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inedito - “IL TRENO INVISIBILE” di Francesco Liberti

Ero come da sempre intrappolato dentro quel mostro senza testa e senza coda, in quel lungo serpentone che era così vitale per migliaia di persone e che scompariva dall’alba al tramonto dentro tunnel lunghi alcuni metri che sembravano infiniti.

Ore 8:30 del mattino!
La metropolitana di Napoli era il solito caravanserraglio degli Inferi Quotidiani, ma anche un raffinato teatro galleggiante dove i ritratti delle persone erano maschere rese fini dal tempo e dal passare dei suoi minuti repentini.
Il rumore del treno che passava sopra rotaie inossidabili e lo scatto istantaneo delle porte girevoli che sembravano aperte e chiuse da mani invisibili erano la  parte conclusiva del mosaico.
Ore 8:35.
Una cosa mi passava per la mente.
Mettersi a cantare, a gridare, a cercare un contatto.
Provare a toccare e oltrepassare quell’orrore quotidiano delle barriere personali per conquistarsi un sorriso o magari lo scherno del pubblico ludibrio.
Mi tremavano le gambe.
Forse era solo suggestione.
E’ proprio qui che Caronte trasporterebbe i suoi ospiti se solo lo potesse.
Dentro questo treno massiccio e invisibile, nei meandri di questo teatro plateale dell’indifferenza parlante.
 In questo mostro galleggiante dal volto appassito: espressioni truculente, corpi leggeri e pesanti si alternavano, così scorrevano tutte le vite indivisibili di un’umanità clandestina che si alternavano in balia tra il biasimo e la confessione.
Ore 8:40.
Mi ritornavano in mente i volti spauriti dei passeggeri indefessi della metropolitana di New York.
La televisione aveva riportato il giorno prima le immagini del deragliamento di un treno di una metropolitana newyorchese e il panico improvviso che era esploso sulla folla scattante.
Per l’accaduto: mentre taluni erano riusciti a scappare dentro un tunnel e a mettersi in salvo, altri avevano dovuto aspettare l’arrivo dei “Pompieri di New York”, quel corpo militare devoto alle istituzioni cittadine che dopo l’attentato dell’11 Dicembre, respirò una tale dose di amianto trasformandosi da eroi in vittime.
L’incidente di un treno metropolitano di New York era guardare la realtà delle cose comuni con lo spirito della condivisione.
L’America ci era più fraterna nelle sue piccolezze e appariva più umana nelle sue emergenze quotidiane, che dietro la lente deformante del suo immaginario cinematografico.
L’America aveva condizionato la nostra cultura, il nostro modo di parlare e di pensare.
Il sogno americano era stato quel miraggio per esistenze clonate che aveva superato per antonomasia tanti simboli delle nostre tradizioni.
Quell’imprevisto accaduto ai passeggeri del metrò americano, era un collante che univa Napoli a New York, due teatri contemporanei con storie e identità diverse alle spalle, ma più simili di quanto non si pensasse.
Il Mondo degli Inferi aveva la stessa etichetta in qualunque parte del “resto del mondo”.
Ore 8.45.
Tutti gli scenari della metropolitana erano il set multiforme di un teatro onirico non molto lontano  dai riflessi di un’Apocalisse consumatasi in un istante.
Le porte, i rumori, i volti allibiti delle donne che indossavano maschere clownesche: erano fraseggi incontaminati di un universo fantasmatico.
Si! Sono convinto che potesse accadere di tutto lì dentro.
Il teatro contemporaneo della collettività era il tratto distintivo che ci portavamo addosso come una sinfonia di Mozart, con le sue esplosioni di gioia e con il suo altalenante ciclo di stati d’animo, con quelle atmosfere da solenne requiem in re minore e l’intrattenimento dei suoi movimenti clandestini pieni di giubilo.
Ci fu rumore.
Ripensavo al treno di New York.
