inedito - “Spirito intelligente” di Francesco Liberti
UNA CANZONETTA
Renda il nostro Cavaliere
Cavaliera anche te,
se ti faccia affè contenta
di sognar le tue fortune,
a me restano sventure
di serbare intatto il core
che non cela la ruina.
Se ti rendo lieto il tempo,
se di me ti sei scordata
io t’appello:
“Briccolaccia,
sei tu ancor la mia Zerlina
che mi chiama ancor Masetto,
che s’ inventa quel coretto concitato
che serba intatto le paure
in un core affaticato.
Si mo’gliene canto quattro,
ma non si può col gran signore,
che s’inventa strepitose feste,
che ordina vini e confetti,
e che fa cantare al suo servo Leporello
inni battaglieri che fan servile
il concitato intento.
Senti qua Zerlina
mi favella l’animo di stenti,
non posso altresì replicar
e gli dico al cavaliere:
me lo dice la bontà
che volete aver per me
che non conosce la pietà.
Fosti l’onere mio,
ma anche la mia sventura,
Leporello mi richiama al mio dovere,
debboti lasciar sola e non abbandonata,
gliene canto con foga quattro al gran signore,
a te ne canto una soltanto:
“Renda il nostro Cavaliere
Cavaliera anche te!”.
LA LISTA
Han pronta la testasì che il buon vino è servitoè di una gran festa, baldoria
che si debba parlar.
Se scorgi per strada
qualche fanciulla signora,
nei fai un gesto,
la rechi al balletto
come fosse una danza
con te debba tutte portar.
Chi balla da sola
chi s’unisce alla festa
c’è un gran ballo corale,
un minuetto
o Mio Leporello
falle tutte ballar.
E io manco a dirlo
adopero il gesto
avendo fatto
al Commendatore l’oltraggio
lo scherno,
e da signore
adopero il canto
io vò amoreggiar.
Al mio fido Leporello:
non trarmi in inganno,
questo è il mio vanto
d’una ventina la lista
devi aumentar.
L’ONESTA’E’aperta a tutti quanti:viva: “La Libertà!”,
se siam pronti di
festeggiar,
se spalanchiam i cancelli
e far sentire signori
i contadini,
sì che la festa è servita,
e il mio dono
l’offro a tutti, proprio a tutte!
Tanto il plebeo
nell’animo ha scalfito
il suo motto di stirpe:
“La nobiltà ha dipinta
negli occhi l’onesta!”.
Simulate, schernite,
ballate,
adoprate il ballo,
non abbandonate il gusto,
v’ho riunite tre orchestre
che ne sembrano una
e se canto in falsetto e
per benedire il vespro,
che mai fu sì atteso.
Posso continuar
fino a notte tarda,
fin quando vogl’io
scelgo il gran raduno,
la gran festa e
punto gli occhi
sulla contadina,
faccio recitato canto
e la chiamo ancor
Zerlina.
Venite pur con me
nella terra
ove il tempo non conosce
la pietà,
ove è lecito perire
per Elvira e
mi stuzzica
provocare l’ira
di Masetto.
E’aperta a tutti
quanti,
fo’seguire il piano,
Leporello tiene in
pugno il bel Masetto,
Don Ottavio attonito mi guarda,
mi ripugna
se Donn’Anna si risente
di mancare:
“Ho scritto dappertutto
seguitate a cantare,
è pazza amici miei!”.
Mi scivola via
la bella Zerlina
ha il volto sconvolto,
i capelli scivolano via
e tiene ancora
a cuore il suo congiunto.
Nella festa ove
Musica non scorre,
tutti l’empio perseguono
soccorrendo l’innocente,
mentre grida e ismanie
riempono i canti
disperdendo gente.
NON SO PIU’COSA SON, COSA FACCIO
Se rigiro le stanzecoi piè ben piantati per terrami turba un grido, un richiamo,
e se porgere
so far dell’oltraggio
la mia canzone
la canto nell’aria, all’istante:
“Non son più cosa son,
cosa faccio!”.
Rossastro il mio viso,
sopra un corpo che
s’apre a ventaglio
do fuor dell’aspetto
un’aria spavalda, sicura,
ma se il cuore mi batte
mi invade spavalda paura.
Mi diletta seguir Barbarina,
adulare il conte e i soprusi,
seguitar a lodar brava gente,
se contadine mi fanno
un gran garbo, un segnale
divento di foco, di ghiaccio,
rimembro le stanze il palazzo.
Quel fiore che donne
consegnano al conte,
mentre io movo d’astuzia
e dietro arazzi o per terra,
palpito, tremo e
fo’ palpitar.
