Libri e scrittori punto com

Il portale per chi ama scrivere e…leggere

Libri e scrittori punto com RSS Feed
 
 
 
 

inedito - “DAME TRASCENDENTI” di Francesco Liberti

Queste dame dall’aspetto gaudente e non comune camminavano, si riunivano tutte assieme, parlando anche attraverso i loro movimenti di quel mondo misterioso e abissale in cui vivevano, in cui erano state immerse fin dalla nascita.

Esse avevano un gran volto sorridente e parte della bocca che si trasformava in un sorriso coinvolgente, che ora assumeva sembianze un po’ tragiche, un po’carismatiche.
Avrebbero potuto avere migliaia di anni queste donne dall’aspetto gioviale e dal sorriso imminente, o essere creature che si aprivano con disinvoltura al loro primo giorno di vita.
Queste dame gioviali si riunivano tutte assieme, avvicinando i loro sguardi che ricoprivano d’intensità quei volti adolescenziali e millenari, che assieme alle ondulate teste si erano sempre mossi come se stessero facendo tutto un gran balletto.
Era questa la loro più grande e innocente prerogativa: le dame trascendenti avevano il potere di rendere la sensibilità degli uomini la loro risorsa più preziosa e talvolta rendevano materializzabili e udibili le facoltà con cui proteggevano i destini umani, oppure ne spezzavano  i trascorsi ridando un senso a quelle vite che senso più non avevano.
Non si fermavano mai.
Anche quando si fermavano.
Anzi non si fermavano affatto.
Volti di donne sorridenti, ne vedevi due della stessa altezza
che difficilmente si sepravano.
E giurerei dire che anche separandosi, restassero sempre unite, un po’ come due acrobati nel pieno delle loro abilità circensi che sentono le stesse emozioni, o le cose che accadono all’altro perché si nutrono della stessa forza di persuasione, che seduce, che nasce dalla stessa empatia.
Quello che era sorprendente di queste due piccole ragazze dall’aspetto gioviale erano in sintesi “il Mistero e il Movimento”, corpi uniti dalla stessa molla che li separava, trovantesi nella stessa unità di misura che muove il trapezista del circo a passare velocemente da un punto all’altro del tendone del circo.
Avevano una faccia simpatica le due giovani donne e un volto sorridente.
E quella loro testa snodabile si muoveva anch’essa quando ballava e scivolava via su tutto il corpo.
Talvolta pareva che questa testa si separasse dal collo, dalle spalle, dal resto del corpo e continuasse a sorridere, conservando un’espressione di allegrezza e mortificazione.
Succedeva anche che le due teste delle giovani donne si intercambiassero, in modo che si sarebbe potuto dire che l’espressione di una somigliava di molto a quella dell’altra.
La loro era un tipo di unione antica, estatica e nuova: “Condivisione!”.

I fratelli delle due giovani donne avevano il loro stesso ritmo innato. Insomma non si fermavano un istante e sembravano uniti da un qualcosa di invisibile.
Quel qualcosa che oscilla dietro il frangente della vita, della vita di tutti, che stringe la mani pur non tenendole mai legate.
E come avrebbero potuto avere legati: mani, piedi, sguardi, questi ballerini dai movimenti brillanti, che vestivano abiti coloratissimi con tute fluide, sgargianti, che si gonfiavano come la tela della cupola della mongolfiera, ma erano anche essi un movimento nel movimento, uno spettacolo nello spettacolo, non fine a se stesso.
La folla dei giovani si riuniva in un baleno ai passi ondulati delle due giovani fanciulle.
Come se stessero ballando una quadriglia sospesa nell’aria, i componenti del gruppo si univano, si contorcevano, si disunivano e si ricomponevano. E il gioco cominciava di nuovo con la stessa regolarità, con la stessa sregolatezza.
Poi i giovani uomini si schieravano a cerchio e le allegre donne con il corpo snodabile da equilibriste e le mani che toccavano terra, segno che i piedi porgessero verso l’alto, facevano una capriola e si ritrovavano di nuovo con la faccia giù per terra.
Anche esse portavano abiti colorati e morbidi e dei capelli che non parevano di giovani, ma di creature venute da altri mondi, chissà forse per spiegarci qualcosa che non potevamo capire o per regalarci appena un sorriso.

