“Nell’inconscio persuasi dall’immortalità” di Emiliano Boi
“Anna era decisamente una bella donna, aveva 42 anni, felicemente sposata e con due figli, un bimbo di otto anni ed una giovane adolescente di tredici. Di corporatura esile ed elegante, capelli biondi e occhi chiari, erano le caratteristiche somatiche che da sempre mi avevano affascinato; ma ciò che la rendeva unica in quel reparto di Oncologia era il suo aspetto sereno, quella flemma e quel perbenismo che ostentava con suo marito e con i suoi figli, quasi non volesse farli soffrire quando venivano a trovarla, ma soprattutto quando li vedeva andar via.
Venivano a trovarla tutti i giorni; il marito le portava sempre un regalo e dei fiori, tanti fiori. Le rose bianche erano le sue preferite e spesso erano talmente tante che le infermiere e la capo sala decidevano di distribuirle in tutto il reparto: il profumo di rose riusciva a contrastare l’odore acre dei disinfettanti e dei chemioterapici.
Era la mia prima settimana di tirocinio presso quel reparto. Io, studente al secondo anno di Scienze Infermieristiche, ne avevo visti di reparti ma quello mi rimase talmente impresso da sconvolgere per sempre tutte le mie nozioni e le mie certezze; tutti i giorni era come se il tempo si fermasse: là la vita aveva un sapore diverso e le sofferenze dei pazienti entravano nel mio intimo, sconvolgevano le mie convinzioni e tutte le nozioni riguardanti l’empatia ed il necessario distacco umano, tipiche di chi esercita una professione sanitaria.”
Uno degli aspetti salienti dell’attività infermieristica ed assistenziale è costituito dall’attività relazionale che il personale sanitario intraprende con l’utenza ospedaliera o assistita in genere.
L’infermiere, nell’ambito delle sue prestazioni assistenziali, possiede l’arduo compito di informare ed educare il paziente su tutto ciò che riguarda il suo stato di malattia, nonché su tutte le implicazioni concernenti il trattamento clinico, chirurgico e farmaceutico.
A tutte queste competenze, di basilare importanza, l’infermiere è chiamato a rispondere con “empatia”: il rapporto empatico, infatti, gli consente di instaurare una relazione, anche stretta e confidenziale, con la persona assistita pur restando per essa un punto di riferimento da cui poter ottenere tutte quelle informazioni necessarie per affrontare al meglio la malattia, il trattamento e le complicanze.
“Erano tanti i pazienti nel reparto di oncologia e già al secondo giorno di tirocinio di tutti sapevo la diagnosi, la storia clinica, le prospettive di vita. Anna era affetta da “carcinoma mammario metastatizzato per via transcelomatica al polmone sinistro”. L’avevano ricoverata da due giorni per effettuare gli accertamenti pre-operatori di un intervento programmato di mastectomia totale e per il successivo follow-up durante i trattamenti polichemioterapici e radianti cui doveva necessariamente sottoporsi per la residua metastasi pneumologica.
Il giorno prima dell’intervento avevo avuto l’opportunità di parlare a lungo con lei. L’impressione che ebbi il primo giorno che la conobbi fu quella di una donna disposta a tutto pur di tornare alla normalità della sua famiglia; quel giorno invece era cambiata.. “
In ambito oncologico la patologia, inevitabilmente, comporta dei cambiamenti radicali dal punto di vista fisico ed estetico, quali ad esempio le mutilazioni chirurgiche che spesso si rendono necessarie per l’estirpazione anatomica della massa tumorale (si pensi alla mastectomia radicale), o agli effetti collaterali relativi al trattamento chemioterapico volto all’estirpazione oncobiologica del tumore.
I cambiamenti fisionomici, legati alla patologia e al suo trattamento, comportano necessariamente implicazioni di natura psicologica e relazionale; in quest’ambito la “Psicologia Oncologica”, neo-branca della psicologia clinica che basa le sue origini sulla filosofia di “Mens sana in corpore sano”, sviscera quelle che sono le principali problematiche psichiche che scaturiscono dalla patologia neoplastica, individuando quelle che vengono inquadrate come situazioni di “oncostress”, ovvero situazioni stressogene (di distress) che possono influenzare la risposta generale allo stato di malattia. Tali situazioni di “oncodistress”, in sostanza, ritardano la “restitutio ad integrum”, nella fattispecie di malattia neoplastica curabile, o ,in generale, destabilizzano il concetto di qualità della vita che, seppur breve e talora nefasta, è comunque degna di essere vissuta.
Nello specifico si può notare come la patologia neoplastica genera nell’individuo che ne è affetto sentimenti di perdita, solitamente orientati all’ambiente familiare e agli affetti in generale, che vengono amplificati da un senso di estraneità alla patologia che lo tormenta: questo è uno dei primi atteggiamenti nei confronti del cancro, che spesso segue tutto il decorso della malattia e si concretizza in domande del tipo: “Perché proprio a me?”, “Che cosa ho fatto di male per meritarmi tutto ciò?”…
Alla base di questi sentimenti vi è il fatto che “nell’inconscio tutti siamo persuasi dall’immortalità” e tutto ciò che destabilizza tale convinzione determina sentimenti di paura, ansia, rabbia, angoscia e impotenza, del resto del tutto comprensibili.