Mi alzo come da terra
portato da venti,
scaldato dal foco,
agisco come un monello
mi chiamano il paggio
e tengo più a cuore la vita
il ristoro.
Mi diletta ai nomi d’amor
seguitando levitare
da terra
come fossi un accento
una musica che
s’ode o non s’ode da tempo,
non ho più quei piedi
ben piantati per terra,
e se mi scoprono
rischio o perdo
quel bel viso
sui campi da guerra
che non saprebbe
per giunta durar.
Vegliando quel grido
notturno,
sognando i miei monti
ruscelli, rumorosi e
silenti
scortato da sogni
dal tempo
porto via l’amore con me.
GIUNCATA COME UNA ROSA
Là ci troverem assiemea scrutar silenzie conceder ristoro
con parole che se
li intende altri non
sono più straniere,
adorerò le membra
ti cingerò con le mie mani
il collo
e congiunta come
una rosa parmi
tutta giuncata,
sì che quel viso
non cessa di parmi gentile.
Ti concedo i miei castelli
e il maniero che già t’annoia,
sì che m’invento un gioco
che sa trarre in inganno
chi non ne capisce il concitato segno.
Vedi lì oltre quel giardino
quel casotto senza
schiere di soldati che
non smette di sembrarti
una fortezza,
lì giuncata come una rosa,
proprio lì mi dirai di si.
Non è lontano quel
punto
se ti chiedo di partir
e sposarmi allegra,
bella contadina
son sicuro che sei fiera
se ti chiamo ancor Zerlina
se ti cingo il capo con odorose foglie,
se cangiar la tua sorte
volli più del mio ben che più non rimembro.
L’EPILOGOIn lieto giorno di successi,di amorosi scherzi
e di rivolte,
s’è conclusa lietamente
storia allegra
che tutti ha preso
seco portar.
C’è ristoro e c’è ruina,
c’è allegrezza e chiarimenti,
tutti trovansi fratelli
c’è un’intesa fatta ad arte
se intendi l’opra puoi adoprar.
Ne hanno visti di scossoni
cor spezzati, doppi sensi
quelle nozze tanto attese
in cui Figaro cercava
il ristoro con Susanna
e poi il perdono,
per sfuggir alle maligne facce
che potevan specular.
Or che l’opera è finita,
tutti cercano festosi
aperte braccia, facce allegre,
mi sa tanto che è finita
la tenzone,
ma di finzione non c’è traccia,
s’apre il proscenio della vita
e tutti corron a seguitar.
Eccolo il dono delle Nozze,
tra Figaro conteso e il conte d’Almaviva,
tra Susannetta e la contessa,
tra Marcellina e Barbarina,
son maschere queste,
anzi son pretesti
per portar via la vita stessa
nel desìo di Mozart, nelle naturali gesta.
CON AMOROSE FORZELe cinse il capoe poi le sue stesse mani,
penso fra sé:
“Questi son segnali battaglieri
e chi non ne fa preda
ne rimane ostaggio!”.
La prese
con lo stucchevole inganno:
“Sentirsi contadina e
gran signora
fa dell’ode stessa quasi
uno scherno,
se chiunque sogni di possedere
il tempo
e di catturarne il vanesio segno,
restante eterno!”.
Quei due corpi
scorrendo ovunque
divorando il tempo,
l’empio Don Giovanni
tiene ferma la Zerlina
s’illude che senza di lui
ella non possa più restar,
se colmato il canto,
vien sopito
di falsetto, di petto,
di gran fiato
quel “Andiam mio bene,
a ristorar le pene
di un’innocente amor!”.
Pochi pensano che
finita sia la scena
la musica faccia sconquasso
e la marcetta dell’inganno lasci tutti star,
son molti a stringer quelle mani
adunati in canti con amorose forze.
DON GIOVANNI NAPOLETANOISPIRATO ALLA VITA E ALL’ARTE DI LUIGI TOMASSI
Tutto il borgo antico e novo di via Petrarcaè spettator cortese delle sue gesta d’amore,
delle sue goliardiche imprese,
Don Giovanni,
ogni via, ogni contrada,
ogni casa onesta di regnanti
è tesimon delle tue cavalleresche
imprese.
