Intervista allo scrittore Riccardo Caselli
Intervista allo scrittore Riccardo Caselli
Nome: Riccardo
Cognome: Caselli
Regione di residenza: Emilia Romagna
Email: caselli.riccardo@libero.it
Intervista
D) Ci racconti un po’ di lei e del suo approccio al mondo della scrittura
R) Il piacere della scrittura nasce alcuni anni fa, quando iniziai a collaborare con un mensile locale, scrivendo articoli di costume e società, a cui seguì poi una collaborazione anche con un settimanale. Inoltre per anni ho suonato musica rock e scrivevo io i testi delle canzoni del mio gruppo, anche se ovviamente si trattava di un tipo di scrittura molto differente. Alla fine sono arrivato a mettere insieme un saggio, nato principalmente dalla voglia di dare organicità a tante riflessioni spesso riversate negli articoli che scrivevo.
D) Qual è stato il suo percorso di studi?
R) Quello dello psicologo. In particolare sono specializzato in Psicologia sociale e del lavoro.
D) Quando e perchè ha iniziato a scrivere?
R) Nonostante già alla medie e al liceo non mi dispiacesse scrivere, e avessi anche vinto un piccolo concorso, non avevo mai dato grande peso a questa capacità. La scrittura mi interessava limitatamente al discorso musicale, come ho accennato. Poi, a circa 22 anni feci un intervista a un mio professore universitario per conto di un mensile locale, una cortesia per l’occasione. Il direttore però intravide in me delle qualità e mi volle come collaboratore fisso. Per questo gli ho dedicato il mio primo libro, devo ringraziarlo di quello sprone, senza il quale non so se avrei intrapreso alcun percorso di scrittura.
D) In termini umani, cosa significa per lei scrivere?
R) Non saprei. So per certo che ho bisogno di esprimere la mia creatività in qualche forma, che non deve essere necessariamente la scrittura. Scrivere certamente mi viene facile, naturale, ma sarei ipocrita se dicessi che ne sento continuamente il bisogno, che è uno sfogo, o che mi gratifica particolarmente nel momento in cui mi metto davanti al foglio. Diciamo che è una cosa che faccio, che mi riesce (credo) bene e che al momento non ho ragione di smettere.
D) Quali sono i suoi libri del cuore?
R) Su tutti, le opere di Schopenhauer. Più di un filosofo per me; quasi un maestro di vita.
D) E quelli che non leggerebbe mai?
R) Il 90% della robaccia che si trova in una grande libreria al giorno d’oggi. Foresta Amazzonica inutilmente disboscata. Libri poco originali, che cavalcano l’onda di un successo precedente o sono emanazione diretta del mondo televisivo. Personaggi televisivi improbabili che si improvvisano scrittori (o mettono il loro “brand” sull’opera di un ghost writer), e via dicendo. Non leggerei nemmeno Volo, Moccia, né Bruno Vespa. Insomma, meglio scovare fra gli scaffali qualche semi-sconosciuto, o qualche autore straniero.
D) Il libro più bello che ha letto negli ultimi tre anni?
R) Non saprei, sono tanti. Dovendo sceglierne uno, forse “Giocati dal caso” di Taleb. Più che bello, spiazzante, un libro che apre nuovi orizzonti mentali.
D) E quello che meno le è piaciuto?
R) Forse Global Brain di Howard Bloom. Ha decisamente deluso le mie aspettative.
D) Qual è il rapporto con la sua regione e con la sua terra?
R) Non entusiasmante. Mi sento meglio quando vado all’estero. La mia regione ha comunque aspetti positivi. Direi che fino ai primi del 2000 era anche un gran bel posto in cui stare, con tanti spazi aggregativi, un bel tessuto sociale, gente cordiale. Ora paga come ogni zona d’Italia il decadimento culturale di questa nazione, una situazione un po’ sconfortante.
D) Cosa le piace e cosa non le piace dell’editoria odierna italiana?
R) Non mi piace che sia diventata una specie di sottoprodotto televisivo, in cui si pubblicano i libri dei personaggi di Amici, o di chiunque sia finito in tv incidentalmente, anche per atti discutibili. Inoltre le case editrici inondano le librerie di libri invendibili e/o illeggibili, campano sui contributi per l’editoria e spesso non si preoccupano della qualità. Di buono ci sono le copertine e i titoli: mediamente sono molto accattivanti.
D) Cosa le piace e cosa non le piace del panorama culturale italiano d’oggi?
R) Penso non ci sia molto da aggiungere a quanto ho già detto. Non mi piace lo sfacelo culturale di una nazione che ha un patrimonio artistico che da solo equivale a quello detenuto da tutto il resto del mondo messo insieme, e che invece di valorizzarlo, sta qui a rimbecillirsi di Grande Fratello, tirando su dei giovani disperati che come modelli hanno le veline e i tronisti. Una situazione demenziale, su cui si potrebbe anche ridere se non prevalesse il risvolto drammatico.
D) Come è arrivato alla pubblicazione del suo lavoro?
R) Ho chiesto un appuntamento alla casa editrice, ho consegnato il mio manoscritto e ho parlato un po’ con il direttore editoriale. Disse che mi avrebbe contattato una volta che lo avesse finito di leggere. Qualche tempo dopo mi trovavo a Mosca, ricevetti una chiamata del direttore: “la disturbo?”. “No, mi dica pure, ma tenga presente che io spendo 5 euro al minuto e lei 3, per cui magari mi accenni soltanto!”, gli risposi. Mi diede un appuntamento per comunicarmi che il manoscritto era piaciuto. Di lì, in alcuni mesi arrivammo alla pubblicazione.
D) Cinema: qual è il suo film preferito?
R) Sono tanti. Sono molto appassionato di cinema. Devo dirne uno e basta? Dico la trilogia di Matrix, perché di fatto è una cosa organica. Altrimenti se non vale la trilogia, facciamo il primo Matrix! Un’autentica rivoluzione non solo cinematografica, ma culturale.
D) Musica: la canzone del cuore?
R) Ascolto musica di nicchia. Difficile anche qui dire un solo brano. Forse “Lost Motel” degli Strong Out, per la musica, ma soprattutto per il testo, intimista, speculativo e metaforico.
Questo articolo è stato scritto da Redazione il 27 dicembre 2009
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