Il Papa
Franco, un frate- 1
Franco era in aeroporto, i sandali sotto il saio stringevano con le loro stringhe i piedi callosi e ormai sformati dal raro uso delle scarpe. Non le portava mai, nemmeno in Italia, nemmeno quando non metteva il saio. Solo quando si lasciava, per qualche ora, riavvolgere dal suo vecchio gruppo di amici e giocava a calcetto, o a pallone. Non sarebbe stato facile con il saio e i sandali sformati fare i suoi famosi stacchi in avanti, qualche immancabile fallo. Decisamente violento per appartenere ad un frate francescano, ma il gioco è gioco.
Franco rientrava da Mazise, un piccolo villaggio della Repubblica Centrafricana, dove viveva da tanti anni. La sua casa, il suo posto, la sua gente. Ma era il suo segreto,non lo avrebbe confessato a nessuno. Sorrise di questo, proprio lui, che a ventidue anni aveva preso i voti e da allora aveva confessato tante persone, tante anime, tanta piccola, fragile umanità. Ma c’erano cose che non potevano essere dette, lui aveva capito e taceva. Erano d’obbligo questi ritorni, fosse stato per lui…ma ritornava, per poter, con animo leggero, ripartire. Avrebbe riabbracciato la madre, orgogliosa di quel figlio santificato da una scelta così profondamente coraggiosa. Così poco santo, nei modi, nel linguaggio,nei pensieri. Ma lei non guardava oltre il saio, che nel piccolo paese le dava un posto, un ruolo di rilievo. Era lei, la madre del frate missionario, quello che era andato via dal paese di 670 anime e viveva nel luogo oscuro della malattia, della fame, del nulla. Franco sorrideva delle sue preoccupazioni, delle malattie, dei serpenti. Era dolce, la madre, una persona pura. Non aveva importanza per lei sapere dove si annidava davvero il serpente, non l’avrebbe capito. Guardò meglio, i suoi grandi occhi neri, abituati al sole africano erano in difficoltà con il cielo grigio di Milano. Era una bella e calda giornata estiva, ma quello non era il suo sole, lì non c’era mai stato il suo sole. Lontano vide suo fratello e sua cognata, bene, il viaggio era finito, un altro viaggio stava iniziando. Si preparò mentalmente le risposte alle mille domande, spesso inutili e già sentite nel tempo, cui avrebbe dato le stesse risposte, quasi certo che nessuno lo avrebbe notato.
Ma amava quelle persone, nonostante la loro mente piccola, nonostante la profondità inesistente della loro curiosità nei confronti del suo mondo. Non avrebbe parlato di sé, della gente, del sorriso dei bambini, felici di tutto, di niente, di essere vivi. Morti, per un batterio altrove inoffensivo. Qualche aneddoto divertente, qualche foto straziante e loro avrebbero creduto di avere davvero conosciuto l’Africa e tutte le sue sfumature, i suoi ancestrali misteri. Suo fratello lo fece salire sulla sua BMW ultimo modello, certamente costosa e altrettanto inutile. Lavorava nella sua ceramica 15 ore al giorno, l’auto non era necessaria, solo un simbolo, ma necessario simbolo nel suo mondo. Pagava per apparire, quindi essere. Molti pensavano che in Africa alcune cose fossero sconosciute, incomprensibili. Questo pensiero era certamente fra queste. Franco non si soffermò a pensare a quante cose Africane sarebbero state qui incomprensibili, aveva già raggiunto tutte le sue conclusioni ed era andato oltre. Sua madre avrebbe detto che era come chiedere mele ad una pianta di pere. Avrebbe rivisto i suoi paesani, i vecchi amici, le sue piccole fidanzate, ormai donne fatte, madri felici, donne deluse. Franco amava le donne,le trovava più coraggiose e sensibili degli uomini, più determinate e piene di potenzialità, che loro sapevano usare. Ma troppo spesso si confondevano, perdevano la loro sapienza, il loro valore per sogni impossibili, per desideri effimeri, per farsi del male, fino a morire. In Africa le donne erano l’unica speranza di vita dei loro figli. Se sarebbero sopravvissuti o no, dipendeva da loro, dalla forza, dalle resistenza alla fatica, dal coraggio. Qui le donne avevano troppo spesso bisogno degli uomini per avere potere. Bastava scegliere quello giusto, senza fatica o coraggio da cercare nelle proprie viscere.
Un uomo potente, ricco, che avrebbe provveduto alle esigenze immense del loro piccolo cuore. Donne il cui potere dipendeva dalla posizione del marito, da quanti soldi poteva offrire alla loro bellezza, al loro desiderio. Franco amava le donne e le donne lo amavano, lo volevano. Forse perché lui era impossibile, povero, pieno di passione, ma non per loro. Era santo. Sorrise. Santo davvero no, e sinceramente era attratto dalle donne. Non tutte, e non perché donne. La loro femminilità era una parte preziosa di un tutto, se c’era. Qualche volta era stato sorpreso, una bella testa, pensieri sufficientemente profondi e originali e un bel sorriso, un bel corpo come contorno…. Sì , qualche volta era accaduto, poi qualcosa era avvenuto e lui aveva ritrovato il senso della sua scelta, aveva deciso, dentro se stesso, che altro era il contenuto della sua esistenza e un attimo, un momento di amore fisico poteva portare con sé conseguenze troppo distanti da ciò che lui veramente,profondamente, bramava. Altri erano i pensieri, altri i desideri. Sarebbe ritornato in Africa con piastrelle, cemento, ferro, tutto ciò che mancava per costruire una grande stanza, dove i bambini avrebbero giocato, studiato, mangiato. Un pozzo, per lavare i vestiti, pochi, essenziali.