Signorine, Madame e Signorotte,
dal mio dettato di vita
ho già preso a buon servizio
l’elenco, la storia,
l’intreccio, la trama,
che mi porta alla mia brama,
che mi porta alla mia bella,
che mi cagiona dalle pene e
ai posteri mi consegna,
mi consiglia all’ascolto
della citazione del mio fido
servo Libertello,
che mi ossequia, mi fa il vanto,
e io lo scambio per il verso,
cataloga le mie imprese
e guardate, osservate tutte,
leggete con me:
“N’ebbi in dono
più d’una e men che un
migliaio,
nella contrada di via Cilea
di amanti ne ebbi almen
cento e cinquanta,
nel Borgo antico di Via Petrarca
duecento e trentuna,
cento nella Reggia di Piazza dei Martiri
e nel Feudo del Vomero novantuna,
ma in Ispagna
son già mille e tre.
Van fra queste:
colombine, attricette,
contadine, marchesine e
principesse, cittadine e
baronesse,
e poi al seguito
all’occorrenza brama
ancor regnanti, contesse,
dottoresse, canterine e
ballerine e viscontesse,
e v’han con lui
a tarda sera
giovinette e signorotte,
caste dive e donne
di comprovata virtù.
Insomma,
Don Giovanni Napoletano
brama e rassicura
col suo fare libertino
donne d’ogni forma, d’ogni grado e
d’ogni età.
Io che son Libertello,
servitore gentile,
esperto nella canzone,
nell’arte della divinazione,
canto con gioia
che Don Giovanni Napoletano
brama:
nel Dottore la forza,
in Donna Berta l’usanza,
nelle libertine la smania,
nella formosa la dolcezza,
nella candida la sostanza,
nella svelta la destrezza,
nella calma la costanza,
nell’attempata l’esperienza,
nella straniera il notte e dì,
nelle signore il garbo,
nelle giovinastre il tatto,
nelle rosse il riserbo,
nelle bionde il gran ossequio.
Ma Don Giovanni Napoletano,
parola di Libertello e tosto
gli porto il catalogo
per ascrivere le sue imprese,
vuol d’inverno per scaldarsi
la matrona e d’estate fomenta
la giovenca,
si serve a pranzo della maestosa,
istruisce l’inesperta,
decanta cavalleresche imprese,
e dinanzi ai commensali
tutti mangiano seduti,
e io Libertello resto
in piedi:
“Per me niente?
Sua eccellenza?
Questa è la solita storia!
E il motivo lo conosco
putroppo!”.
E Don Giovanni
non declina mai l’invito
quando la piccina
gli è ogni or vezzosa!”.
“Don Giovanni Napoletano!”.
“E si!”.
Gran Cerimoniere
che fa impresa delle vecchie
e trova vanto di porre
attempate e giovinastre
nel piacer di porle in lista,
suo vezzo pressante
è senza dubbio
la giovin principiante.
A tal fine
debbo per la felice istoria
rammentare che il padron
non si turba se la sua donna
sia ricca, risoluta,
casta, o libertina,
povera o illusa,
perché a tratti
la consola nei suoi inganni e
parola di Libertello,
voi tutti or sapete
con le belle quel che fa.
SONETTO DI LUCA TONI
E’un campione battagliero
che scavalcar i confini sa
col sorriso un po’ furbetto
gioca, esalta e accontentar sa.
Tutto per un guizzo da campione,
si ferma il mondo
e le genti unire sa,
si consola, segna, esulta,
e fa col gesto della mano
tutta degna l’esultanza d’un mondiale
appena vinto, e son gesta
d’un campione allegro e vivo
che felici tutti fa.
Se lo schieri nella squadra
sei sicuro che fomenta
il goal sicuro,
tutto per quel repentino
movimento,
che per terra si ripete,
mentre filtra fra i sogni
della gente:
il gran sogno,
il felice accadimento,
che quest’entusiasmo
si diffonda nei paesi,
sulla terra, nel mondo intero,
e quel goal come felice
intesa coi compagni
tempo non perda.
Luca Toni, il campione,
la stella, il firmamento
che usa il goal
come Minuetto,
che tutti fa sognare
quando lo sport si sposa
con la vita,
e l’entusiasmo si ripete
come fosse eterna
la partita.
DONNA ELVIRA
La tradì qell’alma ingratase per forza aliena oamareggiata,
si consola dei suoi giorni:
“Se prova ancor per lui pietà!”.
Sente un’ira clandestina
che non centra col coraggio,
che non intacca la virtù,
e se il cor favella e
oltraggia,
sente il suo ardimento,
gusta la prova del cimento.
Se l’avete perseguita
o abbandonata,
questo raro esempio
di come la speranza
tenga in vita:
‘O Dei soccorrete
l’innocente,
che non recita, non canta,
se Don Giovanni non istilla
la sua fede,
la speranza,
di portarla ancora in grembo
come fosse invasa dal suo scherno.
