inedito - “IL POPOLO VEGGENTE” di Francesco Liberti
“Terra Madre, che custodisci il segreto della salvifica terra d’Irlanda,
Terra Madre, che preservi il Regno della Divina Libenia,
non c’è fiore che non decanti nella sua beltà la storia nostra,
fummo noi sospinti da una forza, da una spinta,
e arrivammo laggiù nelle grotte veggenti di Isthar,
non perdemmo il nostro culto
che onora la Madre del Fuoco,
che risveglia dal suo letargo l’ antica isola di Libenia!
e del suo popolo veggente”.
I Libeniani erano un popolo di nanetti carismatici, laboriosi e baldanzosi che cacciati dall’arrivo di un meteorite che ne provocò la fuga arrivarono a nascondersi nei cunicoli del sottosuolo, fin dove sorgeva l’antica isola di Libenia.
Ogni tanto essi tornavano in superfice e per svolgere le funzioni liturgiche legate al culto della Madre Libenia e per non perdere i contatti con le altre antiche civiltà che abitavano nelle isole vicine.
L’Isola di Libenia era costituità da un’infinità di recessi cavernosi comunicanti con la Madre Terra grazie a una gola sotterranea che trasse origine dalla lava, dal segmento incandescente del magma vulcanico.
Era un’isola fatta di splendore dove la flora e la fauna traevano nutrimento e sostegno dalle risorse del magnetismo terrestre che irradiava le terra, l’acqua e quei monti che erano collocati sottoterra al contrario, con la punta delle loro sommità rivolte all’ingiù.
Al di fuori dei recessi cavernosi risplendeva le terra d’Irlanda, le cui fate abitavano le acque salvifiche e curative del lago di Mausen.
Queste fate dall’aspetto gioviale, dai corpi diafani e dalle dita lunghissime abitavano nell’acqua lacustre e lì davano spazio ai loro giochi, alimentando i culti delle acque del lago di Mausen.
Esse istruivano le più piccole alimentando in loro il senso e la responsabilità per quei poteri che traevano forza dai flussi delle Lune Decrescenti, ma che dovevano conservare incontaminati quando esse effettuavano il cammino, il passaggio che le trascinava dall’acqua del lago alla terra del piccolo borgo, il cui popolo aiutavano a liberarsi dai propri tormenti.
I Libeniani, questi nanetti baldanzosi che movendosi oscillavano il capo due volte a destra e due volte a sinistra, ed erano sospinti da quella stessa forza che trascinò il suo popolo nell’antica terra di Isthar, entravano in contatto con le fate comunicando con il loro metodo della lettura a distanza. Ovverossia ognuno di loro prendeva un libro ricoperto di corteccia di quercia e scritto con i caratteri puri delle pepite aurifere trovantesi ai pie’ della sorgente che alimentava il fiume Libenia e quando leggevano una pagina, la voce, il suono, i fonemi della lingua ancestrale delle fate di Mausen, cominciavano a leggere la prima riga della pagina successiva, donando ai Libeniani quelle risposte che essi si aspettavano dai propri interrogativi irrisolti.
Oppure capitava l’inverso, che le fate, specie quelle più piccole che davano in ismania per sfuggire alle istruzioni attraverso cui dovevano sottoporsi per possedere l’uso responsabile delle loro facoltà, volessero fare una visita ai Libeniani.
Non era raro che quando gli officianti del culto della Madre Libenia rivolgessero le loro invocazioni all’oracolo, o che quando i Libeniani svolgessero le loro attività laboriose, che i piccoli e musicali corpi delle fate si movessero sotto il ronzio del colpo d’ali, seguendo i loro amici fin nelle gole cavernose della terra di Isthar.
La terra d’Irlanda, crogiuolo di fermenti, di profezie, regno abitato da creature nottambule che davano spazio alla vita interiore, i cui occhi risplendevano nell’oscurità della notte, era anche il punto di passaggio e di arrivo di creature fuori dal comune che arrivavano lì per riposarsi e per purificarsi nelle acque curative della sorgente di Florient.
Era questa un’acqua magnetica il cui calore curativo temperava gli stati d’animo, la cui freschezza ringiovaniva la pelle e il cui nutrimento costitiva un salvifico rimedio contro i soprusi del tempo.
Le gigantesse dell’antico popolo di Klingeln arrivarono alla fine di un lungo viaggio fin sotto la sorgente dell’acqua salvifica.
Recitata una breve ode:
“Si move e s’agita in sen,
l’acqua magnetica che risplende in sorgente e
purifica lo spirto, le membra,
come il nottambulo che nell’agire
a pie’sicuro realizza il desir”.
E rimanevano a contemplare i flussi e i raggi dell’acqua magnetica in cui le gigantesse rispecchiavano quel viso guerresco e gentile, non ancora appesantito dagli anni e quelle gambe lunghissime, mentre perpetuavano i loro canti e non di rado capitava che fossero ascoltate da Liben, il nanetto carismatico dell’isola di Libenia che il suo arguto viso rispecchiava sereno nei flussi dell’acqua lunare.
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