Avrebbe portato medicine. Non voleva oggetti inutili, in grado soltanto di creare desideri inutili. Avrebbe sorriso alle signore gentili, a cui un moto dell’anima avrebbe sussurrato di rinunciare a vestiti firmati, già destinati al macero per un capriccio della moda, ma offerti con un tremito nel cuore e palese pietà. Lui avrebbe sorriso, senza ferirle inutilmente. Con lui sarebbero partiti palet di materie prime, di sementi e farmaci, lui avrebbe pensato che farne. La sua famiglia, un tempo semplice e quasi povera, ora aveva trovato l’oro della ceramica. Erano diventati tutti ricchi, terribilmente gretti,ma ricchi. Non importava. Una volta in Africa non aveva importanza con che animo era stato donato ciò che lui portava. Una volta in Africa tutto sarebbe stato dell’Africa e loro sarebbero restati prigionieri della polvere di piombo. Avrebbe organizzato partite di calcio, fatto giocare in pantaloni corti vecchi amici, ora miliardari. Ridicoli, senza le loro auto pretenziose, i loro rolex d’oro. Ridicoli con le loro pancie gonfie di troppo cibo, scambiato per benessere. Avrebbero fatto il pieno di gente, operai sottomessi o forse desiderosi di potersi prendere gioco, una volta, dei loro ricchi padroni. E le mogli, sarebbero venute pure loro, per vedere i frate che giocava come un campione, i lunghi capelli al vento, il viso da Cristo sulla croce, lo sguardo da lupo. Avrebbero pagato per tutto questo, e l’Africa avrebbe avuto meno fame.
Il Ritorno-2
Franco era solo, finalmente. Tutto il clamore per il suo ritorno aveva avuto un breve momento di arresto, e lui, veloce come un puma, si era dissolto, volatilizzato. Certamente qualcuno lo stava già cercando, ma non qui. Il fiume che scorreva nel profondo della vallata non era luogo di relazioni, di incontri proficui, poteva stare tranquillo. Congiunse le mani, un gesto appreso in seminario, un segno di preghiera a cui, nel tempo, lui aveva dato altri significati. Ora era solo, le sue diverse parti collegate dal congiungersi dei palmi, i piedi scalzi a contatto con il ruvido terreno. Visto dall’alto sembrava solo un frate in preghiera. Altro era il suo modo di pregare, poco legato ai rituali, ma il contatto,con l’universo e forse con il Divino, era potente. Lui pensava, ascoltando i propri pensieri che certamente avrebbero viaggiato verso il luogo lontano, arcano e vicino, divino. Era più vicino, quel luogo, quando si trovava a Mazise, più semplice entrare in collegamento. Troppe luci, qui in Italia, troppo rumore, troppe parole. Ma lui era diventato abile e sapeva adattarsi, senza mutare. Sorrideva invece di maledire tanto spreco, sorrideva, sapeva che questo avrebbe smorzato ogni resistenza, aperto, forse , una piccola breccia di umiltà. Sorrideva cercando altri sorrisi, non quelli arroganti, di chi sa di poter dare e lo fa, per sentirsi in pace con se stesso. Non quelli compiacenti di chi crede di poter apprezzare e capire, e ritiene che questo leggero,impercettibile, banale moto del proprio piccolo cuore , possa avere valore. Sorrideva cercando un sorriso vero, di modesta e autentica comprensione.
Un sorriso di simpatia, nel senso greco. Soffro con te. Ma non era quello il luogo e lui era perfettamente consapevole della differenza, minima nei modi e nella forma, tra ciò che sembra e ciò che è. Un mese passa in fretta, un mese necessario a preparare tutto il suo lavoro dei prossimi due anni. Poi sarebbe ritornato. Si sentiva un furfante a volte, un moderno Robin Hood che razziava quanto poteva per raggiungere un sogno. Il suo viso ebbe all’improvviso una piega amara. Sarebbe stato bello portare tutto alla sua gente, dove era giusto, a cui era dovuta una parvenza di abbondanza. Ma la Missione non era un luogo magico, lontano dalle piccole miserie del mondo. Agli africani sarebbe restato ciò che non serviva ai religiosi. Le suore erano le più avide, di oggetti, di medicine , di sementi. Il loro orto era rigoglioso, per loro era l’acqua piovana e del fiume, prima per loro. Orto tenuto gelosamente in disparte, il cui solo scopo era nutrire i sacerdoti e loro stesse.
Mai aveva visto condividere con la gente nera quel tesoro, fagioli, patate, verdura. Il generatore di elettricità , anche quello era solo per loro, i libri, la radio, la televisione. I loro visi duri e cotti dal sole africano si aprivano raramente al sorriso. Loro insegnavano l’amore di Cristo, la pietà di Cristo, l’umiltà di Cristo. Senza amore,senza pietà, senza umiltà. Ma per fortuna i bambini sono germogli di bambù, una pianta sottile, flessibile, apparentemente fragile. Germogli indistruttibili, cui basta molto poco per vivere e crescere. Franco li raccoglieva ogni giorno, per cantare, per danzare, per lunghe e focose partite di pallone. Avrebbe portato altre palle, l’ultima era stata distrutta da un piccolo elefante che si credeva, forse, Roberto Baggio. I bambini avevano pianto, quel gioco era la loro porzione di allegria. Tutti giocavano, bambini e bambine, forti e fragili, con le gambe o senza. Tre di loro non le avevano, la polio era arrivata e nulla aveva potuto fermarla. Tanti erano morti. Alcuni avevano morso la vita così forte che avevano messo in fuga la morte, ma ne portavano i segni. Mani, braccia, gambe inesistenti. Ma loro sapevano farne a meno, era qualcosa di cui imparavano presto il segreto. Facevano a meno, e basta. Correvano con le braccia ed erano veloci come zebre. Colpivano la palla con la testa, e ridevano ogni volta che questa entrava nei pali costruiti con fusti di legno di mango. Ridevano felici. Franco rivide un istante i suoi ricchi nipoti. Non sapeva se qualcosa li rendeva felici, sembrava di no.
