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inedito “La legge del più forte” - di Max Meli

In tempi tanto antichi da essere quasi dimenticati, nella valle di Huruk, a nord di Turmad, circondata dalle montagne di ossidiana, regnava la pace. Nonostante sembri incredibile, a quell’epoca, gli Orchi erano un popolo pacifico, diversamente da oggi.

Questa è la storia di come, grazie ad un eroe di nome Sutrak, le cose cambiarono, e di come nacquero le famose legioni orchesche, temute in tutta Eriador.

 

Tra le montagne, dove ora sorge la capitale orchesca, Argo-Reen, molti secoli fa si estendevano campi coltivati a dismisura, soprattutto a barbabietole, e cave di marmo di cui la Valle di Huruk è sempre stata ricca. Decine e decine di Orchi brulicavano lavorando come formiche operose, come se non stessero compiendo alcuno sforzo. I loro corpi neri, come l’inchiostro, vestiti con abiti semplici, ricavati da stracci cuciti insieme, si stagliavano irradiati dai superbi raggi del Sole.

Qualche casetta di legno sorgeva qua e la, circondata dal verde dei campi. Orchi muniti di picconi facevano avanti e indietro per estrarre massicci blocchi di marmo nero dalla cava; un lavoro che avrebbe potuto sfinire un uomo fino ad ucciderlo, nel migliore dei casi, o lasciarlo storpio a vita. Per i possenti Orchi non risultava più faticoso che arare i campi. Tra questi, vi era anche Sutrak.

Allora non era altro che un semplice minatore, appagato di quel poco che la vita gli offriva. Non poteva neanche immaginare ciò che il Fato aveva in serbo per lui.

Quel giorno, l’Orco si era levato di buon ora, per recarsi in miniera, così da poter essere di ritorno già al tramonto (normalmente gli orchi lavorano dodici ore al giorno, senza soste). Il sole era ormai alto nel cielo. Mancavano quindi solo quattro ore alla fine del suo turno, poi sarebbe potuto tornare a casa da suo figlio, un orchetto di non più di cinque anni.

Mentre il minatore colpiva violentemente la parete della cava, col piccone, sua moglie, Alhen, si dava da fare nell’orto. Nonostante possa sembrare un lavoro relativamente leggero, confrontato con quello del marito, bisogna considerare che l’orchessa era incinta, e lavorava con pochissimi utensili rudimentali, per di più. Qualsiasi donna, di un’altra razza, avrebbe finito per abortire ma, come ho detto prima, gli Orchi sono dotati di una forza straordinaria, maturata grazie a secoli e secoli di duro lavoro.

Alhen stava trainando l’aratro a braccia, mentre sorvegliava il figlio che giocava con gli altri archetti, sul confine del terreno. Sentì il feto scalciare, dentro di lei, e si formo il tempo necessario per avvertire il lieve dolore che, ogni volta la commuoveva, come se fosse la sua prima gravidanza.

All’improvviso, l’Orchessa udì degli strani rumori, in lontananza. Si guardò intorno, senza riuscire a capire. Vide gli altri Orchi correre avanti e indietro senza una ragione apparente. Lasciò l’aratro e corse dal figlio, preoccupata. Quando lo ebbe raggiunto, si volse ad osservare ciò che accadeva introno a loro.

Quello che vide la lasciò senza fiato

 

 

In uno degli sterminati cunicoli della cava di marmo nero, Sutrak colpiva la parete con tutta la forza che aveva in corpo. Volavano schegge da tutte le parti, ma nessuna di esse riuscì a ferire seriamente l’Orco. Quando fu riuscito a staccare un grosso blocco, ancorò il piccone alla cintura e si apprestò a sollevare il monolite, per portarlo fuori. Se lo caricò sulle spalle e attraversò tutta la galleria. Quando uscì, alla luce del sole, rimase come pietrificato. Lasciò cadere a terra il blocco, che esplose in decine e decine di frammenti, rimanendo a bocca aperta. Dalla pianura si levava un denso fumo nero. Il villaggio era sotto attacco.

Sutrak afferrò il piccone con entrambe le mani e si lanciò giù per la montagna, correndo a più non posso.

Doveva salvare la sua famiglia ad ogni costo.

 

 

Nel frattempo, a valle, l’Orchessa aveva impugnato un forcone, nella speranza di riuscire a fuggire, col figlio. L’Orchetto si teneva aggrappato alla schiena della madre, che correva disperatamente, verso una delle uscite del villaggio.

All’improvviso, un cavallo bianco si mise di fronte a lei.

In groppa, portava un elegante cavaliere elfico, armato di lancia. Il guerriero smontò da cavallo.

<<Accettate di divenire schiavi, popolo inferiore, e non vi sarà fatto alcun male>>.

Per tutta risposta, l’Orchessa fece scendere a terra il figlio. <<Scappa!>> gli disse. Si lanciò contro il cavaliere, urlando tutta la sua ira.