DEH! VIENI ALLA FINESTRA
Colse nella sua Serenataun nonsochè di inatteso,Don Giovanni trovatore e
fine cantore da un lato,
e dall’altra,
colei a cui è rivolto
il sottile canto,
certa che l’ora del tempo
l’abbia appena lasciata.
Don Giovanni,
canta come colui che il core
abbia ancora illibato,
pronto a far vanto delle sue dimostranze,
certo che voglia cibarsi dello zucchero
che l’amata porta nel core.
Non c’è modernità più antica
di questa Serenata
che s’appella: “Deh! Vieni alla finestra”,
dove l’empio fa dondolare il suo mandolino
come se tenesse in grembo
un fanciullo,
che anziché di cappa e spada,
ha le ali dispiegate,
e pronto è a schioccar
dell’amor le frecce.
VOI CHE SAPETEQuel Cherubinoche sposa il diletto
tra il merto
dal lodare la farsa,
ma v’è un criterio
che trae il suo argomento
da non ritrarre l’amore o
il riserbo.
Quel che lui prova
quando gli si infiamma
il volto, la gola,
è un senso di gioia, di allegrezza sfrenata,
e quando usa il solfeggio d’amore,
lo fa con gran zelo,
con garbo,
come se fosse una preda.
Sente e riprova
quell’affetto pien di desir
che ora è diletto, che ora è martir.
Voi che sapete
di che passion è vestito
quando riparte
con la sua foga innocente,
capite le scuse che da pargolo cerca
quando nasconde il piacere o l’affanno.
O’ STATUA GENTILISSIMAE’amor fraterno che moveil servitore a non cantare il suo
la sorte del padrone,
a non schernirlo e amareggiarlo,
ma a serbare la sua attenzione,
a chiamarlo ancora in vita
quando è in arrivo un simile periglio.
Leporello
ha sempre in core
Don Giovanni,
anche quando l’ultimo manda
avanti il servitore e gli dice:
“Va! Vedi quella statua!
E’il Commendatore!
Invitalo pure al Convitato!”.
C’è l’amor e non il compianto
che move il servitor a
cantare a Don Giovanni,
di muoversi, di partire,
prima che il tempo o
chicchessia,
gli abbia tolto il fiato
per cantar parole,
o soltanto la forza
per moversi appena.
AMADEUS
Sottrasse alla vita stessail suo sembiantee catturò tutto il fluire del
tempo fra le sue mani musicali:
paesaggi austriaci, musiche popolari,
contadini festosi,
che sedevano senza posa
sul trono del Dio dell’Amore.
Mozart bambino,
poi quando tutti lo cercano,
il Mozart diviene adulto,
sì che il dono aveva
di rivelare rimembranze e
allora il vanto d’una sonata
o una fuga in re minore,
odorava dei boschi silenti e
delle nevi, dei mari e dei fonti,
e Cherubino nelle Nozze di Figaro
era Mozart stesso, il suo ritratto,
che al suon dei vari accenti
musica ascoltava uscire fuor da sé.
Quando scende la notte,
e il silenzio della musica è aura,
è incanto, Susanna, la Natura
e tutto ciò che fuori tace e in cor risplende.
SERENATA DI DON GIOVANNI
Non c’è più schernonella sua canzonetta d’amore,non c’è più screzio
che dipani il senso della storia.
Quel mandolino su cui recita
i versi d’amore,
quel canto fatto di brevi
sussulti, quella mano
sottile al petto attaccata,
serenata di Don Giovanni
ne fanno,
sì che non si parli più
di bravate e di epiteto
libertino,
ma di frasi spezzate,
di stenti e di vere
prove d’amore.
Tramonta perfino
il Secolo dei Lumi,
è come se l’opera
in sen si calmasse,
non c’è qualcosa
di pensato nella mandolinata,
ma come tutto un risveglio,
un darsi,
perfino don Giovanni
piace se pare più umano.
Ripenso a quel cappello elegante,
a quel manto,
quel movimento virtuoso,
l’empio le dice
di affacciarsi alla finestra e
non gli viene altra cosa
in mente che chiamarla:
“Lasciati almen vedere
o bell’amore!”.
L’ORGANETTOMi risuona in testa un motivo,mi par musica di un organetto,
ma non vedo musica, né musicante,
se d’ira necessita il core a ogni istante.
E’una musica mistica di tempi andati
e con mistica non biasimo la liturgica attesa,
con prelati e uffiziali d’ogni pretesa,
che attendono, pretendono il preludio o la sera.
