inedito – “LA STORIA DI MARIA DI SAGHEN E LA MASCHERA DI RUGIADA DEL VENTO” di Francesco Liberti
Tra il calar delle ombre e le luci soffuse di primo mattino,
quando ancora di aura celeste e di spirti nascosti, giubilanti e fieri,
dalla faccia coperta della polvere rovente del terriccio di secondo mattino,
che l’universo intero gli Dei sorvegliavano armati dei loro carri preziosi e
sopra i bianchi cavalli coperti di alloro.
Maria nei boschi vagava e nel suo tenue risveglio toccava
i fiori che le spine perdevano e che sbadigliavano al ritmo intenso di una marcetta militare
e foglie che si staccavano imperiose dagli alberi maestri per cadere repentine
con la testa all’ingiù e la terra abbracciare
e il vento col suo sibilo incessante
e quel suo grido estatico che nelle botteghe del paese di Saghen entrava
come eco indisturbata!
Allora il vento perdeva la sua maschera più forte, quella fatta di rugiada, con gli zigomi, il naso e le guance che parevano ancora il ritratto della Luna Signora, che nessuna poteva indossare
e che di buon mattino si scioglieva ai raggi solari.
Dopo essere stata raccolta dai raggi lunari:
danzavano tutti gli Dei lusingati da cotanta bellezza e danzavano le foglie con tenue armonia
e tutto il gran rumore degli uccelli canterini richiamavano gli allegri abitanti del bosco al
loro furtivo banchetto giocoso,
i sibili che emettevano erano pari come intensità alle note dei flauti dolenti, dei clarinetti e degli
ottavini che l’aria tutta spezzavano con le loro scale notturne di do maggiore e si minore!
Giubilante Maria ritornava baldanzosa nella casetta di legno intarsiata e le figure ritratte sopra i suoi abiti pareva che le parlassero:
“Chi al buon lavoro ritorna,
con sovente candore il richiamo delle pene abbandona!”. Ripetevano, non curanti dei minuti che scorrevano. Le ore del giorno s’alternavano come invitate clandestine della festa del Gran Carnevale,
che decise e fiere le porte maestre del Tempo aprivano e tutti gli abitanti del bosco,
così come le stagioni, circondate di gelo e di entusiasmo assistevano a spettacoli lieti, ma anche a scenette di vita dalle tinte feroci.
Trasecolavano i minuti al suo arrivo,
i secondi scendevano silenti nel letargo e gli attimi fanciulli con le auree chiome variopinte d’ alloro
giocavano nel ruscello ad afferrare le ombre che dal gioco non erano state dissuase!
Raccolta nella sua stanza si fermava davanti uno specchio ovale che lei stessa aveva costruito con pregiato legno e di cedro e di quercia.
Che fosse giorno o qualunque parte dell’anno, pareva che sotto gli orli dello specchio il tempo si fosse per sempre fermato.
Una strana, feroce, inquieta ombra avvolgeva le immagini dello specchio.
Al di fuori della finestra, ogni volta che Maria la sua immagine rifletteva, i richiami degli uccelli canterini si fermavano e anche le danze arcuate delle ore, le foglie che non cadevano più per terra e che assumevano tutte la stessa posa: erano concordi nel sentirla librarsi vicino!
E le spine che immobili e assopite rimanevano rapite dalla sua foga e il vento che con la sua maschera di rugiada, nascondeva alle altrui facce: il mistero della vita, in modo che nessuno lo potesse più svelare!
Da quello specchio riflessi e pensieri venivano fuori, il suo collo poteva allungarsi o rimpicciolirsi a dismisura, gli abiti diventavano candidi, l’intera casa pareva che fosse inghiottita da quelle ombre silenti e da quelle figure clandestine.
L’intera casa era un teatro parlante popolato da strane e varie rappresentazioni. Sulle federe del letto erano disegnati i folletti che al ruscello andavano per riempire d’acqua le loro brocche di cristallo, sui grandi bicchieri di terracotta scene di caccia richiamavano lo sguardo su forme stilizzate di paesaggi nordici fiamminghi sulle federe delle lenzuola, sagome di bambine dalla fisionomia orientale inscenavano una danza circolare e sui legni del letto al baldacchino che lei stessa aveva disegnati, c’erano animali notturni con tanto di sguardo fiero e di rami sopra cui accanirsi!
Un pomeriggio lei si ritrovò davanti allo specchio ondulato.
Si sentì strana, vedeva dentro il suo sguardo un’immagine di sé stessa che non le garantiva una certa affidabilità.
Ella era sorridente, coi suoi gesti calmi, pronta per osservarsi e pettinarsi, tutt’al più per ricordare qualche cosa di strano che le era accaduto quella mattina durante la sua passeggiata nel bosco. Di fronte al suo viso l’immagine che ne scaturiva e che si addentrava nello specchio era differente: differiva quella doppia anima in arguzia ed aveva una strana luce negli occhi che s’ incupiva se ci si avvicinava e si illanguidiva se ci si allontanava!