Alle spalle delle giovani v’erano diremmo per intenderci altre due donne: ambedue col corpo snodabile, una più anziana e la seconda che pareva più piccola di qualche anno.
Quella più anziana quando ballava e si contorceva sembrava che ringiovanisse daccapo, mentre la seconda quando si muoveva allungava una gamba snodabile che le cingeva tutto il corpo, come se il movimento di quell’arto costituisse un braccio nascosto che partisse dal retro della schiena e che si trasformava in un saluto euforico con le dita della mano ben salde fra di loro e rivolte col palmo della mano all’infuori.
Strano a dirsi che fra quel gruppo di giovani e allegre donne ancora più grandi, ci fosse una specie di sovvertimento degli anni, dei giorni, delle leggi che governavano il tempo.
Se ritornassimo per un frangente di secondo, per un solo attimo, alle prime due contorsioniste con la testa intercambiabile, pernseremmo che fossero state più giovani.
Ma in un baleno quando si fermavano diventavano anziane, diverse, seppur con una luce improvvisa che zampillava attraverso la periferia dei loro occhi e che riverberava nell’aria tutta.
Le altre due donne, quelle più anziane, vivevano qualcosa di inatteso.
La più matura ridiventava giovane e l’altra rimaneva sempre fedele a se stessa, rispolverando nell’aria tutta la sua vitalità di corpo, di mente.
Se al quadretto familiare aggiungessimo anche il gruppo dei giovani ballerini, avremmo avuto un’oscillazione del tempo: “I più giovani diventavano anziani, gli anziani ridiventavano giovani, ma c’era anche chi rimaneva fedele e sempre eguale a se stesso, chi insomma non cambiava, chi non invecchiava, chi rimaneva sempre con l’espressione del viso furtiva, fissa e immobile!”.
Quel qualcosa di strano e inalienabile che formava il patrimonio costitutivo di questa famiglia di abili acrobati del pensiero e di ballerini euforici, ci riportava in avanti nello spazio, ci trascinava indietro nel tempo.
Esse erano realtà parallele, strade su cui si muoveva il tempo, si fermava il tempo, ma dove si originava una particolare coscienza del corpo.
Quei sorrisi furtivi, quei balletti inscenati quasi per caso, quello scambiarsi la testa, la posizione che avevano sulla terra e tutta la loro danza miracolosa, era il prembolo dove la vita si rivelava attraverso l’esperienza multiforme di queste creature.
E attraverso il movimento le giovani donne, quelle con la testa intercambiabile, comprendevano ancora meglio la luce che abitava nello sguardo delle creture più anziane.
Formavano tutti e tutte attraverso la scia del loro movimento una luce dal cui spessore erano a loro volta illuminate.
Ridiventavano tutti quegli esseri la stessa persona, lo stesso movimento, la stessa cosa.
Era un po’ come se l’orologio del tempo si fosse fermato, o se le sue lancette non si fossero mai mosse.
O come se l’aura che avvolgeva il mistero si stesse per normalizzare e rivelare agli uomini.
Libentawn era una città dall’aspetto innevato e natalizio.
“In che modo?”.
Nel senso che quando si avvicinava l’inverno o la festività natalizia, gli alberi si risvegliavano dal tepore del lungo sonno letargico i cui erano stati immersi, gli animali scomparivano sui lunghi tappeti innevati lasciando quelle orme grandi e pccole che si sparpagliavano ovunque.
Gli omini di Libentawn, fabbricatori di sogni e suggestioni, diventavano operosi, più dinamici e disinvolti.
Ogni omino di Libentawn aveva una struttuta corporea dinamica, ovverossia che quando camminavano, essi avevano due gambe normali con piedi che nel lungo passo felpato definivano un movimento fluido e leggero, ma quando diventavano operosi nel loro lavorio, quando l’energia che li persuadeva a velocizzare anche il più piccolo dei loro movimenti, i Libeniani, questo era il nome degli abitanti della piccola città di Libentawn, tiravano fuori dieci piedi che si muovevano velocemente e che non toccavano giammai terra.
E facevano un movimento così fluido e leggero che pareva più un baletto estroso o una sorta di reazione del corpo corcernente una scossa elettrica localizzata nei poli opposti della loro struttura corporea.
Erano così veloci che quando si entusiasmavano per qualcosa diventavano invisibili, nel senso che erano così svelti che movendosi lasciavano soltanto il suono dei loro piedi e delle loro mani che si spargevano nell’aria.
Libentawn era un regno particolare, dove la Natura rivelava le sue forme, dove i personaggi che vi abitavano erano nel pieno possesso delle loro “facoltà” e dei loro poteri che i Libeniani chiamavano “Possibilità!”.