Tentò un affondo, senza successo. L’Elfo si spostò agilmente di lato e la colpì, sulla fronte, con l’impugnatura della lancia. Approfittando dello stordimento dell’Orchessa, la trafisse in pieno ventre, strappandole l’orchetto che portava in grembo.

A terra, agonizzante, la madre guardava il figlio fuggire. Se non altro, il sacrificio non era stato vano. Quella relativa felicità, però, non era destinata a durare.

L’ultima cosa che vide fu il guerriero, munito di arco. L’Elfo incoccò la freccia e tese la corda. Come una saetta, il dardo partì, andando a colpire un orchetto, proprio in mezzo alle scapole: Suo figlio.

 

Sutrak arrivò al villaggio correndo come una furia. Brandiva strettamente il piccone, scagliandosi contro chiunque osasse sbarrargli la strada.

Arrivò dove, fino a poco prima sorgeva la sua casa, ed entrò sfondando la porta. Non c’era nessuno. Uscì e ricominciò a correre.

Attraversò il campo, travolgendo gli ortaggi piantati pazientemente dalla moglie, fino a quando giunse nel punto in cui l’aratro era rimasto conficcato nel terreno. Se erano scappati, forse, c’era qualche possibilità che fossero ancora vivi, pensò. Si diresse, allora, verso il passaggio tra le montagne, l’unica via di fuga abbastanza sicura da permettere di lasciare il villaggio senza imbattersi nelle armate elfiche. Le possibilità che sua moglie avesse scelto quella direzione erano molto alte. Forse, aveva ancora qualche possibilità di salvarli.

 

 

Le truppe elfiche si stavano ormai ritirando, con un buon numero di prigionieri al seguito. Non era certo un segreto che gli Orchi catturati sarebbero stati ridotti in schiavitù e spediti nelle miniere, per svolgere i lavori pesanti a cui gli Elfi, con la loro struttura esile, non sono certamente adatti.

In effetti, la prospettiva di essere catturati era anche peggiore della morte stessa.

 

 

Sutrak riuscì a trovare i cadaveri dei suoi cari, che gli Elfi si erano già ritirati. Non poteva credere ai suoi occhi. La sua famiglia e la sua stessa vita erano andate perdute in un soffio, come se non fossero mai esistite.

Alcuni canti satirici, di rara bellezza, raccontano il dolore che straziò l’Orco. Si dice che pianse, ininterrottamente, per tre giorni e tre notti, maledicendo il nome delle divinità e rinnegando gli antenati.

Il suo dolore era destinato a durare in eterno, ma ancora non sapeva che, presto (molto presto), avrebbe trovato vendetta.

L’Orco si alzò e, dopo aver sepolto i cadaveri della moglie e del figlio, in due profonde buche, aiutò i suoi simili nella ricerca dei superstiti.

Non era la prima volta che accadeva una cosa del genere, ma mai, prima d’ora, Sutrak era rimasto coinvolto così da vicino. Non avrebbe mai permesso che un simile atto restasse impunito. Chiamò a gran voce i suoi simili, invitandoli ad avvicinarsi, così che potessero udire ciò che aveva da dire.

<<Amici! Compagni! Orchi! Voi che, insieme a me, avete condiviso la buona e la cattiva sorte. Per lungo tempo, abbiamo sopportato le incursioni degli Elfi, senza reagire. Le nostre case sono state distrutte. Il nostro raccolto è stato bruciato. Il marmo nero ci è stato, ingiustamente, sottratto. Sale è stato sparso sui nostri campi, così da renderli sterili. Ma non dobbiamo dimenticare la cosa più importante: i nostri amici, i nostri simili, i nostri familiari, i nostri stessi figli sono stati uccisi brutalmente o peggio schiavizzati.

<<È ora di ribellarci a tutto questo. È ora di riprenderci ciò che ci è stato tolto. È ora di strappare i nostri simili al giogo della schiavitù.

<<Siamo più numerosi. Siamo più forti. Soprattutto, siamo più determinati di quanto qualsiasi altro popolo, in tutta Eriador, sia mai stato.>> si fermò per riprendere fiato.

<<Allora? Chi è con me?>>

Un urlo di approvazione si levò dalla folla, spronata dalle parole di Sutrak. Se solo lo avesse chiesto, sarebbero stati disposti a seguirlo, in quello stesso momento, fino a Lauren, la capitale elfica.

<<Non possiamo attaccare ora. Sarebbe un suicidio. Dobbiamo addestrarci>> continuò <<prendete tutto ciò che può essere usato come arma. Cominceremo subito.>>

Gli Orchi setacciarono le rovine del villaggio e le miniere, in cerca di ciò che aveva chiesto Sutrak: catene, picconi, martelli, forconi, falci e altri oggetti del genere.

Quelli che, per ragioni indipendenti dalla loro volontà, non erano in grado di combattere si dedicarono alla costruzione di equipaggiamenti bellici, anche se molto rudimentali, che avrebbero aiutato l’armata improvvisata a sopraffare l’esercito elfico.

Si addestrarono giorno e notte, simulando duelli con bastoni di legno. Provarono anche le più svariate formazioni tattiche, sia di difesa che di attacco.

