amore. Di molti autori non ho letto l’opera omnia nonostante mi avessero convinto, come di quelli che mi irritavano magari ho letto più di un romanzo, per convincermi della loro inutilità. Troppo lungo fare nomi. Se devo proprio dare un riferimento, almeno dal punto di vista stilistico, più che contenutistico, moltissimi scrittori statunitensi ed i loro epigoni italiani. A partire dalla generazione maledetta degli anni trenta negli Usa (Fitzgerald, Dos Passos, Hemingway, Faulkner), passando per la deludente beat generation arrivando al contemporaneo McCarthy, che amo. Ripeto, più di cosa dicono, mi inebria come lo dicono.
D) E quelli che non leggerebbe mai?
R) Sono un po’ snob, va bene? Non sono comunque come quelli che dicono di amare la birra doppio malto e poi bevono la Moretti in offerta al supermercato. In ogni caso dopo aver bevuto in giusta dose, l’importante è tornare a casa. Di rado leggo i romanzi di successo, difficilmente quelli di genere. Detesto il manzonismo imperante nella narrativa italiana, la letteratura consolatoria e seriale, i falsi ribelli, le veline che fanno autobiografia, i giornalisti ed i politici che si inventano romanzieri e poi i peggio di tutti: gli abili parolai che non dicono niente, come molto D’Annunzio o il tardo Baricco o diversi testi di Eco. Stupire con capacità che andrebbero meglio utilizzate. Non invidio ma preferirei facessero altro “scrittori” molto in voga come Fabio Volo e Federico Moccia. Li vedrei come editorialisti di gossip o opinionisti nelle varie trasmissioni sociologiche (demenziali) che occupano gli spazi televisivi. O magari come operatori ecologici, magari alle prese con la raccolta differenziata.
D) Il libro più bello che ha letto negli ultimi tre anni?
R) Se devo parlare di un libro uscito di recente, sicuramente “Non è un paese per vecchi” di Cormack McCarthy, da cui è stato tratto un film dai fratelli Coen che ha vinto l’Oscar. Se devo parlare di un romanzo letto, per così dire, in “ritardo” sulla sua uscita, facciamo un’intervista a parte. Magari che ne so, per chi volesse saperne di più, metto a disposizione la mia mail. Il cellulare no, che detesto quando squilla ed io sono in bagno e devo precipitarmi a rispondere. Altro fatto interessante è che ho finalmente letto Raymond Carver nella raccolta postuma “America Oggi”, poiché molti mi accostano a lui. Ed è stato un “incontro” proficuo.
D) E quello che meno le è piaciuto?
R) A parte quelli già citati, ho avuto una enorme delusione da David Eggers, definito negli Usa come una sorta di fenomeno, ma in verità logorroico ed autoreferenziale fino ai limiti del sopportabile. Lo so, in Italia lo conoscono in pochi, per fortuna direi. Nomi noti? Sicuramente da John Fante e McEwan. Per motivi diversi, ma solidi. Si fa per dire, in questo caso. Sono stati ottimi lassativi.
D) Qual è il rapporto con la sua regione e con la sua terra?
R) Non sono vagabondo, ma ho girato molto, in Italia ed all’estero. Vivo bene, nei limiti del possibile, dalle mie parti, ma ritengo di poter vivere in molte altre. Da questo punto di vista non mi sento di avere radici particolari. In ogni caso riconosco la fortuna di nascere e vivere vicino la capitale italiana. In generale, sono avvezzo ad osservare le comunanze fra vari posti, piuttosto che le differenze, per poi scrivere di tutti. A patto di capire o cercare di capire la storia di ogni singola parte del pianeta, fatta di piccole, insignificanti devianze che poi risultano decisive anomalie.
D) Cosa le piace e cosa non le piace dell’editoria odierna italiana?