Ricanto il motivo celeste,
e in terra mi ritrovo,
forse ciò che vedo
ha della notte il vanto,
il carisma del solstizio d’estate,
il suono del flauto dei bei satiri andati,
la voce, il tempo degli spettacoli antichi.
Mi ritrovo piumato,
come un uccello antico
con grosse zampe cammino
e mi rigiro verso chi mi ha chiamato,
un toccamento, un respiro,
ho visto il tempo
che l’opera m’ha raccontato.
LE NOZZE DI FIGAROSon tutti a festa vestiti,spargono fiori e camminano
lieti,
si che un gran dono ricevono e
danno,
obbedienti allargano braccia,
si dispongono a cerchio,
sì che il padron non si perde
un granchè.
C’è nelle Nozze che portano
il nome di Figaro,
un sentimento,
innato,
innocente,
che fa della storia
un gioco o una farsa,
in cui tutti i nodi
vengono al capo
e non c’è dolo alcuno
in tale contesto,
ma una gioia che si sposa
al pretesto di rendere
il mondo a Mozart più degno.
Si rincorrono
bendati o ridenti,
quei contadini che non
simulano il pianto,
che allettano il riso,
che fanno a cattivo gioco
buon viso.
Si schierano dinanzi al conte,
sovvengono in cor di cantar
canzonetta:
“Di protezion il core è sì degno,
da serbar tale candor!”.
Mi rammentano quei contadini
il lungo passar di Cherubino,
dalla vita al pianto,
dal sorriso al gesto,
che tosto rosso gli fa il viso
e con gran foga amore gli fa respirar.
C’è fra questa gente
come un’alma antica
che discende come eco
dai mari e dai monti,
dai fiori e dai fonti
e che rende del giorno
sì lieto il passar.
ITALICA GIOVINETTA
Italica giovinetta,si ritrae dalla vitae si getta nei fasti
di un uomo di mare,
che con sé la portò,
e tra i soavi flutti marini
la bramò,
un pensier gli sovvenne:
“La vendo in un harem!”.
Proprio lì in quel momento,
c’era una tempesta che si agitava
nelle sue rimembranze:
“E di me che sarà?”.
Ma adesso, strana è la sorte,
costei è felice, è appagata:
“Mi trattano come se
fossi una regina”- dice:
“Sono pur sempre italiana!”.
A 16 anni,
la favorita sono
di un ricco signore,
e se un maschietto gli darò
fortuna sarà fatta per me!
Ma un senso di freddo le invade
il petto, il mento, la gola:
“So che mi trattano con
molto onore, riguardo,
ma sono cattolica e
da italica credo nel buon Gesù!”.
Il mio maschietto
lo allatto, lo tiro su
con la mia tradizione,
in un harem di gioia e
virtù, insegnerò a mio figlio
la mia religione.
Se sono lieta
di serbare in grembo
un sì lieto evento,
da italica fui sposa
proventa di un ricco orientale,
ma temo che paese straniero
fermare voglia
le mie buone intenzioni.
Sappiate che se fuori
ben nascondo i miei sentimenti,
dentro il mio cuore
conservo i miei stenti.
Queste essenze
di fiori, di piante orientali,
queste striscioline
di carta garbata,
graziosa, profumata,
brucerete voi tutti
in onor del buon Gesù,
lo faccio per il bene
di mio figlio, del mio bene diletto.
E un ultima mi resta da dirvi:
“Non cercatemi,
io sono felice!”.
IL MESSAGGIO DEL FARAONEColtivai nel grano enell’amore il mio nome,
nella valli infinite
dove l’occhio si spoglia,
avevo il Nilo come padre
divino, che mi cantava
il suo nome, la stirpe,
il significato del Dio
delle messi.
Non c’era guerra,
rancore in tutto il mio regno,
ma un senso di pace e
di quiete e la fratellanza
non era cosa sbiadita.
Tutti i popoli,
tutte le genti
parlavan di me.
Un giorno,
un dardo velenoso
mi colpì nel petto,
e fu il tradimento
come evento improvviso
che mi strappa alle mie genti,
al mio canto.
Figlio mio ho da mostarti
qualche scorcio di tempo.
Un giorno ti sveglierai
con qualcosa sul capo,
dimentica ogni fratellanza,
il popolo ti apprezza
se ti teme in cuor suo.
Non fargli carezze
a questo mostro
fatto di genti,
è pur sempre pronto
a voltarti la faccia,
non ti illudere
di avere fratelli che in te
condividano il canto
del Dio delle messi.
