Intervista ad Alessandra Di Gregorio

Intervista alla scrittrice Alessandra Di Gregorio

Nome: Alessandra
Cognome: Di Gregorio
Regione di residenza: Abruzzo
Email: doc.io.scrivo@gmail.com

Intervista

D) Ci racconti un po’ di lei e del suo approccio al mondo della scrittura
R) Vivo in un paesino a quaranta chilometri da Pescara e ho studiato a due passi da casa, laureandomi poi a Chieti. Ricordo di aver sempre avuto una penna in mano per scrivere e una matita per disegnare. Da bambina sono stata piuttosto solitaria e precoce. La scrittura all’epoca era un modo come un altro per incanalare la fantasia. Ora invece è qualcosa che si presenta come una probabile “terapia” e inoltre mi permette di affascinare le persone, far sapere loro chi sono e per cosa vibra la mia penna. La mia coscienza in quanto individuo si è formata soprattutto passando per un foglio scritto, che fosse quello di un altro o il mio. Ho sempre letto moltissimo e leggo ancora. Credo che se uno ha veramente qualcosa da dire e trova poi la forma inseguendola nei libri, riesce a coniugare il tutto in un modo che possa anche apparire di una qualche utilità (estetica, letteraria, artistica, umana e morale), ma se al contrario il dire non è legato a vicende di una qualche rilevanza per chi le scrive, allora è un dire a vuoto. Il mio approccio alla scrittura è sempre stato estremamente legato ad un bisogno intimo, profondo. Non ho mai scritto per ingannare il tempo.

D) Qual è stato il suo percorso di studi?
R) Mi sono diplomata come perito agrario ad Alanno, a dieci minuti da casa, senza quindi mai lasciare il mio piccolo universo rurale, nonostante quello non fosse affatto l’indirizzo di studi per il quale tutti mi ritenevano portata. A quattordici anni la scuola non te la scegli tu, diciamoci la verità, ma credo – a posteriori – che rifarei quella scuola e non il liceo. Quando uno è in gamba può fare tutto, anche seguire un cammino che probabilmente non è il più congeniale alle proprie corde. Io mi sono diplomata conseguendo la votazione di 98/100, e l’anno seguente ho preso Lettere, alla D’Annunzio di Chieti, rispettando, almeno da “grande”, l’unico percorso di studi che ritenevo di poter seguire volentieri. Mi sono laureata in Linguistica Generale con una tesi sulle conversazioni in chat, conseguendo il massimo dei voti e la lode, e a un anno di distanza dalla laurea, la mia tesi è diventata un saggio ed è stata recentemente pubblicata da un editore di Lurago D’Erba.

D) Quando e perché ha iniziato a scrivere?
R) I primissimi ricordi risalgono ai sei o sette anni. Forse inconsciamente ho iniziato perché avevo troppe cose da dovermi tenere dentro, cose che non vedevo fare dagli altri bambini. Era troppo presto per capire quale strada avrei intrapreso, ma la profonda solitudine che guida una bambina precoce tanto nello sviluppo fisico che in quello emotivo, in qualche modo deve incanalarsi nel campo della creatività. E così fu per me.

D) In termini umani, cosa significa per lei scrivere?
R) Scrivere mi consente di respirare. Alle volte è solo questione di fermarsi il tempo di abbozzare qualcosa e tirar fuori tutto il veleno che si raccoglie in anni di ferite. Io lo chiamo “il verme”. Quello che permette di avere fame di vita e al tempo stesso di disprezzarne alcuni aspetti. Umanamente si prova gioia sconfinata nel donarsi e atroce dolore nel doversi confessare meno liberi di quello che si crede.

D) Quali sono i suoi libri del cuore?
R) Orzoway, perché me lo regalò il mio bisnonno; Pollyanna perché è stato il mio primissimo libro; Chang & Eng perché è un libro straordinario; Ritratto in seppia, perché mi ha aperto nuovi orizzonti. Il Segreto di Gaia, perché lo lessi alle elementari durante le vacanze. L’Isola del Tesoro, perché durante la mia infanzia leggevo alla sera ad alta voce per far addormentare mio fratello. I Malavoglia e tutte le novelle di Giovanni Verga. I libri di Jack London, di Swift, delle sorelle Bronte; Il Rosso e il Nero di Stendhal; L’Asino d’oro di Apuleio; Le Metamorfosi di Ovidio ed Heroides… Nel Vento della Savana… La Mansarda, Il Pescatore di Perle e tanti altri ancora. Credo che il 90% di ciò che ho letto nell’infanzia mi abbia profondamente segnata influenzando poi ciò che ho letto da adulta.

D) E quelli che non leggerebbe mai?
R) Nutro un certo pregiudizio verso i libri scritti dai politici o da certi giornalisti, per no parlare di quelle scritti da calciatori, veline e affini.

D) Il libro più bello che ha letto negli ultimi tre anni?
R) Non posso dire il mio, perché sarei presuntuosa e per altro non direi neanche il vero. Il primo che mi viene in mente è di Laura Boerci e si intitola L’AURA DI TUTTI I GIORNI.