Diciamo che i Libeniani erano veloci e dimanici quanto il gruppo dei fratelli acrobati, delle due donne giovani che si intercambiavano il capo, dei loro fratelli ballerini che vestivano con abiti coloratissimi e che volteggiavano nell’aria, aspettando l’arrivo concitato delle altre due sorelle. Quella che era più anziana e che aveva una forte luce negli occhi e quella che aveva un braccio che le partiva direttamente da dietro la schiena e che si trasformava in un saluto con le dita della mano ben salde fra di loro e rivolte col palmo della mano all’infuori.
I Libenani quando uscivano dal letargo, dato che passavano una parte dell’anno a svernare nei loro divani impellicciati e nelle loro case bianchissime col tetto spiovente color rosso ciliegia, diventavano operosi, anzi operosissimi. In questa fase della loro vita sviluppavano con la loro memoria delle percezioni che li mettevano in contatto con i fratelli ballerini.
Se lontano un miglio i fratelli acrobati cominciavano a fare il loro balletto eclettico ed esagitato e a formare una meteora di luce che oscillava peregrina da destra a manca nel bosco di Libentawn, era segno che i tappeti innevati possedessero una lunga scia cosparsa di orme degli animali del bosco e dei mini passi dei Libeniani.
Tanto è vero che a Libentawn le donnine, le scaltre mogli dei Libeniani che pure lasciavano sul terreno orme graziose come quelle dei loro mariti, venivano soprannominate “Serenate”, perché al solo oscillare dei corpi dei fratelli acrobati e delle sorelle ballerine, esse correvavano d’un sol fiato dinanzi ai loro specchi e solevano fare lo stesso movimento dei fratelli, che consisteva nelle famose oscillazioni del capo, due volte a destra e due volte a sinistra.
Era questo un balletto automatico, meccanico.
Coloro che passavano in visita nel paese di Libentawn solo per osservare i campi innevati e purissimi o per acquistare quei famosi biscotti al cioccolato che i Libeniani sfornavano dai loro forni d’oro spesso con i manici smaltati a forma di ali di angelo, guardavano i fabbricatori di sogni e di suggestioni compiere un gran balletto che si rappresentava un po’ ovunque nel bosco.
E dato che i visitatori percorrevano un lungo viaggio lungo le steppe di Ork sicuramente incontravano la banda dei fratelli acrobati e delle sorelle ballerine che gli sorridevano snodando il loro corpo, intercambiando le teste, gonfiandosi e rimpicciolendosi all’improvviso, facendo diventare il loro essere di carne una forma diafana e impercettibile che si confondeva con le altre figure.
Se i visitatori fossero passati anche attraverso le case bianchissime col tetto rosso spiovente color ciliegia della città di Libetntawn, avrebbero visto che anche le Serenate, mogli dei Libeniani, si pettinavano i lunghi capelli facendo un’oscillazione del capo due volte a destra e due volte a sinistra.
Ragion per cui, gli occasionali visitatori che passavano dentro quella città avrebbero avuto una felice impressione guardando costoro, forse scorgendovi qualcosa che non capivano, ma che li conquistava fin nella parte più nascosta del loro essere.
Anche perché era pressochè impossibile non rimanere contagiati dai comportamenti di quegli omini così bizzarri e gentili.
I Libeniani sorridevano a chiunque e sulle labbra del loro sorriso cacciavano una scintilla fosforescente che una volta uscita gli caminava sempre a fianco.
Girava voce che oltre al dono dei biscotti e delle decorazioni invernali, i Libeniani parlassero la lingua più misteriosa sviluppatasi nelle caverne profonde e nei recessi della Terra.
Questa veniva soprannominata “LA LINGUA DEGLI ANGELI”, ed era oltre che un modo di parlare anche una capacità di comportarsi, di muovere il proprio corpo, di essere presenti ovunque.
Forse era dalla conoscenza di questa misteriosa lingua che si parlava col le labbra ben serrate, che i Libeniani possedevano quelle facoltà che loro solevano chiamare “Possibilità”.
Facevano gli abitanti di Libentawn un movimento del corpo che liberava le oscillazioni del capo in modo tale che potessero fluttuare liberamente.
Immaginate questi omini vestiti con abiti vellutati chiarissimi color pane che mentre camminavano, si fermavano e muovevano la testa, due volte a destra e due volte a sinistra.
Lo stesso facevano i fratelli acrobati.
Idem le mogli dei Libeniani, quelle donnine affascinanti chiamate “Serenate” per le graziose oscillazioni del loro capo.
C’era chi scorgeva in simil gesta una vera bizzarria, chi solo una sfumatura del loro carattere estroso e c’era chi vedeva in loro quelle facoltà che loro solevano chiamare “Possibilità!”.