Sorveglia il tuo cuore,
sì la sentinella che custodisce
il sonno e il sì dolce risveglio,
per dare una carezza
devi prima scagliare
quel colpo crudele.
che per primo t’ha offeso.
Non aprir quel cuore
a una donna,
perché potrà un giorno
cantare le gesta
di chi ti ha tradito
per poco o per nulla.
Abbi fiducia solo in te stesso,
e apri il tuo risveglio
alla donna,
alla madre che in grembo
ha serbato il tuo cuore,
il tuo sangue,
e rimembra
che perfino il padre
come uomo ti ha come
dimenticato.
Figlio mio,
su questa terra cammini
come un sasso
in mezzo al deserto.
IL GIOCOLIERE INDOVINOSono il giocoliere indovinoucciso per una donna,
dovizio nell’arte di divinare,
traggo una goccia
tra i sussulti del divino.
Non getto i miei poteri,
né a terra, né in alcun luogo,
non rigetto la mia vita
che toltami fu da un cortigiano,
italiano,
che serbava in cor rancori
e volle una donna sottrarmi.
Se raccontassi agli uomini
che ho avuto in dono
poteri virtuosi e sovrani,
non mi riterrebbero degno
di quello che dico,
di quello che faccio.
In questa Russia ortodossa
un dardo mi scaglierebbero
contro, dicendo:
“Costui è l’italiano!
Fermatelo! Perché profitta dall’incerto,
dissimula e rende decifrabile
l’arcano!”.
Dico a chi mi ha sottratto
alla vita, al sembiante,
alla mia amante:
“Divino ancora le carte,
i luoghi e gli oggetti,
e non v’è traccia di mal
che al carnefice non si rigetti!”.
I SALOTTI DI ROLC’era odor di festa in queisalotti lusinghieri dove compariva
un po’ di tutto,
c’era una gran forza che serbava
i giochi e le pareti,
un qualcosa di inatteso,
di sovrannaturale,
quello che ti turba e ti sconvolge,
che ci fa capire gli equilibri rotti
a fior di pelle e
i disequilibri che vivono
nel mondo dello spirito e
non della ragione.
Basta un niente
per accendere la fantasia,
posto che la suggestione
abbia i propri limiti e
che l’universo di spiriti e
di fantasmi trovino spazio e
tempo in un battibaleno e
non guardino la regola del biasimo.
Paragoni tutto quello che succede
a un grande evento:
gli apporti, gli asporti,
i salti temporali,
letture automatiche,
carte da gioco che cadono
a terra e si ricompongono da sole.
Quelle rose che sulle tele
comparivano senza che vi fosse
a eseguirle un gran maestro,
erano il preludio di qualcosa
di intangibile, non riconducibile
solo all’opera delle ombre e
dei defunti.
Chiamava Spirito Intelligente,
una forza trascendente
che opera, che ascolta,
che gli oggetti, le piante e
i paesaggi abita,
persuasa entità
a operare ancora in terra,
forza intermittente
che sa dialogare
con tutte le facce
del vivente.
DON GIOVANNIChe strana opera,una storia tragica che viene presa
per comica,
che comincia con un delitto,
un omicidio e
continua con garbo, con canzonette.
Che strana storia,
un’opera dove il servitor
canta al suo padron:
“Che belle gesta, sposar la figlia e
ammazzare il padre!”.
C’è qualcosa di magnetico,
un filo invisibile,
un filone di eventi,
una farsa dove son le donne
a civettar con gli uomini e
non l’inverso.
Per quanto concerne
la logica del servitore,
oserei dire che quando manca il padron,
il primo gli sia ancora più fedele,
diciamo pure che quando Leporello
prende le botte,
ci sia fra di loro
come un accordo, un tacito assenso,
la vittima si confonde col carnefice e
viceversa.
Ma Leporello ha ben inteso
che all’empio impunito
vadano donne
“d’ogni forma, d’ogni età”.
E che il libertino goda
della costanza nella bruna e
della dolcezza nella bionda.
Ma c’è quasi un’incognita
che non lascia serena questa gente
quando gli spiriti vengono in terra
a concertare.
Rimane qualcosa di sopito, quasi un’ombra,
quando Don Giovanni muore e
forse par che risorga,
strana è questa storia,
un’opera buffa, che viene presa per comica,
che comincia con un delitto
e continua con canzonette.
SEMPLICEMENTE MOZARTQuel bimbetto felice,avvolto in un abito di seta rosso fugace,
indossando sul capo
quella parrucca un po’ buffa,
portava con sé
il dono musicale,
che avvolgeva
tutta l’intera esistenza,
violini, sonate,
fughe appassionate
che del maestro Bach
serbavano ancora l’essenza.
Fuori dai vetri
della carrozza,
le nevi, la fatica,
il gelo della notte,
e quel padre Leopoldo
che era ancora più austero
del gelido inverno,
si nascondeva dietro
quello sforzo
il dono di superare se stessi,
e di toccare lo sfarzo
con mano sognante.
Passarono gli anni
dopo i trionfi ecessivi e
stancanti,
il piccolo Mozart
era cresciuto,
non c’era più infante,
non c’era più il riflesso
fugace dell’abito
incantato e sognante.
Il grande Amadeus,
di anni e di fatto
si concedeva delle
femmine il vanto:
“Ov’è il piccolo Mozart?”- A corte
si chiedevano tutti!
Era cresciuto?
E per gioco della sorte
tutti ancora piccolo lo vedevano.
Si avvicinavano i fasti
dell’opera,
gli scontri con Antonio Salieri,
col Monarca,
con la corte viennese
che seguì le sonate,
e Amadeus aveva in mente
qualcosa di grande,
“le Nozze di Figaro”,
un semplice sarto
e di Susanna,
la sua sposa preziosa e
zelante.
LE ROSE DI ROLCambian aspetto in men che non si dicaquei quadri raffiguranti rose
che semplici quadri non sono,
ma porte che s’aprono oltre gli abissi
aperte da demoni che son consiglieri,
le rose compaiono,
diafane, umane, leggiadre e
incantevoli,
avvolte da brughiere e
nubi lusinghiere,
talvolta scompaiono
e più che di miracoli o
fenomeni prodigiosi,
portano impressi i ritmi
e le smanie del tempo,
che sono immerse nel
lento fluire dei giorni e
nell’ansia dei tempi moderni.
Rapito da un segnale sì degno,
chiamo a raccolta i miei spirti,
che non parlano di elegie,
di rime, di codici e segnali
indecifrabili fatti per pochi,
ma gli spiriti mi parlano
sottovoce e mi rivelano
il segreto delle rose di Roll
che segreto non è!
INNOQuesta Italietta che piange i suoi mortimi pare una farsa che cerca i suoi vinti,
se di tempesta la patria fu fatta,
mi guardo un po’ intorno
e “Raccolgo i suoi anfratti!”.
Dov’è che mi trovo?
Se avessi dinanzi i congiunti poeti,
Boccaccio, Petrarca, Virgilio e Dante,
a tutti riuniti racconterei che la storia
è divisa in due parti:
“Quello che la scrive!
“Quello che la piange!”.
Ma c’è odor di farsa in questa odissea,
non del desio di pupi e pupari,
ma di attori cattivi che fanno i pupari,
che scrivono leggi,
che cantano e mangiano,
che scrivono senza neanche sedersi
la storia moderna.
Se c’è ancora un lasso di tempo,
canterei ai poeti di oggi:
“Fate a pezzi i vostri inni e
non chiamate i vostri santi
se è il verso a far ancor la sua parte,
gradirei che questo fosse a
tutti beninteso,
per gridar con zelo
ciò che è vivo,
ciò che è vero,
cio che rimane dell’amor
di patria,
e non vi confondete
con la folla se vestite
la divisa dei pupari!”.
IL MEDIUMDipinge con fogacome rapito da alterni mondi,
da arcani segnali,
sotto l’egida d’un gran signore,
che conosce i piaceri e
le debolezze del mondo,
che cammina con e non
contro la gente.
Quel filo interminabile
di suoni e sussurri,
di passi seguiti
come nella fruizione
d’un gran romanzo,
è il gran raduno,
e non è strano che le
persone si dispongano a frotte,
come aizzate,
elettrizzate dall’esperimento
che oltre i muri e le epoche
mirar lo sguardo fa.
Quanto è grande il potenziale umano!
Che gli concede il suo universo
sopito in gran segnali,
e par cantare all’uomo
come un tempo faceva
la veggenza che seguiva
i gran poeti.
“Ora che tutto s’è fermato,
il mistero indecifrabile,
quel tumulto di onde,
scosse e catene spezzate,
se non serbar rancore è
il codice dell’anima,
guardar il mondo a
testa capovolta,
illuminati gli occhi,
quanto è lieto
un spirito in rivolta!”.
Per un attimo
il fragor del mondo
si cheta, si ferma,
si spezzano illusioni,
che non mostrano riflessi,
che non meritano più i tempi!”.
Felice sia quell’uomo
clandestino che al mondo
dello spirito intelligente
aprir le porte sa.
