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inedito - “LA DEA ARTIFICIALE” di Francesco Liberti

NAPOLI 15/1/2OO7
Pamino camminava da solo lungo un viale.
Alla sua destra file interminabili di bambini entravano dentro un grande luna park.
Quel grande parco giochi era ora sempre aperto, anche la sera.
Astronavi lucenti si calavano dall’alto verso il basso e i rumori stridenti delle sirene dei go-kart preannunciavano il risveglio della città dei divertimenti.

Le voci dei personaggi all’ingresso che facevano parte della baraccopoli dello spettacolo erano tutto un groviglio di rumori di lestofanti e di alieni di passaggio.
All’interno del luna park si potevano ritrovare tutte le classiche attrazioni circensi: cartomanti, gli uomini più forti del mondo, giocolieri, fantasisti.
Una mongolfiera rossa con l’effigie del Vendicatore Mascherato, icona letteraria ottocentesca con tanto di cilindro, mantello e bastone e avente passo felpato si muoveva nei cieli.
Pamino guardava un po’ il luna park, un po’ la mongolfiera.
Una ragazza bionda sospesa all’interno di quel vermiglio pallone sospeso lassù nei cieli gli sorrideva.
Pamino entrò dentro quel lungo viale che aveva dinanzi.
Si era lasciato il clamore della luna alle spalle.
Si ritrovò dinanzi una fabbrica che si chiamava: “L’Era Artificiale”.
Dentro quel posto messianico, ingegneri e scienziati giunti da tutto il mondo studiavano l’Era Robottica, l’ultima sfida scentifica perpetuatasi al di là delle frontiere umane.
Anche l’Era Artificiale rimaneva aperta di notte proprio come il Luna Park, quasi che entrambi i luoghi si trasformassero negli emissari di un nuovo tempo che scorreva nelle vene della città degli uomini, che univa il fascino e la veggenza della tradizione alle scoperte scentifiche del futuro, che insegnavano all’uomo la facoltà
di varcare i propri limiti e di penetrare oltre la linea dei propri confini.
Pamino chiese al personale della fabbrica che voleva comprare un cyborg, uno di quei robot all’ultimo grido di cui tanto parlavano le riviste scentifiche e che popolavano l’immaginario collettivo.
Egli desiderava una compagna che gli fosse spirito guida e difensore, intrattenitore e confidente e gli ritornavano in mente: il volto sorridente della ragazza sulla mongolfiera, il Vendicatore Mascherato che dall’alto della sua effigie parlava ai costruttori di cyborg del Novecento che spariva, il clamore estatico delle folle di bambini e le cantilene folcloristiche degli zingari del Luna Park.
L’inserviente dell’Era Artificiale bussò un campanello che emise un rumore elettrico e stridente.
In men che non si dica un ingegnere olandese, Thomas Von Crujeff, spiegò a Pamino che solo i cyborg del futuro avrebbero potuto esaudire le sue richieste.
Gli disse: “I robot del domani saranno in grado di sostituirsi agli umani in tutto e per tutto, di fargli fare il vero salto generazionale, dalla fabbrica dell’Era Artificiale alle piazze virtuali dell’Era Robottica. Essi possiederanno anche il potere ipnotico di realizzare le esigenze dei loro padroni, di fargli vivere esperienze percettive nascoste negli anfratti della loro memoria. Accadrà sicuramente che gli uomini non solo saranno sostituiti dai robot nelle loro mansioni quotidiane, ma saranno guidati e assecondati dalle loro scelte, dai comportamenti dei nuovi alieni dell’Era Artificiale!”.
Si prospettò per Pamino lo scenario accanito del futuro.
L’uomo che cercava notizie dei nuovi cyborg rimase un po’ sorpreso, forse sconcertato.
Uscì fuori dalla fabbrica.
Lassù nei cieli, la Mongolfiera era sparita.
Napoli, 15/1/2999