D) E quello che meno le è piaciuto?
R) Per via della rubrica che ho creato, ahimè di libri orrendi ne ho avuti troppi per le mani e ne ho avuti per le mani ancor di più in qualità di editor, ma fortunatamente non mi sovvengono titoli.

D) Qual è il rapporto con la sua regione e con la sua terra?
R) Mi sento profondamente legata all’Abruzzo. Vivo tanto gli aspetti riguardanti la civiltà contadina che quelli riguardanti la civiltà della transumanza, anche se più limitatamente. Amo la mia terra e credo che non vorrei essere nata e vissuta altrove, perché nonostante spesso ci si possa sentire strangolati da ciò che si è e dalla propria routine giornaliera, la mia identità è una radice che non si recide e ovunque io vada, mi segue non solo nel mio accento e nei miei modi di fare, ma contribuisce al mio stesso modo di essere.

D) Cosa le piace e cosa non le piace dell’editoria odierna italiana?
R) L’editoria italiana è assai complessa. Il problema reale credo stia principalmente nel fatto che oggi tutti vogliono scrivere – e molti sono veramente in grado di farlo, mentre troppi altri potrebbero tranquillamente dedicarsi ad altro. C l’editoria “buona” che fa buoni libri e scopre buoni talenti e quella che no. A me piace ovviamente la prima, tra le due, e spero di farne parte – se non oggi, più in là.

D) Cosa le piace e cosa non le piace del panorama culturale italiano d’oggi?
R) Mi piace il fatto che ci si possa acculturare in molte maniere diverse, anche se poi questo ha contribuito ad un impoverimento su più fronti. Dall’ottenere una cultura che fosse “popolare”, ci siamo ridotti a una cultura del gossip che non fa onore a questo Paese.

D) Come è arrivato alla pubblicazione del suo lavoro?
R) Per puro caso, grazie alla mia rubrica. Sa, incontri fortuiti e soprattutto… fortunati.

D) Cinema: qual è il suo film preferito?
R) UMBERTO D. di Vittorio De Sica.

D) Musica: la canzone del cuore?
R) HOW CAN I GO ON, cantata da Freddy Mercury e Monserrat Caballe.

approfondimento NARRATIVA

D) Ha frequentato corsi di scrittura creativa?
R) No, mai frequentati.

D) Ritiene siano utili?
R) Sono utili alle persone già dotate di talento. Per tutte le altre si tratta solo di sviluppare abilità per la forma – il che è cosa buona e giusta – ma quanto allo spirito… le modalità per dar vita ad uno scritto resteranno sempre un segreto degli alchimisti delle lettere. Ci sono cose che non si possono insegnare. Umanamente si deve essere in grado di avere qualcosa da dire e su questo genere di cose non si può mentire. Il risultato è sempre pessimo quando ci si cimenta essendo poco più che scribacchini della domenica.

D) Quale ritiene sia l’aspetto più complesso della scrittura narrativa?
R) Il trasfondere in maniera interessante, corposa e logica, tutto quello che la mano partorisce guidata alla mente. La redazione di un testo è basata su degli equilibri che è necessario non ignorare, perché non ci si deve dimenticare che scrivere è comunicare e se non si dice niente – o se il lettore crede che nel libro non ci sia niente – lo scrittore in qualche modo ha fallito e l’editore con lui. Io devo trovare dentro di me tanto la molla necessaria a farmi partorire qualcosa di degno e che dunque valga la pena, e al tempo stesso riuscire a non bruciare tutta l’ispirazione in un pezzo che poi a rileggerlo non rende come immaginavo.

D) Come scrive: su carta o al computer? Di giorno o di notte? In solitudine o fra altre persone? Segue “riti” particolari?
R) Da quasi dieci anni scrivo sul computer per praticità e velocità, ma spesso le cose migliori le ho partorite scrivendole sugli scontrini, sui post-it, su una serie di vecchie agende ormai sgangherate e quaderni o block-notes iniziati e mai finiti. Tutto ciò che è parziale e provvisorio va rivisto e cancellato e dunque non è ancora pronto per baciare la preziosità di una pagina. Scrivo a tutte le ore perché non mi è dato sapere quando avrò qualcosa di folgorante da mettere per iscritto. Mi piace la solitudine – quando sono tra le mura domestiche, ma amo il caos cittadino, quando prendo e mi siedo in un parco, in una piazza o in qualche stazione, bar o altro locale.

D) Come è nata in lei l’idea di raccontare quel che ha raccontato nel suo libro più recente?
R) Il mio romanzo non nasce proprio da un’idea, nasce dal bisogno di trovare una strada, che fosse efficace tanto umanamente che dal punto di vista letterario. Non avevo idee ma tanti casini per la testa e la voglia di dare ordine alle cose o per lo meno di vedermele galleggiare davanti non più in ordine sparso. Responsabile forse delle scelte operate in seno al romanzo – o per meglio dire che mi hanno portata a dire “ok, facciamo un romanzo” – è un editore, che però non ha mai letto il mio manoscritto, cosa di cui gli sono grata, perché ho avuto un altro anno per maturare ed evolvermi, tanto nella persona che nello stile. Il mio romanzo ha a che fare col sommerso, con l’intimità di una ragazza che ha perso l’amore e lotta con l’ipocrisia che domina i rapporti uomo/donna. L’input in pratica viene dalla vita quotidiana, dall’adolescenza, dal mio modo di intendere e cercare una femminilità scevra di ingiustificati ed inutili orpelli.