Mentre Maria si pettinava e sorrideva, nel ventre dello specchio prendeva forma una diversa immagine di se stessa, che per questo non biasimava e si muoveva accelerando tutti i suoi gesti, quasi in segno di sfida e non per porla in ridicolo.
Per un istante gli uccelli canterini cominciarono a cantare all’unisono e la sorgente del ruscello il suo richiamo lanciava come per avvertirla: “Scappa via! Non è lì che ti devi fermare!
Ascolta il richiamo prima che sia troppo tardi, alzati repentina che lì, il Tempo Sovrano,
potrebbe come per gioco per sempre fermarsi!”.
Tutti gli animali del bosco si mossero allertati da quanto stava accadendo!
Le figure intarsiate sulle federe, i disegni ricamati sopra gli abiti, cominciarono a muoversi e a danzare e tutti in quella casa lì presenti poterono vedere Maria che lottava col suo specchio o peggio ancora due Marie, figure identiche, che si contendevano violentemente qualcosa da conquistarsi con la veemenza dei loro gesti, col movimento ondulato e liberatorio dei loro corpi.
Si sentì un forte rumore!
Con un gesto della mano Maria ruppe lo specchio e dal frammento di vetro rotto che ne scaturì, uno strano suono che la colpì la fece rimanere su quella sedia fissa, immobile, che nel vuoto guardava e per un momento tutti parvero zittire: gli abitanti del bosco, le figure disegnate sugli abiti, le gocce di rugiada e il cammino del vento. Per un lungo istante si protrasse nell’aria un silenzio intero la cui voce riverberò per il bosco silente, prima che notte fosse giunta!
Nel piccolo paese tedesco di Saghen, quando il sole era al tramonto e i bambini si fermavano estasiati dinanzi al focolare per ascoltare la storia di strani personaggi e di fate e di folletti e di dragoni che popolavano la loro fertile immaginazione, gli veniva raccontata: la storia di Maria del bosco di Saghen e della maschera di rugiada che al vento appartenne!
Così cominciava la nenia:
“C’era una volta in uno sperduto paese,
una famiglia d’ artigiani che il legno intarsiava con disegni allegorici e che ben si distingueva alle fiere dei mercanti, portando con sé il più eccentrico mobilio per venderlo ai forestieri e ricavarne preziosi quattrini!”
I nomi di quest’uomo e della donna dall’aspetto fiabesco e innocente, erano Hans e Johanna.
Avevano avuto in mente l’idea di sposarsi e stanchi e fuorviati dopo un lungo lavoro,
tornavano alla loro dimora fantasticando di costruirsi la più bella delle case.
E quando noncuranti della fatica e delle stagioni, riprendevano il sentiero che li avrebbe fatti
entrare nei meandri del bosco di Saghen,
ignari degli eventi che una vita sconvolgono,
fantasticavano sulla casa e sui loro figli.
“Hans,se avessi una figlia, la chiamerei Maria! Proprio come tutte le bambine del bosco!”.
“Johanna,se avessimo un bambino, lo chiameremmo Peter, come tutti i bambini che si rincorrono dietro gli abeti del bosco di Saghen!” Centinaia di nomi scivolavano fuori, come se Hans e Johanna dovessero fare a quattro mani un battesimo all’intera popolazione del paese di Saghen e dovessero procedere con la stessa velocità e scaltrezza con cui intarsiavano il loro legno pregiato con disegni allegorici e con figure da fiera.
Si sposarono però più presto di quanto potessero pensare.
Ebbero una bambina bellissima che chiamarono Maria e si ritrovarono a vivere realmente in quella casa fantastica che avevano avuto in mente di realizzare.
Mentre i genitori lavoravano, la bambina seppur bellissima era sempre da sola
e così soleva passare tra l’incanto e la noia le sue lunghe giornate.
Quando camminava nel bosco, Maria ascoltava stupefatta il rumore delle ali delle rondini
che in forma strategica di battaglione militare, ognuna persuasa ad essere più forte delle squadre umane volanti da parata,
si accingevano a lasciare il bosco di Saghen prima che arrivasse l’inverno, accompagnati dal suo canto e dal suo clamore. Pareva allora che la voce del ruscello scendendo con tale veemenza, gridasse con gioia al richiamo scherzoso dei banchetti d’amore degli uccelli canterini, poi dicesse con allegria: “Si aprano le danze! E non pochi siano i convitati!”. Mentre il fragore delle foglie si spargeva nell’aria tutta e gli alberi fieri, mastodontici e saggi che di ferite e di gioie dalla vita ne avevano subite: osservavano dall’alto che cosa accadesse in quel bosco dai mille colori, dalle mille forme e dalle mille voci!
Dopo la sua camminata Maria tornava a casa.
I genitori erano andati ad una fiera nel lontano paese di Keiten.