Andromaca era il simbolo della Robotica prodotta dalle nuove Industrie Italiane.
Alta appena un metro e cinquanta, aveva due occhi accesi, vigili e scattanti come fossero quelli di un gatto.
Possedeva un passo felpato che solcava il terreno lasciandovi orme profonde.
Lo scenario della Metropoli del 2999 era questo:
“In ogni famiglia di umani c’era almeno un valente cyborg,
ma questo non era il punto essenziale della storia!”.
Numericamente gli umani erano prevalenti, ma nel profondo della loro vita mentale erano influenzati dalle scelte dei robot.
Se un bambino piangeva, i cyborg lo addormentavano con un sogno ipnotico, se gli uomini dovevano varcare le soglie di una banca, gli androidi possedevano la facoltà di smaterializzarsi e di ritrovarsi dentro gli uffici del personale bancario per sostituirsi ai loro padroni.
Tutto il sistema della società civile era gestito e tollerato dalle intenzioni dei nuovi cyborg e dall’Era Robottica.
La nuova epoca consisteva di plotoni di androidi multiformi e ipersensibili che dirigevano le televisioni, fondavano i giornali, creavano i partiti politici della tolleranza androide allevando i figli del domani.
Pamino camminava in compagnia di Andromaca in un parco fiorito.
Nel viale adibito al passaggio mattutino, gli umani camminavano con i loro nuovi compagni spuntati fuori dal nulla o dal sogno.
Pamino le sussurrava in un orecchio metallico: “Sei la mia Dea! La mia Dea Artificiale!”.
Andromaca aveva l’intero corpo ricoperto di acciaio e microcircuiti luccicanti che le permettevano di usare una voce persuasiva e compassata.
Il passaggio dalle nanotecnologie del post-industriale ai circuiti megaelettronici dei cyborg dell’Era Artificiale, garantiva ai nuovi androidi una forte capacità decisionale, di previsione degli eventi futuri e di interazione con i desideri umani più fragili e nascosti.
Il compito dei nuovi cyborg era stato quello di sostituirsi al primato indiscriminato delle religioni che avevano allevato i popoli nel dogma della falsità e alla vanità della scienza che aveva manipolato la razza umana con le distorsioni
delle proprie scoperte e con l’ottusità dei propri apparenti successi.
Se nell’Era Umana i mistici e i veggenti avevano garantito la vita dello spirito dell’uomo, ora nell’Era Artificiale erano i cyborg a parlare agli umani della loro anima.
Rideva in modo repentino.
Pamino si trovava dentro questo magnifico parco floreale.
Accanto a lui c’erano altri uomini in compagnia dei loro cyborg preferiti, ma anche donne che si appassionavano al loro nuovo prototipo robottico.
Una piccola televisione che si trovava sopra un lampione trasmetteva una trasmissione d’inchiesta giornalistica condotta dall’androide Flogistus, una creatura sofisticata metà cyborg e metà umana che elargiva informazioni dettagliate sui progressi raggiunti dalle scoperte avvenute nell’Era Artificiale.
Flogistus era un’icona della televisione artificiale e del fare televisione, veniva amato e venerato dagli uomini, come dai robot.
Egli aveva modi gentili che gli davano una forte impronta teatrale e quel suo modo di muoversi sulla sedia lo rendeva più che mai ballerino dei codici mentali, ballerino di un tempo che aveva nuovi ritmi e nuovi segnali da assimilare.
Pamino urlava: “Sei la mia Dea Artificiale!”.
Le rideva in faccia.
Andromaca poteva dargli tutte le risposte che voleva.
“Cos’è questo parco floreale?”- Le chiese, curioso di sapere che tipo di civiltà abitasse quei luoghi prima dell’avvento dell’Era Robottica.
Andromaca cominciò con la sua voce suadente a raccontargli di quel mondo scomparso i cui resti si trovavano proprio lì, dove adesso lui si era seduto.
Comparvero davanti a Pamino: una fabbrica di giocattoli, bambini che entravano felici in un parco giochi dall’aspetto fiabesco. Accanto a un lungo viale, si trovava questa grande fabbrica di nuove tecnologie dove si parlava la lingua dei cyborg del futuro.
Pamino era lo spettatore, Andromaca l’intrattenitore,
ma lei era anche la sua guida, la sua compagnia.
Aveva ora più che mai un corpo d’acciaio e la voce gentile che la illuminava di un azzurro violento quando raccontava agli uomini delle storie e della civiltà che si erano lasciati alle spalle.
La Dea Artificiale aveva realizzato un sogno di Pamino.
Lo aveva fatto ritornare indietro nel tempo, quando: “L’Era Artificiale era ancora così lontana dalla sua realizzazione, ed era solo il frutto di un’intuizione ambiziosa ed esasperata.
Paminò ritornò per qualche attimo in un mondo che non conosceva.
Ecco allora che comparvero: i rumori stridenti delle macchine per bambini che si rincorrevano nelle piste assolate del Luna Park.
Ecco che il popolo degli zingari baltici rincorreva gli ospiti del parco giochi con quel loro caratteristico modo di parlare promuovendo i magnifici numeri dell’intrattenimento circense.
File inesauribili di bambini entravano dentro i giochi fisici e virtuali del parco giochi, sembrando essere finalmente felici.
Pamino rivedeva un mondo che da piccolo aveva intravisto solo nelle illustrazioni dei libri degli scrittori futuristici.
L’Era Artificiale aveva il compito di guidare gli uomini alla riscoperta delle loro origini.
Andromaca era diventato il simbolo della sostituzione degli uomini con quei cyborg che erano tanto dotati di conoscenza ed erano graditi da quel che restava della società umana.
Una forte luce colorava Pamino, lo tingeva di un azzurro violento.
La voce di Andromaca gli faceva visualizzare un mondo scomparso.
Quei suoi modi percettivi e consolatori lo facevano viaggiare alla riscoperta delle sue sensazioni, nei recessi dell’ultima memoria umana.
I cyborg avevano ridato agli uomini quell’umanità che si era perduta per sempre all’interno della loro civiltà.
“Sei la mia Dea Artificiale!”
“Sei la mia Dea Artificiale!”- Le ripeteva Pamino.
Mentre Andromaca gli sorrideva con calma e lo guardava compiaciuta.

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