Franco guardò ancora un istante il fiume,l’acqua chiara, sembrava pulita. Se avesse potuto portare con sè il ruscello, se avesse potuto portarlo al centro di Mazise……ma non poteva, punto. Lui aveva più difficoltà a rinunciare, a fare a meno, si arrabbiava. Ma forse quell’acqua era chiara solo in apparenza, forse era piena di veleno e di morte…..forse sì, così era più facile lasciarlo scorrere, ignaro del valore che avrebbe avuto in Africa. Franco riprese il cammino,scalzo, con andatura veloce, aveva muscoli allenati, un corpo muscoloso e bello, senza grasso, senza inutile peso. Il suo viso, segnato dal sole, era bellissimo. La sua somiglianza col Cristo in croce forse lo aveva confuso, ancora in giovane età, si era immedesimato,lo aveva seguito. Poi aveva capito che non era quella la strada, ma aveva trovato il suo modo e ritrovato il suo Dio. Lo vedeva ogni giorno, negli occhi liquidi e profondi dei suoi bambini. Non era ben visto dai suoi superiori, era un cane sciolto, un disobbediente. Ma l’Africa era lontana da Roma. Questo sembrava tranquillizzare ognuno di loro.
Franco arrivò sulla collina, prese il motorino di Giacomo, suo vecchio amico, e imboccò la strada di casa. Non voleva stancarsi troppo, quella sera avrebbe giocato a calcetto, una partita che gli avrebbe fruttato soldi, tanti soldi. I suoi fratelli africani non li avrebbero nemmeno saputi contare. Ma erano briciole per quelli a cui li avrebbe abilmente sfilati, facendoli sentire migliori. Si sentiva cattivo, a volte, cattivo e ingiusto. Quella gente, per quanto boriosa e patetica permetteva ad un povero frate di portare a Mazise vasche per la raccolta di acqua, filtri per purificarla, materiale per costruire. Quei soldi sarebbero stati usati per difendersi dal caldo, dalle malattie, dalla fame. Sì, forse era ingiusto. Ma indignato, profondamente indignato. Con un rolex d’oro avrebbe fatto studiare Musciaga da medico, lo avrebbe reso un bene prezioso per i suoi fratelli. Musciaga, così intelligente, leggeva ogni cosa, e sapeva scrivere con destrezza. Non marinava la scuola, come suo nipote, aveva sentito quel giorno i lamenti della cognata. Scappava sul fiume per poter leggere in pace. Era indignato, basta. Si preparò alla serata,dove lui era l’attrazione e avrebbe recitato la sua parte, come una prostituta sorride, qualunque odore abbia il denaro del cliente che la pagherà.
Una donna-3
Era una stata una calda serata, quel luogo aveva un calore sfiancante. Un’ afa pesante e oppressiva. Aveva sudato e corso come un leone e forse,ora, aveva lo stesso odore. Ma la serata aveva avuto successo e pubblico, la sua squadra aveva perso e lui era stato il migliore in campo. Il più veloce, il più instancabile. Aveva perso la partita, ma aveva vinto, era più vicino al suo sogno, il suo sorriso enigmatico ora era più aperto e sincero. Ma forse c’era dell’altro. Aveva rivisto lei. E aveva sentito di nuovo quel fuoco dentro, quella tenerezza che aveva provato anni prima, quando l’aveva un giorno incontrata. Era sola, in mezzo a tanta gente. Sola come una zucca in un campo di cocomeri. Aveva gli occhi scuri dell’Africa, la pelle color cioccolata, un vestito di stoffa africana. Franco aveva capito, lei aveva l’Africa dentro, non solo i monili o le sembianze. Poteva essere egizia, o greca. Ma era italiana, era moglie e madre, apparteneva a quel mondo. Aveva sposato il più potente, il più ricco, il più arrogante. Ma stranamente sembrava non c’entrasse nulla con tutto ciò che la circondava. I suoi occhi da gazzella sembravano guardare lontano, oltre l’orizzonte. Sembrava spaesata, come se fosse giunta d’improvviso in un luogo straniero. Era presente, ma altrove. Era giovane, era bella, era molto,molto triste.
