inedito – “LA LEGGENDA DELLE FATE DEL LAGO DI MAUSEN” di Francesco Liberti

Martina camminava fiancheggiando le sponde del lago di Mausen, il suo vestito color fuliggine
le scendeva di dosso  quasi fosse una sua sensazione,  il suo corpo di bambina, leggero e austero allo stesso tempo, pareva il ritratto di una lunga statua di gesso che volesse liberarsi dal suo peso ingombrante, il suo sguardo peregrino pareva ornarsi di gioia e stupore: “Come quelle donne bambine che rimangono sempre dignitose e mai paghe dinanzi al tempo, come se non perdessero anni o capelli, speranze o ambizioni davanti alle suggestioni del tempo, come se fossero sempre in piedi, erette sulle proprie impressioni, a riflettere sul significato della vita, sulle ombre della vita!”

Quel lago che si confaceva ai suoi occhi non era uno spettacolo fine a se stesso, le sue acque riflettevano strane figure, per lo più femminili, che la notte si incontravano coi loro poteri per raccontarsi: “Le tristi storie d’amore del paesino di Mausen!”
“Erano le Muse di Mausen!”
Figure eleganti, ombre silenti, donne più simili a fantasmi che a persone, spettri danzanti con i capelli lunghi, le vesti immacolate tinte di un azzurro precoce, gli occhi innocenti e tenebrosi, le gambe bianche e lunghissime: si dilettavano a camminare sull’acqua!
Le storie del piccolo paese di Mausen, le deliziose leggende musicali dei cantori che giravano d’inverno fra le botteghe con i loro strumenti arcuati, i cappelli di piuma d’oca e le scarpe di fodera con la punta rivolta all’insù, raccontavano cantando che tra i compiti delle fate c’era quello di uscire dal lago e di camminare sulla terra e talvolta di fare innamorare fanciulli in fiore che non avevano altre difese che perdersi, uscire da se stessi, ritrovarsi dinanzi a quelle figure silenti che in terra non avevano pari: “Per altezza, per beltà!”
Quel lago che era anche una sospetta fonte di energia mistica, era un covo di sogni, ma anche un pezzetto di realtà origine di presagi!
Ogni qualvolta le fate lasciavano per scherzo nell’acqua i loro scialli colorati, le loro scarpe piumose e i loro capelli ricurvi e finissimi, gli uccelli si rimettevano sull’attenti sui rami, quasi fossero lì per attendere i loro segnali.
Uccelli grandi e piccoli, famiglie intere che si mettevano in fila per ascoltare i richiami della natura,
questi animali riuscivano a interpretare la volontà delle fate, a scorgerne solo quel lato che esse non concedevano agli uomini, così come le fate si rivolgevano alla natura e ai suoi abitanti, gli uccelli erano in grado di capire cosa dicessero i loro silenzi e a prevedere cosa avrebbero fatto una volta giunte sulla terra.
Martina toccava l’acqua di quel lago ed era l’unico essere umano ad avvicinarsi a quella natura, a rivolgersi agli uccelli del bosco senza che essi prendessero il volo, a guardare per ore intere il gioco delle fate.
La notte ella si avvicinava sulle sponde del lago con una candela, la cui luce era più grande della sua faccia e vedeva strani vortici d’acqua che si rimpicciolivano, sognava di entrare in quell’acqua, di abitarla, di vivere un’avventura fuori dal comune trasformandosi in fata e facendo innamorare di sé giovani fanciulli che avrebbero rinunciato a tutto: pur di stringere fra sé quel corpo fragile, di sentire l’odore di quei capelli volanti che rassomigliavano all’aroma degli abeti e cingere quella pelle diafana: che pareva ora terra, ora acqua!
La leggenda dei trovatori di Mausen raccontata dai cantori, le cui filastrocche sottoforma di scherzo musicale e di burla facevano il giro di ogni casa, di ogni bottega, rendevano a tutti nota la storia delle fate del lago: che una volta uscite dal loro mondo, si recavano al paese.

