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inedito - “LE RIVELAZIONI DI SISMO” di Francesco Liberti

Quel gran frastuono di esseri soprannaturali e invisibili, non si confondeva con la tranquilla sensazione di pace che emanava dalle villette site lungo via Roll.
C’era una presenza costante di qualcosa di indecifrabile che si avvertiva fra i fiori, le panche di quelle case che si affacciavano sui bordi del marciapiede.
Era proprio lungo quelle villette che Sismo si sentiva avvicinato da percezioni che gli donavano un senso di pace.

Alberi parlanti, con rami che parevano braccia si innalzavano verso il cielo, raggi di luce che fuoriuscivano dalla corazzata delle nuvole facevano innalzare rivoli di fiori, il cui colore acceso rimaneva ben impresso in chi li osservava.
Quelle rose rosse diafane che sorgevano sui davanzali, nelle piante, nei giardini incolti o curati con dovizia dal fluire del tempo, talvolta sparivano e ricomparivano ore dopo, come se partacipassero a uno strano gioco.
Sismo girava fra le strade della sua città e gli capitava di ascoltare soprattutto di notte: languide voci femminili che si alternavano in coro come se stessero facendo una danza, un sortilegio antico o uno strano rituale.
Quel via vai di esseri fatto di donne dai capelli lunghi, disordinati e scuri come la cenere, aveva l’effetto di ripopolare le strade, diffondere suoni nelle tranquille notti cittadine.
Fuochi grandi e piccoli sgorgavano fuori dal nulla.
Era allora che le rose site nei giardini incolti delle villette, essendo sparite poc’anzi nel nulla adesso ricomparivano, come testimoni di un gioco assai creativo.
E più si muovevano quelle donne agitando nell’aria tutta le loro mani dalle dita lunghe e affilate e i loro sguardi che consistevano di un vortice di luce elicoidale, più le rose diventavano splendenti e luminose.
Capitava l’inverso quando i canti, i passi e le voci diminuivano e allora le rose diafane sparivano.
Sismo rasentava quelle villette col suo passo felpato che  parevano abitate da nessuno, con la sua flemma mista a una grande capacità di osservazione.
Lì, prorpio nel centro della città, c’era un’altra atmosfera e forse un altro mondo sospeso a quello terreno, una dimensione dove si rivelavano fenomeni straordinari che si rappresentavano fra gli alberi parlanti e i giardini incolti delle villette site lungo via Roll.
Sismo era rapito da quelle realtà, dai movimenti di quegli esseri sì affascinanti.
Gli capitava di cogliere fra le mani una rosa e che poco dopo quella rosa gli sparisse fra le mani.
Non capiva talvolta perché si trovasse lì oramai quasi ogni sera.
Non era mai entrato dentro quelle villette dall’aria sì funesta, ma che erano protettive in un mondo che perdeva velocemente le sue maschere e le sue umane esperienze.
Sismo vestiva con un abito piumato color rosso, i cui laccetti che si annidavano alla buona sotto il mento scolpito, gli donavano un aspetto simpatico, forse brillante.
Quando camminava per le strade pareva un personaggio di altre epoche, di altri mondi.
Quell’abito rosso e grazioso aderente al suo corpicino, unito al suo sguardo stralunato, alle sue moine cavalleresche e alla sua attenzione che veniva rapita da fenomeni luminosi e occulti, né facevano il ritratto d’un essere particolare.
Aveva un flauto di legno che suo padre quand’era piccolo gli regalò portandoglielo dalla cittadina di Florien.
Questo strumento musicale costruito con legno proveniente da querce millenarie e da abeti curativi sorti nei boschi, possedeva una gran sensibilità musicale.
Una volta suonatolo, il flauto era in grado di materializzare sagome scure, celestiali disegni, strade di un paesaggio che comparivano dal nulla o personaggi venuti fuori da altre epoche.
Nel momento in cui scorgeva il canto di quelle donne vestite tutte con abiti lacerati e sottili, Sismo veniva rapito da un impulso che lui soleva chiamare: “L’impulso musicale!”
Si metteva a suonare una melodia e due rose gli comparivano sul viso.
E solo quando cacciava fuori dalle sue labbra il repentino fluire delle note musicali, disperdendo nell’aria tutta un suono dolce e sottile, gli diventava comprensibile il canto delle donne che cantavano una strana nenia:

“Fa che solo si disperda nella notte,
quell’inno, quel canto clandestino
che sparir le rose fa!