Ma un sorriso dolce e gentile traeva tutti in inganno, tutti ma non lui, abituato ad usare lo stesso sorriso. Rivederla lo aveva reso inquieto. E felice. E profondamente insicuro. Lui era un curatore di anime, e le anime non hanno sesso. Amava stare con le donne, ascoltarle, curare le loro ferite. Amava la loro forza, la loro fragilità, l’innata capacità di sentire la vita, l’amore. Di concepire la vita, con amore. Le donne africane affrontavano la vita con i figli attaccati per buona parte di essa. Non si lamentavano, guardavano vivere o morire i loro figli con dignità, con dolore profondo. Li proteggevano con tutto ciò che avevano, nulla a volte, ma lo facevano. Le donne occidentali erano più complesse, era molto più difficile sentire la loro anima. Lei era diversa, lo aveva colpito come un lampo d’estate. E lui l’aveva voluta per sé, quel giorno. Le aveva parlato di sé, dei bambini, delle donne africane, del suo sogno. E lei, lo sapeva , aveva capito. Semplicemente aveva capito. Nessuna domanda inutile, una luce negli occhi che la riportava lì, prima era persa ma ora era lì, con lui. Presente, attenta, una assoluta sintonia. Poi lui era partito, e l’Africa lo aveva ingurgitato. A volte, sotto il cielo stellato e vicino di Mazise, aveva pensato ai suoi occhi. Chissà da dove veniva quella tristezza. Chissà se l’aveva combattuta e vinta o ne era stata sopraffatta.
Franco la cercò nella folla. Ora era di nuovo lì. Era più magra, gli occhi ancora più grandi, infiniti. Lo stesso sorriso, caldo ora che aveva incrociato il suo sguardo. Era ancora giovane, sembrava che il tempo non fosse passato se non per scoprirla e renderla quasi trasparente. Era malata, aveva sentito da sua cognata,sembrava che il cibo fosse il suo veleno. La corrodeva piano, dall’interno. Franco vide la sua anima ferita, era lì, appena sotto la sua pelle scura. Era un fiore, bellissimo, ma rimasto a lungo senza luce, senza acqua. In quel momento decise che l’avrebbe curata, non sarebbe ritornato a casa prima di vederla di nuovo guarita, qualunque fosse il suo dolore. D’improvviso la sua sete di denaro, il suo desiderio di prendere da quel luogo ogni cosa avesse da offrire, svanì. La sua anima era di nuovo vicina al suo spirito sacro, e lui sentì amore profondo. Non sapeva se il Cristo a cui tanto somigliava provasse lo stesso amore per ogni essere vivente, lo sperava con tutto se stesso, avrebbe dato un senso, ora davvero immenso, alla sua antica scelta. La amava come amava i suoi cuccioli neri, come il tramonto africano, come la profonda ed intima sensazione di essere uno strumento potente, capace di cambiare il destino di un piccolo popolo. Lei era parte del suo mondo e lui l’avrebbe amata così tanto che la sua pelle sarebbe rinata, il suo piccolo corpo sarebbe rifiorito, il suo sorriso sarebbe restato così a lungo da occupare i suoi occhi, per sempre. Lui la vide giocare a pallone a Mazise, la vide cercare con lui le radici e le erbe, la vide insegnare ai bambini, la vide parlare con gioia alle donne del villaggio. La vide sotto la luce blu cobalto del tramonto lavare i panni nel pozzo che lui aveva fatto costruire. La vide felice, con i seni arrotondati e i fianchi larghi delle donne africane. La vide nutrirsi di vita, di amore. Capì che era lì per un motivo, questo incontro, tutto l’amore che sentiva per quella fragile e chiara anima in trappola lo avrebbe riportato alla sua antica scelta, alla cura, alla protezione.
Era un segnale, forte e chiaro. Era giunta nella sua vita per riunire qualcosa che si era scisso indelebilmente tra i suoi mondi. Da una parte un uomo che donava tutto se stesso, che aveva desideri che non lo vedevano mai protagonista dei loro benefici, tutto e sempre teso a rendere migliore le vite di quanti aveva incontrato, quando era in Africa. Un avventuriero, qui, intelligente e calcolatore, pronto a razziare, con il sorriso del giusto, ogni cosa, ogni centesimo che poteva incontrare sul cammino, a chiunque appartenesse, per qualsiasi ragione lo avesse individuato e abilmente sottratto. Quasi avesse lasciato a Mazise tutta la sua umanità, la sua prorompente compassione. Poi lei, ricca, ma a cui non avrebbe chiesto un soldo. Ricca e pura, colma di ricchezza non sua, di purezza intima e incompresa, nel suo mondo. Lei che aveva tutto, nulla che davvero la appartenesse, nulla che lei desiderasse veramente, nulla che potesse nutrirla, proteggere la sua vita. Lei, piccola e trasparente, quasi volesse uscire silenziosamente da quel luogo, dalle persone e ciò che erano, dai pensieri che la circondavano. Aveva scelto la via più impercettibile, presto, molto presto, nessuno l’avrebbe più vista,la sua pelle sarebbe restato tutto ciò che era e nessuno, in quel luogo di benessere e abbondanza, avrebbe capito perché. Nessuno la vedeva e lei aveva desiderato sparire; il cielo, nei suoi contorti sentieri, la stava accontentando. La sua sofferenza l’avrebbe riscattata da ogni colpa, essa sarebbe salita nell’alto dei cieli. Franco guardò la sue mani da frate contadino. Al diavolo il cielo, lui l’avrebbe curata e tenuta qui, sulla terra, avrebbe riportato ,qui e ora,la propria vera natura lasciata a Mazise e qui, in questo luogo a lui ormai così disgiunto, sarebbe ritornato ciò che era, ciò che da sempre era, uno strumento di Dio, o, se lui non era d’accordo, dell’amore che cura.
