D) Ci racconti un po’ di lei e del suo approccio al mondo della scrittura

R) Sono un appassionato per natura. Fin da piccolo mi piaceva giocare a calcio, suonare, leggere i fumetti, guardare film, di tutti i tipi, con la predilezione per il thriller e l’horror. E poi adoravo recitare e cantare, soprattutto cantare. Quando sono cresciuto c’è stato il boom della tecnologia e allora via con l’ennesima passione, in particolare la grafica: fotomontaggi, costruzioni di siti web, roba di questo tipo. Tutt’oggi non ho perso il vizio…

L’approccio alla scrittura comunque è avvenuto durante l’adolescenza. Avevo sedici anni, suonavo la chitarra e me la portavo dappertutto. In estate ci ritrovavamo con la compagnia in spiaggia, specialmente la sera, quando ancora si poteva… Io suonavo e gli altri cantavano. Si formavano le coppie, che sparivano dopo poco. Alla fine rimanevo solo io e qualche altro “sfigato”, ma continuavamo a suonare e a cantare come prima. Ecco, in quei momenti mi prendeva la voglia di scrivere canzoni che parlavano di amore e… l’ho fatto! Dai sedici ai vent’anni ne ho scritte una decina. A rileggerle adesso provo un gran senso di tenerezza. Solo in età più avanzata (si fa per dire: trentacinque anni) ho ripreso in mano la penna, insieme all’ennesima passione che mi aveva colpito: la regia. Ho iniziato quindi a buttare giù qualche sceneggiatura per girare un cortometraggio. Ma vuoi per la difficoltà di radunare il cast, vuoi per i problemi legati alle location mi sono direzionato verso i soli racconti, senza videocamera.

D) Qual è stato il suo percorso di studi?

R) All’asilo ero un casinista… No, scherzo (oddio, non proprio: ero davvero un casinista!), non voglio certo iniziare dall’infanzia. Mi limito a dire che alle superiori ho scelto Perito aziendale corrispondente in lingue estere, ma non mi piaceva per niente. Sono un creativo, non un ragioniere. Comunque non sono arrivato in fondo. Citando una celebre battuta di un mito del cinema italiano, Francesco Nuti, dico semplicemente: «scuole superiori interrotte, sevizio militare (a Casarsa) interrotto». Fine della storia.

D) Quando e perché ha iniziato a scrivere?

R) Per il quando ho già risposto, almeno riguardo al primissimo approccio. Se poi si vuol sapere quando ho iniziato seriamente, cioè con l’idea di voler pubblicare qualcosa allora il discorso è diverso. Quarant’anni, mese più mese meno. Mia figlia era piccola e voleva la classica storiella della buonanotte. Ogni sera ne leggevo una, ma dopo poco si annoiava. Dopo un mese mi ha detto: «Inventale te!». Beh, non me lo sono fatto ripetere due volte. Nel giro di una settimana ne avevo già diverse, tutte comunque con gli stessi personaggi, presi in prestito da altre storie, fumetti, cartoni animati, libri. Ne era nata un famiglia davvero singolare, buffa, simpatica, e mi divertivo un sacco anch’io a inventarne sempre di nuove. Alla fine me le sono scritte tutte. È nata la Strafamiglia, ho fatto stampare vari libretti in tipografia e li ho distribuiti agli amici, anche loro ovviamente con figli. Il libretto è giunto anche alla maestra di mia figlia e lei l’ha fatto leggere a un’altra maestra che l’ha fatto leggere a un’altra maestra che… insomma, è andata così. Fino a che una casa editrice mi ha contattato perché il figlio della titolare (guarda caso aveva come maestra una delle suddette) era rimasto affascinato dalle mie storie. Questo l’inizio. Ma non avevo in testa solo storie per bambini, la mia vera passione (oppure ossessione?) era diventata il romanzo, dopo aver scritto tanti racconti. Ne avevo pubblicato uno da solo, tramite un portale web, ma ne avevo mandato un altro anche a una vera casa editrice, con sede a Firenze, giusto perché era delle mie parti. Ebbene, dopo sei mesi mi hanno chiamato proponendomi il contratto. Ed eccoci qua.

La seconda parte della domanda è un classico: “perché scrivi?”. Me lo chiedono spesso, come del resto lo chiedono spesso a qualunque scrittore, tant’è che su internet si trova perfino un articolo che elenca tutte le risposte degli autori più celebri. È divertente perché la maggior parte di loro ci propina una serie di motivazioni che vanno dalla depressione all’odio, dalla tristezza alla malinconia, dalla rivalsa nei confronti di qualcuno o qualcosa fino addirittura al desiderio di fare soldi. Bah… L’unico che ho apprezzato e che ha risposto come rispondo sempre io è il fu Umberto Eco. Un grande.