Lavoravano freneticamente i Libeniani.
S’alzavano al mattino allegri e avevano ancora impressi nei loro pensieri la voce gentile delle loro mogli: “Serenate di nome e di fatto!”.
Quando si mettevano all’opera c’era in tutta la città di Libentawn un formicolio di suoni e di voci, così intenso, luminoso e colorato che rassomigliava tanto ai fermenti di un arcobaleno in espansione coi raggi arcuati e capovolti che si diramavano all’infinito, toccando le steppe di Orek,  raggiungendo la città di Libentawn e pure l’altra estremità del bosco, quella abitata dai fratelli acrobati e dalle sorelle ballerine.
Proprio in quest’altra estremità del bosco le voci del vento rifluivano che erano una vera bellezza e le nebbia di primo mattino si propagavano come i tendoni di un sipario che s’aprisse finalmente lasciando intravedere i doni di Madre Terra e della Natura Propizia.
I Fratelli ballerini e le sorelle acrobate che si erano messi l’uno sull’altro, stavano provando un ricco esercizio che metteva in risalto tutto il loro temperamento focoso e la loro volontà onesta, particolare, forse un po’ troppo lunatica.
Era come se tutta quella ciurma di fratelli e sorelle formasse un qualcosa di indivisibile, di armonioso e unico, anche
quando ciascuno di loro si staccava dagli altri o meglio ciascuna componente del proprio corpo diventava libera e indipendente rispetto alle altre.
Questo per le teste che si intercambiavano delle due giovani donne, che possedevano nel loro sorriso un espressione di mortificazione e di allegrezza per i movimenti fluidi dei loro fratelli che assumevano pose ora un po’ da onesti briganti, ora un po’ da principi figuranti dell’iconografia della Vecchia Russia e così era per le altre due donne. Queste dall’aspetto gentile e assieme scanzonato e materno, avevano negli occhi il riflesso degli abitanti di Libentawn. Vale a dire che il loro sguardo rifletteva queste sagome di omini che visti in tal modo sarebbero sembrati piccole ombre che si muovevano l’una accanto all’altra.
Il filo invisibile che univa le vite dei fratelli acrobati e delle sorelle ballerine consisteva nella condivisione dello stesso respiro, del medesimo lavoro, in una compartecipazione della stessa  creatività espressa nella vita, nel medesimo pensiero, in un qualcosa che li univa di giorno e di notte.
Non dubito che se uno di loro avesse avuto bisogno di aiuto che gli altri non sarebbero accorsi.
Specie per questo gruppo di fratelli che possedevano una particolare coscienza del corpo che li metteva sempre sul chi va là, pronti a scattare ovunque e per chiunque.
Il cordone ombelicale che li univa ai Libeniani consisteva di qualche sentimento che aveva origine nelle profondità del tempo: “Chissà se assieme costoro non formassero i resti di qualche millenaria civiltà che si era materializzata lungo i boschi che proteggevano la città di Libentawn!”.
Negli occhi della sorella più anziana riverberò in quell’istante un gemito, un sussulto, una piccola fiammella che se osservata bene, ricordava le dita di una mano.
La notte era scesa.
Il vento silente riverberava il suo suono nell’aria.
Gli alberi millenari pur nel loro riposo si concedevano a chiunque posasse lo sguardo su di loro.
La piccola fiammella che si originò dentro lo sguardo della sorella più anziana rese quegli occhi ancora più introspettivi e vivi, come fossero testimoni dei presagi invernali, come se fossero uno sguardo nello sguardo.
All’improvviso i fratelli acrobati e le sorelle ballerine si strinsero le mani, mentre solo le più giovani oscillavano il capo due volte a destra, due volta a manca.
Neanche il tempo di riunirsi si erano già disunite.
Ritornavano vicine l’una, all’altra.
Creando nella piramide tutta una piramide di corpi, sorrisi, espressioni, un movimento esagonale che traeva origine dallo stesso principio di vita.
Le prime due furono le sorelle più anziane, mentre i giocosi fratelli toccavano terra con la mano e poi scomparivano.
Sopra di loro sorsero le prime due sorelle, le più giovani, che sorridevano, possedendo quell’espressione graziosa e allegra, forse un po’ mortificata.
Si sollevarono tutte da terra in quel frangente.
Il gruppo dei fratelli scompariva da quel sembiante, lasciando tranquilli solo gli alberi millenari che avevano il compito di custodire la natura che celava e rivelava i suoi segreti col proprio linguaggio silente.
Formarono la ciurma di acrobati un lungo segmento di luce che nel cuore della notte illuminò il bosco, la città di Libentawn e anche quel suo cielo così parsimonioso di stelle che oramai pregustava uno spettacolo inatteso e imprevisto e mai fine a se stesso.
Quel vortice di suoni, quel puntino luminoso, quella grossa scia di movimenti fluidi, di sorrisi, di coscienze liberatesi dal peso del corpo e del tempo, si spostò sopra le casette col tetto spiovente color rosso ciliegia dei Libeniani.
Tutto questo capitò nel momento in cui gli uomini, i Libeniani, lavoravano operosi a tarda notte e le loro mogli oscillavano il capo due volte a destra e due volta a manca, pettinandosi i loro capelli che avevano racchiusi fra le trecce castane delle rose compiacenti.
L’aria della notte si iluminò d’azzurro acceso e di tanti altri colori intensi e perpetui.
I Libeniani quando guardarono quella luce furono scossi da un’energia improvvisa, un moto incontenibile. Mentre una scia di entisiasmo li sollevò da terra.
Anzi a Libentawn tutti, proprio tutti i suoi abitanti, le sue case, le loro mogli, “le Serenate”, si sollevarono da terra e c’era fra loro chi continuò nei propri compiti, nel proprio lavoro sollevato da terra, chi ottemperò e mise assieme responsabilità e senso civico del dover proprio dei Libeniani, quegli omini col corpo capovolto e la testa che guardava verso il basso.
Nella scena del passaggio di quei corpi che precludeva
ogni possibilità di fissare quelle immagini tanto era veloce il movimento di quella ciurma di fratelli dal corpo snodabile, che la più anziana delle sorelle, colei che aveva impressi negli occhi le segome dei Libeniani disse sospesa fra le nuvole:

“Fummo dame trascendenti!
Rivelateci attraverso le trame dei vostri sogni,
giunte fin qui tra il bramosio delle querce millenarie e gli abissi dei silenzi invernali, condividemmo con voi ogni gesta del vostro lavoro e tutti questi sentimenti che vi proiettavano ora di qua e ora di là!”.
Giungemmo da un mondo lontano,
dove la terra che ha origine
conosce il sillabario del tempo,
dove le lingue di fuoco che furono
i suoi ruscelli vulcanici
lambiscono resti di antiche civiltà,
risorte, che custodiscono i passaggi
di ciò che tempo più non è.
Non rendete vano: l’intento, il potere,
la forza  che è in potere vostro e la condivisione con ciò
che chiamate: “Possibilità!”.
Possibile è il collegamento con le lingue
di fuoco, i recessi cavernosi dove la terra
s’apre dal nulla e tutto ciò che si muove
sospeso tra la fine del giorno e
l’inizio della notte, ha inizio di nuovo!”.

Rimasero fissi quegli omini, i Libeniani, vestiti con gli abiti color pane, fissi e lontani da terra e talmente illuminati da una scia fosforescente che alcuni di loro si dovettero coprire lo sguardo con le mani.
Le loro donne, chiamate “Serenate”, erano corse dietro i vetri delle loro case, pur rimanendo sorprese di vedere i loro uomini sospesi ora di molto da terra, che osservavano più la notte del giorno, che in fondo notte non era e il sentimento che pervadeva i loro animi si tingeva di mistero e quiete.
Le dame trascendenti rimasero a tratti nel cielo,
poi scomparvero.
E i corpi dei Libeniani assomigliavano a un teatro di ombre e di sagome che si muovevano con movimenti stilizzati, come quelli delle figure dei liberi di illustrazione.
Tanto erano improvvisi e fluidi i movimenti dei fratelli e
delle sorelle dal corpo snodabile, quanto parvero artificiali e meccanici i gesti dei piccoli omini chiamati Libeniani.
Durò un attimo quella scia.
Un attimo che parve lambire l’Infinito.
E tutto adesso assunse un altro spessore.
Scomparvero le dame tracsendenti.
Scomparvero nel nulla.
I Libeniani si risvegliarono in quel momento da un lungo sonno letargico.
Era come se i raggi solari illuminassero le loro case, i loro corpi e i loro destini proprio in quel momento.
Cominciarono con zelo il loro lavoro gli abitanti di Libentawn, onere che fu portato a termine con tutta la loro volontà e tutta l’operosità di omini attenti e laboriosi.