Il Sogno-4
La mattina era appena giunta e il rumore dell’Africa stava prendendo corpo. Rumore, era impreciso chiamarlo rumore, era un’orchestra affiatata e sempre nuova. Che presto, molto presto avrebbe dato il segno di inizio perchè l’altro artista, il colore, potesse esprimersi con tutte le sfumature che la mente umana è in grado di percepire. Molte di più in realtà, ma per disegno dell’universo,non era possibile a tutti poterle distinguere. Franco era sveglio, quel momento della giornata era quello che più lo avvicinava a Dio. O chi per lui. Franco sentiva di essere uno strumento di qualcosa di ancestrale e profondo. Ciò che veramente occupava i suoi pensieri, sempre, era trovare lo spazio e il modo di modificare le ingiustizie terrene. Che non erano dovute al Divino, lui questo lo sapeva. Il mondo era stato creato e aveva preso forma seguendo indicazioni perfette, che ne avrebbero determinato l’evoluzione e la vita. Poi era intervenuto l’uomo e aveva posto altre regole, troppo spesso in nome di quel Dio perennemente osannato, che lui percepiva deluso, sofferente da tanto fraintendimento. Quel mattino si trovava nella foresta, con Hachimi, lo stregone. Sorrise, chiamavano così i curatori, per togliere impercettibilmente loro dignità e sapienza. Hachimi aveva salvato almeno una volta ognuno di loro da morte certa .Franco era il solo che poteva accompagnarlo nella sua ricerca, e solo quando la parte di foresta da visitare era così profonda e pericolosa che almeno una persona doveva vegliare sull’altra, o, forse, non ci sarebbe stato ritorno. Hachimi era anche il suo migliore amico, a lui Franco confidava i momenti, non rari, di amarezza.
Che riguardava il suo mondo, non la gente africana. Negli anni aveva imparato tanto da quell’uomo esile e colmo di spirito sacro. Invece di catechizzarlo, avvicinarlo al suo Dio cristiano sembrava essersi avvicinato, lui,il frate,il predicatore, con lentezza impercettibile, al quel mondo considerato pagano, profondamente religioso, dove Dio era in ogni piccolo frammento di vita. Questo era il loro segreto. Nei giorni di ricerca, ogni piccolo brandello veniva catalogato, raccolto, preparato per essere lo strumento di Dio nella cura del popolo. L’ultimo giorno era dedicato a ringraziare gli Dei che avevano permesso tanta ricchezza, la promessa che ogni piccolo dono sarebbe stato usato per curare malattia e dolore. Poi un grande fuoco avrebbe assistito alla lunga litania di preghiera, purificazione, riconciliazione con la terra per quanto le era stato tolto. Ad un tratto qualcosa si mosse strisciando vicino ad Hachimi e Franco, veloce come una mangusta tagliò con un solo colpo del suo macete la testa al serpente corallo, disturbato nel suo sonno da tanto rumore. Hachimi lo guardò serio, con il suo viso colmo di rughe profonde e cotte dal sole, che in Africa significavano saggezza, sapienza. Il suo discorso,lento e recitato in modo quasi impercettibile, colpì il frate come una zampata di leone, sensazione già provata e di cui portava ancora il segno sul dorso. Tu, mio fratello bianco, dovrai lottare con qualcosa che metterà in discussione il tuo intero mondo. Dovrai essere coraggioso, risoluto. Qui è stato facile scegliere, squarciare l’elemento che avrebbe portato con sé cambiamento e perdita, ma ciò che ti aspetta arriva dalla tua anima, non avrà l’aspetto di un serpente velenoso, non sarà altrettanto semplice decapitarlo. Soffrirai e non saprai quale sia la giusta via. Io ti proteggo, da qui, mio fratello, perché tu possa riconoscerla e salvare ciò che sei.
Franco si svegliò d’improvviso, per un lungo, lunghissimo momento non riuscì a comprendere dov’era, in quale luogo fisico e ancor meno in quale dimensione mentale. Aprì gli occhi, le tende alla finestra indicavano il luogo fisico, era la casa di sua madre. Ma le sua mente era completamente confusa, Hachimi, il serpente, una sensazione davvero insolita di inquietudine, come se tardassero ad arrivare tutti gli elementi che lo avrebbero ricollocato nel qui e ora. Aveva sognato qualcosa accaduto tante volte, in Africa, il viaggio con il suo fratello nero, l’uccisione di serpenti e animali pericolosi compresi, come esito naturale dell’esistenza. Nel fondo della foresta nera la vita e la morte sono così vicine che ogni volta è solo una scommessa. Ogni volta che ritornava Franco sentiva davvero, profondamente, il senso della Resurrezione, o della non morte, legata ad audacia, velocità o, forse, molto più spesso, a casualità. Hachimi gli aveva inviato questo sogno, lo stava mettendo in guardia. Cosa poteva accadere, nella moderna cittadina occidentale, che potesse essere paragonato al morso letale del serpente corallo? Franco sorrise tra sé, avrebbe voluto poter spiegare a suo fratello che qui ci sono serpenti forse più velenosi, ma non serve il macete. Non sarebbe stato attaccato da un morso, qui i pericoli erano più nascosti, erano sentimenti, erano ostilità. Erano troppa e facile devozione, dovuta a sensi di colpa e incapacità di vera comprensione, da cui difendersi, per non cadere nell’arroganza. Lui qui era diverso, affilava i suoi denti come una serpe, ma non avrebbe dimenticato il suo scopo, questa temporanea trasformazione era soltanto un mezzo di comunicazione, o non sarebbe stato capito. Una volta a Mazise tutto il suo spirito, il suo cuore, la sua intelligenza avrebbero ripreso le giuste sembianze. All’improvviso qualcosa si accese nella mente, un volto da principessa egizia riaffiorò dai suoi ricordi e tutta la sua sicurezza svanì. Il calore che questa immagine regalò al suo corpo era qualcosa a cui non era più abituato, in un attimo la sola cosa che volle ricordare erano le parole, i gesti, lo sguardo di quel viso minuto, eppure impresso a fuoco nella sua mente. Immobile, un impercettibile sorriso, gli occhi persi oltre l’orizzonte. Franco si alzò veloce come un ghepardo e per un attimo, forse il primo da tanto tempo, l’Africa restò in disparte, lontana del suo cuore, dai suoi pensieri e dal suo stomaco, che sembrava stringersi in una morsa sconosciuta.