Perché scrivi? Perché mi piace.

Così è, semplicemente. Punto e a capo.

D) In termini umani, cosa significa per lei scrivere?

R) Ho detto che scrivo perché mi piace? Mmm, sì, l’ho detto. Ecco, il piacere è un termine abbastanza umano? Sto scherzando ovviamente. Diciamo che la prima spinta, come in ogni attività, è data dalla passione. Questo per me è il fattore dominante, quello che cerco di spiegare sempre ai bambini durante gli incontri nelle scuole. La passione… La passione mi spinge a inventare storie nuove e verosimili, possibilmente originali, che possano far riflettere e trasmettere emozioni. E quando un lettore mi scrive che ha fatto le tre di notte per finire il romanzo, che non riusciva a staccarsi dal libro, che teneva gli occhi sbarrati come se fosse mezzogiorno… Beh, cosa c’è di più appagante di tutto questo? Per me nient’altro. E non nascondo che mi emoziono ogni volta che ricevo un messaggio di questo tipo.

D) Quali sono i suoi libri del cuore?

R) Non ho libri del cuore. È come il piatto preferito in quel giochino che si faceva da piccoli: cosa ti piace di più la cioccolata o le patatine fritte? Tutt’e due, è chiaro! Quindi mi piacciono un sacco di libri e un sacco di autori, senza preferire nessuno e senza stilare classifiche che, sono sicuro, cambierei dopo un mese. Tutto dipende anche dal periodo in cui li leggi. Per me conta molto il periodo e lo stato d’animo. Diciamo comunque, in linea generale, che preferisco il contemporaneo al classico: questo è un dato di fatto. Diciamo anche che mi piacciono soprattutto i romanzi. Cito anche qualche scrittore: Wulf Dorn, Sebastian Fitzek, Nick Hornby. Li cito perché non mi sono limitato a leggerne soltanto uno per autore e ogni loro libro mi è piaciuto. Inoltre, non posso dire quali siano i miei preferiti perché ce ne sono un sacco che ancora non conosco! Per fare un esempio: fino a ora non avevo mai letto niente di Gianluca Morozzi, poi l’ho conosciuto e me ne sono fumati tre tutti insieme. Scrive da paura, sul serio. Ecco, lui è un autore che non avrei mai nominato se la domanda mi fosse stata fatta una settimana fa… Ritorno quindi a dire che tutto dipende dal periodo e dallo stato d’animo.

D) E quelli che non leggerebbe mai?

R) L’ho detto e lo ribadisco, anche se riceverò infamie e offese da parte di tanti: la maggior parte dei classici. Diciamo dall’Ottocento in giù. Ci ho provato, mi ci sono messo d’impegno, ci ho riprovato ma… nulla, non ce la faccio proprio. Mi annoiano. E se la lettura deve essere un piacere e uno svago (mica lo faccio per lavoro!) allora preferisco divertirmi con altro.

D) Il libro più bello che ha letto negli ultimi tre anni?

R) Ce ne sono diversi, tutti belli e nessuno che prevale sull’altro. Potrei dire, in ordine casuale: L’amore bugiardo, La verità sul caso Harry Quebert, Blackout, Il mio cuore cattivo, La terapia, Il sonnambulo… Potrei continuare ancora. Ecco, ognuno di questi romanzi mi ha provocato emozione e tensione. E non è un caso che siano tutti thriller a sfondo psicologico.

D) E quello che meno le è piaciuto?

R) Difficile dire quello che non mi è piaciuto. Quando un libro mi annoia, lo accantono: nessuno sforzo per continuare. Ho una piccola regola che applico spesso, basandomi sul numero di pagine: il dieci percento. Sì, se non mi ha preso nel primo dieci percento chiudo tutto e buonanotte. Ho detto prima che la lettura per me è piacere e svago, quindi il romanzo deve appassionarmi fin da subito, tenermi incollato alle pagine quasi a dirmi: «No caro, non puoi smettere proprio ora, sta per arrivare il bello…». Tutto qua. Perciò, come faccio a parlare di un libro che non mi è piaciuto se non sono arrivato nemmeno a metà?

D) Qual è il rapporto con la sua regione e con la sua terra?

R) Ottimo, in particolare con la mia città: Firenze. Non solo sono nato qui, ma non perdo occasione, quando posso, di farmi un giro in centro. La bellezza di Firenze è nota a tutti e, nonostante la conosca piuttosto bene, ne rimango sempre affascinato come se fosse la prima volta che la vedo. Ma adoro anche la Toscana, ovvio. Puoi sciare, andare al mare, farti un giro in campagna, visitare città d’arte, mangiare da Dio… Tutte attività concentrate in un’unica regione. Forte eh? Sì è proprio bella la Toscana.

D) Cosa le piace e cosa non le piace dell’editoria odierna italiana?

