recensione - La (mono)politica (non) è il mio mestiere di Giorgio Colomba
Ottantasei tra articoli ed interenti per illudersi che “l’arte del possibile” (?!) valesse la pena esercitarla (anche da destra), avvincendosene; trenta pagine di argomentazione per defilarsene, acquisita la certezza che non è vero; ottanta Spuntini per una sana profilassi contro ogni evrntuale ricaduta.
Il recentissimo vento della cosiddetta antipolitica non c’entra. Motivazioni per defilarsi dall’esercizio attivo di quella che papa Paolo VI ardì definire “La più nobile forma di carità sociale”, ce ne sono sempre state. Ma mai come oggi la frode che si consuma a danno di quello che i moderni occupatori degli emicicli capitolini considerano sostanzialmente il ‘parco di buoi elettorale’, ha raggiunto vette così elevate. In politica, dove nulla è più remoto del fare ciò che si dice e dire ciò che si pensa, niente è come sembra.
Non lo sono i rapporti tra avversari, né quelli tra partiti all’interno di una coalizione, tanto meno quelli in seno allo stesso partito. Estremizzando - ma non troppo – si potrebbe dire che l’entità dell’acredine tra esponenti politici, di là dai colori, dal gioco delle parti e dalle eccezioni che ogni regola ovviamente implica, è direttamente proporzionale alla loro contiguità ed organicità. Prassi vuole che in politica quelli che stanno dall’altra parte siano solo avversari, non nemici; è vero molto più di quanto normalmente si creda: questi ultimi, infatti, ciascuno li ha in casa propria. Si può dunque seriamente affermare che l’antica definizione secondo cui molti politici si comporterebbero come i ladri di Pisa, che di giorno litigano e di notte rubano insieme, fatta salva l’opportunità di una riformulazione più articolata e confacente ai tempi, mantenga intatta ancor oggi la sua validità.
Il testo presente in quarta di copertina
“Governare è far credere”, sosteneva Macchiavelli già nel XV secolo. Dopo oltre cinquecento anni, non possediamo alcun nuovo elemento per avallare una conclusione diversa. Anzi, è verosimile che proprio oggi si configuri un ulteriore degrado nel rapporto tra la gente e quanti, ai diversi livelli, l’amministrano. Colpa, certo, dell’alone d’intangibilità che da sempre circonfonde la “Casta” (non l’unica, invero). Ma anche il cittadino-elettore, troppo ignavo od irreggimentato a seconda che il suo orientamento politico volga a destra o sinistra, non è senza macchia. E pur dando atto che la platea di quanti minano la credibilità della politica - così come di norma declinata - è fin troppo vasta e composita, ben maggiori si delineano le responsabilità di chi, paludato nel manto dell’ideologia più sinistra - duplice accezione - è solito osteggiare il progresso, anche della politica, in nome del progressismo. Un contesto “grave ma non serio”, direbbe Flaiano, dal quale per ogni soggetto umano civile e pensoso non può esserci altra soluzione che rifuggire.
Autore: Giorgio Colomba
Titolo: La (mono)politica (non) è il mio mestiere
Editore: Seneca
Anno di pubblicazione: 12/2007
Luogo di pubblicazione: editore di Torino, presentazione a Bologna
Numero pagine: 328