In terra e nel regno degli uomini, nessuna donna poteva competere, né essere pari alla loro beltà.
Si narrava che quando una di loro varcasse le porte di un  paese, le donne locali fuggissero come forsennate sotto il chiaro lunare dei cespugli rigogliosi del bosco e non facessero più ritorno a casa fino a quando le fate non avessero scelto il proprio uomo.
La luna che rimaneva sveglia nella notte, non si perdeva un istante di quelle storie e osservava con i suoi occhi tristi tutte le intemperanze dei giovanotti che osservavano dietro le loro finestre il lago che sopiva nella sua quiete e si domandavano:
“Chissà quando da quelle acque
toccherà terra la sposa prediletta,
che non trova pari al mondo
per la sua incomparabile beltà!”

 Ma quella notte accadde qualcosa di strano.
Gli uccelli erano scomparsi e i vortici del lago richiamavano il cammino  della giovane Martina.
La luna illuminava i suoi passi, il vento solleticava le sue vesti, la terra ricopriva le sue mani e che importa se fosse bella e impettita come una statua o diafana e ombrosa come le immagini delle fate che riempivano col loro scintillio arcuato gli specchi d’acqua del lago.
Martina d’un solo balzo entrò nell’acqua e sorrise di buon cuore quando fu accolta da altre fate,
quando le fu tributata un’ondata di consensi  e per un attimo anche la sua immagine si unì al ritmo di una festa, dove le sue nuove compagne con arpe e cetre vellutate e straordinariamente musicali, danzavano, suonavano, si divertivano, come fossero in preda ad un accesso d’ira e portatrici
per grazia divina di un’allegria sfrenata, che fu da allora vista come una loro curativa miracolosa virtù.
Martina non poteva più credere ai suoi occhi, accolta da un’atmosfera di giubilo, si chiedeva: “Perché accade tutto questo proprio a me?”.
Guardava con attenzione quei corpi dinoccolati che fluttuavano nell’acqua, le fate bellissime e giocose che la vestivano, la pettinavano.
Gli uccelli riuniti con le loro famiglie guardavano dall’alto tutta la scena.
In un baleno la piccola Martina s’accorse di possedere quella facoltà di poter ascoltare la voce del vento e i suoni riuniti della natura, il candore della luna e il fruscio dei suoi raggi potenti e irrequieti.
In quel lago le sembrava di essere rinata, di aver riscoperto una vita reale.
Rivide un altro mondo, non ebbe paura di tutto ciò che le cingeva lo sguardo, né delle forze clandestine che il suo cuore percepiva, “quella notte le parve infinita” e  tra gli animali nottambuli ci fu pure chi giurò che non sarebbe durata più di un attimo!

Mentre le fate la prendevano fra le braccia, la piccola Martina uscì presto dall’acqua.
Sentiva rispetto a poco prima la leggerezza del suo corpo, le sue mani più fluide, il suo sguardo più acuto, ma i suoi piedi lasciavano impronte più grandi sopra il terreno.
Non si accorse di essere diventata adulta tutta in un baleno, immaginava di essere ancora quella piccola e fremebonda creatura che la notte camminava da sola lungo le sponde lacustri con la sua piccola candela che emanava una luce così forte e pure così misteriosa.
Quando uscì dal lago, gli uccelli che ricomparvero sui rami, si rimisero a cantare e anche altri animali del bosco come cerbiatti, barbagianni, aquile giganti e lupi dall’aspetto fiero, cominciarono a seguirla e le loro impronte sparse sul terreno parevano note musicali che sembravano annunciare la melodia del ben sospirato risveglio!
Il suo corpo emetteva un’aura luminosa e perfino a notte inoltrata si poteva vedere un candore che emanava fra il silenzio degli alberi pensierosi e una forte luce che non rendeva mai perpetua e abissale l’oscurità della notte.
Ella aveva ancora in mente la forte impressione di quando sognava di poter scorgere le fate giulive nel bel mezzo del loro raduno e quasi non credesse ai suoi occhi, non riusciva ancora a immaginare che fosse divenuta una di loro, ora che camminava col suo corpo magnetico emulante nei suoi movimenti le onde dell’acqua del lago, un corpo che talvolta si rimpiccioliva ed altre volte si ingrandiva come una nuvola proteiforme mai pronta al biasimo e sempre felice nel suo sguardo: sotto un cielo che annunciava ricoperto dal suo esercito di stelle, nuove storie, nuove profezie!