In quella casa c’era un silenzio strano che scendeva in ogni angolo, la cui voce diventava presagio di eventi che avrebbero cambiato la vita stessa di chi ci abitasse.
Maria si pettinava le ondulate trecce davanti allo specchio e prima ancora che dovesse scorgerne il suo aspetto raffinato, con le trecce appuntite che sembravano così lunghe che ci sarebbe voluto un secolo per pettinarle,
rivedeva per un attimo le vivaci figure che popolavano la sua casa. Immagini di quadri viventi, di sagome, di disegni variopinti, colori di stampe antiche e che assieme a tutti gli abitanti del bosco di Saghen, parevano partecipare ad una grande danza festiva riflessa in tutti gli angoli della casa: arrivata per intensità col suo ritmo focoso in tutti gli angoli della stanza!
Ella si mise dinanzi allo specchio e disse con foga: “Quanto vorrei avere qualcuno con cui giocare!
Mi metterei a gridare dalla gioia, se solo fossi in buona e allegra compagnia!”
Potrei correre con più forza, potrei divertirmi, se questo mio desiderio si avverasse!
Le mie risate si sentirebbero in tutto il bosco di Saghen!”.
All’improvviso come in un sogno, un’altra Maria fuoriuscì dallo specchio e le due bambine noncuranti delle ore e del tempo cominciarono a correre per il bosco.
Corsero con più forza che potessero e in tutto il paese d’ora in poi si narrò la storia di due sorelle gentili, che corpi e spiriti unirono per giocare, per gridare, per divertirsi e per sorvegliarsi.
A prima vista pareva che fossero identiche, che facessero gli stessi gesti e che pensassero le stesse cose!
Ma la seconda Maria si distingueva dalla prima perché aveva le trecce dei capelli più corti, brillava per arguzia, per vivacità e per civetteria.
Si ritrovarono ambedue nella stessa stanza di legno intarsiata.
“Mettiti seduta che ti faccio fare un gioco!”.
Le disse quella Maria civettuola e accattivante che era fuoriuscita dallo specchio!
“Per fare cosa?”.
“Giochiamo che tu ti pettinerai allo specchio e che prima che notte sia giunta,
ti assopirai in un lungo sonno senza che nessuno possa risvegliarti al di fuori di me!”.
“Davvero le disse la prima? Allora giochiamo!”.
Si sedette per caso, non pensando alla sfida e nel tempo in cui immaginò d’ essere qualcos’altro, sentì le sue braccia pendere verso il suolo e allora cadde, fissa, immobile, in un sonno repentino, ma col busto rigido, come se realmente stesse facendo un gran sogno!
Rigida, inibita, perduta nei meandri del sogno, Maria sognava di quando era piccola e disegnava sui vetri delle finestre le sagome di personaggi farseschi e fiabeschi che popolavano il bosco di Saghen.
Era l’umidità del tempo che glielo permetteva e anche quella polvere bagnata che si adagiava sulle vetrate delle finestre, una coltre di materiale invisibile con cui si diceva che il vento avesse costruito la sua maschera di rugiada per immortalarsi beato sopra le lenzuola di brina che ricoprivano il tappeto energetico di Madre Terra.
I genitori ritornavano fieri e baldanzosi e nel bosco gli uccelli canterini disegnavano strani vortici nell’aria in segno di richiamo e di aiuto.
I passi di Hans e Johanna si ascoltavano sempre più vicini e la Maria che fuoriuscì rabbiosa dallo specchio ripeteva con cura: “Si accorgeranno di me questa volta! Non mi avevano mai ritenuta degna del loro riguardo e adesso si dovranno ricredere dopo una vita intera!”
In un attimo file di uccelli del giorno e della notte che abbandonavano i loro banchetti nuziali, raccolsero con le zampette umidicce quella maschera che il vento aveva cinto e nascosto con cura nell’erba.
Maria di Saghen sognava col corpo rigido, immobile e la sua ombra gemella danzava libera e felice pensando che fosse l’unica che si muovesse finalmente libera in quella casa,
gli uccelli canterini persuasi dal vento entrarono d’un sol fiato e le cinsero con la maschera di rugiada il volto, in modo che finalmente ella potè destarsi dalle brame del sogno. Mentre a Saghen si raccontavano le gesta di due gemelle che spiccavano fra le altre per bellezza e vivacità: due genitori entrarono al calar del tramonto dentro la loro casa di legno intarsiata,
ricordandosi all’improvviso di aver messo al mondo due gemelle invece che una e prima che chiudessero la porta, una corsa fecero felici stringendo fra le mani le due bambine, mentre la maschera di rugiada del vento gli uccelli canterini portavano al sicuro,
dopo che avesse adempiuto al risveglio di Maria del bosco di Saghen fra il fragore delle foglie e il candore magnetico dei raggi lunari.
Questo articolo è stato scritto da Redazione il 28 gennaio 2008
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