R) Mmm, vediamo… Mi piace il fatto che ci siano tante case editrici che danno la possibilità di pubblicare. Non mi piace invece il fatto che ci siano tante case editrici che danno la possibilità di pubblicare… Paradosso? No, diciamo che ci sono i pro e i contro. A parte la battuta, credo che la cosa importante non sia tanto la pubblicazione, quanto la promozione. Come far conoscere il tuo romanzo in giro, oltre a venderlo o regalarlo a parenti, amici, conoscenti? È una lotta, anche economica (soprattutto economica), che non tutti possono permettersi e non sempre dà i suoi frutti.

Sembra che oggi ci siano più scrittori che lettori, quindi è difficilissimo emergere. Per fare un esempio pratico: ogni mese vengono assegnati dai quattromila ai cinquemila codici ISBN, che equivalgono ad altrettante nuove pubblicazioni, questo solo in Italia eh? Non lo dico io, ma il sito della ISBN, fatevi un giro e vedrete voi stessi. Quindi capirete che la faccenda è molto complicata.

D) Cosa le piace e cosa non le piace del panorama culturale italiano d’oggi?

R) Mi piace comunque leggere e guardare film. Collaborando con la mia casa editrice nella valutazione dei testi diciamo che la maggior parte del tempo la impiego nella lettura: tre o quattro libri al mese me li leggo. Al cinema ci vado meno, ma cerco di districarmi fra impegni familiari e lavorativi come posso. La televisione invece non mi interessa affatto, anzi: non la guardo proprio. Spesso mi ritrovo a parlare con amici che citano questo o quest’altro personaggio, e io sgrano gli occhi come per dire: “Chi cavolo è?”.

D) Come è arrivato alla pubblicazione del suo lavoro?

R) Per caso, come ho già detto. Sapevo che era praticamente impossibile farsi notare da una grande casa editrice, quindi ho ripiegato su una più piccola. Avevo scritto questo romanzo (L’amica), mi piaceva la storia, mi piaceva la struttura (anche se a riguardalo oggi cambierei un po’ di cose) e ho pensato di provarci. Sono stato fortunato a essere preso in considerazione al primo tentativo e così è cominciata la collaborazione con Porto Seguro. A oggi ne ho pubblicati quattro.

D) Cinema: qual è il suo film preferito?

R) Come per i libri, non ho un film preferito, ma diversi, tutti di vari generi. Diciamo che sono cresciuto a pane e Dario Argento, quindi eventualmente la scelta cadrebbe lì. Ma apprezzo molto anche altri come Francesco Nuti, che mi ha accompagnato durante la mia adolescenza, oppure Stanley Kubrick. Sono appassionato anche dei b-movie italiani anni Settanta e Ottanta, i thriller di Bava, Fulci, Martino, per intenderci.

D) Musica: la canzone del cuore?

R) Idem. Ne ho una montagna: ogni canzone che ho ascoltato e che ascolto tutt’ora ha segnato qualcosa nella mia vita. Incide molto l’età, la situazione, il momento emotivo. A sedici anni ascoltavo musica italiana e pop internazionale del momento, a vent’anni preferivo artisti più datati come Simon & Garfunkel, Bob Dylan, Cat Stevens, Neil Young, John Denver, De Gregori, Bennato. Ma l’elenco sarebbe molto più lungo. Ultimamente sto ascoltando la classica contemporanea, quei pianisti moderni che riescono a trasmettere vere e proprie emozioni come Einaudi, Brian Crain, Yiruma, Cacciapaglia.

approfondimento NARRATIVA

D) Ha frequentato corsi di scrittura creativa?

R) Certo, lo ritengo uno strumento utilissimo per migliorare. Grazie ai corsi di scrittura si può limare, correggere, rendersi conto degli errori comuni confrontandosi con altri. Io stesso frequento un paio di corsi l’anno, giusto per non perdere il vizio. E ogni volta mi rendo conto di quanto sia utile.

D) Ritiene siano utili?

R) Appunto. È proprio ciò che dico: utilissimo. Anche se ripetiamo lo stesso corso più volte, credo che si possa imparare sempre qualcosa in più. Piccoli dettagli che prima non avevi notato, che passavano come insignificanti ma che all’improvviso diventano fondamentali. E poi conosci nuova gente, nuovi caratteri, nuove personalità che possono darti un’idea su come impostare un personaggio dei tuoi romanzi…

D) Quale ritiene sia l’aspetto più complesso della scrittura narrativa?