Nel vicino paese di Mausen, c’era un principe che viveva solo nel suo immenso castello da quando i suoi genitori erano morti.
La notte quando non dormiva soleva camminare per gli immensi saloni del suo maniero, osservando con il suo sguardo fulmineo tutti i quadri che ritraevano i suoi antenati e lì soleva pensare, un po’ per gioco, un po’ per riflessione, che un giorno sarebbe stato raffigurato anch’egli in quei simulacri al di fuori del tempo, che portavano con dignità addosso tracce di un’altra era e forse di un altro tempo sospeso fra il passato e il presente.
Essi contenevano nelle proprie sagome volti annoiati, seppur regali, che davano adito alla Galleria degli Spettri, così  il principe soleva chiamare quel grande salone quando durante  l’insonnia che lo assaliva la notte mirava e rimirava quei volti, su cui pareva che il tempo si fosse fermato per sempre quando essi erano ancora in vita e anche ora che assumevano quelle pose bizzarre e gentili  che sarebbero rimaste come comparse in balia del tempo trascorso.
All’interno del grande salone, c’era una grande finestra arabesca da dove si vedeva il grande lago perduto anch’esso nel tepore di un grande sonno, da dove la notte si scorgevano strane luci che si muovevano con disinvoltura nell’oscurità.
Il principe la notte leggeva dai suoi libri che recavano sulle proprie copertine rivestite di alloro: gli stemmi araldici della propria famiglia e le storie delle fate del lago che vivevano in un mondo più felice e che possedevano per generazione in generazione il dono di poter parlare con la natura, con gli animali, di poter ascoltare i segreti misteriosi della vita, le profezie assordanti della notte.
Quella notte egli si sentì inquieto e cominciò a camminare per il salone non riuscendo più a fermarsi fino a quando una voce dal suono miracoloso e musicale non lo riportò accanto alla grande finestra dalle forti tinte millenarie delle moschee arabe, cosicchè quando egli si affacciò sul lago: “La grande voce gli raccontò che lì ci fosse una energia che desse agli umani la facoltà di ricongiungersi con la natura”. Tutto questo accadde quando una forte sensazione di vitalità lo investì dalla testa fino ai piedi!

Le porte della finestra si aprirono e il principe triste si ritrovò dinanzi una fata silente, ma dall’aspetto straordinario e quasi ossequioso.
Una luce lo invase e per un attimo ritrovò l’allegrezza di una vita perduta per sempre, sepolta tra quei ritratti dei suoi antenati.
Mille uccelli in volo assistevano divertiti alla scena. Le mani enormi del vento si muovevano come se dovessero toccare quei corpi per lo più solitari, ma portatori di una bellezza inconfessata, che rimanevano immobili dinanzi al lungo salone della “Galleria degli Spettri”, come se attendessero un responso dal proprio tempo.
Gli uccelli aprirono la finestra e presero con le loro scaltre zampette quei corpi pesanti e leggerissimi e li portarono verso il cielo.
Poi sorvolarono il lago, li lasciarono infine cadere nell’acqua: il tempo volle sottrarre alla vita stessa quel sembiante.
La fata ridiventò Martina, la bambina più simile ad una statua che ad una persona per il suo passo corposo, il principe ridiventò quel bambino che non aveva ancora perso il dono dell’allegrezza sfrenata: quando essi camminarono sul lago cominciarono a prendersi fra le mani e a giocare, senza che avessero più paura di perdersi, né di ritrovarsi.

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