Prendendo vital fiato
da quel flauto musicale,
che le colora d’un rosso appassionato e
le rose comparir rifà!”

Strano a dirsi, voci di esseri infernali, canti o rituali di donne appassionate e stregonesche, si univano alle note del flauto di Sismo proprio dinanzi alle villette ove non passava mai nessuno.
“Una rosa diafana compariva fra i piedi di Sismo.
Una rosa rossa scompariva dai bordi della strada!”

Ma il bello era che Sismo durante le sue rappresentazioni musicali posasse il suo flauto di legno sopra i bordi di un davanzale di una finestra.
E allora univa i suoi ginocchi e faceva in modo di stringere fra le sue mani un flauto invisibile che emetteva un suono più musicale.
A chi lo avesse visto dimenarsi, non sarebbe sembrato vero che l’aria tutta, il movimento delle sue mani, la voce appassionata di uno strumento musicale per occhi umani davvero invisibile, si sarebbero uniti in quella melodia che aveva qualcosa di suggestivo e forse di ben radicato nell’umana esperienza.
Un soffio di vento tempestivo e impetuoso lo sollevava più di un metro da terra in modo che Sismo  potesse vedere gli alberi parlanti dalla stessa altezza e un formicolio di voci assordanti, ma con frequenze di ritmo continue lo carezzava facendogli un gran solletico.
Sismo era lì per quelle donne che inscenavano una danza propizia.
C’era aria di guerra nell’aria e forse di grandi eventi.
Strano a dirsi che simili eventi si realizzassero accanto a strade normali, dove non pareva vero che potessero esistere simili fenomeni.
Le donne dagli abiti stracciati e dai piedi scalzi che toccavano una sola volta il terreno formavano coi loro corpi uno strano cerchio.
All’interno di questo cordone si trovava una piccola bambina sollevata dal canto di tali esseri e dal ritmico suono dei loro battiti di mano.
Le villette incontaminate che emanavano un senso di quiete e di appagamento per l’animo erano lo sfondo ideale per questa parodia stregonesca.
Raggi di luce illuminavano la piccola bambina che ripeteva gli stessi gesti delle donne dai capelli neri come la cenere e aventi abiti lacerati.
Quando quegli esseri si strinsero fra le mani formando due tipi di cerchio, il primo più corto e il secondo molto più largo, quelle donne danzanti si alzarono da terra e scomparvero lasciando sola la bambina che parve addomesticare il suo sguardo nel vuoto.
Una musica suonata da strumenti invisibili si poteva ascoltare ovunque, lungo la strada, fra i giardini incolti delle villette forse non abitate da anima umana, sotto la penombra degli alberi parlanti.
Sismo smetteva di suonare aria dentro la bocca del suo flauto invisibile e si muoveva come un satiro che stesse partecipando a uno spettacolo o a una grossa scena animata a un tempo dalle forze dell’uomo e dalle forze della Natura.
Quella scia di luce a forma elicoidale che sorgeva negli occhi di quelle donne comparve all’improvviso e illuminò d’immenso quella notte non comune.

Pareva quasi che sprofondasse il terreno.
E che arcani mondi si riaprissero alla conoscenza umana.
Realtà parallele, mondi forse non ammissibili al sol uso della ragione che erano un collante con le umane  esperienze.
Sismo non smetteva un istante di osservare la bambina prodigiosa che apriva le sue mani spalancando porte chiuse da migliaia di anni, facendo volare in un sol battito gli uccelli della notte.
Questa piccola fanciulla con il volto già di donna e una forte impressione che proiettava su chi la osservasse ripeteva la veggenza:
“Fummo qui per risvegliar tutti,
per aprir porte segrete,
seppur scambiati per impostori,
portatori di perigli e di sì fausti segnali,
di risvegliar la Natura
serbammo il desìo!”.
Le notti di Sismo erano quest’odissea di visioni fuori dal comune, e di realtà che parevano sogni, ma che sogni non lo erano.
I cortili delle villette site lungo via Roll erano forse la scenografia ideale per questa catena di eventi e gli animali raccolti sugli alberi si trasformavano in spettatori assai diversi.
E pensare che quando di giorno la gente osservava il passare di Sismo, nessuno ne coglieva l’aspetto di veggente, di raccoglitore di eventi passati, di testimone di esseri soprannaturali.
Anzi destava il riso della gente il fluire ondulato del suo corpo e quell’aria severa e scherzosa, da pargolo, da monello, da dandy, che aveva impresso sul suo viso e che forse erano una maschera o chissà forse il suo destino.
Che suonasse il suo flauto di legno di quercia o che soffiasse dentro la bocca musicale di quell’altro flauto, quello invisibile, Sismo aveva il dono di entrare in contatto con mondi diversi, con realtà parallele.
Aveva solo bisogno della musica e dell’energia che gli attraversavano le membra e si sentiva un viaggiatore che non temeva la straordinarietà di scoperte che avrebbero disorientato chiunque.

