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inedito - “STEREOTIPO” di Francesco Liberti

Seduto sulla poltrona di velluto rosso nello studio delle prove televisive, Wolfgang Asfittico, il presentatore che identificava tutti i crismi dell’ultima moda catodica, osservava compiaciuto il via vai dei tecnici e del personale di regia.

Quel microcosmo in cui lavorava e da cui prendeva vita e forma la sua immagine pubblica era il riflesso di un universo la cui morale andava in pezzi in scena giorno dopo giorno, ma costituiva soprattutto l’arena circense dove la vita perdeva il suo aspetto più consueto e si trasformava in un itinerario sempre più uguale a se stesso.
Il trionfo delle veline o delle finte ballerine da studio, differenti per costume culturale dalle icone femminili dell’avanspetacolo televisivo degli anni’60, erano solo un aspetto di questo mondo, un riflesso incondizionato di una società corrotta che generava i suoi mostri invisibili.
Wolfgang A. stringendo fra le mani il piano strategico della sua scaletta e avendo sempre bene impressa nella sua mente il  ruolo che il suo programma occupava nel palinsesto televisivo, rideva, rideva compiaciuto di se stesso.
Il quadro di quest’Italietta malfamata e disperata che gli era davanti, chissà forse era solo un copione dall’aspetto dinamico in cui gravitavano le vite di milioni di telespettatori che aspettavano solo un segno prima di obbedire al dogma televisivo.
Masse di balordi e di seguaci delle varie fasce orarie televisive, erano quei relitti umani che rappresentavano le metamorfosi dei personaggi del momento.
E nei sondaggi telefonici di telequiz e premi, il mondo televisivo in cui lavorava Wolfgang era quel cordone ombelicale asfissiante che univa le masse al progetto televisivo, al suo nulla, al suo modello imposto.
Il telefono verde in stile anni’70 non molto grande e dallo squillo metallico emetteva un suono che lo svegliava dal suo torpore.
Wolfgang A. sperava che tutte le chiamate fossero per lui.
Mentre una squadra del personale dello studio lavorava per la prossima puntata del suo programma, una giovane ballerina dello studio si recava al telefono.
Il tremito delle dita delle mani di Wolfgang gli rivelava quel non so che di nervosismo che gli dava un perenne senso di noia.
La ragazza sorrideva mentre parlava animosamente pronunciando il nome del produttore del programma, l’italo-inglese Miller, così grande di età che ne sarebbe potuto essere il padre.
Dentro quel microcosmo passava il reflusso di un’esistenza diversa rispetto alla realtà.
Quel senso di potenza illimitata che invadeva l’egocentrismo dei presentatori di successo, li confondeva facendogli deformare la realtà delle cose.
Il piano della scaletta del programma era per loro una specie di comandamento bellico e via crusis assieme, obbligo da perseverare e tabù da non infrangere.
Anche se la televisione assumeva le sembianze di una terra libertina che dava spazio ai liberi sfoghi dell’umanità derelitta, era in realtà un teatro comprovato dalla rigidità delle sue regole, che dovendone essere osservate ne garantivano il funzionamento fra i palinsesti notturni e diurni.
La sua mente pensava a tutto e a niente.
Wolgang A, già pregustava la sua battuta amorale che avrebbe recitato all’insaputa del nuovo ospite.
E si! Perché lì dentro tutto era recita, qualsiasi cosa succedesse che pareva vera, era in realtà una continua simulazione.
Quindi potevano essere simulati i contenuti dei commenti televisivi, le lotte etiche e tele etiche, le finte rivoluzioni dei costumi e perché no! Anche quel sorriso apparentemente fragile di quell‘avvenente ballerina che parlava col produttore Miller.
Ma Wolfgang non rifletteva mai che il rigore di quella recita senza limiti avrebbe potuto infrangere il limite della sua identità, turbare il teatro interiore della sua vita privata.
Quando alle otto di sera smetteva di lavorare, egli si sentiva come l’uomo più felice del mondo.
Trascinatosi sempre addosso l’altra personalità, quell’immagine pubblica circuita dal ruolo di presentatore col sorriso sempre stampato in faccia, già vedeva ingradirsi i suoi conti correnti bancari.
Chissà forse il simbolo della televisione in Italia era rappresentato dal suo fare televisione o forse lui ne era soltanto una delle facce già consolidate dal successo e dall’immagine che lo star system esercitava sulla gente.
Erano passati degli anni e lui si era ritrovato davanti un’umanità che all’interno della società civile occupava tutti i suoi strati: dai suoi vertici, ai suoi anfratti.
Wolfang pensava di averli conosciuti tutti e che in fondo la televisione aveva solo il dono di smontare e ricostruire tutti i tasselli della realtà sociale, cambiandone i connotati  secondo i suoi ritmi e i suoi tempi.
Il mondo televisivo aveva la funzione di trasformare, creare o distruggere qualsiasi cosa si trovasse dinanzi a sé, di dare o togliere la vita a qualsiasi essere umano e di restituirgli solo allora il suo scopo di vita.
Ma nessuno pensava che il giocatolo potesse sfuggirgli di mano.
Wolfang si sentiva al sicuro nella sua fuoriserie.
Egli sfrecciava davvero libero fra le altre vetture dell’autostrada.