R) Facciamo una cosa, rivoltiamo la domanda, senza fare politica: esiste l’editoria italiana? Sarebbe come dire: esiste una classe dirigente convincente in questo paese? Oppure: esiste la tutela del privato cittadino indipendentemente dal ceto sociale? Bando alle ciance, passiamo alla prossima. Sono più preparato sulla fisica quantistica.
D) Cosa le piace e cosa non le piace del panorama culturale italiano d’oggi?
R) Anche qui preferirei parlare d’altro. Perché se devo essere sincero vedo un asfittico ambiente elitario, ormai incanutito e stantio, rancido, provinciale, povero nelle forme e nei contenuti. Esiste anche un circuito indipendente, alternativo, soprattutto per merito di Internet, ma lì il problema è di altro tipo. Troppa auto-referenzialità e troppo egocentrismo. Talvolta le idee sono interessanti, ma se ti chiudi in un recinto e coltivi solo il tuo proprio orticello…
D) Come è arrivato alla pubblicazione del suo lavoro?
R) Per necessità. “A me piace vivere e vivere è anche un po’ raccontarsi” (di nuovo). Se scrivi con un editore di pubblicazione su domanda come Lulu.com magari alla maggioranza sembri il solito sfigato senza arte né parte, alla disperata ricerca della fama e del vanto di aver fatto un libro. Però il mio è un progetto, serio, messo su questo canale per evitare lungaggini che mi parevano dannose, per evitare le maledette richieste di contributo per la stampa, per faticare da solo e non per conto di altri. Chi vivrà vedrà. In fin dei conti ho sbagliato tante cose in vita mia, anche se non ho mai passato un semaforo rosso e mai parcheggiato in doppia fila, giuro. Le tasse non le posso peraltro evadere, sono un lavoratore dipendente
D) Cinema: qual è il suo film preferito?
R) Tra i cento e più, ora come ora, rimane “Il grande Lebowski” dei fratelli Coen. Con “The hours” e “Il Laureato” a strettissimo contatto come preferenza. Lo so, sono onnivoro.
D) Musica: la canzone del cuore?
R) Il cuore? E quella preferita dall’orecchio? Come per i libri, ne ho troppe e di vari generi. Nomi a caso famosi: Springsteen, Pink Floyd, cantautori italiani, Vasco Rossi, U2, The Cure. Ma ripeto la lista è lunga e variegata
approfondimento NARRATIVA
D) Ha frequentato corsi di scrittura creativa?
R) No. Sono laureato in critica letteraria, basta così. Preferisco un corso su come accudire i bonsai.
D) Ritiene siano utili?
R) Non li maledico, per carità, Ognuno deve lavorare. E chi è a completo digiuno di teorie letterarie, può solo imparare. La migliore scuola rimane la lettura però, ne sono profondamente convinto
D) Quale ritiene sia l’aspetto più complesso della scrittura narrativa?
R) Il pensare al lettore. Il parlare con il lettore. Non pensare solo alla storia che vuoi narrare, ma uscire da te stesso e immedesimarsi in chi ti legge. La poesia è diversa. La narrativa invece deve tenere sempre presente questo aspetto
D) Come scrive: su carta o al computer? Di giorno o di notte? In solitudine o fra altre persone? Segue “riti” particolari?
R) Sono disordinato. Raramente riesco ad essere continuo e metodico nella scrittura. Mi affido all’estro ed al talento. Sono lunghissimo, nei tempi, ma arrivo dove volevo. Su carta prendo solo appunti volanti, uso il computer ormai da venti anni. Nelle mia attività scrittoria è indifferente che sia giorno o sia notte, ma amo essere solo. Io, il pc e la pagina bianca. E mia moglie di là che porta pazienza e aspetta anche per darmi un bacio.
D) Come è nata in lei l’idea di raccontare quel che ha raccontato nel suo libro più recente?