Il panico, in sostanza, è motivato dalla “morte vista come attuale”; d’altro canto è anche verosimile che ognuno di noi possiede almeno un motivo per non accettare la malattia con le conseguenze drastiche che ne derivano: ognuno di noi ha ancora qualcosa da fare e qualcuno da amare…
“Anna era stata informata della sua malattia e sapeva benissimo che l’intervento chirurgico ed i trattamenti farmacologici e radianti che sarebbero seguiti l’avrebbero cambiata per sempre e non avrebbero risolto i suoi problemi; le sue aspettative di vita erano state formulate dagli oncologi del reparto e non sarebbero state superiori ad un anno dall’intervento; la qualità della sua vita inoltre sarebbe stata devastata dagli effetti collaterali delle terapie post-operatorie che necessariamente avrebbero resa necessaria un’assistenza domiciliare nella fase terminale.
Il pianto, la rabbia, la paura erano tutti sentimenti che non aveva mai esternato con suo marito e con i suoi figli; non poteva farlo perché sapeva che nessuno, tranne lei, poteva dar loro la forza di andare avanti.
Quella sera, a poche ore dall’intervento, c’ero solo io ad ascoltarla e mi resi conto che potevo fare solo quello. Dovevo solo ascoltarla, quasi fosse facile.. La vita di una persona, di una mamma, di una giovane donna che si stava spegnendo mi logorava l’anima. Avrei voluto piangere con lei e per lei, ma non potevo farlo. Avrei aggravato il suo stato d’animo, la sua dignità solo cercando di darle conforto o esternando compassione. Nell’ascoltare le sue ragioni, i suoi lamenti, le sue preghiere, il cuore sembrava volesse esplodermi dentro, ma continuai ad ascoltarla in silenzio, perché ognuno ha il diritto di dar spazio al proprio sfogo ed alle proprie ragioni..”
Una madre non accetta la morte perché ha i propri figli a cui badare, un marito da amare e un contesto familiare da proteggere; del resto, una donna non accetta un intervento di mastectomia perché ha una femminilità da rispettare, una sessualità da contemplare e una dignità da ostentare.
La psicologia oncologica, o psiconcologia, è una disciplina prettamente europea: in America, infatti, i concetti della morte e del trattamento clinico sono visti in maniera più pragmatica e meno filosofica.
Dal punto di vista infermieristico, l’assistenza in questo settore viene erogata sostanzialmente nelle ore notturne: di notte, infatti, si entra in un’altra dimensione che è più vicina al silenzio della morte; è in quei momenti che nei reparti oncologici i pazienti “suonano il campanello” per avere modo di parlare con qualcuno che possa ascoltare il proprio sfogo, le proprie paure e le proprie ragioni. La figura dell’infermiere, del resto rappresenta, sin dalle sue origini, “tutto per tutti”.
Il paziente oncologico non possiede solo i comuni bisogni di assistenza infermieristica ma manifesta “iper-bisogni” proprio perché legati al concetto di vita e di morte.
“Il giorno prima dell’intervento di Anna, ascoltai i suoi sfoghi: fu l’esperienza più formativa che qualsiasi tirocinio mi potesse dare: l’assistenza infermieristica, quella sera, prescindeva da concetti tecnicistici. Io, nell’ascoltare in silenzio lo sfogo di Anna, avevo fatto qualcosa che mai nessun medico aveva fatto per lei: l’avevo capita a prescindere dalla semeiotica clinica e strumentale.”
Da questo si capisce che ciò che si deve instaurare tra personale sanitario e paziente oncologico è un “Rapporto Terapeutico” che differisce per ovvie ragioni dal clinico, freddo e disumano concetto di trattamento terapeutico.
Frasi del tipo: “Hai visto quella mammella?”, “Come ti è parsa quella metastasi linfonodale?”, sono sicuramente da evitare proprio perché l’individuo, soprattutto in stato di malattia, ha necessità di rispetto e di dignità.
Non bisogna scordare che il paziente oncologico oltre a possedere iper-bisogni di assistenza detiene delle “iper-percezioni”, a causa dello stato di distacco che ha nei confronti del mondo che vede allontanarsi, soprattutto in fase terminale.
Noi operatori sanitari non sempre siamo in grado di percepire le loro sensazioni ma loro percepiscono sempre le nostre ed è proprio quando i nostri gesti diventano frettolosi, lo sguardo sufficiente, le parole vaghe e confuse, che loro capiscono che la fine è vicina.
“Anna fu dimessa quattro giorni dopo l’intervento di mastectomia radicale. Venne tutta la sua famiglia a prenderla e quando la vidi andar via sapevo che non l’avrei mai più rivista perché il tirocinio in “Oncologia” stava per terminare.
Un’anno dopo discussi finalmente la mia tesi di laurea dal titolo “Il cancro della mammella: metodologia della ricerca assistenziale” e dedicai a Lei le nozioni fino ad allora acquisite.”
“Grazie Anna”
Autore: Emiliano Boi
Titolo: Nell’inconscio persuasi dall’immortalità
Dati personali dell’autore
Nome: Emiliano
Cognome: Boi
Regione di residenza: Liguria
Email: emiliano.inf@alice.it