In fondo lui li conosceva tutti e tutti si identificavano nel suo personaggio, avendolo conosciuto almeno una volta nella loro vita con un fulmineo zapping televisivo.
E lui imparava intuitivamente le loro storie e già si immaginava di interromperne il racconto all’interno del suo studio televisivo nel passaggio da uno spot a un altro spot,
dove l’eco della sua voce scandiva l’ultima battuta nonsense che serviva per alleggerire i toni dello studio.
Erano le dieci.
Wolgang A. arrivò dentro il suo appartamento.
Stanco dopo una lunga giornata di lavoro, si spogliò in un attimo, si fece un caldo bagno, si bevve un drink e andò nel suo studio personale.
Lì soleva passare le sue ore, lì si rilassava.
Un enorme senso di solitudine invadeva tutte quelle cose che aveva davanti e la stanza che abitava.
Una solitudine parlante, un silenzio che aveva una strana forza di persuasione.
Strano a dirsi, uno dei passatempi preferiti di Wolfang A. era guardare il suo popolo di burattini.
Collezionava da sempre quelle statuette parlanti che i ventriloqui usavano nelle loro rapresentazioni e che lui comprava un po’ovunque si recasse, nei negozi specialistici, nei mercatini rionali che erano siti all’esterno dei teatri.
Questi personaggi erano alti non più di 70 cm e avevano quella classica bocca pronunciata cogli angoli delle labbra arcuati che trasformavano un sorriso nel solito scherno di sfida: alcuni burattini erano maschili, altri femminili.
Essi talvolta pareva che si muovessero senza che nessuno li azionasse.
Wolfang A. credeva che facevano sempre parte dello spettacolo e del suo stile di vita e che qualche suo ammiratore gieli avesse regalati in cerca di qualche favore.
Giocava con i pupazzi.
Giovaca con se stesso.
Sapeva che era stato lui a comprarli in Mezza Europa e si divertiva tanto a osservarli quanto a impaurisi per il loro aspetto minaccioso, ma non era ancora riuscito a capire come facessero a parlare e a muoversi da soli.
Burattini di ventriloquo come compagni casalinghi, anime in pena o censori usciti fuori dal rigore dello studio televisivo che lo aspettavano la sera per accoglierlo quando lui ritornava a casa dopo le prove del suo programma.
Quella sera il silenzio che animava le statuette e che avvolgeva l’appartamento lussuoso del presentatore era più minaccioso che mai.
Alcuni burattini sembravano delimitare sempre più il suo spazio, occupare i recessi della sua immaginazione.
Wolfang rivedeva il corpo stilizzato della ballerina ventenne che elargiva il suo sex appeael al produttore sessantenne Millberg e che riassumeva tutto lo spirito della televisione attraverso i movimenti del suo corpo.
Rideva di cuore.
Cominciò a parlare da solo.
All’improvvsio quell’esercito di burattini gli venne incontro.
Squillò il telefono.
Ma non era quello del suo appartamento.
Era lo squillo metallico del telefono verde in stile anni’70 del suo studio.
Wolfang A. era ancora racchiuso nei meandri della sua giornata, nella giungla farsesca del microcosmo televisivo.
Sentiva attorno a sé l’odore di cera delle statuette.
Il silenzio emissario del tempo era più che mai invisibile nel suo fluire, ma sempre più minaccioso dietro le sue ombre e dietro le maschere dei personaggi con cui lui condivideva la buona e la cattiva sorte.
“Ridi! Ridi! Pensi di conoscere il mondo?”.
“Pensi di divertirti? Di rinuciare al tuo spettacolo?”.
Un senso di malinconia lo invase.
Le marionette dalla bocca pronunciata e dal sorriso che era un eterno segno di sfida gli strinsero le mani.
Il cuore gli batteva forte.
Il sudore gli scendeva dalla fronte.
Quelle statuette femminili seducenti con le trecce ondulate che le rendevano simili a bellissime ragazze nordiche lo guardavano divertite, mentre i loro compagni, gli abitanti boschivi vestiti con classico abbigliamento in stile jodel intonavano un canto di antiche reminiscenze, che seducevano il suo immaginario.
Altri personaggi gli vennero accanto.
Erano abbigliati con giacca, cravatta e stile da broker e gli dicevano qualcosa che lui non capiva.
Un’altra maschera gli fece un gran sorriso deformando la sua espressione come lui faceva solo con gli ospiti del suo programma televisivo.
Una seconda maschera gli fece un segno di assenso col capo.
Pur essendo piccola aveva un corpo seducente e una luce misteriosa che uscita fuori dai suoi occhi lo colpiva lasciandogli una forte impressione di stupore.
Wolfang guardava quella marionetta.
Ripensava alle ragazze del suo studio. Proprio quelle che parlavano disinibite col produttore.
Gli piacevano con quella loro aria civettuola, ma lui doveva recitare l’eterna parte del presentatore alieno da affetti e da concussioni e immerso negli obblighi della liturgia televisiva.
Ora tutte la marionette gli battevano le mani.
Wolgang A. le guardava in modo compiaciuto e mentre le loro voci lo facevano stendere sul letto e i loro passi lo accerchiavano ovunque si trovasse, si ricordò di presenziare a una riunione di lavoro per il suo prossimo show che si sarebbe tenuta l’indomani.
Il silenzio avvolgeva tutto il suo ambiente domestico e lo spento teatro delle sue mura casalinghe lo avvolgeva con le ombre delle sue maschere e delle preziose marionette.
 

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