R) La pianificazione. Puoi avere una grande idea, ma se non hai la struttura del romanzo è tutto inutile. Io la penso così. Una volta ho letto da qualche parte una domanda rivolta al grande Hitchcock che diceva: “Qual è il segreto per un gran film?”. Lui rispose: “Tre caratteristiche fondamentali: una buona sceneggiatura, una buona sceneggiatura e una buona sceneggiatura”. Chiaro? E se lo diceva lui…

D) Come scrive: su carta o al computer? Di giorno o di notte? In solitudine o fra altre persone? Segue “riti” particolari?

R) Solo su computer, o meglio: su tablet. Comodo, lo porti dove vuoi e hai la possibilità di usufruire del Cloud, così il file te lo ritrovi sul computer e puoi riprenderlo quando vuoi in tempo reale. Di giorno o di notte? Quando ho un po’ di tempo disponibile, che sia la mattina, il pomeriggio o la sera poco importa. La comodità del tablet è anche questa. E se sono solo oppure in mezzo alla folla fa lo stesso: una volta ero a una presentazione e mi annoiavo, così ho preso il tablet e ho scritto un racconto. Era brutto andare via prima della fine… Quindi, per arrivare all’ultimo punto, non ho nessun rito propiziatorio: scrivo e basta.

D) Come è nata in lei l’idea di raccontare quel che ha raccontato nel suo libro più recente?

R) Ho visto un film al cinema, diversi anni fa, non rivelo il titolo altrimenti si scopre il finale. Ricordo però che rimasi scioccato e affascinato al tempo stesso. Ancora non scrivevo, non ci avevo mai pensato. Quando mi è presa questa passione mi sono ricordato del film, ho elaborato la storia per arrivare allo stesso finale, ma con personaggi diversi, stile diverso, genere diverso. Ecco La strada della follia.

D) Cosa significa per lei raccontare una storia?

R) Significa entrare nella storia stessa, diventare parte dei personaggi oppure farseli amici, così da raccontarla come se fosse reale. Il mio scopo comunque è creare quello che definisco “effetto nooo”, proprio con le tre O finali. Quando il lettore arriva alla verità, alla rivelazione che risolve il conflitto e dice a voce alta: “nooo”, con le famose tre O, allora ho fatto centro. Nel mezzo una trama che si intreccia, che mescola le carte senza barare, personaggi che non sono ciò che sembrano, personalità deviate ma non fantasiose, tutte ampiamente documentate. Quindi cerco di raccontare una storia verosimile che abbia un incedere da film, come in una sceneggiatura.

D) Preferisce cimentarsi col racconto o col romanzo?

R) Romanzo, soprattutto romanzo. Mi crea più stimoli, mi piace la ricerca, la documentazione, la progettazione. Ma non nego che anche il racconto mi intriga, anzi: ogni tanto, per staccare dalla trama del romanzo di turno, scrivo uno o due racconti, più che altro su temi che leggo sul giornale. E, come ho già detto, anche i corsi di scrittura ti impongono di scrivere, quindi, meglio del racconto…

D) Ci dia una sua definizione dell’uno e dell’altro?

R) Penso che il racconto sia un’essenza, o meglio, un Bignami del romanzo, nella sua accezione del termine. Non ti perdi in descrizioni, in caratterizzazioni puntigliose dei personaggi, ma imposti la narrazione specialmente sulla trama, sulla fabula. Il romanzo invece ha mille sfaccettature, come un albero con i suoi rami, le sue foglie, la corteccia del fusto, le radici. Usando una metafora, direi che ci troviamo di fronte alla passata di pomodoro (romanzo) e al suo concentrato (racconto).

D) Come ha scelto il titolo del suo libro più recente?

R) L’ho scelto appena ho sviluppato la trama e il finale. Mi piaceva perché riassumeva la storia. Poi ho trovato il modo di inserirlo anche all’interno del romanzo.

D) Quanto tempo ha impiegato per scriverlo?

R) Diciamo che la prima stesura l’ho scritta in sei mesi. Poi l’ho riletto, aggiunto, tagliato, modificato. Insomma: alla fine ci ho messo due anni per la versione finale.

D) Ha vinto premi letterari?

R) Il primo premio mai, ma menzioni speciali o fra i primi classificati sì.

D) Crede nei premi letterari?

R) Perché no? Aiutano a farti conoscere, ma soprattutto a darti la forza di continuare, di rimetterti in gioco, sia in caso di vittoria che non. E se per caso riesci a vincere qualcosa, il tuo ego ne risente, eccome! In caso contrario dovrebbe essere motivo di sprone, di incitamento per migliorare e non di abbattimento. Sono un ottimista, vero?

Ha altri progetti in cantiere?

R) Certo. Ho un romanzo già pronto (anche se sono sicuro che lo riprenderò in mano almeno un’altra decina di volte…) e sto scrivendo una nuova storia incentrata sul tema dello stalking. Poi racconti, come ho già detto, che mi aiutano a svagarmi. Insomma: non mi fermo mai, scrivo sempre, ogni giorno.

 

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