IL COMMENDATORE
Attese con similar forzal’esito finale,scagliarsi contro Don Giovanni
e il Secolo dei Lumi,
aver ragione di rialzarsi
contro i sepolti Numi.
C’è come uno spirito sovrano
che move i fili dell’opera mozartiana,
qualcosa di sfuggente che ti scuote,
ti prosciuga e poi t’afferra,
che ti parla, t’accalora
e in cor ti serba.
Come un nube intrisa
di volontà e intenti,
ove la musica con i suoi
portenti scuote la morale,
e ove non vi sia alcun bene
che non sia anche male.
Tale spirito è il Commendatore,
che accorre per salvare Donna Anna e
si scaglia contro il libertino
come fosse il finale d’opera,
ma è il preludio dell’intreccio dapontino.
Tutto profferisce il Commendator:
“Cosa pretendi da me fuggir?”.
E col volto non da spirito ma da umano,
precipita con la spada che fu vendetta con la mano!”.
E la scena ultima?
Se l’inizio dell’opera
parrebbe il gran finale,
il finale per necessità d’intenti
parrebbe il repentino inizio dell’evento,
se chi commette il gesto finale
risorge, in cor risplende e “non
si nutre di cibo mortale”,
adesso intorno si guarda
e canta “chi si nutre di cibo celeste!”.
ELEONORA DUSE
Sono la bella Eleonorache veste abiti e ruolial richiamo del pubblico degno,
che soffre la fama e
diventa una diva,
che trova il suo uomo e gli canta:
“Non mi hai più svestita!”.
Ov’è mai questo mio poveretto?
Sottratto dal fato alla bella Eleonora
ora vaga, fu console,
era in America, ed ebbe
un momento d’oblio.
Se mai mi chiedessero i posteri
quale virtù raccoglievo:
“Risponderei che bell’aspetto
non ebbi, e non commisi l’errore
di adularmi,
ma coltivai l’uso accattivante
della mia voce,
della ragione,
con la quale gestivo gli amici
e i nemici.
Ma un bel giorno,
mi manda un siffatto segnale
il gran comandante,
che serba poemi e scrive
l’infinito nel cuore,
e mi disse dall’alto
dei suoi capelli mancanti:
“Sono l’Arcangelo!
M’appello Gabriele D’Annunzio e
il mio cor zampilla per te!”.
Ma quel foco che m’ha divorata,
m’ha scosso, m’ha presa,
mi ha come nell’interno
cambiata,
non ci sono pene,
rimorsi e rimpianti
in quello che dico,
non sto a cantare
quello che pensi e
non dici,
e solo luce quello
che vedi,
luce e riflessi
di ciò che è nascosto
nella tua mente.
CHERUBINO MOZARTIANO
Vestito di accesi colori,che brama, che piange, che il petto si tocca,è un animale innocente, un oggetto d’amore,
che rifulge e traspira se ha impresso il Dio dell’amore.
Quei sospiri, quei tocchi, quei finimenti,
in balia del fandango e dei vizi del conte,
si trascina come una vittima senza più tempo
e gli inni, gli accenti della prosa del conte,
gli sono un po’ figli, gli sono d’esempio.
Quando si sveglia e non più si rimembra
e ha in mente la canzonetta che fa:
“Voi che sapete…..”,
unisce le mani in tragica attesa e
chiude i suoi occhi:
“Al cos’è l’amor!”.
Se debbo raccontar ciò che mi passa
e dietro il desio delle Nozze rimane,
scelgo questo astro,
questo fulgido esempio:
“Povero Cherubin,
siete voi pazzo!”.
L’ITALIETTA IN FIOREVoglio cantar la storiadelle mascherette in fiore
dell’Italietta un po’ morente
che non sanno più ove andar.
Mi riferisco alla mia storia personale:
e parlo di amici fraterni, conoscenti,
che vantavano “lettere” a vent’anni,
pretese a 25, aspirazioni segrete a 30,
e che ora come sentinelle si movono,
tutti col fiore all’occhiello
sul taschino della camicia e
col bastone da passeggio,
anche se l’Italietta un po’ morente
di questi finti galeotti non è più
il tempo del fiore all’occhiello e
del bastone da passeggio.
“Ove andate e vi movete mascherette?”.
“Se dileggiate il padre e v’atteggiate
come se tutto fosse opera vostra?”.
Vorrei che in un tempo come questo,
un cantore, un menestrello, giullar dell’avvenire
uscisse fuor dal suo riposo e
ponesse come sigillo
una rima allegra
a chi non abbia dileggiato il padre.