<<Ricordate>> ripeteva sempre Sutrak <<Non cercate di fare tutto da soli>>. <<Agite sempre insieme ai vostri compagni>>. <<Muovetevi come un sol’orco>>. E ancora <<L’unione fa la forza>>. <<Difendete il vostro vicino e lui difenderà voi>>.

In previsione di un secondo attacco, furono presi provvedimenti: Vedette scrutavano l’orizzonte, in cerca delle armate elfiche. All’entrata delle miniere, erano stati posizionati enormi blocchi di marmo nero, di forma sferica, che sarebbero stati spinti giù per il fianco della montagna, travolgendo chiunque si trovasse sulla loro strada. Scudi fatti di assi di legno, inchiodate fra loro, asce e spade rudimentali erano state fabbricate da chi non poteva combattere, come ho detto prima.

Sutrak portava uno degli scudi di legno, una scimitarra arrugginita, due coltelli da cucina, ancorati alla cintura, e un’armatura ricavata da pentole e coperchi saldate tra loro.

 

 

I soli sorsero e tramontarono, mentre gli Orchi si addestravano tenacemente. Sembrava, ormai, che gli Elfi non sarebbero tornati più, quando, un giorno, la vedetta tornò gridando a squarciagola.

<<Gli Elfi! Gli Elfi ci attaccano!>>

Sutrak impugnò la spada e si rivolse ai compagni.

<<Alle caverne! Presto!>>

Gli Orchi si affrettarono a raggiungere le caverne, dove avrebbero dato il via all’imboscata.

 

 

Gli Elfi entrarono nel villaggio in groppa a candidi destrieri. Per la prima volta, in tanti anni, non trovarono nessuno. Sembrava che il villaggio fosse stato abbandonato. Si diressero verso la miniera, dove ritenevano che gli Orchi potessero essersi nascosti, sperando di non essere visti. I cavalli bianchi procedevano elegantemente, mentre i loro cavalieri si guardavano intorno, in cerca di qualche movimento.

<<Ora!>> Urlò Sutrak.

Gli orchi scagliarono con tutta la forza che avevano in corpo un nugolo di forconi e lance improvvisate. Almeno in dieci caddero, morti, al suolo.

Furiosi, gli Elfi spronarono i cavalli e si lanciarono al galoppo, su per il fianco della montagna, scagliando frecce.

<<Alzate gli scudi!>> ordinò Sutrak.

Gli Orchi ubbidirono all’istante. Tutti dardi elfici vennero bloccati, senza procurare alcun danno.

<<Le rocce!>>

I guerrieri spinsero i blocchi di marmo nero verso gli attaccanti. I blocchi rotolarono velocemente verso le truppe avversarie, travolgendo chiunque si trovasse sulla loro strada. In molti morirono schiacciati dal peso dei monoliti, e quasi tutti i cavalli furono azzoppati.

<<Carica!>>

Sutrak si lanciò giù per il fianco della montagna, seguito da più di mille Orchi. Un’orda nera si abbattè sulle truppe elfiche rinforzata dall’ira e dalla cieca disperazione.

A lungo, si combattè. In netta inferiorità numerica e indeboliti dalle trappole, gli Elfi non poterono che desistere e tentare la fuga. Soltanto alcuni cavalieri i cui destrieri erano rimasti sani riuscirono a far ritorno alla foresta dell’Est. Gli altri furono fatti prigionieri.

Molti sostengono che siano stati divorati vivi, ma, personalmente, sia soltanto una leggenda volta a screditare il miglior esercito di Eriador. È più probabile che siano stati scambiati con gli schiavi, prigionieri nelle miniere elfiche.

Certo è che, da quel giorno, nessun Elfo mise più piede nella valle di Huruk, se non invitato.

Sutrak divenne Gran Generale (massima carica della società orchesca) e cambiò radicalmente l’organizzazione del suo popolo. Da umili lavoratori, operosi come formiche, divennero i feroci guerrieri di cui tutti, almeno una volta nella vita, abbiamo sentito parlare. Venne introdotto un principio famoso in tutto il continente come “legge del più forte”. In poche parole, prevedeva l’assegnazione di tutte le cariche governative, per mezzo di duelli simulati. Anche se ciò può sembrare incivile, bisogna tenere conto che si tratta di uno stato militare. Sempre meglio della Repubblica di Armageddon, dove, nonostante la democrazia la corruzione regna sovrana, e le cariche istituzionali vengono assegnate solo per raccomandazione.

Ad oggi, gli Orchi sono impegnati in un conflitto contro i Nani e gli Gnomi, che va avanti da generazioni, al fianco di Goblin e Trogloditi, non per motivi economici, ne per solidarietà alla causa, ma per il solo gusto di combattere.

Così dei poveri contadini e minatori si opposero ai soprusi di uno dei popoli più antichi del nostro continente, dando un’importante lezione a tutti noi: se si è determinati, si può superare qualsiasi ostacolo, per quanto incredibile possa sembrare.

Max Meli

da http://raccontifantasy.myblog.it/

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