Intervista a Simone Ghelli
Intervista allo scrittore Simone Ghelli
Nome: SIMONE
Cognome: GHELLI
Regione di residenza: LAZIO
Email: simone.ghelli@scrittorisommersi.com
Intervista (giugno 2008)
Ci racconti un po’ di lei e del suo approccio al mondo della scrittura
Il mio approccio alla scrittura è stato piuttosto disastrato. Da piccolo non ero bravo nello scrivere i temi, andavo sempre fuori dai confini tracciati dal titolo, tanto che ricordo le serate passate a riscriverli sotto l’occhio attento di mia madre. Però sono sempre stato un lettore insaziabile, e questo mi ha portato, alla soglia dei vent’anni, a cimentarmi anche con la scrittura.
Qual è stato il suo percorso di studi?
Ho studiato ragioneria, ma non faceva per me, così mi sono iscritto a Lettere e Filosofia, dove ho conseguito una laurea in storia e critica del cinema. In seguito mi sono dottorato nella stessa materia.
Quando e perché ha iniziato a scrivere?
Il mio primo racconto di “senso compiuto” l’ho scritto all’età di vent’anni. Credo di aver cominciato a scrivere per esternare un po’ di quella fantasia che affolla continuamente d’immagini la mia mente, e anche perché, come ho già anticipato, ho sempre letto tanto, per cui prima o poi doveva capitare.
In termini umani, cosa significa per lei scrivere?
Significa godere dell’illusione di poter creare e controllare un mondo che nella realtà ci sfugge continuamente: Ma è un’illusione, appunto, perché per fortuna ciò che si scrive alla fine ci sfugge di mano per diventare una porta da cui entrano i lettori.
Quali sono i suoi libri del cuore?
I soli libri del cuore sono quelli che mi legano alla mia infanzia: penso ad esempio “Ventimila leghe sotto i mari”, perché mi fu dato in premio dalla biblioteca della scuola, o a un libro che mi regalò una mia zia di secondo grado, che se non sbaglio si chiamava “il libro dei quando”, per non parlare di tutti i libri sui dinosauri e sulle stelle, cose di cui andavo veramente pazzo!
E quelli che non leggerebbe mai?
Un autore che non ho mai sopportato è Herman Hesse.
Il libro più bello che ha letto negli ultimi tre anni?
Ne ho letti tanti, ma in assoluto credo sia “Morte a credito” di Céline, un vero capolavoro.
E quello che meno le è piaciuto?
“L’ambulante” di Peter Handke… l’ho trovato di una noia mortale, come tutto ciò che è sperimentazione fine a sé stessa.
Qual è il rapporto con la sua regione e con la sua terra?
Per molto tempo è stato un rapporto di amore/odio, poiché la mia scelta è stata quella di fuggire dalla tranquilla vita di provincia. Oggi mi sto riavvicinando alla mia terra, anche se fisicamente ci vado sempre troppo poco, ma grazie al riaffiorare di vecchi ricordi riesco di nuovo in qualche modo a passeggiarci…
Cosa le piace e cosa non le piace dell’editoria odierna italiana?
Mi piacciono quei piccoli editori che credono in ciò che fanno e quegli scrittori che hanno il coraggio di attendere con il proprio manoscritto in un cassetto, anziché ubbidire all’impulso di voler pubblicare subito ed a tutti i costi. Non mi piacciono invece quegli editori che giocano con i sentimenti delle persone, quelli che non si vergognano a chiedere soldi per farti pubblicare poche centinaia di copie del tuo libro.
Cosa le piace e cosa non le piace del panorama culturale italiano d’oggi?
Penso che l’Italia sia un paese culturalmente azzerato, dove chi non sta dentro i giri che contano è costretto a “fare la fame” ed a combattere quotidianamente contro la frustrazione di non sentirsi riconosciuto.
Come è arrivato alla pubblicazione del suo lavoro?
E’ successo come con tutti gli altri. Ho spulciato tra i siti di tanti editori ed ho selezionato quelli che per vari motivi potevano sembrarmi più adatti al mio lavoro, quindi ho inviato loro una mail dove mi presentavo, allegando la sinossi del testo.
Cinema: qual è il suo film preferito?
Amo il cinema ed amo tanti di quei film che mi risulta impossibile averne uno preferito. Posso però dire quello a cui mi sento più legato: è “L’Atalante” di Jean Vigo.
Musica: la canzone del cuore?
“Il vino” di Piero Ciampi.
Ha frequentato corsi di scrittura creativa?
No.
Ritiene siano utili?
Non avendoli frequentati non posso che dare una risposta ben poco oggettiva. Secondo me possono servire se lo scopo è quello di stabilire dei contatti. Se invece si vogliono fare degli esercizi di scrittura, penso li si possa fare anche senza spendere tanti soldi, ad esempio riunendosi in gruppo con altre persone che condividono quella stessa passione.
Quale ritiene sia l’aspetto più complesso della scrittura narrativa?
Ricordarsi di lasciare lo spazio per una porta alla casa che si sta costruendo.
Come scrive: su carta o al computer? Di giorno o di notte? In solitudine o fra altre persone? Segue “riti” particolari?
Solitamente scrivo sul pc, anche se ho sempre un quaderno con me per prendere degli appunti quando mi vengono delle idee. Quanto agli orari sono un tipo diurno, mi piace scrivere con la luce del giorno. Forse è per questo che non ho particolari rituali da seguire…
Come è nata in lei l’idea di raccontare quel che ha raccontato nel suo libro più recente?
E’ nata innanzitutto per omaggiare un quartiere romano che mi ha accolto e coccolato in tutti questi anni, un quartiere che ultimamente sta vivendo molti cambiamenti, per certi aspetti anche difficili da affrontare.
Cosa significa per lei raccontare una storia?
Significa condividere qualcosa con altre persone.
Preferisce cimentarsi col racconto o col romanzo?
Sono due forme diverse, ma le pratico entrambe, perché servono in qualche modo a completarmi.
Ci dia una sua definizione dell’uno e dell’altro?
Il racconto è un piccolo congegno in cui tutto deve funzionare alla perfezione, mentre il romanzo è come una grossa macchina che deve cigolare e perdere olio da tutte le parti. Insomma, il primo deve sopperire alla sua “piccolezza” con la precisione del dettaglio, mentre il secondo deve minare la sua “grandezza” con qualche sbavatura che lo incrini e lo renda più “umano”.
Come ha scelto il titolo del suo libro più recente?
Per gioco, per parodiare una famosa opera di Torquato Tasso, la cui storia umana e letteraria mi ha sempre affascinato.
Quanto tempo ha impiegato per scriverlo?
Circa tre anni, perché ci sono stati molti momenti di pausa tra un capitolo e l’altro.
Ha vinto premi letterari?
Si.
Crede nei premi letterari?
In quelli più famosi no, poiché si sa che decidono gli editori. E non credo neanche in quelli che ti chiedono i soldi per l’iscrizione. Tolte queste due categorie, penso che non costi niente provare a parteciparvi.
Ha altri progetti in cantiere?
Tantissimi!
Questo articolo è stato scritto da Redazione il 9 maggio 2010
Un commento
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Sono daccordo su tante cose, mi è piaciuta molto la metafora della casa in costruzione: “Ricordarsi di lasciare lo spazio per una porta alla casa che si sta costruendo.”
Bravo e buon lavoro
Rossana Sciascia