intervista allo scrittore Andrea G. Pinketts
La sottile scia d’inchiostro che unisce il romanzo al sogno
Seduto in un bar del lungomare o forse della piazza principale di Cattolica, un cappello chiaro sulla testa, un sigaro toscano in attesa su di un posacenere e un Cuba Libre in mano. Non so perché, immaginavo così Andrea G. Pinketts, mentre al telefono rispondeva alle domande che, con un misto di timidezza e audacia, gli ponevo dall’altro capo del telefono.
Sì, perché Pinketts è un vero e proprio mito per molti di noi della redazione di Talkink, un mito letterario ma che di ambiti ne ha esplorati davvero tanti, riuscendo in tutti alla perfezione e così, con una certa reverenza, immediatamente dissipata da altrettanta disponibilità e gentilezza, ho iniziato a porre la prima domanda allo scrittore, geniale, ironico e surreale, di quei romanzi gialli e un po’onirici che molti avranno potuto gustare e leggere tutto d’un fiato: da “Lazzaro, vieni fuori” a “Il senso della frase” e… molti altri che è certo superfluo star qui a elencare.
Questa volta Talkink esplora l’universo del sogno, inteso in varie accezioni: da quella mitologica, a quella scientifica, sino a quella più comune di metafora e simbolismo. Nel tuo ultimo romanzo, “La fiaba di Bernadette che non ha visto la Madonna” (edizioni Il Filo, 2008), ci troviamo dinanzi a uno stile di scrittura, la fiaba appunto, che usa una simbologia facilmente accomunabile a quella onirica. In che modo il sogno tende a influenzarti nel linguaggio o nella struttura narrativa delle tue opere?
Essendo una persona che soffre d’insonnia, i miei sogni sono generalmente disturbati. Delle volte mi sveglio nel cuore della notte e prendo appunti, conscio di ciò che ho sognato, ma questi si rivelano poi incoerenti al mio risveglio. È come se mi lasciassi dei segnali, delle tracce, che dopo però non riconosco più. Invece nella struttura di un racconto o di un romanzo, io ho perfettamente in mente sin da principio tutte le tracce che ho deciso di mettere sulla mia “vista creativa”, per cui riesco a interpretarle. È questa l’enorme differenza: il sogno è certamente un’idea, un segnale, ma nel momento in cui diventa un’opera deve essere decifrato, compreso e strutturato a monte, facendoti divenire un po’ lo psicoterapeuta di te stesso.
Talkink è una rivista caratterizzata dall’utilizzo di diversi linguaggi, che confluiscono nel trattare un unico tema: dalla letteratura al racconto illustrato (o commentato da illustrazioni), fino alla poesia. Come scrittore tu ha già sperimentato il valido connubio tra letteratura e immagini, creando addirittura una miniserie a fumetti: “Laida Odius” (edizioni BD, 2005, illustrata da Maurizio Rosenzweig), in cui la tematica del sogno è ricorrente e ancor più palesata; in quanto il protagonista, di giorno commesso in un supermarket e di notte una sorta di giustiziere fetish, trova in esso dei momenti di fuga, se pur tormentati, da una realtà misera ambientata in «un futuro senza futuro». Com’è nata la caratterizzazione psicologica di questo personaggio?
Il protagonista della storia è caratterizzato, di fatto, più da “visioni” che da sogni veri e propri. Avendo affrontato in passato anche delle realtà estreme, come giornalista investigativo, sono rimasti in me i frammenti dell’ “anima” delle storie che ho vissuto e questi si manifestano nel sogno. Nel momento in cui diventano letteratura però, come dicevo precedentemente, si trasformano in segnali e quindi in rievocazioni o “visioni”, che contribuiscono a creare il profilo psicologico dei miei personaggi. Questo termine inoltre, lo intendo in vari modi: non a caso il mio ultimo libro si chiama appunto “La fiaba di Bernadette che non ha visto la Madonna”, perché da un lato in ciò che scrivo ricorrono visioni vere e proprie di realtà passate, ma al tempo stesso con tale definizione mi riferisco anche a “punti di vista”, altrettanto estremi, altrettanto onirici, altrettanto fantasiosi.
Il sodalizio con il fumetto, per te, non si è però limitato solo a questa esperienza, infatti il personaggio principale di tutti i tuoi romanzi, Lazzaro Santandrea, era già stato comprimario in alcuni episodi di una nota serie a fumetti: “Lazarus Ledd” (Star Comics). Così come taluni tuoi racconti sono anche stati trasposti in storie a fumetti, nel volume “I vizi di Pinketts” (edizioni Alta Fedeltà, 2004). Da cosa trae origine la decisione di esplorare una strada parallela alla letteratura, quale quella dell’ “arte sequenziale”?