Sembrerebbe strano a dirsi, ma quel tunnel di passaggio dove eravamo entrati pareva che ora avesse pareti più grandi.
Fumi sottili si diffondevano nell’aria, creature dalla pelle ispida saltellavano davanti ai nostri occhi.
Ascoltavamo l’eco di musiche suonate con cetre incantevoli che entravano nelle nostre anime, ma non si vedevano ancora i musicisti.
I volti annoiati, le maschere indifferenti dell’immaginario napoletano erano state comparse anche in quel momento.
Nessuno diceva più una parola essendo rimasti indolenti quegli sguardi già rassegnati dal tempo.
Dove eravamo finiti?
Ore 8:50.
Una folla di strane creature mi venne vicino, poteva essere l’Apocalisse o il risultato di una deflagrazione nucleare, un flash back improvviso liberatosi dal meccanismo della rimozione storica e mentale.
Una donna stupenda, vera icona di divinità senza terra mi venne vicino.
Non avevo davanti i volti annichiliti delle 8:30 di ogni giorno. Non vedevo l’espressione compassionevole dei “Pompieri di New York” e dell’ipnosi televisiva, ma questo essere reale che mi si avvicinava.
“Cos’era, un fantasma?”.
Pensai dentro di me, ma volli vivere quel minuto di diversità estrema libero da ogni condizionamento.
Altri esseri dalla pelle diafana mi circondarono.
Non vidi più nessuno.
Non riconobbi un solo passeggero che notasse l’invasione di queste strane creature.
Essi erano alieni ben lontani dal gioco delle finzioni quotidiane.
Le lancette del mio orologio scorrevano al contrario, quasi che il mondo camminasse finalmente capovolto.
Quelle creature emanavano una fortissima luce, un’aura che per il suo bagliore luminoso non riusciva a farci tenere gli occhi aperti.
I passeggeri della metropolitana si trasformavano in un plotone di sonnambuli con gli occhi chiusi che non ricordavano più nulla della scena.
Mi avvicinai al finestrino.
Quella sottile creatura corse fuori dal vagone.
Fece un segno di rimando agli altri esseri luminosi e tutti quanti in un solo istante saltarono fuori dai finestrini.
Salirono su un treno.
Un treno come il nostro.
Dentro cui scaturiva una forte luce che deformava le nostre percezioni.
Quel corpo inesistente, quell’aura inafferrabile sparì lasciandomi avvolto dentro una strana sensazione, un misto di terrore, rimpianto e bellezza perduta.
Ore 8:55.
Riguardavo i passeggeri clandestini del mio vagone.
Il vero paradosso della contemporaneità era non tanto subire gli influssi televisivi o la retorica dell’appiattimento politico, ma essere in tanti ovunque, in qualsiasi luogo e rimanere indifferenti.
Mi alzai di scatto.
Quell’enigmatico sipario che era il treno metropolitano che camminava su rotaie stridenti era un serbatoio che racchiudeva vite e impressioni riconducibili ad un’unica origine.
Non riuscivo ancora a capire cosa mi fosse accaduto quella mattina.
Nessuno aveva notato niente o cambiato di poco il suo aspetto, modificato la sua espressione, alleggerito di poco il suo passo.
Un alito di vento aprì il finestrino.
Un secondo prima eravamo in tanti nel vagone.
Adesso ero solo.
Il treno si precipitava dentro una galleria, mentre un altro treno ci veniva addosso non entrando in collisione con il nostro vagone per poco.
Quel treno che ci sfiorò era vuoto e quegli ambienti desolati che costituivano il suo scenario erano tutto ciò che vedevo dinanzi ai miei occhi.
Guardai l’ora.
Le lancette del mio orologio scorrevano velocemente all’indietro.

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Un commento a “inedito - “IL TRENO INVISIBILE” di Francesco Liberti”

  1. inedito - “Le parole di Mesmer” di Francesco Liberti dice:

    [...] DI MARIA DI SAGHEN E LA MASCHERA DI RUGIADA DEL VENTO LA LEGGENDA DELLE FATE DEL LAGO DI MAUSEN IL TRENO INVISIBILE IL NATALE DI PUK NAPOLI [...]


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