Raccoltisi tutti intorno a un focherello i Libeniani edificarono un piccolo spazio su cui cosparsero petali di fiori che crescevano solo di notte.
Su quel tappeto di fiori e infiorescenze d’ogni tipo, ognuno di loro spalancò le mani quasi che dovesse raggruppare tutte le proprie forze per fare un’invocazione clandestina.
Si avvicinarono l’uno, all’altro.
E nell’istante in cui fissarono quello spazio, si resero conto che i petali dei fiori cominciarono a muoversi illuminati dal loro continuo movimento che assumeva ombre e colori diversi a seconda delle sensazioni che producevano in chi li osservava.
Comparvero le sagome della ciurma di fratelli.
Le Serenate, mogli dei Libeniani, radunatesi ognuna sotto il grande specchio che avevano in casa, osservavano nella propria immagine riflessa, il via vai dei fiori che si muovevano a spirale edificanfo forme ovali, sottili e diafane che si univano e si separavano.
Così come i gesti e i balletti dei corpi snodabili della ciurma di fratelli, che assunsero sembianze flessibili e mutabili.
Il mondo stellato che cingeva gli orli del cielo di Libentawn, dato che in un lampo fu di nuovo notte, osservava il via vai dei petali luminosi sparsi ovunque e l’intera scena adesso rappresentava i Libeniani tutti intenti nel loro parlare a voce bassa, che muovevano le dita delle mani illuminando i loro volti e i loro occhi con l’energia che cacciavano dal proprio corpo, dalle proprie stesse mani.
Quei petali che crescevano solo di notte, scomparvero, riapparvero di nuovo.
E dinanzi allo specchio ondulato, le Serenate si ritrovarono due petali che gli coprirono gli occhi e allora caddero in un sono profondo e letargico e dormendosi si alzarono da terra, ma non di molto.
Per un attimo i Libeniani si ritrovarono dinanzi le loro mogli.
Poi ad uno ad uno, la folla dei fratelli occupò quello spazio dove i Libeniani si erano radunati in cerchio. Nel punto stesso dove avevano disseminato petali di fiore.
E i loro corpi si staccarono l’uno dall’altro e così parimenti
le loro teste, le loro gambe, le loro braccia, i loro pensieri, i loro sorrisi.
E lo stesso avvenne ai Libeniani.
Così che l’aria fu tutto un movimento di colori e fermenti, di vortici d’aria, di petali e quando scorse la notte il silenzio ritornò sereno, come a inizio d’ogni mattino.
Rideva il cielo.
Gli alberi millenari si erano come impossessati del proprio tempo, del loro spazio.
Adesso le Serenate riassettavano la casa, pulivano gli specchi ritrovandosi piacenti e i Libeniani rincorrevano le loro mansioni con lo stesso zelo di sempre.
I loro forni con i manici a forma di ali di angelo rivolti all’ingiù sfornavano dolci e prelibatezze d’ogni tipo.
Dall’altra parte del bosco, una folla incuriosita si avvicinò alla città di Libentawn, colpita fin nel profondo per il fatto che gli abitanti di quella città avessero avuto in dono poteri particolari, che i Libeniani solevano chiamare: “Possibilità!”.
Passando fuori il bosco di Libentawn scorsero dei bizzarri fratelli che movevano il capo, due volte a destra, due volte a manca, illuminando con la luce che emettevano dai loro occhi tutti gli abitanti del bosco.
 

Condividi questo testo:
  • Digg
  • Sphinn
  • del.icio.us
  • Facebook
  • Mixx
  • Google
  • Blue Dot
  • De.lirio.us
  • Furl
  • Reddit
  • Spurl
  • StumbleUpon
  • Technorati
  • YahooMyWeb

I commenti non sono ammessi.

Categorie

Blogroll

Calendario

Dicembre 2008
L M M G V S D
« Nov    
1234567
891011121314
15161718192021
22232425262728
293031  

Archivi

Contenuti

Articoli presenti 250

Sondaggi

Corsi di scrittura creativa:

Vedi i risultati

Amministrazione

Link suggeriti

Dicono di noi