Mi ritengo un profondo estimatore e al tempo stesso altrettanto profondo esperto del fumetto, a dire il vero. Ricordo di essere passato direttamente da “Pierino Porcospino”, che era un libro illustrato per bambini, a Tex Willer, quindi potrei affermare che il fumetto per me non ha segreti: né la graphic novel colta, né Corto Maltese, né il fumetto seriale di Bonelli. Tra l’altro mi considero un fautore convinto della contaminazione tra i linguaggi, ne sono una sorta di “vate”. E così come credo che ogni storia sia il frutto di altre storie, sentite raccontare o vissute in prima persona, penso anche che tutte le suggestioni che finiscono in una narrazione, provengono da “altrove” e quindi possono pervenire anche da altri linguaggi. Allora ci può essere l’influenza del cinema, del fumetto, del videoclip, persino di internet, che io non uso, ma che può invece diventare un elemento da inserire in una racconto.
Nella letteratura, in genere, da quella scritta a quella disegnata, è fondamentale creare un personaggio avvincente e trascinante, che catturi il lettore e lo tenga legato a sé, facendogli desiderare di conoscere al più presto le sue prossime avventure. Tu ci sei sicuramente riuscito attraverso il protagonista dei tuoi romanzi, come nasce quindi un “eroe” con-vincente?
Devo ammettere che quando ho creato Lazzaro Santandrea, ho creato un alter ego, quindi un “altro” da me, e contemporaneamente un personaggio autobiografico. Nel senso che Lazzaro Santandrea ha i miei ricordi, ha i miei amici, ma ha una vita altrove, essendo appunto un “alter” ego. Pertanto credo che uno scrittore interessante debba avere una vita interessante. Escludendo quegli scrittori che si son creati dei mondi interni, sotterranei, penso a Lovecraft ma anche a Giacomo Leopardi, io sono per lo scrittore “vitalista”. C’è una frase di Luigi Pirandello, che io non condivido, che dice: «La vita o la si vive o la si scrive.» Secondo me invece, la vita la si vive e la si scrive. Può anche essere una vita sotterranea, una vita inventata, immaginata, persino onirica tornando al sogno, però a mio parere una forte connotazione realistica, quasi affettuosa oppure disgustata dalla realtà, deve pur esserci.
Quali sono i tuoi eroi, di sempre o attuali, nel mondo del fumetto e quale personaggio ti sarebbe piaciuto aver creato tu?
Un personaggio che avrei creato volentieri è uno che inevitabilmente un po’ mi somiglia, gli ha dato vita Sergio Bonelli, con lo pseudonimo di Guido Nolitta, ed è “Mister No”.
È nato alla stampa nel 1975 ed è un antieroe americano, reduce da guerre, che vive nella realtà disperata e forse anche magica dell’Amazzonia degli anni 50 e 60. Ed è proprio un antieroe, non è un supereroe, attenzione! È un donnaiolo, è un forte bevitore, è un compagnone, è proprio un personaggio picaresco. Invece poi, per come mi comporto nella vita reale, sembro più Tex Willer, perché ho un enorme senso di giustizia e pochissima pazienza, tant’è vero che negli anni ’90 sono stato sceriffo di Cattolica. All’epoca io facevo il giornalista investigativo e il sindaco di allora mi fece eleggere sceriffo, per via di un grosso problema di criminalità; ero una sorta di detective comunale e in sei mesi ho fatto fare centosei arresti.
Questo è il lato Tex Willer, ma il mio più scanzonato è Mister No: Mister No si chiama così perché dice no. Non è uno che si piega. Tex Willer men che meno, ma mentre Tex è più propositivo, Mister No, ribadisco, è più picaresco, più romantico. Non nel senso classico di romanticismo alla “Romeo e Giulietta”, romantico come può esserlo un antieroe appunto.
Parlando ancora di sogni: solitamente un autore agli esordi ha un sogno nel cassetto, ma qual è il sogno di un artista eclettico come Pinketts, che ha già esplorato la maggior parte dei mondi, dalla scrittura, al giornalismo, alla musica, alla moda?
Più che un sogno, al momento, io avrei una speranza. Un film che abbiamo appena girato, per la regia di Beppe Varlotta, è stato presentato al Giffoni Film Festival ed è una fiaba assolutamente onirica dal titolo “Zoé”. È una sorta d’incrocio tra “Il piccolo principe” e “Alice nel paese delle meraviglie”, ambientato in Piemonte, nelle Langhe, nel ‘44 durante il periodo delle incursioni naziste. La protagonista principale è una bambina, altri personaggi sono interpretati da Francesco Baccini, Serena Grandi e Bebo Storti, ci sono anche io nel ruolo del principe e mi auguro che questa fiaba venga distribuita in Italia, perché il cinema italiano ormai fa prevalentemente “cinepanettoni” e “cocomeri”, oppure storie post adolescenziali idiote.
Quindi forse il mio attuale “sogno nel cassetto” è questo, anche se io credo che i sogni non debbano essere tenuti nel cassetto. Bisogna aprire il cassetto, bisogna che i sogni prendano aria. Però…bella questa, me la scrivo!
Articolo comparso su: Talkink n.2 Il Sogno
di Ilaria Ferramosca:
Questo articolo è stato scritto da Ilaria Ferramosca il 24 gennaio 2009
Un commento
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concordo! la vita si vive e la si scrive.
bella intervista Ilaria!