R) Quindici anni fa, più o meno, scrissi il primo pezzo di questa raccolta. Trovai che lo stile mi era congeniale. L’argomento erano piccoli spaccati di vita vissuta. Decisi che era una faccenda di mio gradimento e che spronava i miei poveri neuroni. Nel tempo il resto è venuto da sé. Trovavo che un tratto che accomunava i personaggi erano le insofferenze e le sconclusioni. Da qui il titolo. Poi si è propagata la malinconitudine, malattia che accomuna i personaggi che però sono i più guaribili del mondo
D) Cosa significa per lei raccontare una storia?
R) Primo: essere il più lontano possibile dal mio personale vissuto. Secondo: comunicare un’idea, una sensazione, un modo di agire o di parlare a chi legge. Terzo: dipingere i pregi e difetti dell’essere umano e del mondo di oggi. Quarto: sì lo so, sono ambizioso.
D) Preferisce cimentarsi col racconto o col romanzo?
R) Tendenzialmente, per stile e intenti, sono più congeniale al racconto. Ma amo il romanzo, la visione d‘insieme. “Sconclusioni”, benché composto da sei racconti separati, può essere letto anche come un romanzo, è un circolo chiuso, ha un inizio ed una fine. In molti leggendolo, hanno colto questo aspetto per me essenziale.
D) Ci dia una sua definizione dell’uno e dell’altro?
R) Il racconto deve avere due aspetti fondamentali: il ritmo e una idea forte di fondo. Niente digressioni, è come correre i cento metri, pronti partenza via e sei arrivato. Il romanzo, di contro, è come la maratona. E’ fondamentale avere misura, tenuta e costanza. Le idee ed i contorni possono essere molti come estremamente analizzati
D) Come ha scelto il titolo del suo libro più recente?
R) Il titolo è una delle cose di cui son più soddisfatto. Inseguiamo sempre qualcosa che non si può trovare e ci sentiamo cercati da qualcosa che non ci trova. Sono le inevitabili “Sconclusioni” della vita.
D) Quanto tempo ha impiegato per scriverlo?
R) Impossibile quantificarlo. Tra il primo e l’ultimo pezzo son passati 14 anni. Sempre fedele ad al progetto originario, ma sicuramente diluito nel tempo.
D) Ha vinto premi letterari?
R) Sì, negli anni Novanta. Tutti piccoli e misconosciuti concorsi per racconti inediti. Il premio più importante, pensate un po’, lo vinsi con un racconto intitolato “Sconclusioni”.Ovvero la prima versione di quel che poi sta nel libro. Corsi e ricorsi.
D) Crede nei premi letterari?
R) Assolutamente no. Ma bisogna pur farsi conoscere. E l’importante non è solo partecipare.
Ha altri progetti in cantiere?
R) Tanti, e svariati. Uno credo che avrà seguito, non prima della fine di quest’anno però. Sto lavorando da mesi ad un romanzo, ambientato nell’Ottocento a Ravenna e tratto da una storia vera. Ci credo molto, è un idea assolutamente diversa da quel che faccio di solito, ma dopo dieci anni di incubazione è il momento di dargli vita. Per ora escludo che “Sconclusioni” abbia un seguito. Magari una seconda edizione limata ed ampliata con pezzi che meritano la pubblicazione ma che non sono rientrati per motivi meramente materiali: il contenimento dei costi per gli acquirenti.
Questo articolo è stato scritto da Redazione il 24 aprile 2010
Un commento
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Il libro “Sconclusioni” di Paolo Pappatà mi è piaciuto molto. Racconti di varia umanità tormentata e insofferente,un lucido spaccato di moti d’animo e interrogativi esistenziali che punteggiano la quotidianità irrequieta ed impaziente di questo secolo.Leggendo l’intervista ho apprezzato molto anche l’intelligenza critica e lo “spessore” intellettuale dell’Autore, oltre alla sensibilità ampiamente profusa nell’opera letteraria.Un arricchimento per l’attuale scenario culturale.Di Pappatà ne sentiremo parlare spesso, in futuro,con commenti elogiativi.