Anche quella notte che venne, Sismo si trovò al solito posto.
La dinamica era quella della sera precedente e anche il rituale delle apparizioni di queste donne stregonesche.
Quella sera, quelle donne dall’espressione a un tempo assorta e funesta, comunicarono segnali precisi alla bambina prodigiosa.
“Fa che a tutti giunga il tuo nome,
se l’eco della notte voglia la tua forza serbar!”.
Mille tane di animali raccolti sotto le caverne, distanti parecchie miglia dalla superficie terrestre, fecero uscire i loro abitanti.
Altri esseri giunti dal sottosuolo si radunarono accanto alle donne dai capelli lunghi, la bambina che era al centro del raduno crebbe d’un sol fiato e il suo crescere le lacerò i vestiti e i suoi capelli divennero lunghi e spettinati e le sue unghie appuntite e lucenti.

“Eccolo il gran raduno!”-Disse fra sé Sismo.
“Sceglierei di chiamarli divini questi astanti, spettatori attenti, che non si perdono un segnale di quanto stia accadendo!”.
Ricomparvero i due cerchi delle donne stregonesche.
Nel primo, tal donne, radunatesi tutte assieme come fossero una sol forza, parvero formare la sagoma di un volatile dalle ali non dispiegate.
Nel secondo, scivolando fra le vesti lacerate e riscaldate dalla luce intensa che serbavano nei loro occhi, quelle creature ben disposte verso il tempo, raccolte, radunate, assunsero la forma di un animale dalle ali dispiegate.
Eccolo il segnale: “Sismo suonò con foga ambedue i flauti!”.
Si sentiva ben ispirato.
Dal primo, quello visibile, emanò una musica sottile, un inno simile a una marcetta militare che venne cantato a tempo da tutti in coro!
Ben assorto fra le note del secondo flauto, Sismo nel pieno del candore del suo abito di piume rosso, coi laccetti che gli rasentavano il collo, accompagnò i passi e gli sguardi di quanti erano accorsi al raduno, mentre un vento improvviso calò sulla gran folla sostenuta da forze accanite e misteriose:

“Dì a tutti il nome tuo!”.
“Piccola profetessa a cui
nessuno si rifiuti di aprire
il suo animo e giammai
di serbar biasimo!”.
 

La bambina divenuta donna, coi capelli avvolti nel retro della schiena, lo sguardo lucente, le unghie affilate, il corpo snodabile, ricevuto il segnale dalle donne che le sfiorarono il viso e che nel nulla scomparvero disse:

“Fatua fu il mio nome!
Ebbi giusto il tempo per ascoltar gli spiriti,
le anime, i corpi astrali e di radunarli accanto,
avvolti sotto l’egida d’un mio segnale!”.
Mi dissero fa come se fosse tutto in tuo potere!
Mi chiesero di battere le mani, di dar più segnali!
Ove non vi sia più tempo di far questo,
scomparite, unitevi ai passi, ai raggi sparsi
sulla terra, ai segnali, ai sorrisi,
entrate ove non passi più tempo,
e se sia opportuno fate chiarimenti,
se sia lecito rammentate che è in vostro potere
usare il nome di Fatua!”.

Lasciarono orme profonde nel terreno: ombre, presenze,
fasci di luce radunate a frotte e donne stregonesche.
Non si vide volar più niente, né si ascoltò più alcuna voce.
“Sismo si ritrovò soltanto una rosa rossa che gli apparve
dinanzi agli occhi e che poi gli scomparì fra le mani!”.

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