Un giorno qualunque- 5
Claudia quel giorno si svegliò tardi, le sette. Tardi per lei, che da tempo non riusciva a dormire che qualche ora per notte. Non sempre, ma troppo spesso la notte era un grande buco nero, vuoto. Non dormiva mai, non sognava, non riusciva a tollerare di abbandonarsi, di non potersi difendere. Claudia era malata, tutto lo diceva, il suo corpo minuto, i suoi occhi persi. Il suo viso era minuscolo, ma manteneva una bellezza intatta, era dolce e altero. Era malata ma nessuno si avvicinava alla sua malattia. Troppa la paura di scoprire che era soltanto un lento cammino intrapreso dalla sua anima per andarsene lontano. Aveva sbagliato luogo, modo di vivere, di passare il proprio tempo. Aveva tanto, tutto ciò che poteva desiderare. Non desiderava niente, comprava vestiti che non metteva, oggetti che dimenticava o regalava, oro che abbandonava in ogni angolo della casa. Non aveva molto da fare, qualcuno faceva le cose per lei, le piaceva cucinare, ma il cibo la uccideva. I medici non capivano, allergie, intolleranze. Lei capiva benissimo. Nei momenti di maggiore stanchezza sperava che tutto sarebbe accaduto presto, voleva chiudere gli occhi e dormire, a lungo, per sempre. Spesso rifletteva, comprendeva con straordinaria lucidità la sua condizione e non riusciva a giustificare come un corpo che non dorme, non si nutre, non sente desideri potesse vivere, muoversi, nuotare, giocare a tennis, sciare, sorridere a volte. Poi incontrava gli occhi del suo bambino, un oceano di tenerezza a amore. Erano loro a tenerla ancorata lì. Volò dal letto, prese un pareo e se lo avvolse attorno al corpo. Era bello, proporzionato, solo tanto esile. Il pareo faceva tre giri per potersi allacciare. Voleva prepararsi e andare via da quella casa, ci abitava da sette anni e non l’aveva mai sentita sua.
Claudia non capiva, erano stati scelti da lei i mobili, gli arredi, ogni oggetto che conteneva. Ma era un luogo ostile, lo era dentro, e lei fuggiva ogni volta che poteva. Si muoveva in fretta quando era sola, quasi cercasse di essere sempre altrove. Andava altrove per fare qualunque cosa, leggere, dipingere, dormire. Scrivere. E pensare, immaginare se stessa e un’altra vita. Sarebbe stato tutto da rifare, tutto, tranne il suo bambino. Claudia si sentiva sola, in un modo assoluto. Erano tante le persone che la pressavano, volevano che si curasse. Ma era tutto sbagliato, ognuno era ossessionato dal cibo, che lei non cercava, che le provocava bolle ed eritemi sul corpo. Lunghe discussioni su questo argomento, quando era soltanto un sintomo, non il problema. Ma nessuno si addentrava nel problema. Lei ascoltava e lo sguardo si perdeva lontano, momenti di vita di un dolore irripetibile e dentro, potente, la voglia di andarsene. Lontano, dove tutto sarebbe stato diverso, dove il suo corpo poteva rispondere alla voglia di vivere, e forse, solo allora, avrebbe potuto ricevere il nutrimento. Oppure lontano da se stessa, dalla sua vita attuale, ricominciare dall’inizio ed essere forse un fiore, o un piccolo, fragile, caparbio insetto, con davanti a se un unico obiettivo, sopravvivere. Ma ora, qui, in questo mondo, con i suoi pensieri, questo obiettivo era inutile, insufficiente, irrisorio. Andò in garage e prese l’auto, oggi le avevano lasciato il BMW turbo, nero, aggressivo, veloce. Non lo avrebbe scelto, lei oggi voleva andare sulla montagna, il fuoristrada era più adatto. Ma si adattò, era così che aveva imparato a sopravvivere. Si adattò ad usare una cosa bellissima, che molte donne avrebbero desiderato, voluto, tanto, così tanto da vendere se stesse o una parte di sé per averla, senza che questa cosa le desse la minima soddisfazione. Si adattò a prendere ciò che qualcuno aveva lasciato per lei, di cui lei non aveva alcun bisogno. Sarebbe andata comunque in montagna, la sua bella auto avrebbe capito, o almeno non avrebbe trovato da ridire. Mentre si preparava, caricando cassette di frutta da portare ai cavalli liberi sull’altopiano, uno dei suoi luoghi preferiti, un luogo dove sentiva ancora la vita e riusciva a darle un significato, vide arrivare un’auto che si fermò vicina a lei, così vicina che sembrava volerla sollevare.
