La fabbrica, di Leonardo Zarrelli

Qualsiasi cosa avesse visto, era di sicuro un’ombra, e umana, accidenti! Mica era rimbambito, lui! Un’ombra sul muro della cappella, quasi dietro di sè, nel punto ove si rifletteva la luce proveniente dall’ingresso ad arco acuto, una stretta cancellata un tempo guarnita da una pregevole vetrata artistica policroma, della quale restavano solo vestigia. <> chiamò … credendo quello fosse ancora lì invece di essersene tornato in studio come promesso. Niente, nessuna risposta. No. Era solo, nel parco di Villa Orombelli, a tu per tu con l’inquietante statua d’angelo salmodiante e con l’ancor più sinistro busto in marmo ormai ingrigito e

Qualsiasi cosa avesse visto, era di sicuro un’ombra, e umana, accidenti! Mica era rimbambito, lui!
Un’ombra sul muro della cappella, quasi dietro di sè, nel punto ove si rifletteva la luce proveniente dall’ingresso ad arco acuto, una stretta cancellata un tempo guarnita da una pregevole vetrata artistica policroma, della quale restavano solo vestigia.

<> chiamò … credendo quello fosse ancora lì invece di essersene tornato in studio come promesso. Niente, nessuna risposta.

No. Era solo, nel parco di Villa Orombelli, a tu per tu con l’inquietante statua d’angelo salmodiante e con l’ancor più sinistro busto in marmo ormai ingrigito e polveroso, o c’era qualche cretino (…i soliti regazzi in vena di esplorazione, canne e camporelle…) a fargli compagnia?

<> gridò irrompendo dalla cappella fra i cespugli, quasi inciampando su dei detriti piovuti dal tetto.

Nessuno… o si divertivano… stronzi! E che cazzo di male sta caviglia! “Qui crolla tutto, altro che conservare, via, spiano tutto e che si tengano le loro scemenze….”

L’imponente villa in stile neogotico era lì, al centro dell’ampio parco ov’era ubicata anche, cosa che lui riteneva di un macabro ributtante, la cappella funeraria dell’ing. Gustavo Orombelli. Macabro per lui, figlio di un’epoca che non ha memorie da preservare: per gli eredi era stato un onore eternare nel marmo il ricordo del grande pioniere della locale industria, e prima della Grande Guerra le leggi cimiteriali non erano così rigide da vietare sepolture in aree private.

“LA MOGLIE ELENA I FIGLI GIACOMO GIASONE ED ELETTRA A PERENNE RICORDO…” eccetera eccetera recitava la consunta scritta sotto al busto, incorniciata a un elegante cartiglio marmoreo, elogiati pregi dei quali oggi si rideva troppo facilmente.

Casa, parco, fabbrica (ormai in parte fatiscente) e… purtroppo… sepolcro, tutto a meno di due milioni di euro. La sola fabbrica era un compendio immenso: una mole di mattoni e cemento grigio, il palazzo degli uffici con annesso il reparto, e poi una serie di capannoni diroccati di cui restavano a volte solo i pilastri emergenti da una vera e propria giungla. Solo il maestoso blocco centrale emergeva dalla vegetazione, come una piramide Maya. Sul piatto tetto in cemento degli uffici cresceva qualche cespuglio ma, perdio, a quei tempi sì che si lavorava bene, le radici faticavano ad attecchire sebbene nessuno avesse più rifatto i manti bitumosi almeno dal Cinquanta.

Fin da piccolo calando in città con la cinquecento del padre (che emozione quando aveva detto “evvia, fo una pazzia, compro la macchina”, tutti a bocca aperta!) era rimasto colpito dalle enormi ciminiere fumiganti della G.O.M. Erano uno dei biglietti da visita della Città: “per qui si va fra la perduta gente”, gli operai in tuta blu che guardava affascinato sciamare fuori dai cancelli alle diciotto chiedendosi se erano dei soldati, dei prigionieri o che. Avrebbe saputo poi cos’era il lavoro non agricolo e che quelli erano appunto lavoratori, che abitavano i più nelle vecchie grige case adiacenti la Fabbrica. A Rocca non c’erano fabbriche: ed ecco gli si svelava l’arcano di quando sentiva il padre commentare amaramente che un’altra famiglia aveva fatto fagotto per andare in Città (“vanno nella Fabbrica” pensava, ma a fare che gli era ancora oscuro…. perchè non stavano lì che c’era tanto verde, le mucche, e si poteva giocare?).

