Intervista a Vittorio Frau

Intervista a Vittorio Frau

Nome: Vittorio
Cognome: Frau
Regione di residenza: Sardegna
Email: vit.frau@inwind.it

Intervista (del gennaio 2010)

Ci racconti un po’ di lei e del suo approccio al mondo della scrittura

Fin da adolescente ho avuto la misteriosa capacità di scrivere storielle divertenti, tanto che tutti i miei compagni di scuola volevano scrivessi loro qualche “fesseria” nel diario, cosa che mi riusciva senza sforzo.

Intorno ai vent’anni, epoca remota nella quale i computer, ancora grandi come container, non erano d’uso comune, scrissi a mano una specie di resoconto surreale del primo campeggio della mia vita e lo conservai in un cassetto. Questa strana capacità, assolutamente slegata dal mio ciclo di studi (sono un Perito Elettrotecnico), colpì, alla fine degli anni ’80, un conoscente che all’epoca collaborava con un settimanale satirico-sportivo cagliaritano ormai scomparso: il “Trovotutto sport”. In breve tempo mi fu affidata una rubrica nella quale simulavo ipotetiche domande e risposte ad un sedicente “direttore”, rubrica che mi ha dato discrete soddisfazioni.

Nei primi anni ’90 ho conquistato il tanto bramato “posto fisso” che, tanto per cambiare, era assolutamente slegato da qualunque attività inerente alla scrittura o alla satira in genere: sono entrato a far parte del Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco, insomma in parole povere faccio il pompiere.

Nel 1993 portarono in un ufficio sindacale della caserma uno strano schermo che sembrava un televisore, ma non aveva l’antenna e nemmeno uno spinotto in cui inserire un cavo. Il curioso oggetto aveva un filo grigio sottilissimo collegato a una scatola con tanti tasti: si trattava di un preistorico personal computer, con processore da 8 Mb e dotato di un programma denominato “Framework” che permetteva di scrivere e stampare su un foglio!

In men che non si dica, agevolato dalla tecnologia, mi impadronii dell’attrezzo, creando un periodico di satira che chiamai “Pompe e Pompieri”, che ebbe, all’interno della mia caserma, un successo strepitoso la cui eco non si è ancora spenta nemmeno dopo due decenni.

A cavallo fra i due millenni cominciai a vagare per la rete, imbattendomi in siti nei quali era possibile inserire i propri racconti, quindi “digitalizzai” il mio antico manoscritto “Le vacanze degli innocenti” e lo inviai a una decina di siti dedicati. Diverse email di persone che si erano immedesimate nel tragicomico racconto mi convinsero a scrivere un seguito: “La passione di Re Giovedì” .

Nel luglio di quest’anno, la mail di Vera Ambra, presidentessa di “Akkuaria edizioni” con la dicitura troppo bella per sembrarmi vera: “ho trovato interessante il tuo modo di scrivere e vorrei proporti un contratto editoriale!”

Devo confessare che non risposi alla prima richiesta in quanto già diverse volte avevo ricevuto comunicazioni simili, ma seguite dalla richiesta di cifre esorbitanti come “contributo alla pubblicazione”.

La seconda mail di Vera specificava che non avrei dovuto versare alcun contributo, ma soprattutto faceva dei riferimenti ad alcuni brani dei miei scritti! Fu come essere folgorati, li aveva letti davvero! Feci una rapida ricerca su internet e mi resi conto che si trattava di una persona seria e una scrittrice di grandi qualità, che ho successivamente avuto la fortuna di conoscere durante un convegno dell’associazione a Milano. Scrissi tra agosto e settembre “La rimpatriata” che costituiva il prosieguo e la conclusione degli altri due e, ad ottobre, è diventato il primo dei miei libri, pubblicato dalla “Edizioni Akkuaria”.

Qual è stato il suo percorso di studi?
Nonostante avessi dimostrato fin da piccolo una certa attitudine alla scrittura e alle materie umanistiche, sono stato indirizzato a qualcosa che i miei familiari ritenevano più facilmente “capitalizzabile”: ho studiato presso un Istituto Tecnico Industriale Statale, conseguendo il diploma (ex maturità) di Perito Industriale Capotecnico con specializzazione in elettrotecnica e automazione.

Devo però ammettere che il buon voto che campeggia sul diploma è dovuto molto più a Giacomo Leopardi che a Rudolf Hertz.
 

Quando e perché ha iniziato a scrivere?
Come ho già detto, non ho effettuato un percorso di studi che stimoli la scrittura, è un amore spontaneo che ho provato immediatamente dopo l’adolescenza, quando mi sono accorto che qualsiasi foglio bianco postomi di fronte si riempiva come per magia di storielle che risultavano piacevoli alla lettura.

Avevo la netta sensazione di non essere io a scrivere.

Inoltre, come praticamente tutta la mia famiglia, compresi gli antenati con la sola licenza elementare, ho la particolarità di scrivere in un modo grammaticalmente corretto, diciamo che ho una specie di “dono” immeritato.
 

In termini umani, cosa significa per lei scrivere?
Scrivere è la mia “valvola di sfogo”, è un momento in cui posso esprimermi senza essere condizionato dai freni dovuti a vari fattori, ambientali e psicologici, come la soggezione nei confronti dell’interlocutore o il timore che un concetto, una volta espresso, non possa più essere corretto in maniera efficace, possibilità che invece offre la scrittura .
 

Quali sono i suoi libri del cuore?
Il vecchio e il mare” di Hemingway,  “Canne al vento” di Grazia Deledda e “Tre uomini in barca” di Jerome k. Jerome.
 

E quelli che non leggerebbe mai?
Tutti i libri di Bruno Vespa
 

Il libro più bello che ha letto negli ultimi tre anni?
Insabel” di Vera Ambra
 

E quello che meno le è piaciuto?
Non siamo nati per soffrire” di Raffaele Morelli
 

Qual è il rapporto con la sua regione e con la sua terra?
Sono “Sardegnadipendente”, non saprei immaginarmi a vivere in un posto diverso e non sopporto spostarmi nemmeno per viaggi di piacere.
 

Cosa le piace e cosa non le piace dell’editoria odierna italiana?
Il fatto che sia esclusivamente in mano alle grosse case editrici, qualunque libro, se pubblicizzato nei luoghi opportuni, vende decine di migliaia di copie a prescindere dal contenuto.
 

Cosa le piace e cosa non le piace del panorama culturale italiano d’oggi?
Il fatto che l’unico veicolo di diffusione della cultura sia la televisione che, obbedendo alle leggi del mercato, calpesta e affossa grandi opere ed esponenti della cultura privi degli “agganci giusti”, rende il panorama culturale italiano difficilmente fruibile. La constatazione che i libri più venduti siano poco più che inchieste giornalistiche ne è la prova. Marco Travaglio vende centinaia di migliaia di libri esclusivamente copiando atti giudiziari. Tonino Guerra per sopravvivere reclamizza lavatrici e scaldabagni.

Il vero panorama culturale italiano è quello offerto dagli incontri nei circoli letterari, dal passaparola che premia il reale valore di un libro, non dai concetti impostici dai media. Se oggi la stragrande maggioranza della gente associa il termine “filosofo” a Rocco Buttiglione, significa che il panorama culturale italiano ha un grosso problema .
 

Come è arrivato alla pubblicazione del suo lavoro?
Ho sempre avuto la passione per i racconti umoristici, ho letto avidamente quelli che scriveva il primo Woody Allen, o quel genio di Jerome K. Jerome; così, tanti anni fa, ho provato a scrivere “Le vacanze degli innocenti” un racconto divertente basandomi sul primo campeggio al quale avevo partecipato e, in seguito, con l’avvento di internet, l’ho digitalizzato e inviato ad alcuni siti dedicati. Diverse e-mail di persone che si erano divertite a leggerlo mi ha spinto a scrivere un seguito :”La passione di Re Giovedì”. Questi racconti sono stati letti da Vera Ambra, presidentessa di “Akkuaria un ponte sulla cultura” che mi ha contattato proponendomi di pubblicare un libro, così ho scritto un terzo episodio che era la naturale conclusione degli altri due. Il mio lavoro è stato apprezzato da Vera Ambra, che mi ha dato la grande opportunità di vederlo pubblicato.

Cinema: qual è il suo film preferito?
Non ci resta che piangere” con Benigni e Troisi
 

Musica: la canzone del cuore?
Canzone per Piero” di Francesco Guccini , la più bella poesia scritta e musicata in tempi moderni.
 

Ha frequentato corsi di scrittura creativa?
No, mai.
 

Ritiene siano utili?
Non so come siano articolati tali corsi, credo che la creatività sia un qualcosa di istintivo e non trasmissibile, tuttavia se i corsi sono mirati alla corretta esposizione del prodotto di una mente creativa, hanno senz’altro grande utilità.
 

Quale ritiene sia l’aspetto più complesso della scrittura narrativa?
La complessità della narrazione, oltre alla creazione di una stesura che incuriosisca il lettore, sta nel riuscire a costruire una rete di dettagli che sostengano la storia principale. Nulla può essere lasciato al caso e nulla deve essere citato per caso, ma ogni singola parola, fatto o preludio deve contribuire a rendere verosimile il finale.
 

Come scrive: su carta o al computer? Di giorno o di notte? In solitudine o fra altre persone? Segue riti” particolari?
Scrivo sui miei tre computer, vagando come un pazzo per la casa, a qualsiasi ora del giorno o della notte, ma riesco a scrivere solo in perfetta solitudine, se qualcuno mi osserva mentre riempio le pagine bianche, non riesco ad andare avanti.
 

Come è nata in lei l’idea di raccontare quel che ha raccontato nel suo libro più recente?
Il mio libro più recente è “Gabriel e il mostro”. E’ nato dal racconto, con l’omonimo titolo, con il quale ho vinto un concorso letterario. La storia nasce dal desiderio di provare a cimentarmi con argomenti seri e drammatici, come la depressione e il cancro, tralasciando quella che è la mia passione di sempre: la letteratura umoristica.
 

Cosa significa per lei raccontare una storia?
Il mio intento, è quello di far entrare il lettore nella storia, facendolo immedesimare con i personaggi. Non ho certo velleità “verghiane” o pretese “veriste”, diciamo che le vicende che racconto sono tratte da esperienze comuni alla stragrande maggioranza delle persone e questo rende facile l’immedesimazione.
 

Preferisce cimentarsi col racconto o col romanzo?
In genere inizio con il racconto, ma quasi sempre a quest’ultimo, strada facendo, si aggiungono “pezzi” che non avevo previsto, facendolo crescere in lunghezza e in larghezza tanto da richiedere una vasta articolazione e innumerevoli “incastri” tra i vari fatti e personaggi, portandomi a una divisione in capitoli che tutti insieme formano un romanzo.
 

Ci dia una sua definizione dell’uno e dell’altro?
Il racconto è in genere una storia circoscritta, difficilmente ampliabile senza cadere nella banalità, quindi di dimensioni limitate.

Il romanzo è una specie di grande “lago asciutto” che si riempie solo con l’esaurimento del fiume di parole che andranno a comporlo.
 

Come ha scelto il titolo del suo libro più recente?
Il “mostro” citato nel titolo è la depressione, il male oscuro visto da Gabriel, il protagonista, come un mostro dalle mille facce che pianta le unghie nel suo cervello..
 

Quanto tempo ha impiegato per scriverlo?
Ovviamente non faccio lo scrittore a tempo pieno, diciamo che ho sfruttato i ritagli di tempo di quasi un anno.

Ha vinto premi letterari?
Sì, ho vinto il primo premio per la sezione narrativa nel primo Concorso Letterario Nazionale dedicato al filosofo Fortunato Pasqualino.
 

Crede nei premi letterari?
A livello di soddisfazione personale senz’altro, ma questo è valido per chi, come me, non ha ambizioni economiche, per coloro i quali, invece, scrivono per professione, il premio letterario non è il mezzo giusto per avere visibilità.
 

Ha altri progetti in cantiere?
In due anni ho scritto quattro libri: La rimpatriata, Guasto, Cell generation e Gabriel e il mostro.

Potrei sentirmi appagato, ma non è così, non riesco a smettere di scrivere. Anche in questo periodo, come è mia particolarità, sto scrivendo due libri contemporaneamente, ma è presto per sapere se sono destinati alla stampa o al cestino.

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