Franco scese, rideva. La sua scarsa attitudine ad usare veicoli così potenti e complessi lo rendeva incapace, inaffidabile. Poteva investirla, ma sorrideva e il sorriso rendeva i suoi occhi screziati di un color ambra scuro. Claudia sentì uno strano nodo nello stomaco, nel suo stomaco fragile, così vicino alle sue emozioni profonde. Non era il cuore il luogo, era lo stomaco che la metteva in contatto col suo profondo sentire. Ma sorrise e lo stomaco d’un tratto si placò. Franco era lì, lei non riusciva a capire perché, ma era in quel luogo, a un centimetro da lei. Forse, soltanto per lei. Lo considerava una persona speciale, come tutti del resto. Franco era una persona diversa, veniva da un mondo tutto suo e si comprendeva come a volte fosse insofferente, irritato, senza darlo troppo a vedere, inadatto a restare in questo luogo . Come lei del resto. Come lei che qui viveva, in un posto che non amava ma a cui apparteneva. Non tanto, veramente, non era davvero suo, ma lei si era adattata e apparentemente vi apparteneva, nel suo modo distante, silenzioso, poco integrato. Una presenza, via via più diafana e sottile, ma vi portava il suo corpo; la sua mente sempre più di rado. Il resto, le sue letture, i suoi sogni, i suoi interessi, quel che pensava, quello che fortemente avrebbe voluto, era sconosciuto ai più, e privo di interesse. Lei esisteva per ciò che aveva, per chi aveva sposato. Raramente qualcuno le domandava della sua vita, del suo lavoro. Aveva colto,a volte, la voluta indifferenza ad un lavoro così lontano dal mondo della finanza da essere ritenuto inutile, improduttivo. Semplicemente, per tutti non esisteva. E lei non aveva voglia di farsi ascoltare, non desiderava portare cambiamenti che sarebbero stati sopraffatti e inglobati da questo sistema decisamente più forte e rumoroso. Non voleva fare rumore, sarebbe scivolata piano nel fondo e lì avrebbe trovato pace, era circondata da persone abituate a guardare sempre in alto e lei sarebbe scomparsa, semplicemente. Se non avesse avuto quella bellezza particolare , così diversa dalle donne che frequentavano quell’ambiente, forse sarebbe accaduto, da tempo e senza frastuono. Ma gli uomini la guardavano, la volevano, cercavano di sedurla. La invitavano, sempre, ovunque. Per qualcuno era una preda speciale, così indifferente a tutto ciò che li rendeva appetibili per schiere di donne in carriera e segretarie procaci. Ed era moglie di un uomo potente che aveva nemici giurati, nascosti, come tutto si nasconde quando il potere e il denaro sono i soli padroni. Uomini per cui non esisteva lealtà e amicizia , ma che si chiamavano, tra loro, soci e amici. Lui era un duro, non prestava mai il fianco, se necessario colpiva massiccio, e per primo. Avere lei, anche solo un’ora, sarebbe stata una vendetta sottile e, posta nelle giuste orecchie, di enorme peso, qualcosa di strisciante che avrebbe potuto far cadere il re dal suo trono. La sua dolcezza, il suo sorriso la facevano apparire vicina, disponibile. Ma lei non c’era, mai c’era davvero, e quando poteva sembrare non era lì. E questo era un fascino a cui nessuno sapeva resistere, in un luogo dove la regola era esserci sempre, essere pronti, essere al momento giusto nel posto giusto.
Quale amore – 6
Franco stava preparando le valige, tante, enormi, con lui partiva un pezzo del mondo che ,ignaro, lo aveva ospitato. Alcuni container erano già partiti, altri lo avrebbero raggiunto. Era pronto ed era tempo. Lo attendeva un lavoro instancabile per almeno due anni, poi, forse, sarebbe ritornato. Forse sarebbe ritornato e questo non aveva a che fare con il posto che stava lasciando, o con quello che lo avrebbe riaccolto come un santo. Il suo stomaco era stretto in una morsa tenace, che lo comprimeva da giorni. Questo viaggio era stato importante, faticoso, dirompente per certi aspetti, ma soprattutto veloce, un battito d’ali. Il ritorno, il momento più atteso, era arrivato d’improvviso, quando lui, pensava, avrebbe avuto ancora molto da fare. Era la prima volta che questo accadeva, ed era lei che lo teneva legato a quel luogo, questo gli era chiaro. Era andato a cercarla, voleva guardarla dentro agli occhi e vedere, capire il suo tormento. Hachimi avrebbe saputo come fare, ma non era lì e lui sentiva soltanto la profonda necessità di ridare luce a quello sguardo di gazzella, dentro di sè la certezza che nessuno ci aveva provato. Era volato da lei, credendo di essere soltanto uno strumento di Dio, con la stessa energia e la medesima determinazione con cui accoglieva il dolore e la sofferenza della sua gente. Sollevato, contento di sè. Ora un sentimento era capace di ridargli lo spirito puro che sembrava destinato soltanto al suolo africano. Ma qualcosa era accaduto, qualcosa che lo rendeva inquieto, esposto. Aveva dedicato a Claudia ogni istante, ogni momento non necessario alla sua missione. Era amore, amore profondo, l’amore di un uomo che aveva dedicato la vita all’amore del prossimo. Franco sorrise, una piega amara si disegnò sul suo viso. Quello era amore, questo era certo, ma era l’amore di uomo per una donna. Non lo aveva sentito arrivare, si era confuso, ma era giunto, silenzioso come un serpente e altrettanto letale. Ma lui non poteva, non voleva. Non era pronto, oppure lo era da sempre e non aveva avuto modo di scegliere, nè di difendersi.