Adesso che era grande e non giocava più, la Fabbrica era sua. Ma adesso il gioco era cambiato, e lo avevano cambiato individui come lui, Luca Fabbiani, che dando un calcio al passato non producevano più: smerciavano, spacciavano, svendevano articoli scontati nei loro moderni banchi del mercato: centri commerciali faraonici (e poco… scontati nei prezzi), oppure squallidi ma concreti discount come i suoi, che lo avevano arricchito a dismisura come il piccolo market aveva più sobriamente reso agiato suo padre prima di lui. Il problema era che se le grandi fabbriche chiudevano, lui a chi li vendeva i biscotti fatti col cartone in scaglie? Per fortuna c’era un certo ricircolo occupazionale, anche se tanti partivano per non più tornare, come ai tempi dal paese ….

Per questo che l’idea di un grande centro polifunzionale sembrava l’uovo di colombo: avrebbe galvanizzato l’economia cittadina attirando operatori commerciali e artigiani, uffici, e nuovi residenti (magari coi quattrini). E l’area adatta e libera da quei vincoli assurdi che lui detestava (ambientali e urbanistici) era una: la defunta G.O.M., il cui cadavere costituiva una presenza anche … “politica”… ingombrante, ed una pesate eredità lasciata dagli Orombelli alla Città.

Cosa strana, era come non esistesse, nessuno vi si interessava: ed i politici vi accennavano di rado, e solo per accusarsi a vicenda di non risolvere certi problemi urbanistici, alla vigilia delle urne.

Esisteva per adepti di Satana fatti in casa, per i fumatori di canna, gli Indiana Jones caserecci, le coppiette e gli immigrati, che ci dormivano.

Guastandosi il giubbotto di renna, sudando per le continue “acrobazie” (eh sì, con la pancia che gli era venuta ed il culone pesante da BMW-dipendente anche chinarsi e scostare fronde diventava atletica pesante!) guadagnò la villa. Eh eh eh, per quella aveva un progetto tutto suo. Altro che centro anziani! <> disse facendo un gesto scurrile col braccio. Ovviamente questi teneri pensieri andavano ai suoi nemici biologici, i “comunistidimerda”, detto tutto attaccato.

La pesante vegetazione copriva tutto d’ombra nonostante fosse primavera. Alberi secolari pregiati e proletariato arboreo, tutti frammisti. Cespugli che ambivano al titolo di albero, macchie impenetrabili che si aggiudicavano le aiuole un tempo accuratamente tenute dai giardinieri. Rampicanti davano l’assalto alle mura in mattoni, anche se la cosa era assai di moda comunque in molte residenze. Gli archi neogotici sparivano sotto le volute di edere selvatiche. Finestre dalle imposte divelte, talune precipitate di sotto da vandali coscienziosi. Non un vetro intatto, ma molti ancora al loro posto: vetri colorati, stile art dèco. Pluviali pericolanti, grondaie cadute al suolo, altre pericolosamente penzolanti. Cavi elettrici come liane, qui e là. Scritte latine si intravvedevano nei riquadri di cemento sotto i davanzali: inni alla morale, alla patria, al lavoro.

Un’ombra fuggevole si delineò sulla parete accanto al portico dell’ingresso.

<> La sua voce squarciò il silenzio. Mica aveva paura di questi ragazzotti: quanti ne assumeva, maltrattava e poi licenziava nei suoi discount! Non avevano voglia di fare un cazzo, che diamine, nemmeno di lavorare alle feste o di fare un pò di sano straordinario, non dicevano che i giovani di oggi amano la sfida e il profitto? Colpa dei comunisti, ce n’erano ancora troppi in Vallata e corrompevano i giovani, e dei democristiani ladri che volevano tornare per rifare il voto di scambio. E i ragazzi ci credevano, pensava lui, e nell’attesa andavano a casa sua (già la chiamava così) a farsi canne e seghe. <>

E non scherzava. Sapeva che in caso di aggressione era possibile usare l’arma, anche se una sciocca legge prescriveva, prima, di farsi colpire. Bene, si sarebbe fatto fare un taglietto, ma badate, piccolo piccolo… poi erano cazzi loro. Estrasse la S&W 686 a canna corta, una bella rivoltella, affidabile e potente.

L’ombra del portico lo avvolse, e sparì nella penombra accedendo all’edificio. Vandalizzato com’era trasmetteva ancora l’autocompiacimento di chi l’aveva costruito, la sua fiducia nel futuro, la sua voglia di eternarsi. Sulle volte, l’intonaco ocra offeso dall’umidità ripeteva, fra motivi ornamentali di ispirazione medievale, la medesima scritta: G O.

Ossessivamente, essa appariva ovunque. Come in fabbrica, dove GOM era inciso, scolpito, scritto anche sui pomelli delle poche porte sopravvissute.

Lo scalone saliva in volute morbide al piano superiore. La sola ringhiera, sormontata da un passamano in mogano purtroppo rovinato, era un gioiello dell’epoca in cui le signore portavano ampi cappelli e i signori i baffi a manubrio. Gli scalini erano sontuosi, di pietra pregiata accuratamente sagomata. Le donne di classe vissute qui non avevano avuto difficoltà ad appoggiare i ben curati piedini calzati da fini scarpine e stivaletti per salire al piano superiore. C’erano ancora gli anelli per le liste che fermavano il tappeto centrale che Fabbiani immaginava di velluto rosso. Ah, come no, lo avrebbe rimesso, certamente!