D) Cosa significa per lei raccontare una storia?
R) Per me significa creare una zona franca, dove ci sei solo tu e parli senza timore dei giudizi, anzi, profondamente cosciente di ciò che fai e del fatto che una volta scritto tutto ciò che hai creato sarà in qualche modo staccato da te ma sempre presente.

D) Preferisce cimentarsi col racconto o col romanzo?
R) Io dico sempre che è la forma a scegliere me e non il contrario. Il racconto mi permette di tirare un po’ di più il fiato. Il romanzo è una forma soffocante perché il tempo e la dedizione che richiede finiscono come per tirarti dentro e la sua gestione non è semplicissima – parlo dal punto di vista emotivo, oltre che da quello artistico.

D) Ci dia una sua definizione dell’uno e dell’altro?
R) Il racconto ha la particolarità di compiersi nel giro di passaggi molto brevi. È un contenitore molto equilibrato, in cui sosta un numero di vicende estremamente condensato. Al contrario, il romanzo è una sorta di “multiplo del racconto”, vuoi per il volume dei fatti narrati che per la dimensione fisica del libro. La sua estensione permette anche una certa articolazione interna che amplifica certamente la quantità di cose dette. Il racconto sta al romanzo come il dettaglio alla narrazione complessa di un intero evento, descrizioni comprese.

D) Come ha scelto il titolo del suo libro più recente?
R) Il titolo è il risultato della consultazione con un amico editore, oltre che di un attento esame di quella che era la simbologia della mia cosiddetta “poetica”. Io e il mio amico ci siamo messi a litigare perché il titolo provvisorio che avevo pensato per lui era orribile. Così ho scelto una forma che mediasse la sua, estremamente semplificata e per me poco soddisfacente, e la mia, aderente alla logica che ha guidato l’intera stesura del romanzo – nonché la mia ispirazione.

D) Quanto tempo ha impiegato per scriverlo?
R) Ciò a cui sono approdata materialmente a partire da tre anni fa, è ciò che risulta da mie esperienze e necessità pregresse. Non ho scritto con la cognizione di stare per scrivere un romanzo né con l’idea di pubblicare,anche se poi si è trattato di un percorso a cui pensavo già da ragazzina quando scrivendo i primi racconti mi dipingevo già adulta.

D) Ha vinto premi letterari?
R) Da bambina vinsi un trofeo per una poesia sulla natura. La poesia ce l’ho ancora. Era orrenda, ma evidentemente ai giudici del tempo piacque.

D) Crede nei premi letterari?
R) Credo nei premi letterari quando non sono truffe ma un invito alla creatività e alla bella scrittura.

Ha altri progetti in cantiere?
R) Sono i progetti ad avere in cantiere me e a non volermi mollare.

approfondimento POESIA

D) Come scrive? Su carta o al computer? Di giorno o di notte? In solitudine o fra altre persone? Segue dei riti?
R) La poesia di solito nasce in momenti di profonda solitudine, anche fisica, principalmente di notte, perché di notte si può riflettere più serenamente – o inquietamente, a seconda – e allora si buttano giù le idee ovunque sia possibile scrivere, muri compresi.

D) Quali sono i suoi poeti del cuore?
R) Alda Merini e Pablo Neruda.

D) Come nasce un suo verso?
R) Dalla riflessione o da qualche emozione dolorosa.

D) Quanto tempo ci lavora su?
R) Alcune cose vengon fuori a dir poco perfette, altre meno. Solitamente però preferisco non forzare troppo la mano quando faccio poesia. Lo trovo innaturale.

D) Cosa deve esserci in un suo verso, perché resti soddisfatto?
R) Musicalità, un lessico condensato e rispondente alla mia poetica, e tensione emotiva.

D) Dove e quando ha scritto il suo primo verso?
R) Lo scrissi a scuola, o a casa, non ricordo. Ero molto piccola all’epoca.

D) Cos’è che l’ha spinta a pubblicare le sue poesie?
R) Le pubblicherò più in là.

D) Qual è un verso celebre che avrebbe voluto scrivere lei?
R) Li avrei voluti scrivere tutti. Sarei una persona davvero ricca dentro a questo punto.

D) Come ha scelto il titolo del suo lavoro più recente?
R) Durante una crisi d’ansia ho capito cosa mi mancava, ovvero l’ossigeno per respirare, e ho scelto di conseguenza.

D) Quanto tempo ha impiegato per scriverlo?
R) La mano ha impiegato un paio d’anni. La mia persona, per arrivare al punto dov’è arrivata, 26 anni esatti.

D) Ha vinto premi letterari?
R) (vedi sopra)

D) Crede nei premi letterari?
R) (vedi sopra)

D) Ha altri progetti in cantiere?
R) (vedi sopra)

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