Era andato a cercarla, fuori dai soliti posti, dalla solita gente. Aveva trovato un luogo incantato, più pericoloso della foresta africana, e bellissimo. Lei era così diversa in quel pezzo mondo, che era suo, che le somigliava,in sintonia con ciò che lei davvero era. Era viva, e forse, a tratti, felice. Pensava di doverla salvare, credeva di essere l’unico in grado di aiutarla. che sciocco, arrogante, ingenuo uomo ora si sentiva. Claudia si sarebbe salvata da sola, aveva qualcosa di cui lui non si era accorto, di cui nessuno si accorgeva , qualcosa che non c’era quando era lontana dai suoi luoghi, da ciò che per lei era colmo di significato, di vita. Aveva ritrovato i suoi occhi e dentro quella luce che , credeva, solo le sue parole avevano, a tratti , fatto emergere. Invece era lì, ed era sua. Claudia era una persona inquieta, in conflitto con il mondo esterno e con tante parti di sè, ma era viva.
Soltanto la sera, quando rientrava a casa, cadeva quel velo…era come un animale, che cadeva in letargo per non morire nel gelo dell’inverno. L’aveva seguita, nei suoi giorni mai uguali, l’aveva fatto sempre più spesso, ogni volta che poteva. E una sera, sotto un cielo blu scuro stellato, l’aveva baciata. Già, un bacio, ma un vero bacio, lungo, appassionato, il primo per lui, da molti, moltissimi anni. Ed era qualcosa che ora non ruisciva a dimenticare. Aveva sentito tutto, in quel momento,tutto il dolore, il rimpianto, la forza di quell’anima intrappolata, ferita, ma colma di profonda passione. Non sarebbe morta, ora lo sapeva, non sarebbe scomparsa, come una parte di lei, a volte, timidamente chiedeva. Qualcosa di veramente forte la tratteneva lì, e un giorno, lei, avrebbe capito qual’era la via. Franco le aveva chiesto di andare con lui, in Africa. Poteva vivere là, avrebbe avuto tutto quello di cui aveva bisogno, lei aveva davvero soltanto bisogno d’amore. Là, a Mazise, l’avrebbe trovato, da prendere, da dare. Franco s’incupì, aveva lasciato per ultime le foto, portava sempre ai suoi bambini fotografie del suo viaggio, mostrava loro le persone che aveva incontrato, voleva che sapessero come arrivava l’enorme bagaglio che lo accompagnava. In una di queste foto c’era Claudia, camminava sull’altopiano, dove c’erano cavalli sciolti e liberi e stava aiutando il suo bambino a parlare con un’altro cucciolo, un bellissimo appalouse. Lui porgeva una pesca, il puledro l’avrebbe mangiata con tanta delicatezza che i suoi ruvidi denti non avrebbero nemmeno sfiorato le piccole mani, poi si sarebbero accarezzati e forse, un giorno potevano diventare amici.
Era lì la risposta alla domanda, quella che Claudia non gli aveva dato. Quel bacio era stato voluto, sentito, intenso anche per lei, l’aveva scombussolata, impietrita poi resa insicura e di nuovo colma di vita. Ma lì, in quel gesto di protezione e d’amore, c’era la risposta. E proprio davanti a quel piccolo, quotidiano gesto Franco capì qualcosa, che fino ad allora non aveva potuto cogliere, imparare. L’amore è qualcosa che non ha misure di valore, o di peso. Lui era un uomo che amava tanto, in modo universale. Questo credeva. Il creato, i popoli, gli sconfitti, il disegno divino che riporta equilibrio, che dona speranza. Lui credeva che quello fosse l’Amore, importante, con la A maiuscola. Poi aveva trovato una piccola principessa egizia, e aveva capito che anche quello era amore, era solo più intimo, ma ugualmente potente, in grado di muovere energie impensabili. Ed ora guardava, in un semplice gesto, un amore diverso, che da solo poteva relegare in uno stretto spazio tanto proclamato splendore. Lei poteva amarlo, forse lo amava. Lei sarebbe partita, l’Africa poteva salvarla dal suo profondo smarrimento, quel doloroso sentirsi vivere nel posto sbagliato, con un uomo sbagliato, lontana dalla sua natura. Ma nulla di tutto questo poteva competere con il semplice gesto che la fotografia ora lo costringeva a sentire, con lo stomaco e con il cuore.
Per nessuna ragione, per nessuna passione quella mano avrebbe lasciato il polso del bambino. Questo era davvero un amore diverso, che lui non aveva ancora imparato. Non riluceva di gloria, non ammaliava di passione, ma non poteva essere altrimenti, veniva da lontano e nulla poteva modificarlo.
Franco era pronto, l’aereo stava imbarcando, era in attesa, finalmente solo. Tra circa un giorno sarebbe stato di nuovo a casa, a Mazise. Ma qualcosa era cambiato,in modo definitivo. Non sarebbe rientrato con sollievo, convinto di essersi lasciato dietro un mondo a lui distante che non poteva amare e di cui non riusciva ad avere rispetto. Ora lasciava un luogo dove aveva sentito e visto tanto amore che nemmeno sapeva immaginare. Che non aveva mai provato prima, che ,ora lo sapeva, non avrebbe provato mai. Baciò col pensiero quella piccola mano, per avergli insegnato, come avrebbe fatto Cristo, che l’amore è grande, soprattutto nelle piccole cose. Baciò quella mano per averlo salvato, con un dolce, semplice gesto, dalla sua arroganza e momentanea cecità. Questa volta ritornava a Mazise, colmo di oggetti e di denaro, ma soprattutto con la certezza di avere davvero conosciuto l’amore del mondo, forse, in altra forma, l’amore di Dio.