Ma adesso doveva scacciare gli usurpatori. Avevano finito di scrivere cretinate sui muri, andassero a cercarsi un altro paradiso, qui la pacchia era finita. Qui e nella Fabbrica.

E la rivide. L’ombra era riapparsa in una delle stanze che si affacciavano sul ballatoio superiore, l’aveva vista da un porta socchiusa e semiscardinata stagliarsi sulla fiorata tappezzeria cancerosa.

Pistola a due mani… cazzo, si sentiva Rambo, ma che fastidio ‘sta panza… ed un bel calcio alla porta. Un gran fracasso. Crolla il battente, sollevando polvere.

Nessuno. La stanzia è ampia, col soffitto piatto, ancora ricco di decorazioni. E sul pavimento non ci sono tracce, all’ultimo istante si accorge di questo particolare solo per avere osservato il polverone sollevato dalla porta abbattuta e le proprie vistose impronte.

“Minchia”. Un’ombra dall’esterno? Sul balcone …. ” Allora lo placco… cazzo, lo porto in Questura, così impara a farmi paura!”

Ma il balcone era impraticabile, la finestra inapribile. I rampicanti facevano i signori, lì. E si vedeva che non c’era un cane. “O cazzo, ho ciò le traveggole o…”

Gli venne di colpo il pensiero che…forse era meglio essere fuori di lì prima che facesse buio. Così, un illuminazione. E mica per i satanisti o i fumatori di canne, che cazzo, lui aveva la 357 Magnum e la legge dalla sua.

No. Non per loro.

Via. Via di lì. E di corsa.

Il sole scendeva dietro le spente ciminiere, dietro il tetto del palazzo degli uffici della GOM. I suoi liquidi raggi rossastri carezzarono i tetti qua e là sfondati, penetrarono nelle finestre degli uffici bui e silenti e ridando vita alle vecchie pitture fatte a rullo con disegnini di foglie e boccioli su sfondi pastello. Le ombre si insediavano negli angoli, negli anditi bui, nei corridoi. Il buio si stava reimpossessando della Fabbrica regalandola ancora per una notte alle coppiette di adolescenti, ai fumatori di canna, agli amanti del brivido esplorativo, checchè ne dicesse Fabbiani.

Scendeva il disco solare simbolo di vita dietro le mura marcite, carezzando con la sua luce rosata le pareti della cappella gotica sfregiati da scritte idiote fatte con lo spray.

L’ultimo raggio strisciò sul terreno fino a lambire la soglia sbrecciata della porta, si posò sui vetri policromi e le volute in ferro, trovò un varco aperto da una sassata. Avanzò sul pavimento a mosaico, terroso e pieno di detriti, incontrò uno zoccolo dal bordo tondeggiante, salì su una liscia parete grigia fino ad una nicchia, fino a carezzare un volto severo, un’effigie di marmo in una cornice di foglie d’alloro immortalate nel marmo scuro e polveroso. L’effigie di un uomo dai baffi a manubrio, di un uomo col monocolo. L’uomo che aveva giurato: “Io vivrò per sempre nella mia opera”.

…………………..

<> fece Polidori, il supertecnico (i Competecnici, veniva in mente un pubblicità televisiva) della Scientifica che conosceva il commissario Marra da decenni. <> Polidori sembrava agitato. Qualcosa non quadrava nel suo mondo di risultanze perfette e dimostrabili.

<>

<>

<>

<> Si fermò, e prese fiato.

<>

<> fece Marra impaziente.

Polidori trasse un sospirone. <>

Non è dato sapere cosa successe in seguito. La cappella è stata restaurata a cura del Comune, sotto l’alto patrocinio dell’immarcescibile sindaco Fagetti, che aveva seguito l’intera vicenda nel terrore. Elena Fagetti moglie di Gustavo Orombelli, era la sorella di una nonna di Fagetti, ed a tutti aveva sempre narrato la terribile morte del marito. La Fabbrica è stata proclamata monumento cittadino: gli studiosi di archeologia industriale la considerano un esemplare unico. E chissà che non venga in parte riattivata, un gruppo olandese se ne sta interessando.

<> ringhiava stringendo le mascelle sdendate di ottaguenario, mentre i dolori lo squassavano ed il dottor Melandri scoteva la testa. Dal muro la foto di Mussolini lo fissava severa: non sapeva che lui, ottuagenario, non sarebbe mai diventato. C’erano tati modi di morire. E tanti per vivere.

Vivere per sempre. Anche nella pietra e nel cemento.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *